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Archive for the ‘J. Lawrence’ Category

Regia di Francis Lawrence.

Cast: Joel Edgerton, Jeremy Irons, Jennifer Lawrence, il Culo-di-Jennifer-Lawrence. (Che comunque risulta più professionale di molti attori in cui si ha la sventura di imbattersi, per carità).

Battute a parte, in realtà Red Sparrow non è male, pur con qualche pecca qua e là.

Ma andiamo con ordine.

Dominika Egorova è una ballerina del Bolshoi che viene reclutata dai servizi segreti russi per diventare un tipo particolare di agente speciale. Una Sparrow.

Gli Sparrow sono selezionati per la loro bellezza e la seduzione è una delle principali armi di cui devono servirsi. Per questo devono imparare ad usarla e controllarla in modo da rendere il proprio corpo e l’attrazione fisica un vero e proprio strumento di potere.

A reclutare Dominika non è una persona qualunque. E’ suo zio, agente del governo lui stesso. Dominika è in una situazione tale per cui non ha scelta e non può far altro che applicarsi per diventare una Sparrow finché non viene giudicata idonea per la sua prima missione.

Una trama ben congegnata e coerente si costruisce intorno alla figura centralissima di una Jennifer Lawrence che forse aveva un po’ fretta di lasciarsi alle spalle la brutta esperienza di Mother ed è andata sul sicuro tornando dal regista che l’ha lanciata con gli Hungher Games.

Il risultato non è male, ma lei rimane comunque un po’ sottotono rispetto alle aspettative create dall’attrice del Lato Positivo, di American Hustle e di Joy.

Bellissima e attraente nel senso più ampio del termine, rimane comunque un po’ sottosfruttata, complice anche una certa lentezza della prima parte del film che si perde un po’ nell’indugiare sull’aspetto sessuale della formazione di Dominika come agente e così facendo rallenta un po’ il ritmo.

Tolta questa osservazione, per il resto, come dicevo, siamo di fronte ad un buon film, che forse avrebbe potuto essere un filo più corto ma che, alla fine, comunque lascia soddisfatti, con un finale che funziona decisamente bene.

Forse la mia percezione di lentezza è anche dovuta al fatto che mi aspettavo più una cosa tipo Atomica Bionda, con un’agente sexy e super tosta come la Charlize Theron, un sacco di sangue, sparatorie e scazzottate, cose che qui sono invece dosate con parsimonia, prediligendo l’intrigo vero e proprio.

Nel cast anche Charlotte Rampling. Nel ruolo dello zio di Dominika troviamo Matthias Schoenaert, pettinato e abbigliato in modo da sembrare un giovane e già detestabile Putin.

Tratto dal romanzo omonimo di Jason Matthew, ex agente della CIA ora in pensione.

Cinematografo & Imdb.

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Che fatica.

No, davvero, sarà mezz’ora che giro intorno all’inizio di questo post e comincio a sentirmi scoraggiata.

Perché non voglio unirmi al coro di chi spara a zero su questo film ma al tempo stesso non ce la faccio a dire che mi è piaciuto.

E sostanzialmente sono in lutto.

Per la dipartita delle doti cinematografiche di Aronofsky che hanno deciso di suicidarsi in massa come i lemmings. Dandosi fuoco, per l’esattezza.

Ci saranno un po’ di SPOILER.

Non una quantità eccessiva ma qualcosetta sì, perché altrimenti non si riesce ad intavolare un discorso sensato.

E dunque, da dove comincio?

Dall’inizio e l’inizio già non mi è piaciuto perché crea la situazione centrale in modo troppo pretestuoso.

Una giovane coppia vive in una grande villa isolata. Lei (Jennifer Lawrence) ha ricostruito la villa pezzo per pezzo dopo che era stata distrutta da un incendio.

Lo ha fatto fondamentalmente per amore. Perché era la casa in cui Lui (Javier Bardem) era vissuto da bambino. Lui è un poeta/scrittore/artista. Lei vuole plasmare una casa perfetta, un paradiso dove Lui possa creare in pace. Lui sente il bisogno di evadere da quell’isolamento dorato. Lui cerca nuova vita e la cerca negli altri. Nelle persone.

Detta così non pare neppure tanto peregrina l’idea che Lui si faccia trascinare dall’entusiasmo e inviti un perfetto estraneo – finito per errore a bussare alla loro porta – a dormire nella casa.

