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Archive for giugno 2013

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L’ho visto, l’ho visto.

Il venerdì dovrebbe essere giorno di video ma, dal momento che dalla prossima settimana questo posto andrà in vacanza per un po’, mi spiacerebbe non parlarne subito.

Allora, ad essere onesti va detto che di nuovo non c’è niente. Però è fatto bene. Nel senso che la tensione c’è e non si allenta, in un susseguirsi di situazioni ben costruite e decisamente adrenaliniche. Buon ritmo e diversi salti sulla poltrona anche senza l’ausilio di improvvisi picchi di volume. L’inizio, in particolare, con la prima fuga nel palazzo, mi ha fatto veramente venire l’ansia.

La trama è un po’ deboluccia, quello sì, ma lo è in modo così ostentato da essere palesemente voluto. Non è che non funzioni ma è come se dichiarasse esplicitamente una precisa intenzione di mancanza di originalità. Al punto che non è neanche necessario spiegare davvero perché gli zombie diventano tali o da dove nasce il tutto. Inizialmente si parla di epidemia di rabbia (28 giorni dopo), poi subentra il concetto di non-morti – in modo peraltro decisamente improprio – ma né uno né l’altro vengono particolarmente approfonditi. Quello che interessa è la situazione attuale. E per sopravvivere ad essa bisogna combattere.

Unica nota originale potrebbe essere la soluzione proposta dal protagonista per contrastare l’epidemia, che non mi pare sia già stata tirata fuori altrove, per lo meno non di recente.

Per il resto, come dicevo, niente che non si sia già visto (anche se questo potrebbe in realtà valere un po’ per tutto). Le scene con gli elicotteri che cercano di alzarsi in volo con tutti gli zombie attaccati ormai sono d’obbligo, e se non ci mettiamo almeno un disastro aereo non vale neanche la pena di scomodarsi. E poi un po’ di sottofondo politico non fa mai male – anche se devo ammettere che l’idea di Gerusalemme, ultimo baluardo israeliano protetto da altissime mura, era carina. Anche la dinamica del protagonista mosso solo dalla volontà di salvare la propria famiglia e ricongiungersi ad essa è piuttosto un cliché, ma pazienza.

Di Brad Pitt è persino inutile parlare, tanto lo si potrebbe anche mettere a lavare strofinacci da cucina e risulterebbe comunque credibile.

Nel cast c’è anche Pierfrancesco Favino, che non fa una brutta parte, anche se io non l’ho ancora perdonato per avermi rovinato Lincoln.

E oltretutto è estremamente pulito per essere uno zombie-movie – e forse proprio questo è il tratto più insolito. Non dico che debbano esserci per forza gli sbudellamenti in primo piano, ma qui non scappa neanche una goccia di sangue. E gli zombie non cadono neanche troppo a pezzi. Non che se ne senta la mancanza, per carità, solo è curioso.

Morale, confermo l’impressione di un lancio decisamente sovradimensionato e di sicuro non è un kolossal, ma Forster ha mestiere e sfrutta bene anche gli elementi base del genere, tirando fuori un film che si guarda più che volentieri. In effetti, riflettendoci, è come se  il suo interesse fosse maggiormente focalizzato sul canone delle situazioni tipiche da fuga dalla pandemia tralasciando volutamente quelle più specifiche riguardanti la metamorfosi in zombie.

La colonna sonora. Muse, come dicevo l’altro giorno. In realtà mi aspettavo anche qualcosetta in più però non ci sta male. Di fatto il tema portante del film è Isolated System – e in effetti sulle prime scene ero parecchio distratta dalla musica.

Poi c’è una versione strumentale di Follow Me che è fantastica e speravo davvero che la usassero nel film mentre è relegata solo ai titoli di coda.

Cinematografo & Imdb.

