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Archive for luglio 2013

continuando a dilettarsi, per abitudine secolare, di mere immagini della verità. Ma essere stati educati dalle fotografie non è come essere stati educati da immagini più antiche e più artigianali. Per prima cosa, oggi sono molto più numerose le immagini che reclamano la nostra attenzione. L’inventario è cominciato nel 1839 e da allora è stato fotografato quasi tutto, o almeno così pare. E questa insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo. Insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano  le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare. Sono una grammatica e, cosa ancor più importante, un’etica della visione. Infine la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero, come antologia di immagini.

Collezionare fotografie è collezionare il mondo. I film e i programmi televisivi illuminano le pareti, tremolano e spariscono; ma nelle fotografie l’immagine è anche un oggetto, leggero, poco costoso, facile da portarsi appresso, da accumulare, da conservare. Nei Carabinieri (1963) di Godard, due pigri lumpen-contadini vengono allettati ad arruolarsi nell’esercito del re dalla promessa che potranno saccheggiare, violentare, uccidere o fare al nemico qualsiasi altra cosa che gli salti in testa, e nel contempo arricchire. Ma la valigia di bottino che qualche anno dopo quel Michelangelo e quell’Ulisse riportano trionfalmente a casa e alle loro mogli, contiene di fatto soltanto cartoline illustrate, a centinaia, di Monumenti, Grandi Magazzini, Mammiferi, Meraviglie della Natura, Mezzi di Trasporto, Opere d’Arte e altri classificati tesori del mondo intero. La gag di Godard ridicolizza brillantemente l’equivoca magia dell’immagine fotografica. Le fotografie sono forse i più misteriosi tra gli oggetti che formano, dandogli spessore, quell’ambiente che noi definiamo moderno. Esse sono in realtà esperienza catturata, e la macchina fotografica è l’arma ideale di una consapevolezza di tipo acquisitivo.

Fotografare significa infatti appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza e quindi di potere. Si ritiene che sia stata una prima e ormai notoria caduta nell’alienazione, abituando gli uomini ad astrarre il mondo e a tradurlo in parole stampate, a generare l’eccedenza di energia faustiana e di danno psichico necessaria all’edificazione delle inorganiche società moderne. Ma come strumento per filtrare il mondo e trasformarlo in oggetto mentale, la stampa sembra meno pericolosa delle immagini fotografiche, che sono oggi le fonti principali di ciò che noi sappiamo sull’aspetto del passato o sulla gamma del presente. Ciò che si scrive su una persona o su un evento è chiaramente un’interpretazione, come lo sono i rendiconti visivi fatti a mano, quali la pittura e il disegno. Le immagini fotografate invece non sembrano tanto rendiconti del mondo, ma pezzi di esso, miniature di realtà che chiunque può produrre o acquisire.

Le fotografie, che alterano le proporzioni del mondo, vengono a loro volta ridotte, ingrandite, tagliate, ritoccate, alterate, truccate. Invecchiano, afflitte dai mali comuni a tutti gli oggetti di carta; spariscono; diventano preziose; vengono comprate e vendute, vengono riprodotte. Le fotografie, che impacchettano il mondo, sembrano sollecitare l’impacchettamento. Vengono incollate negli album, incorniciate e posate sulle scrivanie, appese alle pareti, proiettate come diapositive. Le pubblicano i giornali e le riviste, le espongono i musei, le raccolgono gli editori.