Il problema è che la velocità con cui questo succede e la scarsità dei dialoghi vanno a discapito della plausibilità.

Allo stesso modo la velocità con cui la situazione degenera e l’estraneo da ospite diventa invasore è eccessiva per riuscire ad entrare realmente nella storia.
Per tutta la prima parte, per così dire, si rimane fuori dalla storia perché è troppo scoperto il meccanismo con cui si vuole creare la situazione cruciale.

Poi c’è una parte centrale che è quanto di più vicino ci sia all’essermi piaciuto. Nonostante l’inizio respingente ed eccessivamente artefatto, fa finalmente la sua comparsa la sospensione dell’incredulità e si viene coinvolti nella situazione paradossale di lei, presa in mezzo tra un marito che continua a portarle gente in casa e degli ospiti sempre meno gestibili.

Lo sconosciuto (Ed Harris) è stato raggiunto da sua moglie (una strepitosa Michelle Pfeiffer) e la connotazione della loro presenza cambia gradualmente attraverso un crescendo di piccoli atti di prevaricazione. Viene trasmessa benissimo la sensazione di impotenza di Lei. Quella sensazione di panico e frustrazione di quando nei sogni non riesci ad urlare. Il senso fortissimo di violazione dello spazio intimo della casa, dei luoghi privati delle abitudini quotidiane.

Ci sono, anche in questa seconda parte, degli elementi che lasciano dei dubbi – per dire, Lei sembra davvero troppo apatica di fronte agli eventi e Lui, per contro, troppo condiscendente, come se ci fosse qualcosa sotto. Lei prende una strana medicina e ha visioni di un cuore pulsante che si riduce in cenere e in alcuni momenti pensavo che andasse a parare sulla soluzione di un suo stato allucinatorio di qualche tipo. Lui è troppo condiscendente verso la situazione che si crea in casa con gli ospiti, per quanto assurda. Sembra che nasconda qualcosa. A tratti ricorda la condiscendenza di Guy, il marito in Rosemary’s Baby, con la sua eccessiva tendenza a giustificare i comportamenti invasivi dei vicini.

E però, nonostante tutte le riserve si pensa che, dopo tutto, si stia andando in qualche direzione.

E invece no.

Perché dopo un crescendo di tensione improvviso, lungi dal risolversi o dall’evolversi, la situazione vira bruscamente e passa su un piano inequivocabilmente allegorico/simbolico che si estende retroattivamente anche a tutto il resto del film.

In questa terza e ultima parte, la summenzionata sospensione dell’incredulità fugge disperata dalla sala e tu rimani lì, ad osservare con distaccata perplessità il susseguirsi di eventi sempre più grotteschi e paradossali, chiedendoti quand’è che Aronofsky si è trasformato in Lynch.

Sì, l’ultima parte sembra davvero un film di Lynch. E, a scanso di equivoci, per quel che mi riguarda NON è un complimento. Tanto più se non sei Lynch.

In un tripudio di urla, sangue, devastazione, delirio da fanatismo religioso e rituali pseudo-pagani, una Jennifer Lawrence che nel frattempo è rimasta incinta ed è ormai prossima al parto, si aggira alla disperata ricerca di un rifugio che non esiste, evocando immagini femminili su sfondo bellico dai tratti quasi primordiali/archetipici.

La recitazione della Lawrence è volutamente e chiaramente divisa in due. Per due terzi del film è una maschera di cera. Immobile. Impassibile. Al massimo vagamente incredula di fronte a ciò che accade ma mai realmente coinvolta. Nell’ultima parte esplode e condensa tutta la potenza espressiva che prima mancava.

Da un punto di vista strettamente tecnico non si può dire che il buon Darren non abbia mestiere e la cosa si vede. I ruoli di Lui e di Lei sono tutt’altro che facili e sono interpretati più che egregiamente.

Gigantesca allegoria, traboccante metafora di un’esigenza di creazione artistica che portata all’estremo non lascia dietro di sé altro che distruzione. Incarnazione del demone della creazione, per cui niente è mai abbastanza e nella sua folle e compulsiva ricerca di altro travolge tutto ciò che si trova sulla sua strada. Casa, famiglia, amore, figli. Anche la sua stessa Musa. Simbologie di archetipi femminili come se piovesse. Moglie, madre, musa, casa.