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Come dicevo a inizio post, dalla prossima settimana, vacanza. Di sicuro per due settimane, poi non lo so, è probabile che per luglio e agosto il ritmo dei post sia un po’ più irregolare. Se riesco, domani e dopodomani mi piacerebbe dire qualcosa sui due concerti dei Muse, ma non sono sicura, quindi, nel dubbio comincio ad augurare buone vacanze e buona estate a tutti.

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Aggiornamenti random del giovedì.

Stasera devo assolutamente riuscire a vedere World War Z. Dopo aver postato il trailer tempo fa, il mio tiepido entusiasmo si è decisamente rivitalizzato alla notizia che nella colonna sonora del film ci sono musiche dei Muse. E c’è stata pure la premiére londinese con tanto di Brad Pitt in posa col Bellamy (che per una volta non era il più brutto della foto visto quanto si è rovinato il caro vecchio Brad) e concertone gratuito dei tre.

Poi, vabbè,  ormai è praticamente impossibile ignorarlo perché c’è Virgin che ne parla tipo ogni mezz’ora neanche fosse il kolossal del secolo – il che mi sembra persino un po’ esagerato – ma ormai devo vederlo.

E già che si parla di Muse,  non ho ancora avuto modo di esprimere da nessuna parte la mia gioia per la scelta degli opener delle due date di Torino:

We Are The Ocean e Arcane Roots il 28 e Biffy Clyro il 29

Decisamente è andata meglio di quanto mi aspettassi. Sì, ok, se ci fossero stati i Vaccines sarebbe stato perfetto ma non pretendiamo troppo.

Sto finalmente leggendo Joyland e ritornare a King dopo un lungo periodo di astinenza è come ritornare in un posto sicuro e confortevole.

E ho finalmente per le mani Kveikur, che si è rivelato decisamente all’altezza delle aspettative. Mi sta piacendo anche di più di Valtari.

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Poi. Trailer.

In uscita il 3 luglio, il che vuol dire che probabilmente me lo perderò.

Regia (Gore Verbrinski) e produzione dei Pirati dei Caraibi. Cosa che bisogna capire come interpretare perché, per quanto i Pirati li abbia ovviamente visti tutti e abbia amato molto il Jack Sparrow del primo, sul quarto sono arrivata piuttosto stremata.

Johnny Depp ormai l’abbiamo perso e continua ad essere posseduto da Keith Richards, anche se sotto un trucco diverso.

C’è anche William Fitchner – che è cosa buona – e c’è Helena Bonham Carter anche se il suo non dovrebbe essere un ruolo centrale.

Riesumato anche Armie Hammer, tanto esaltato per il J.Edgar di Eastwood ma poi di fatto dimenticato, dal momento che da allora ha fatto solo Biancaneve.

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Poco da fare, Ryan Gosling è dannatamente adatto a questo genere di ruoli.

Cattivi ma non detestabili. Solitari, chiusi. Umani, a dispetto di quello che potrebbe sembrare, di quell’umanità che oscilla tra le dita intrecciate sulla leva del cambio e la scena dell’ascensore.

Stuntman automobilistico, meccanico sottopagato in un’officina e, a tempo perso, autista per criminali. Definizioni che inquadrano solo in parte il protagonista.

C’è il curioso rapporto che si instaura con Irene (Carey Mulligan), la sua vicina di casa, e con suo figlio. C’è l’equilibrio già fragile che si frantuma quando il marito di lei esce di prigione.

Ci sono le inquadrature lunghissime e i dialoghi ellittici, quando non inesistenti. Dialoghi fatti di non detto e – cosa che adoro visceralmente – di frasi interrotte, spezzate, lasciate cadere nel silenzio. C’è tantissimo silenzio.

C’è l’espressione impassibile di lui e c’è il suo sguardo. C’è una follia latente e nascosta in quello sguardo. Pronta a riaffiorare alla prima occasione.

E c’è una colonna sonora fighissima (Cliff Martinez) e dai toni terribilmente anni Ottanta.

Mi sono persa Solo Dio perdona e mi sono consolata con questo.

