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Archive for the ‘V. Latronico’ Category

E insomma, eravamo a Parigi già da qualche mese, e tempo una settimana (anche se a pensarci ora sembra molto di più, considerato tutto quello che in quella settimana sarebbe accaduto, tutte le luci e i bagliori) tempo una settimana saremmo partiti per Genova, in spalla le narrazioni e i sogni di un sacco di gente, a celebrare la palingenesi che tanto aspettavamo, a farci bruciare dalla nostra fiamma; ma ovviamente tutto questo non lo sapevamo (allora) e osservavamo i nostri destini inutili e ventenni che si consumavano, illusi, tanto per cambiare, che ci avrebbero portati da qualche parte. Con ogni probabilità (ma è facile dirlo, a posteriori, quando la bolla della contestazione ci è già scoppiata in faccia, permettendoci finalmente di vedere le cose senza quell’aria sempre così rosata, trasognata, la nostra), con ogni probabilità dovevamo accorgercene prima, di dove erano dirette in modo più o meno tortuoso tutte le strade che avremmo preso o scartato (le strade, no?, portano ad altre strade), ma allora le nostre azioni non erano ancora inquinate dal dubbio della mancanza di senso: vivevamo in modo sicuro, la nostra leggerezza era la stessa del carico sulle nostre spalle, tramandatoci da generazioni di controparti (reali o di finzione) e assottigliatosi di mano in mano, di megafono in megafono, sino ad arrivare a questo secolo ventesimo primo come un grido morto nel vento, un involucro di carta, uno spettro. Non mettevamo in dubbio che le nostre azioni avessero un senso: eravamo a Parigi, contestavamo, facevamo quella che speravamo diventasse arte e invece era solo informazione (parziale e scadente), festeggiavamo, tentavamo di non accedere alla scatola nera che avevamo in testa (è impossibile, ci dicevamo, è impossibile il linguaggio privato), impersonavamo amori strazianti e sentiti e cercavamo in una manifestazione internazionale la soluzione ai problemi nostri e del mondo (nostri, in verità). Facevamo quello che facevano, più o meno, tutti. Facevamo, più o meno, come ci avevano detto di fare.

Non è stata colpa nostra, in fondo. Fummo male informati.

Eravamo a Parigi già da qualche mese e certo dalla nostra situazione non saremmo stati in grado di scorgere l’arrivo della catastrofe, quella vera, terribile e ricca di grancassa, il cui esito simbolico per tutti noi sarebbe andato ben oltre il semplice fallimento. No, non potevamo vederla arrivare, ma già da alcuni giorni c’era la chiara sensazione che qualcosa non andava, c’era (appunto) quel fortissimo senso di bizzarro che (ora possiamo dirlo) precede la caduta e lo schianto. Proprio quello.”

Primo romanzo di Vincenzo Latronico. 2008.

Un gruppo di ragazzi nella Parigi del nuovo millennio. Tutti in età da università; tutti in fuga da qualcosa; dal passato, da una realtà che fondamentalmente non capiscono del tutto ma che sentono come soffocante e limitativa; tutti in cerca di una rinascita; in attesa di una palingenesi. Vivono in una palazzina cadente, casa di fortuna, sede improvvisata di un’altrettanto improvvisata agenzia fotografica. Di manifestazione in manifestazione, attraverso relazioni più o meno fallimentari e rapporti interpersonali (quasi) sempre ammortizzati da una sorta di teatralità che sentono necessaria e inscindibile dal ruolo che essi stessi si sono ritagliati addosso, si preparano per quella che vivono come la resa dei conti, la grande manifestazione di Genova (G8, 2001, sì, proprio quella).

Sinceramente, su questo aspetto, c’è stato un momento in cui ho temuto il peggio e cioè che l’equilibrio che si era mantenuto per tutto il libro andasse a frantumarsi nell’ennesima ricostruzione dei “fatti di Genova”, per dirla con i giornali. Fortunatamente no. Non è quello il punto, a prescindere da come l’autore abbia poi scelto di gestire la presenza – pur rilevante (ingombrante) – di questo elemento nella storia.

Ginnastica e rivoluzione è un romanzo quanto meno insolito, in particolar modo se si pensa che arriva da un autore nato nel 1984, nella cuore di una generazione che in qualche modo incarna la perdita della passione politica.

E’ un romanzo di una disillusione disarmante (Wu Ming 4 lo ha definito “uno dei romanzi più reazionari che io abbia mai letto” in quanto “non c’è niente di più reazionario del fatalismo”qui la fonte della citazione, tra i commenti), impietoso nella sua descrizione dei meccanismi di appropriazione, da parte dei protagonisti, di una passione e di un idealismo che non appartengono a questa generazione che però, dal canto suo, palesemente non è in grado di trovare una propria via per esprimere e incanalare un’esigenza di rinnovamento che pur sente – o crede di dover sentire, coerente con quel processo di immedesimazione in una parte, in un ruolo costruito per noi dalla generazione precedente ma ormai ridotto a vuoto citazionismo verbale e comportamentale.

Ogni epoca ha la sua follia specifica: un disegno, un progetto, un sogno in cui si getta a capofitto, sospinta dall’amore per il denaro, dal bisogno di avventura o dalla pura e semplice forza dell’imitatio.

Scrittura impeccabile (mi sono innamorata dell’incipit), di livello decisamente alto per stile e complessità ma comunque scorrevole e coinvolgente. I capitoli alternati sui vari personaggi traggono in inganno e lasciano presupporre un alternarsi anche di punti di vista mentre in realtà la voce narrante è unica e i capitoli sono semplicemente finestre che si aprono sul vissuto dei vari protagonisti. Dovrebbe fare un’eccezione la corrispondenza di Julie ma – a dire la verità – neanche lì si avverte un reale distacco dai toni e dalla prospettiva della voce narrante. Che la cosa sia voluta è forse anche un dubbio legittimo. L’ennesima rappresentazione di una stringente uniformità (conformità) di pensiero e di azione anche laddove l’indipendenza e il non-condizionamento dovrebbero costituire le basi di un modo di essere costruito con questo preciso scopo.

Di sicuro a breve leggerò anche La cospirazione delle colombe, il secondo romanzo di Latronico.

Oltretutto la lettura di questo romanzo – per associazione di tematiche e soprattutto per associazione di sensazioni trasmesse – mi ha fatto venir voglia di rivedere The Dreamers di Bertolucci. Appena ci riesco seguirà relativo post in cui chiarirò anche i perché delle mie associazioni.

“[…] E’ tanto facile fare le solite critiche, che manifestare non serve e niente e non è mai servito, che è…che è un’illusione, un’usanza, ma tu cosa fai? Noi almeno facciamo qualcosa. Noi almeno ci proviamo, cazzo. Noi partecipiamo.”
“Sono sciocchezze. E’ semplicemente un’idea falsa, quella che basta provarci. Se le prove sono insensate e rituali, se sono vuote, credendo di agire e di fare qualcosa, in realtà compromettete la situazione, tagliandovi da soli ogni ponte e ogni possibilità di agire. […] Vi agitate tutti continuamente, gridando ‘guarda quante cose stiamo facendo! Guarda come ci proviamo! Se falliamo non è colpa nostra, noi ci proviamo!’ Dici che agite con le migliori intenzioni, e che se i risultati non si vedono, se le manifestazioni non arrivano dove devono arrivare, è solo questione di tempo, è solo colpa delle condizioni esterne. […]”.

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