Non è un horror – anche se in molti elementi strizza l’occhio al canone (cosa che peraltro già si accennava nel Cigno Nero) – non è un thriller, non è una storia d’amore e di arte.

Cupa descensio negli abissi della spinta creativa e degli istinti primordiali.

Non è insensato, non è sciatto e non è ‘fatto male’, se mi si passa il virgolettato che pure tanto detesto.

Ma allo stesso modo non è riuscito. L’insieme non è ben amalgamato. E’ caotico ma non travolgente. Ambizioso ma non all’altezza delle sue pretese.

Mi dispiace, perché Aronofsky è un regista che ha fatto cose meravigliose e cose diciamo normali ma dal quale comunque mi aspettavo un buon livello.

Volevo davvero che mi piacesse.

Mi è piaciuta la casa. Quella sì. Ma per il resto si è rivelato una grossa delusione.

Cinematografo & Imdb.

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Credo di essere perseguitata da Edgar Ramirez. A mala pena ricordavo chi fosse per la sua parte del prete esorcista in Liberaci dal Male e adesso son riuscita a beccarmelo a tradimento in due film di seguito.

Oggi pomeriggio, in Joy, faceva la parte dell’ex-marito e amico di Jennifer Lawrence e tre giorni fa era Bodhi nel discutibile e immondo (sedicente) remake di Point Break.

Ok. Tralasciamo per favore il fatto che sono andata a vedere il remake di Point Break. Ci bestemmierò con dovizia di turpiloquio Ne parlerò più diffusamente nei prossimi giorni.

Chiusa la parentesi Edgar Ramirez.

Joy.

Regia di David O. Russell che, visti i buoni risultati degli ultimi anni, non molla la formula vincente Lawrence-Cooper-De Niro e mischia il tutto in salsa bio.

Ecco. Apro un attimo un’altra parentesi sulla questione biografica.

Joy è tratto da una storia vera ed è la vera storia di Joy Mangano.

Evidentemente però devo essermi persa qualcosa perché questo particolare non viene mai esplicitato né prima né dopo il film. Neanche un disclaimer piccolo piccolo. Boh, poi magari me lo son perso io eh, in quella terra di nessuno che è il momento in cui cominciano a scorrere i titoli di coda e la maggior parte della gente in sala viene colta dal bisogno insopprimibile di alzarsi in piedi e rimanere impalato a vestirsi proprio di fronte a te che invece i titoli di coda li guardi. Quindi, per carità, possibile che l’abbia perso io.

Però neanche all’inizio han detto niente.

E in un periodo in cui il tratto da una storia vera sembra quasi d’obbligo anche quando il legame con la realtà è discutibile, in un decennio in cui, se è vero attira di più, e quindi chissenefrega se non lo è poi così tanto, e in cui se non fai almeno un biopic non sei nessuno, ecco, l’ho trovato quanto meno strano il fatto che questo aspetto non fosse menzionato.

Ho pensato, manco a farlo apposta, a una questione di diritti o di autorizzazioni ma la vera Joy Mangano figura tra i produttori quindi direi che l’ipotesi non ha senso.

Morale. Non lo so.

Mi pare quanto meno ingiusto che solo perché non sei Steve Jobs allora la tua biografia può anche passare per una storia qualsiasi. Mah.

E comunque è una storia vera, anche se non lo dicono.

Chiusa anche la parentesi bio.

Joy ai Globes è stato venduto come commedia ma immagino per carenza di categorie, visto che di commedia ha ben poco. Non che sia un film drammatico, ma di certo non è un film leggero.

Joy fin da piccola ha la passione – e l’inclinazione – per inventare cose. Cose strane, cose a cui nessuno aveva mai pensato. Viene da una famiglia complicata della quale porta interamente il peso. Ha due matrimoni sbagliati alle spalle, il suo e quello dei suoi genitori, due figli che fatica a mantenere, un lavoro che non basta a pagare i debiti e una nonna che crede in lei oltre ogni ragionevolezza. Suo padre è in cerca di una nuova compagna, sua madre vive guardando soap opera e il suo ex marito vive nel seminterrato perché non ha altro posto dove andare. Ah sì. E c’è anche una sorellastra stronza.

Insomma, non ce n’è una che vada per il verso giusto.

E poi arriva un’idea.