Miglior regista nel 2011 a Cannes, sfiorata una Palma d’Oro che sarebbe stata meritatissima e che forse è sfumata a causa delle polemiche sulle scene di violenza. Che, guarda caso, si sono ripetute anche quest’anno.

In realtà la violenza c’è eccome, ma non è così esplicita da essere disturbante da un punto di vista meramente visivo. Riguarda più la prontezza e la forza dei gesti. Il senso di brutalità – a volte immotivata – che lascia. E il fatto che non sia mai del tutto sotto controllo.

Refn è un regista che conosco relativamente poco ma che adoro per il taglio diversamente hollywoodiano dei suoi lavori.

Gran film e grande parte per Ryan.

Cinematografo & Imdb.

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Bigger is better

Megatamarrata estiva in arrivo il 12 luglio.

Regia di Guillermo del Toro, il che se non altro dovrebbe garantire una soglia minima di trama.

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E’ un periodo strano. Ho tantissime cose di cui vorrei parlare, film che ormai dovrò rivedere perché è passato già troppo tempo e libri che aspettano pazienti in qualche torre improvvisata e precaria. E non riesco a rispettare un programma neanche per sbaglio.

E poi sono anche di un umore strano.

E sono giunta alla conclusione che una delle cose che ultimamente mi infastidisce di più nella gente è la mancanza di entusiasmo. Non importa per cosa. L’incapacità di esaltarsi per qualcosa. L’omologazione di qualsiasi reazione emotiva in un appiattimento privo di picchi significativi. In entrambi i sensi. Perché non sta bene neanche disperarsi.

Poi io ho un’emotività completamente sfasata, questo è noto, per cui non faccio testo, però l’apatia mi fa decisamente orrore.

Anyway. Il film, che son quasi le due e anche se domani non si lavora perché qui a Torino è festa, mi sembra un’ora onesta per decidermi a darmi una mossa.

E venne il giorno, (2008), è l’ultimo film di Shyamalan che io ricordi effettivamente come tale. E mi è piaciuto veramente molto, nonostante l’accoglienza tiepida-tendente-al-freddo che gli hanno riservato pubblico e critica.

Rientra perfettamente in quel discorso che facevo qualche post fa di come questo regista si cimenti di volta in volta in generi che vanno di moda al momento – anche se il distopico da pandemia ormai è praticamente un evergreen piuttosto che una moda – e li rielabori in modo quanto meno inaspettato.

Gli elementi tradizionali ci sono tutti. L’evento catalizzatore della prima manifestazione di qualcosa che non va. Una sostanza diffusa nell’aria annulla il basilare istinto di conservazione dell’uomo e provoca invece impulsi suicidi. Episodi sempre più frequenti. Notizie discordanti. E’ un atto terroristico o c’è qualcos’altro?

Gruppo di protagonisti in fuga. Al centro una coppia (Mark Wahlberg e Zooey Deschanel). Insieme a loro, un amico (John Leguizamo) con la sua bambina.

Tutto come al solito, insomma. Con la differenza che è il modo in cui tutti questi elementi vengono gestiti a creare una distanza tra questo film e il filone cui pure appartiene.

Tanto per cominciare non ci sono grandi scene di massa. Non ci sono particolari effetti speciali – che normalmente sono il pane dei film di questo tipo. Sì, c’è un’attenzione visiva per i suicidi improvvisati che però è volta più a suscitare una reazione empatica di orrore per il significato del gesto che non per l’atto in sé. Gli svariati commenti su una presunta virata stilistica di MNS in direzione splatter lasciano abbastanza il tempo che trovano. Ci sono due o tre scene esplicite ma quelle veramente terribili si intuiscono solo. Lo splatter è un’altra roba. Attenzione visiva, dicevo, che è prima di tutto costruzione estetica delle scene di follia. Una per tutte, la sequenza degli operai che si suicidano buttandosi dal tetto è bellissima e terribile, perfetta in ogni dettaglio, dalla luce alla musica, per creare un fortissimo senso di malessere.

