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Archive for the ‘Festival’ Category

Generalmente evito di far passare troppo tempo per parlare di un film ma questo qui mi è rimasto particolarmente in sospeso, per così dire.

E credo di avere un problema con Yorgos Lanthimos.

Ma andiamo con ordine.

Steven Murphy è un affermato cardiochirurgo. E’ tutto ciò che il copione del suo stato sociale prevede che sia. Bella moglie, bella casa, due figli impeccabili.

Un brillante professionista con la sua vita perfetta e le sue perfette (??) trasgressioni (???) in camera da letto. Tutto sempre rigorosamente nei ranghi.

Nella vita di Steven c’è anche Martin.

La natura del rapporto tra Steven è Martin non è chiara. Steven si comporta un po’ come uno zio, un po’ come un tutore. E Martin sembra vedere nell’uomo una figura pseudo-paterna.

Gradualmente si capisce che – e non è uno spoiler, lo dicono già nel trailer – Martin è il figlio di un paziente di Steven, morto sotto i ferri.

Il legame che unisce i due assume quindi i tratti di un rapporto venato di codipendenza da una parte e senso di colpa dall’altra.

Martin entra sempre di più nella vita di Steven. Entra nella sua famiglia. Finché non si rivelano le sue vere intenzioni e Steven vede tutto il castello dorato della sua vita sul punto di crollare.

Solo lui può evitare il crollo ma per farlo dovrà sporcarsi di sangue. Dovrà portare consapevolmente il peso della colpa. Dovrà espiare e ristabilire un presunto equilibrio. Pagare un tributo ad una presunta giustizia.

 

Allora. Se ne avessi parlato a caldo, probabilmente il mio giudizio sarebbe stato un tantino più morbido.

Perché non è che sia un brutto film. Che Lanthimos abbia mestiere si vede, questo nessuno lo nega.

Diciamo che se è vero che The Lobster mi era piaciuto, è anche vero che non avevo gridato al miracolo come sembrava essere la moda del momento. Ed è altrettanto vero che per questo film nutrivo una sincera e piuttosto neutra curiosità – alimentata anche dal premio per la migliore sceneggiatura a Cannes 2017.

Tutto ciò per dire che, in definitiva, con questo Cervo Sacro forse il buon Yorgos ha voluto un tantino strafare.

E più ci ripenso e meno questo film mi piace.

Più ci ripenso e più mi rendo conto che tutti – ma proprio tutti – i protagonisti mi stanno irrimediabilmente e fortemente sul culo.

Più ci ripenso e più spaccherei la testa a tutti.

Anche a Lanthimos.

Poi, ripeto, non è un brutto film e non è fatto male.

Solo che è decisamente troppo.

Troppo pretenzioso. Troppo arrogante.

Hybris allo stato puro – che da un lato ha anche un suo senso ma non è sufficiente.

Già l’idea di partenza è ambiziosa perché l’intenzione è quella di costruire un parallelo con il canone della tragedia greca – in particolare con l’Ifigenia in Aulide di Euripide – e restituirne una sorta di versione trapiantata ai giorni nostri.

E quindi abbiamo una recitazione fortemente teatrale, lunghi silenzi, lunghe inquadrature, sguardi tormentati e una musica che pesta come un coro impazzito.

E tuttavia, la prima metà è impegnativa però regge ancora bene la dualità di canone.

La seconda parte vira decisamente e totalmente sul simbolico e non è solo faticosa, è proprio irritante.

Che al regista garbi il surreale/grottesco si era già capito con Lobster ma qui  parte proprio per la tangente.

Se fosse rimasto a metà strada, se il piano simbolico fosse stato appena accennato, quel tanto che bastava a lasciare il dubbio sull’interpretazione, probabilmente il risultato sarebbe stato molto più riuscito.

Il fatto di staccare bruscamente dalla realtà/plausibilità il filo della narrazione ha l’effetto di staccare anche lo spettatore.

Strapparlo via dall’immedesimazione.

Fino ad un certo punto ti fa entrare nella vita di questi personaggi – pur strani e molto distanti – e poi ti sbatte fuori di colpo.

Ci sono molte buone idee nel giocare con gli elementi della tragedia greca – uno per tutti la funzione della figlia che canta nel coro e diventa coro della vicenda – ma c’è troppa ansia di dare risalto a questa dimensione metaforica e simbolica.

E se già i personaggi sono praticamente tutti negativi e tutti condannati e condannabili, il fatto di interrompere quel poco di immedesimazione e di empatia che si era creata non fa che rendere il tutto ancora più faticoso.

Buone le interpretazioni. Colin Farrell e Nicole Kidman sono ovviamente più che all’altezza di ruoli pur così ingrati e Barry Keoghan nei panni di Martin è veramente degno di nota in una parte che, per quanto discutibile, non è di certo facile.

Cinematografo & Imdb.