E la caparbietà di portarla avanti nonostante tutto. Nonostante l’ostilità, la stupidità e la cattiveria anche di quasi tutti coloro che dovrebbero sostenerla. Nonostante le umiliazioni, i fallimenti, le ingiustizie.

Forse sembra la classica storia da sogno americano. Da tutti-ce-la-possiamo-fare e via così. E forse sì, un po’ lo è.

Però non te ne accorgi, quando guardi il film.

Perché è tutto molto ben costruito. La sceneggiatura è equilibrata, realistica e impietosa. Non vieni preso dallo slancio idealistico americano standard perché è tale lo sconforto per la situazione di Joy che non c’è veramente niente di idealistico.

Cast ottimo senza eccezioni.

La Jennifer è al suo terzo Globe e alla sua quarta nomination all’Oscar e direi che è tutto ampiamente meritato. Non è facile il suo ruolo. E’ una parte delicata e fortemente a rischio di diventare stucchevole o stereotipata ma lei la tiene su bene dall’inizio alla fine. E’ asciutta, essenziale, autoironica anche, e mai autocompiacente. Mi è piaciuta parecchio, davvero.

Cooper è bravo ma nella media, anche perché il suo ruolo non è particolarmente impegnativo. Spicca sicuramente di più Ramirez, che è un po’ la sorpresa di questo film.

Di De Niro è persin superfluo parlare. Peccato solo che il suo personaggio faccia venir voglia di prenderlo a badilate.

Nel complesso Joy è un film coinvolgente ed equilibrato. Per quel che mi riguarda, al di sopra delle aspettative create dai trailer.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Jennifer Lawrence and Bradley Cooper in JOY.

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Allora. I premi.

Miglior film drammatico

  • Revenant – Redivivo (The Revenant), regia di Alejandro González Iñárritu
  • Carol, regia di Todd Haynes
  • Il caso Spotlight (Spotlight), regia di Tom McCarthy
  • Mad Max: Fury Road, regia di George Miller
  • Room, regia di Lenny Abrahamson

Miglior film commedia o musicale

  • Sopravvissuto – The Martian (The Martian), regia di Ridley Scott
  • Un disastro di ragazza (Trainwreck), regia di Judd Apatow
  • La grande scommessa (The Big Short), regia di Adam McKay
  • Joy, regia di David O. Russell
  • Spy, regia di Paul Feig

Miglior regista

  • Alejandro González IñárrituRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Todd Haynes – Carol
  • Tom McCarthy – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • George Miller – Mad Max: Fury Road
  • Ridley Scott – Sopravvissuto – The Martian (The Martian)

Migliore attrice in un film drammatico

  • Brie LarsonRoom
  • Cate Blanchett – Carol
  • Rooney Mara – Carol
  • Saoirse Ronan – Brooklyn
  • Alicia Vikander – The Danish Girl

Miglior attore in un film drammatico

  • Leonardo DiCaprioRevenant – Redivivo (The Revenant)
  • Bryan Cranston – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Michael Fassbender – Steve Jobs
  • Eddie Redmayne – The Danish Girl
  • Will Smith – Zona d’ombra (Concussion)

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Jennifer LawrenceJoy
  • Melissa McCarthy – Spy
  • Amy Schumer – Un disastro di ragazza (Trainwreck)
  • Maggie Smith – The Lady in the Van
  • Lily Tomlin – Grandma

Miglior attore in un film commedia o musicale

  • Matt DamonSopravvissuto – The Martian (The Martian)
  • Christian Bale – La grande scommessa (The Big Short)
  • Steve Carell – La grande scommessa (The Big Short)
  • Al Pacino – La canzone della vita – Danny Collins (Danny Collins)
  • Mark Ruffalo – Teneramente folle (Infinitely Polar Bear)

Miglior film d’animazione

  • Inside Out, regia di Pete Docter
  • Anomalisa, regia di Charlie Kaufman
  • Shaun, vita da pecora – Il film (Shaun the Sheep Movie), regia di Mark Burton e Richard Starzak
  • Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts (The Peanuts Movie), regia di Steve Martino
  • Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur), regia di Bob Peterson

Miglior film straniero

  • Il figlio di Saul (Salu fia), regia di László Nemes (Ungheria)
  • El club, regia di Pablo Larraín (Cile)
  • Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau testament), regia di Jaco Van Dormael (Belgio)
  • Miekkailija, regia di Klaus Härö (Finlandia)
  • Mustang, regia di Deniz Gamze Ergüven (Francia)