Anche la fuga dei protagonisti è canonica solo in superficie. Non ha un vero senso e lo sanno anche loro. E’ molto forte l’ambivalenza di significato che ruota intorno al protagonista e al complicato equilibrio con sua moglie. E’ una fuga da se stessi in cerca di una spiegazione che forse non c’è o più probabilmente non capiranno mai del tutto.

Finale arbitrario ma proprio per questo coerente con il presupposto.

L’ultima scena dei due protagonisti conferma in via quasi definitiva l’approccio metaforico mentre l’ultima scena del film è un tributo ai finali aperti dei classici del genere.

Ripeto, a me è piaciuto parecchio. E l’ho trovato terribilmente inquietante in questa sua apparente delicatezza. Ti suggerisce un orrore profondo, derivante dalla consapevolezza di non avere un nemico da combattere. Non c’è nessuno che vuole uccidere nessuno. Sono tutti soli contro se stessi.

Per certi versi è geniale.

Cinematografo & Imdb.

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offrirle i miei servizi? Temo che lei non sappia farsi intendere dall’esimio gorilla che presiede ai destini di questo locale. In effetti, egli parla soltanto olandese. Se non mi autorizza a patrocinare la sua causa, non indovinerà che lei desidera del ginepro. Ecco, oso sperare che m’abbia capito; quella scrollata di capo deve significare che si arrende alle mie ragioni. Infatti si muove, si affretta con saggia lentezza. Lei è fortunato, non brontola. Quando si rifiuta di servire, gli basta un brontolio: nessuno insiste. E’ un privilegio degli animali superiori signoreggiare i propri umori. Ma io le tolgo il disturbo, felice di esserle stato utile. La ringrazio, e accetterei, se fossi sicuro di non passare per seccatore. Lei è troppo gentile. Metterò il mio bicchiere accanto al suo. Ha ragione, quel mutismo è assordante. E’ il silenzio delle foreste primitive spinto fino al massimo. A volte l’ostinazione con cui il nostro taciturno amico tiene il broncio alle lingue civili mi stupisce. Il suo mestiere è di accogliere marinai di ogni nazione in questo bar di Amsterdam ch’egli d’altronde, non si sa perché,   Mexico-City. Con tali incombenze, c’è da temere che la sua ignoranza sia d’incomodo, non le pare? Pensi all’uomo di Cro-Magnon in pensione nella torre di Babele. Si sentirebbe per lo meno spaesato. Invece no, costui, l’esilio non lo fa soffrire, va per la sua strada, non c’è niente che lo scalfisca. Una delle poche frasi che gli abbia sentito uscir di bocca proclamava che se piace è così, se no niente. Che cosa doveva piacere? Lui stesso, senza dubbio. Le confesserò che sono attratto da questi esseri tutti d’un pezzo. Quando uno, di mestiere o per vocazione, ha meditato a lungo sull’uomo, gli accade di provar nostalgia per i primati. Quelli non hanno pensieri reconditi. A dire il vero, il nostro ospite ne cova alcuni, per quanto oscuramente. A furia di non capire quello che vien detto in sua presenza, s’è fatto un carattere diffidente. Perciò quell’aria grave e ombrosa, come se avesse almeno il dubbio che qualcosa non va per la quale, fra gli uomini. Questa disposizione d’animo non facilita le discussioni che non riguardano il suo mestiere. Guardi per esempio, sopra la sua testa, sulla parete in fondo, quel rettangolo vuoto che segna il posto di un quadro. C’era veramente un quadro, molto interessante, un vero capolavoro. Ebbene, ero presente quando il signore di questo luogo l’ha avuto e quando l’ha ceduto. In entrambi i casi con eguale diffidenza, dopo settimane che ruminava. Su questo punto, dobbiamo ammettere che la società ha guastato un poco la franca semplicità della sua