Per molti decenni è stato il libro il modo più diffuso di mettere in ordine (di solito miniaturizzandole) le fotografie, garantendo loro in questo modo – le fotografie sono oggetti fragili, che si rompono o si smarriscono con facilità – se non l’immortalità, la longevità e insieme un pubblico più vasto. In un libro la fotografia è, ovviamente, l’immagine di un’immagine. Ma poiché, già in partenza, è un oggetto liscio e stampato, riprodotta in un libro, perde la sua qualità essenziale assai meno di un quadro. Tuttavia il libro non è un sistema del tutto soddisfacente per assicurare una larga diffusione a un gruppo di fotografie. La sequenza nella quale le fotografie devono essere guardate è proposta dall’ordine delle pagine, ma niente impone al lettore l’ordine raccomandato o indica la quantità di tempo da dedicare a ogni fotografia. Il film di Chris Marker, Si j’avais quatre dromadaires (1966), una meditazione brillantemente orchestrata su fotografie di tutti i generi e su tutti  i temi, suggerisce un modo più sottile e più rigoroso di impacchettare (e ingrandire) le fotografie stesse. Sia l’ordine sia il tempo esatto in cui guardare ogni fotografia sono imposti, e c’è anche un guadagno in termini di leggibilità visiva e di impatto emotivo. Ma, trascritte in un film, le fotografie smettono di essere oggetti collezionabili, mentre rimangono tali se riprodotte in un libro.

Susan Sontag, Sulla fotografia – Realtà e immagine nella nostra società, 1973

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In uscita il 29 agosto.

Il regista è Neill Blomkamp, lo stesso di District 9, del quale tutto si può dire ma non che non fosse un po’ diverso dai soliti schemi del genere.

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I giorni che vorresti fermare nel tempo. Per conservarli intatti. Per poterci ritornare.

I ricordi che si imprimono dietro le palpebre, più nitidi di qualsiasi fotografia. I suoni che ti restano dentro e certe emozioni che forse non sono niente in particolare ma ti arrivano addosso senza avvisarti e sai che non se ne andranno mai del tutto.

Mi mancavano le trasferte per i concerti. Mi mancavano tante cose di tutto il rituale che comportano.

Le attese in stazione – ché su tre treni è fisicamente impossibile che siano tutti puntuali – le cartine, l’albergo da trovare, la prima perlustrazione del luogo dell’evento.

Non ero mai stata a Ferrara e sono contenta che di averla vista per la prima volta così. Non penso che avrei potuto desiderare un’atmosfera migliore per conoscere la piazza del Castello e il piccolo centro.

La coda, sedute sul marciapiede bollente anche se ormai era in ombra da un po’. Le chiacchiere di tutto e il tempo che passa persino troppo in fretta.

La corsa per arrivare al palco.

Le transenne e il palco vicinissimo.

Altra attesa e un caldo che quest’anno non avevo ancora provato, ma siamo tutti lì per un motivo e questo basta. Io e una tizia di fianco a me che ci guardiamo e giungiamo alla conclusione che probabilmente siamo tutti talmente sudati e appiccicosi da costituire un repellente naturale per le zanzare. E in effetti non mi hanno punto in tutta la sera.

Io che come al solito comincio a fotografare pezzi di palco a caso e tizi dello staff. I tizi dello staff che non finiscono più di portare e controllare strumenti perché ce n’è veramente una quantità considerevole.

Le lampadine sulle aste – tipo quelle dei microfoni.

Mezz’ora di ritardo.

Le folate d’aria che ogni tanto danno un po’ di sollievo.

I ragazzi del sito italiano che spiegano cos’hanno preparato.

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Buio. Inizio. Non c’è più caldo, non c’è più male alle gambe, non c’è più niente.

Immagini, musica, colori.

Ancora una volta una voce che arriva da un altro mondo.

Jonsi stesso all’inizio sembra non essere lì. Sembra suonare nella stessa dimensione della sua musica. Sembra lontano e rapito.

Finché stringe in mano l’archetto i suoi movimenti sono fluidi, potenti, sicuri come le note che si alzano nel cielo sempre più scuro ma quando si sposta da uno strumento all’altro tradisce una sorta di incertezza un minuscolo istante di umanissimo imbarazzo, come se fosse improvvisamente consapevole di avere un corpo e di non sapere bene cosa farsene.

Jonsi è una strana creatura.

Quello che può sembrare distacco iniziale è in realtà una concentrazione profonda, una dedizione alla perfezione di ogni singola parte.