Migliore attrice non protagonista

  • Kate WinsletSteve Jobs
  • Jane Fonda – Youth – La giovinezza (Youth)
  • Jennifer Jason Leigh – The Hateful Eight
  • Helen Mirren – L’ultima parola – La vera storia di Dalton Trumbo (Trumbo)
  • Alicia Vikander – Ex Machina

Miglior attore non protagonista

  • Sylvester StalloneCreed – Nato per combattere (Creed)
  • Paul Dano – Love & Mercy
  • Idris Elba – Beasts of No Nation
  • Mark Rylance – Il ponte delle spie (Bridge of Spies)
  • Michael Shannon – 99 Homes

Migliore sceneggiatura

  • Aaron SorkinSteve Jobs
  • Emma Donaghue – Room
  • Tom McCarthy e Josh Singer – Il caso Spotlight (Spotlight)
  • Charles Randolph e Adam McKay – La grande scommessa (The Big Short)
  • Quentin Tarantino – The Hateful Eight

Migliore colonna sonora originale

  • Ennio MorriconeThe Hateful Eight
  • Carter Burwell – Carol
  • Alexandre Desplat – The Danish Girl
  • Daniel Pemberton – Steve Jobs
  • Ryūichi Sakamoto e Alva Noto – Revenant – Redivivo (The Revenant)

Migliore canzone originale

  • Writing’s on the Wall (Sam Smith, Jimmy Napes) – Spectre
  • Love Me Like You Do (Max Martin, Savan Kotecha, Ali Payami, Tove Nilsson, Ilya Salmanzadeh) – Cinquanta sfumature di grigio (Fifty Shades of Grey)
  • One Kind of Love (Brian Wilson, Scott Bennett) – Love & Mercy
  • See You Again (Justin Franks, Andrew Cedar, Charlie Puth, Wiz Khalifa) – Fast & Furious 7 (Furious 7)
  • Simple Song#3 (David Lang) – Youth – La giovinezza (Youth)

Premi per la televisione

Miglior serie drammatica

  • Mr. Robot
  • Empire
  • Narcos
  • Outlander
  • Il Trono di Spade (Game of Thrones)

Migliore attrice in una serie drammatica

  • Taraji P. HensonEmpire
  • Caitriona Balfe – Outlander
  • Viola Davis – Le regole del delitto perfetto (How to Get Away With Murder)
  • Eva Green – Penny Dreadful
  • Robin Wright – House of Cards – Gli intrighi del potere (House of Cards)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Jon HammMad Men
  • Rami Malek – Mr. Robot
  • Wagner Moura – Narcos
  • Bob Odenkirk – Better Call Saul
  • Liev Schreiber – Ray Donovan

Miglior serie commedia o musicale

  • Mozart in the Jungle
  • Casual
  • Orange Is the New Black
  • Silicon Valley
  • Transparent
  • Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)

Migliore attrice in una serie commedia o musicale

  • Rachel BloomCrazy Ex-Girlfriend
  • Jamie Lee Curtis – Scream Queens
  • Julia Louis-Dreyfus – Veep – Vicepresidente incompetente (Veep)
  • Gina Rodriguez – Jane the Virgin
  • Lily Tomlin – Grace and Frankie

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Gael García BernalMozart in the Jungle
  • Aziz Ansari – Master of None
  • Rob Lowe – The Grinder
  • Patrick Stewart – Blunt Talk
  • Jeffrey Tambor – Transparent

Miglior miniserie o film per la televisione

  • Wolf Hall
  • American Crime
  • American Horror Story: Hotel
  • Fargo
  • Flesh and Bone

Migliore attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Lady GagaAmerican Horror Story: Hotel
  • Kirsten Dunst – Fargo
  • Sarah Hay – Flesh and Bone
  • Felicity Huffman – American Crime
  • Queen Latifah – Bessie

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Oscar IsaacShow Me a Hero
  • Idris Elba – Luther
  • David Oyelowo – Nightingale
  • Mark Rylance – Wolf Hall
  • Patrick Wilson – Fargo

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Maura TierneyThe Affair
  • Uzo Aduba – Orange Is the New Black
  • Joanne Froggatt – Downton Abbey
  • Regina King – American Crime
  • Judith Light – Transparent

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Christian SlaterMr. Robot
  • Alan Cumming – The Good Wife
  • Damian Lewis – Wolf Hall
  • Ben Mendelsohn – Bloodline
  • Tobias Menzies – Outlander

Golden Globe alla carriera

  • Denzel Washington

E i miei commenti.