natura. Noti bene che io non lo giudico. Considero fondata la sua diffidenza e la condividerei con piacere se, come lei vede, non vi si opponesse la mia indole comunicativa. Io chiacchiero, ahimè, e faccio conoscenza facilmente. Per quanto sappia mantenere le opportune distanze, ogni occasione è buona. Quando vivevo in Francia, non potevo incontrare un uomo intelligente che subito non facessi con lui compagnia. Ah! Vedo che lei aggrotta le ciglia per questo imperfetto del congiuntivo. Confesso d’avere un debole per quel modo e per il bel parlare in genere. Un debole che mi rimprovero, creda. So benissimo che preferire la biancheria fine non implica necessariamente che uno abbia i piedi sporchi. Ma non vuol dire. Lo stile, come la popeline, nasconde troppo spesso qualche eczema. Mi consolo dicendomi che alla fin fine neanche i mal parlanti sono puri. Ma sì, prendiamo un altro ginepro. Lei si fermerà molto ad Amsterdam? Bella città, vero? Affascinante? Ecco un aggettivo che non sentivo da tempo. Precisamente da quando ho lasciato Parigi, sono anni. Ma anche il cuore ha la sua memoria ed io non ho dimenticato nulla della nostra bella capitale, né dei lungo Senna. Parigi è un artifizio perfetto, una scena stupenda, popolata da quattro milioni di figurine… Quasi cinque milioni, secondo l’ultimo censimento? Sia pure, avranno figliato. Non me ne stupisco. Mi è sempre parso che i nostri concittadini avessero due frenesie: le idee e la fornicazione. A diritto e a rovescio, per così dire. Però, guardiamoci dal condannarli; non sono i soli, tutta l’Europa è allo stesso punto. Talvolta penso a quel che diranno di noi gli storici futuri. Per l’uomo moderno, basterà una frase: fornicava e leggeva giornali. Dopo questa definizione lapidaria, l’argomento, direi, sarà esaurito. Oh, no, gli Olandesi, sono molto meno moderni! Hanno tempo, li guardi. Che cosa fanno? Ebbene, questi signori vivono del lavoro di quelle dame. D’altronde, maschi e femmine, sono creature molto borghesi, venute qui, come al solito, per mitomania o per stupidità. Per eccesso o per mancanza di immaginazione, insomma. Di tanto intanto, questi signori maneggiano il coltello o la rivoltella, ma non creda che ci tengano. Debbono recitare la loro parte, e muoiono di paura bruciando le ultime cartucce. Ciò premesso, li trovo più morali degli altri, quelli che uccidono in famiglia, per logorio. Non ha notato il modo in cui la nostra società s’è organizzata per liquidare la gente? Avrà! certo sentito parlare di quei minuscoli pesci dei fiumi brasiliani che attaccano a migliaia il nuotatore imprudente, lo ripuliscono in pochi istanti a piccoli e rapidi bocconi, e lasciano solo uno scheletro immacolato? Ebbene, la loro organizzazione è così. «Volete una bella vita ordinata e pulita? Come tutti?» Uno dice di sì, naturalmente. Vuol dire di no? «D’accordo. Vi ripuliremo. Ecco qua un mestiere, una famiglia, gli svaghi organizzati.» E i dentini rodono la carne fino all’osso. Ma sono ingiusto. Non bisogna dire: la loro organizzazione. E’ la nostra, in fin dei conti: si gareggia a chi ripulirà l’altro. Finalmente ci portano il ginepro. Alla sua prosperità! Sì, il gorilla ha aperto bocca per chiamarmi dottore. Da queste parti, tutti sono dottori o professori. Qui piace rispettare, per bontà e per modestia. Fra loro, almeno, la cattiveria non è un’istituzione nazionale. Del resto, io non sono medico. Prima di venir qui ero avvocato, se vuol saperlo. Adesso sono giudice penitente. Ma permetta che mi presenti: JeanBaptiste Clamence, per servirla.

Albert Camus, La Caduta, 1956

 

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