E forse è proprio per tutta questa serietà, questa apparente imperturbabilità, che quando comincia a lanciare occhiate in giro e poi, quando finalmente sorride è veramente un momento commovente.

Ringrazia di essere lì e dice che Ferrara è proprio un bel posto dove suonare. Lo dice in inglese e, per inciso, la sua pronuncia è nettamente più comprensibile di quella del Bellamy, ma non andate subito a dirglielo.

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La prima fila ha organizzato diverse cose. Una serie di stelline luminose, di quelle che si accendono a capodanno e fanno le scintille (e continuo a non sapere come si chiamano).

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E poi, più avanti, dei palloncini che si illuminano. Ecco, è proprio sui palloncini che Jonsi comincia a sorridere. E ci guarda di più e si sporge. E ci fa urlare.

E si sente la sua voce anche quando è lontano dal microfono e, davvero, fa un effetto surreale.

E le mani che applaudono e battono il tempo fino a far male.

Io e Fede che ci abbracciamo perché abbiamo preso questi biglietti a febbraio e non sembra vero che finalmente ci siamo.

E Jonsi che a un certo punto tiene una nota per un tempo infinito. Poi tira appena il fiato un secondo e riparte.

E un tizio di una fila indietro che a un certo punto prova persino a cantare in islandese.

E la potenza incredibile di quella musica. Che non è solo l’ovvia differenza tra un cd e un live. E’ coinvolgimento. E’ orchestra. E’ atmosfera. E’ qualcosa che forse non mi aspettavo nemmeno.

Inchino finale, tutti schierati, sorridenti, quasi commossi. Pioggia di coriandoli, sempre dalle prime file. Buio. Fine.

Meraviglia che ti resta attaccata e ti accompagna in giro per le strade e le piazze stracolme di gente.

Da vedere e rivedere.

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Alfonso Cuaròn. Film d’apertura fuori concorso alla 70 Mostra del Cinema di Venezia – 28 agosto-7 settembre 2013.

In uscita nelle sale il 3 ottobre 2013.

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Probabilmente farò tardi a lavoro ma questo post va fatto e ieri sera ero troppo stordita per dire qualcosa di sensato. Non che il mattino sia esattamente il mio momento migliore ma tant’è, adattiamoci.

L’attesa. Perché rispetto a quello che c’è stampato sul mio biglietto son cambiati gli orari e io ovviamente non me ne sono accorta. Tutto spostato di un’ora. Suppongo per il caldo, o per aspettare che il centro commerciale si svuoti.

Il posto non mi piace e non mi piace neanche che abbia una capienza estremamente limitata, ma questo ha i suoi lati positivi e appena entrata sono tipo in quarta fila, con il palco praticamente attaccato alle transenne.

Dei Blastema avevo una pessima opinione prima di arrivare lì e continuo ad averla tuttora con maggior cognizione di causa, ma alla fine ho applaudito pure loro perché il ruolo degli opener è figo e allo stesso tempo triste, perché nessuno è lì per sentire loro. Oltretutto, ieri sera la maggior parte del pubblico non sapeva neanche chi fossero e nello scoglionamento generale per l’attesa continuavano a gridargli di andare a casa. Ok, sì, non mi sarebbe dispiaciuto che accogliessero il suggerimento, ma resta una cosa che secondo me non si fa.

E poi i tecnici sul palco a tirare via gli strumenti degli opener e a preparare tutto per loro.

E io che continuavo a far foto a tutto quello che mi capitava a tiro (compresa una bottiglietta di coca cola col mio nome, ma questa ve la risparmio).

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E il buio. E l’impazienza. Cominciano tutti a chiamarli. E il caldo che in certi momenti è veramente soffocante. E le prove dei riflettori che aumentano ancora di più il caldo.

E loro che arrivano. E il primo momento in cui ho sempre paura che questa sarà la volta buona che mi schiacciano e tanti saluti.