In realtà non è che possa poi dire granché perché ne ho visti poi solo due, ossia Carol e La grande scommessa.

E, per quel che vale, mi dispiace un po’ che nessuno dei due abbia preso nulla.

Sul perché La grande scommessa sia anche il grande ignorato della premiazione avrei anche un’ipotesi ma mi riservo di parlarne più in dettaglio domani nel post dedicato.

Per Revenant e Iñarritù sono contenta a prescindere. Amo il regista e sono ragionevolmente certa che il film mi piacerà.

Idem dicasi per Di Caprio, anche se mi astengo dal basare alcun pronostico per gli Oscar sull’assegnazione di questo globo perché, come già dicevo ieri, con il buon Leo le normali leggi della probabilità perdono ogni significato.

Il premio a Kate Winslet mi rende ancor più curiosa per lo Steve Jobs di Boyle e quello a Brie Larson mi rende invece mortalmente curiosa e impaziente per Room.

Non sono sicura di essere soddisfatta di tutti i premi a The Martian, che pure mi era piaciuto parecchio. Davvero, dovrei vederne qualcuno in più fra gli altri.

Anche il premio a Jennyferl Lawrence mi lascia qualche riserva. Lei mi piace molto ma mi pare anche che la concorrenza non fosse poi così spietata. Ok, c’era la fantastica Maggie Smith di Lady in the Van ma era persino un po’ scontato premiare lei. Non so.

Sempre un po’ scontati mi son parsi i premi a Morricone (per carità, son contenta per Tarantino, ma ha un che di banale premiare una colonna sonora di Morricone) a Inside Out (che pure è meraviglioso eh, però sa tanto di ti-piace-vincere-facile) e alla canzone di Spectre.

Un po’ di perplessità per Stallone (e se è per questo pure per il suo film) ma d’altronde non l’ho mai trovato questa gran cosa.

Sulle serie TV son vergognosamente impreparata ergo mi limito a stilare una bella lista di titoli da recuperare.

Mi fa sorridere il premio a Lady Gaga. Sapevo che aveva una parte in American Horror Story – Hotel ma non pensavo fosse un ruolo addirittura da premiazione. Anyway, a me lei è sempre stata simpatica quindi la cosa in sé non mi dispiace affatto.

 

E poi niente. L’euforia da Globes di quando mi sono alzata questa mattina è stata brutalmente stroncata dalla notizia di Bowie.

I post di cordoglio non sono nel mio stile. Neanche (soprattutto) quando la scomparsa mi tocca in modo particolare. E non sta per arrivare un ‘ma’.

Non farò niente, neanche in questo caso. Non dirò niente. Non mi metterò a ricordare quello che tutti ricordano.

Perché fa male e basta.

Perché ci sono cose che ti salvano la vita. E a volte sono parole o gesti che attraversano aria e tempo e arrivano per caso dove non potevano prevedere.

E le cose che ci cambiano per sempre avvengono senza che noi ce ne rendiamo conto.

 

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Ultimo capitolo.

Regia sempre di Francis Lawrence, che ha diretto tutta la saga tranne il primo e che, per la cronaca, non è parente di Jennifer, si tratta solo di omonimia.

Ero partita con l’intenzione di evitare spoiler ma finirei solo col ripetere quello che ho già detto su tutti gli altri capitoli. Buon film, estrema fedeltà ai libri, ottima resa visiva (la scena dell’onda di petrolio è fighissima), e via così.

In realtà quest’ultima parte del terzo libro è parecchio delicata e richiede un discorso a parte. Non è solo una questione di complessità di intreccio.

Il finale di tutta la saga è di un’amarezza profonda e che non può essere riscattata da niente e da nessuno.

Ne avevo parlato qui, quando lessi il libro.

Ora, nel film gli avvenimenti ci sono tutti, non manca niente. E questo già è un bene perché temevo sinceramente che potessero addolcire il tutto per ragioni di marketing. Però, non so, non ha lo stesso impatto emotivo del libro.

E non per le ovvie differenze tra libro e film.