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Scrittura, ossessione, Eva Green… era praticamente ovvio che avrei adorato questo film. E visto che è tratto da un romanzo – Da una storia vera di Delphine de Vigan – è quanto mai probabile che sia in arrivo anche una nuova fissa letteraria.

Ma andiamo con ordine.

Fuori concorso a Cannes 2017, regia di Roman Polanski, con Eva Green e – manco a dirlo – Emmanuelle Seigner.

Delphine è una scrittrice che ha ottenuto un improvviso successo con un libro fortemente autobiografico sul suicidio della madre. La fama repentina la spiazza. L’attenzione che ha portato sulla sua famiglia evidentemente le crea dei nemici perché comincia a ricevere delle inquietanti lettere anonime. Si sente stanca e sola. Non riesce più a scrivere.

E poi, casualmente, si imbatte in una sua ammiratrice. Una sua grande ammiratrice che sembra diversa dalle solite persone in cerca di una dedica.

Elle (Leila in italiano per mantenere il gioco di parole tra il nome proprio e il pronome lei usato come diminutivo) è affascinante e incredibilmente attenta alle esigenze di Delphine. Sembra essere sempre al momento giusto ciò di cui Delphine ha bisogno.

La loro amicizia si stringe fino a diventare un legame totalizzante. Fino a che Delphine non riesce più ad ignorare gli aspetti inquietanti del loro rapporto.

Perché Lei è apparentemente perfetta. La ascolta, si occupa dei suoi impegni, la sprona a scrivere. Ma forse è fin troppo perfetta. E in fin dei conti, Delphine non sa niente di Lei.

Un thriller psicologico ossessivo e claustrofobico, dichiaratamente ammiccante a Misery di Stephen King ma non solo, ben costruito nel crescendo di tensione e meravigliosamente interpretato dalle due attrici.

Emmanuelle Seigner è brava a vestire i panni sciatti di questa donna sopraffatta dagli eventi e Eva Green è come sempre strepitosa, con gli occhi di ghiaccio e gli sguardi taglienti.

Da quel che mi par di capire, anche il romanzo di partenza è strutturato, come il film, come una sorta di gioco di specchi. L’autrice si chiama realmente Delphine, come la protagonista ed è anche lei autrice di un romanzo autobiografico sul suicidio della madre che ha suscitato sia fama sia controversie per la quantità di retroscena fortemente personali che sono stati resi pubblici e che hanno coinvolto molti membri della famiglia.

Da approfondire.

In ogni caso il film mi è piaciuto molto.

Cinematografo & Imdb.

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Una giovane donna, Sam, reduce da un dolore recente si rifugia in una bella e isolata casa sul mare insieme al suo bambino di due anni, cercando un modo per elaborare il passato e ritornare alla vita.

Dipinge, cammina sulla spiaggia, bada al suo bambino.

Eppure c’è qualcosa che non va. Qualcosa di strano nelle persone che incontra sulla spiaggia e in quello che dicono. Qualcosa di strano che di notte sembra uscire dall’acqua e avvicinarsi sempre di più.

Ma. C’è davvero qualcosa nell’acqua o è la mente turbata di Sam ad essere perseguitata da paure e fantasmi?

Inizialmente dubbiosa sull’inserimento tra gli horror, devo dire che vi rientra tranquillamente, anche solo per le atmosfere cupe e inquietanti che vanno gradualmente addensandosi intorno alla casa e a Sam e per un certo modo di giocare sull’ambiguità di alcune figure che potrebbero o non potrebbero essere fantasmi.

Parlare di questo film senza spoilerare non è semplicissimo perché non dire significa tenersi necessariamente su un piano che rischia di banalizzare il tutto.

Ad ogni modo.

Nel complesso è interessante e, cosa non da poco, ha il buon senso di spiegare e far quadrare tutto quello che mette in gioco.

Parentesi. Sto sviluppando una fobia/avversione per tutte le risoluzioni che implicano non detti/simbolismi/sospensioni perché più che finali sono quasi sempre una scorciatoia facile e oltremodo irritante. Chiusa parentesi.

Man mano che si va avanti, è come se la realtà di Sam cominciasse a sfaldarsi, a non essere più del tutto solida come sembrava all’inizio ma in definitiva i dettagli tornano e anche le parti apparentemente più oniriche hanno un senso.

Il difetto principale è che è troppo lento. Soprattutto all’inizio, nella fase di semina dei dettagli. Troppo concentrato sul piccolo Lowen, il bambino. Che va bene che è figlio del regista e della produttrice e che ok, sì, per essere un bimbo così piccolo è effettivamente bravo, però ci sono lunghi tratti in cui pare di guardare il filmino di famiglia fatto apposta perché i nonni e le vecchie zie facciano oooh e aaah.

La seconda parte – nettamente distinta da un chiaro evento catalizzatore che insinua il dubbio sulla risoluzione – si velocizza un po’ e, benché apparentemente parta per la tangente, risulta invece funzionale al finale.