E la sua voce che ti arriva come uno schiaffo.

La. Sua. Voce.

E il suo vestito – che viene il dubbio che il ritardo sia dovuto all’installazione di un impianto di refrigerazione al suo interno perché come fa a sopportarlo? Poi per fortuna il pezzo sopra se ne va.

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E lei che si avvicina subito al bordo del palco e si sporge e sorride quel suo sorriso divertentissimo e contagioso. E i suoi occhi sono lì su di noi. E ci guarda davvero. E ride. E salta. E si diverte. E non importa che quello che ha davanti non sia uno stadio pieno ma solo una misera area concerti di un centro commerciale di periferia. E’ qui per divertirsi con noi.

Skin ha un modo di stare sul palco che veramente merita di essere visto live.

E si avvicina di nuovo. Mi sembra dopo I believed in you che hanno fatto come terzo brano. E io per un attimo penso ai video dei live in cui si butta sul pubblico e faccio appena in tempo a pensare ma-no-figurati che lei si butta davvero. Anzi, più che altro si sdraia delicatamente sulle mani alzate e io non ho neanche ancora capito cosa è successo che mi trovo con una mano sulla sua nuca e i suoi capelli che mi passano sopra la testa. E poi vedo il suo corpo che ritorna verso le transenne e scende di nuovo sul palco. Con una leggerezza che conferma tutte le mie ipotesi sul fatto che lei venga da un altro pianeta.

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Neanche due brani dopo, su Weak, lei è i nuovo lì che si sporge. Si guarda intorno come a dire mi tenete vero? Continua a cantare e sale in piedi sulla folla che la tiene su. E cammina per un po’ così. Continuando a cantare, senza mai un cedimento o una sbavatura nella voce, come se non stesse facendo fatica. Prende tantissime delle mani che sono tese verso di lei, un po’ anche per tenersi in equilibrio. A un certo punto sono rassegnata al fatto che non so bene come ne uscirò ma fa lo stesso perché ho una mano sulla sua caviglia intanto che mi sta passando sopra e siamo tutti lì che la teniamo su. Motivo per cui, tra l’altro, di questi momenti non ho delle foto. Vedo poi se riesco a recuperarne in giro.

Poi lei ritorna sul palco e io ritorno a respirare. A parte il caldo credo di essermene proprio dimenticata per un po’. Ero troppo impegnata a guardarla, a sentire la sua voce al di là del microfono. A pensare che è vero, è alta, statuaria, ma è magra, quasi sottile. I suoi polsi sono fini, le mani delicate. Ha un viso a volte da bambina e allo stesso tempo c’è una forza incredibile che emana da lei. Un carisma potente.  E se ancora avessi avuto bisogno di una prova al riguardo c’è stato il finale.

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Brani nuovi, parecchi. Il delirio su Spit You Out. Brani vecchi. Hedonism che la urlano pure i sassi e io che quasi quasi ci piango un po’ su.

E poi escono. E ritornano. E You’ll Follow Me Down. E lei che gioca con la sua voce e tu che canti con lei anche se ovviamente nessuno riesce davvero a cantare le sue canzoni.

E poi ancora un brano. E lei che chiede qualcosa del tipo “ma se io vengo giù will you take care of me?”

A quel punto io sono un po’ più indietro perché un paio di poghi e di ondate mi hanno allontanata però sono comunque centrata davanti a lei e questo si è rivelato un gran bene.

Ci chiede di sederci a terra. Ci mettiamo un po’ a capire cosa vuol fare ma poi ci sediamo tutti.

Lei scende giù e cammina verso il centro del pubblico. Qualcuno prova ad alzarsi ma lei dice di stare giù e, per favore, “do not touch the artist”, e se lei ti chiede una cosa è difficile che qualcuno non obbedisca. Il carisma di cui sopra. O non so cos’altro. Quella roba lì.

Arriva davanti a me e per tipo due minuti sono stata accucciata sotto di lei, mentre lei chiedeva di smetterla di guardare la vita attraverso un fucking mobile phone ma di vivere davvero il momento.