Forse non sono neanche ancora riuscita ad identificare bene cos’è che mi ha trasmesso questa impressione, ma ho avuto chiara la sensazione che alcuni passaggi fossero tirati via un po’ troppo in fretta.

La parte sulla votazione degli ultimi Hunger Games, l’abbozzo di ascesa della Coin e la freccia di Katniss sono ben articolate. Così come il fatto che la Coin fosse una minaccia. La sua ambiguità è palese fin da quando entra in scena.

E va bene.

E’ la parte delle bombe sui bambini che arriva troppo in fretta. Talmente in fretta che non si capisce bene che cosa stia succedendo se non si è già letto il libro. E’ vero che quel punto è un pugno nello stomaco e forse non han voluto calcare troppo la mano. Però secondo me meritava una costruzione più lineare. Anche perché, di conseguenza, risulta poco chiara anche la faccenda della bomba a scoppio ritardato che uccide Prim. La bomba di Gale, che uccide Prim. Sì, lo spiegano. Lo fanno dire a Katniss. Ma sentir spiegare una cosa non ha lo stesso impatto di comprenderla mentre la si vede succedere.

Poi, per il resto è tutto perfetto. Fermo restando il fatto che siamo invasi da saghe aventi per protagonisti giovani eroi ed eroine alle prese con futuri distopici più o meno tragici e destinati a riscattare le sorti dell’umanità, questa di Suzanne Collins rimane una delle più intelligenti e meglio strutturate in cui mi sia imbattuta nell’ultimo decennio. E lo stesso vale per la trasposizione cinematografica, che risulta quasi totalmente libera dai difetti che solitamente tendono a colpire i film di questo genere – primi fra tutti eccessi di enfasi eroica e ammiccamenti a troppe fasce d’età contemporaneamente.

Di certo viene trasmessa molto bene la paradossalità della situazione finale. Il conflitto raggiunge proporzioni tali che si annullano le differenze. Non ci sono più oppressori e ribelli. Non ci sono più buoni o cattivi. Non ci sono più motivazioni e non ci sono più limiti. Tutto diventa lecito e tutto perde senso.

Ci sono solo persone che ammazzano persone e sono convinte di avere una ragione per farlo. Ci sono persone convinte di poter avere il controllo. Non importa da che parte stiano. E’ l’orrore della guerra. L’abisso insondabile di una violenza che non può essere per una giusta causa. La bomba di Gale è l’esempio di tutto ciò ed è l’esempio più crudele che potesse materializzarsi.

E’ il passo oltre il confine. E’ il punto di non ritorno. Tutti i legami sono spezzati. E’ il tempo che non può tornare indietro e non può essere cambiato.

E’ il male irreversibile per il quale non c’è redenzione. Al quale forse si può sopravvivere ma che non si può superare.

Il libro lascia sicuramente più spazio a questa desolazione rispetto al film. Ecco, forse l’unico tentativo di ammorbidimento nella versione cinematografica è proprio il fatto di passare subito piuttosto in fretta al dopo. A quel futuro che Katniss e Peeta si trovano a condividere.

Il cast è il solito e di altissimo livello. Continuo a ripetere che Woody Harrelson per Haymitch è una delle scelte più azzeccate della storia del cinema.

Cinematografo & Imdb.

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Regia di David O. Russel (Il lato positivo, American Hustle) che si è ormai affezionato alla coppia Lawrence-Cooper. E sembra promettere bene.

Uscita prevista: 14 gennaio.

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Stavo scorrendo un po’ di recensioni e notavo che, per lo più, questo povero Mockingjay ha avuto un’accoglienza tiepida nel migliore dei casi, quando non proprio ostile.

Sì, va bene, siamo tutti d’accordo – mi ero lamentata anch’io di questa cosa a suo tempo – che dividere in due l’ultimo capitolo di una trilogia è una moda che sta prendendo piede per mere ragioni commerciali.

Però, a un certo punto, questo aspetto non può neanche diventare l’unico parametro per giudicare il film, anche perché in tal caso ha poco senso proprio andarlo a vedere. Lo si condanna a prescindere come prodotto di marketing e amen. Se si va a vederlo si potrebbe anche far caso a qualche altra cosa. Per esempio che è un buon film.

Il terzo libro della saga della Collins ha materiale sufficiente per tirarci fuori due film? Di fatto sì.

Il materiale in questione è ben utilizzato?

Anche qui la risposta è sì.

Ergo, fatte le dovute considerazioni, non capisco tutto questo accanimento.

Questa prima parte del Canto della Rivolta è in parte interlocutoria, esattamente come lo era la prima parte del libro ma è essenziale. Non sarà tutta azione in senso stretto ma è densissima di elementi. Ed è tutt’altro che lenta.

A me, personalmente, questa serie di film sta piacendo sempre di più ad ogni nuovo capitolo. Perché è resa in modo estremamente fedele ed estremamente per adulti, pur derivando da un cosiddetto young adult. Nel complesso è molto più adult che young.

E non mi stancherò mai di ripetere che, anche visivamente, hanno fatto un gran lavoro perché, soprattutto nei due capitoli precedenti ma anche qui, tutta l’elaborazione di costumi e trucchi se non era più che equilibrata rischiava di ridursi ad una gran carnevalata.

In questo capitolo i colori sgargianti di Capitol City e di tutto il circo mediatico degli Hunger Games spariscono, sostituiti dalle atmosfere grigie del Distretto 13, dove persino l’eccentrica ed esteticamente inflessibile Effie Trinket è costretta ad indossare un’anonima tuta da lavoro.

Dopo la conclusione degli ultimi giochi, Katniss è stata salvata e si trova di colpo ad essere il fulcro e il simbolo della resistenza e della lotta per la liberazione di Panem dalla tirannia di Capitol City.

Si muove tra i claustrofobici ambienti del Distretto 13 e la devastazione seminata da Snow nei distretti che si sono sollevati, con particolare accanimento per il Distretto 12.

L’aspetto mediatico di tutta la faccenda è essenziale. Così come lo è la sua valenza ambigua. E trovo che anche questo elemento sia stato reso benissimo.

Tutto il film ruota intorno allo scambio di messaggi, più o meno diretto, più o meno esplicito, tra Capitol City e la Resistenza. Ed entrambi hanno un simbolo con cui veicolare questi messaggi. Katniss è la voce della Resistenza ma Capitol City è riuscita a riprendersi Peeta prima che potesse essere salvato. E Peeta compare sulle reti della capitale propagandando inspiegabili messaggi di pace. Katniss, dal canto suo, più che per combattere sembra esser stata ingaggiata solo per esortare le folle e questo, manco a dirlo, contrasta con la spontaneità dei suoi precedenti gesti di ribellione.

Questa prima parte è una preparazione alla guerra finale ma è anche, essa stessa, già una guerra. Una guerra mediatica dove la potenza dell’immagine è più forte e ancora più pericolosa della realtà stessa. Dove l’immagine rischia di soffocare quello che dovrebbe trasmettere a favore dell’ambigua natura del potere.

Interpreti validissimi, come sempre. Haymitch, in particolare, mi dà sempre grandi soddisfazioni. Già nel libro era un personaggio che adoravo e qui Woody Harrelson lo rende benissimo.

La Lawrence è brava. Anche se non è una parte da oscar e non è un film impegnato. Poi non lo so, sarò io che con gli anni sto diventando più emotiva, ma la scena in cui lei si fa prendere dal panico perché teme di perdere sia Gale che Peeta mi ha massacrata. E’ una scena relativamente corta ma risulta di una spontaneità disarmante. Ti arriva dritta al cuore. E arriva al cuore del personaggio di Katniss. Che non è la solita eroina pronta a salvare tutti. Katniss è un personaggio complesso e con un’individualità fortissima. Katniss è egoista, alla fin fine. Perché si muove sostanzialmente all’interno di parametri di valore che sono quasi sempre quelli del suo universo personale. Le sue motivazioni, non sono quasi mai nobili ideali ma affetti privati. Lei non vuole sfidare Capitol City. Lei vuole salvare Peeta. Tanto per fare un esempio. E poi c’è tutto l’aspetto psicologico della sua attrazione per le situazioni di sofferenza. La sua incapacità di restare a guardare. Tutti elementi che fanno di lei il perfetto simbolo della ribellione, in teoria, ma anche una mina vagante nel momento in cui il nuovo potere a capo della resistenza – incarnato dall’ex stratega Plutarch (Seymour-Hoffman) e dalla presidente Coin (Julianne Moore) – cerca di farne una marionetta al suo servizio.

Cinematografo & Imdb.

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Ah. Dimenticavo. Brano sui titoli di coda Yellow Flicker Beat di Lorde.

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