E io che le ho sfiorato un polso.

E che quasi mi dimenticavo di fotografarla perché era troppo bello vederla così.

E la tutina che indossava che, vista da vicino è risultata essere completamente trasparente dietro, con la curiosa conseguenza che quando si è girata ho avuto una precisa visione del suo fondoschiena – perfetto come tutto il resto, bisogna pur dirlo.

E la faccia del tizio vicino a me, che quasi fotografavo lui perché faceva morire dal ridere tanto gli occhi gli sporgevano fuori dalle orbite.

E riprende a cantare e per un paio di volte ci fa alzare in piedi di colpo per saltare insieme a lei e poi ci fa sedere di nuovo. E siamo tutti lì che pendiamo dalle sue labbra e non c’è bisogno di security né di altro perché nessuno fa cazzate. Nessuno ci prova neanche.

Ecco, con tutte le mie costanti riserve sul pubblico medio e il mio fastidio generalizzato per la massa – ché deve ancora nascere il pubblico che mi vada bene – ho apprezzato fin quasi alle lacrime l’enorme rispetto che tutti hanno dimostrato, l’attenzione a non urtarla, la delicatezza nel farla passare. *momento di commozione finito prego rinfoderare i kleenex*

E va ancora avanti, fin quasi oltre la metà del pubblico. E poi chiede un ponte di mani per tornare al palco.

Incredulità. Lo fa davvero?

Sì. Lo fa davvero.

Sale su. E rotola sulle mani per tutta la distanza che ha percorso. Senza peso.

E torna sul palco con la sua grazia innaturale. Ed è sempre perfetta, come se non avesse neanche caldo, come se non facesse fatica a fare niente.

Gran concerto. Nonostante le mie riserve sulla location marginale e sull’acustica dozzinale – che a volte sentivo le vibrazioni degli ampli che cercavano di sconfiggere definitivamente la resistenza dei miei timpani.

Grande performace live. Sono davvero una band che bisogna vedere dal vivo.

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Stasera Skunk Anansie. Per essere che ho comprato i biglietti con ostentata nonchalance, al momento sono piuttosto impaziente. Per la serie son passata dal sì-bè-giusto-perché-sono-vicino-a-casa all’omg-devo-assolutamente-farmi-una-foto-con-Skin. Cosa che sicuramente mi riuscirà, visto il mio recente successo di stalkeraggio ai danni dei Muse *prende a testate il tavolo*

Se a questo si aggiunge il fatto che venerdì arriva pure Jònsi con i suoi Sigur Ròs penso che la prossima settimana la mia emotività si metterà in mutua a tempo indeterminato.

E se oltre a tutto ciò riesco pure a convincere la rete di essere residente in Australia/Usa/Canada per riuscire a beccare il nuovo singolo dei Placebo – Loud Like Love – posso decisamente essere soddisfatta della mia settimana.

Poi. Fa caldo, che è cosa buona e giusta dato che siamo quasi ad agosto e non mi sto lamentando, non fraintendiamoci, solo che sotto effetto della calura il mio cervello tende a comportarsi come un randomizzatore di minchiate, quindi ecco a voi il prossimo capolavoro di Michael Bay.

No, ecco, scherzi a parte, è piuttosto fuori genere per essere un film di Bay. Non che il suo sia mai stato cinema d’autore, ma di solito punta sugli action più tradizionali. Va detto che già dal trailer è parecchio a rischio demenziale, ma ho fiducia nel fatto che dietro la macchina da presa c’è comunque un minimo di mestiere e davanti il cast è sufficientemente maturo da impiegare quella cosa misteriosa che si chiama ironia. Staremo a vedere.

Se stasera riesco a fare qualche foto decente (e se non vengo relegata in punti lontanissimi dal primo pogo e se non vengo arrestata per aver cercato di eliminare i Blastema) domani seguirà post.

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