Bella l’idea dei lavori artistici di Sam, su cui la regia insiste molto e che ottengono un bell’effetto.

Buona anche la sensazione di oppressione e inquietudine che si crea, nonostante la lentezza iniziale di cui sopra.

Effetti macabri appena accennati.

Un horror prevalentemente psicologico, sicuramente migliorabile, ma interessante.

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Regia di Kirsten Tan. Sezione Festa Mobile.

Un architetto di Bangkok un tempo di successo ma ormai superato e a fine carriera, si imbatte per caso nelle strade della città in quello che riconosce essere l’elefante che aveva da bambino e a cui aveva dato il nome di Pop Aye.

Amareggiato da un bilancio della sua esistenza che risulta piuttosto deludente, l’uomo si mette in viaggio insieme all’animale per raggiungere il suo paese natale.

Un bel film che, in sostanza, è quasi totalmente quello che ci si aspetta che sia da trama e trailer. Buono che non venga sfruttata eccessivamente la presenza scenica dell’elefante (il cui vero nome è Bong), il che evita di scadere in forzature.

Un po’ agrodolce, garbato, gradevole.

Regia di Aik Karapetian. Sezione After Hours.

Una coppia, Francis e Katrina. Lei è aperta, di buon carattere, forse fin troppo innamorata di suo marito. Lui è duro, sicuro di sé, decisamente dominante nella relazione, quando non prevaricante. Il classico maschio alfa abituato a non essere messo in discussione, a ottenere quello che vuole, a relazionarsi con arroganza con il prossimo.

Eppure. Eppure tutta la sua sicurezza, tutta la sua presunzione, tutta la sua spocchia spariscono di colpo quando si trova immobile e incapace di reagire di fronte ad un aggressore che scippa e molesta sua moglie.

L’incapacità di agire, la sostanziale inettitudine di Francis di fronte ad una situazione di necessità mandano completamente in crisi tutte le sue certezze e le sue presunte autoconsapevolezze.

Comincia così una spirale discendente di azioni e di scelte dettate da un non meglio identificato desiderio di rivalsa, prima di tutto di Francis su se stesso.

Molto mediocre, nel complesso.

Al di là dell’antipatia istintiva che si prova per il protagonista, e dall’impiego eccessivo di luci probabilmente naturali e molto basse, le dinamiche che dovrebbero essere di un thriller ci sono ma sono sfruttate male perché i tempi si dilatano e la tensione si perde anche nei pochi punti in cui si crea.

Si capisce quali sono le intenzioni ma, in generale, pare un po’ un’occasione sprecata.

  1. Regia di Richard Quine. Sezione Non dire gatto…

Con James Stewart, Kim Novak, Jack Lemmon.

Titolo italiano: Una strega in paradiso.

Le vicissitudini di Gil, una strega che vive, in incognito, a New York e che sogna una storia d’amore con il vicino di casa. Grazie ad un incantesimo – eseguito attraverso il gatto Cagliostro (Pyewacket in originale), un bel siamese dagli occhi azzurri e dai comportamenti più che umani, la relazione sentimentale ha inizio.

Una commedia adorabile e spassosissima.

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In concorso. Regia di Michael Pearce.

Ambientato sull’isola di Jersey.

Mall è un’adolescente irrequieta che mal sopporta la madre oppressiva e il contesto iper borghese in cui si inserisce la sua famiglia.

Annoiata da una festa di compleanno fatta più per la forma che per lei, Mall pianta in asso tutti, se ne va a ballare per conto suo e passa la notte fuori. Prima di rientrare si imbatte in Pascal. Pascal che è tutto tranne che borghese. Che fa lavori artigianali. Che caccia di frodo. Che non si sa vestire per il Country Club e ha un odore che non piace alla madre di Mall.

Pascal che ha dei precedenti e che finisce tra i sospettati per una serie di omicidi di ragazzine che stanno tormentando l’isola.

Mall se ne va di casa e sceglie Pascal, nel quale trova risonanza il suo lato più cupo e inquieto.

Ma chi è veramente Pascal? E soprattutto. Chi è veramente Mall?

Un buon thriller, marcatamente psicologico che coinvolge e crea fin da subito forte empatia per i personaggi.

Una lieve virata verso l’interpretazione simbolica (almeno così mi è parso) mi ha lasciato un dubbio sul finale ma non eccessivamente determinante per l’impressione complessiva del film.

Mi è sembrato di capire che in sala non sia piaciuto granché ma personalmente non l’ho trovato affatto male.

Bravissima Jessie Buckley nel ruolo di Mall.

Sezione TFFDOC. Regia e interpretazione di Claude Lanzmann.

Ogni anno non ho cuore di escludere del tutto la sezione TFFDOC dal mio programma e ogni anno mi riprometto di non cascarci più.

Non lo so, magari sono io che non son fatta per i documentari.

Questo qui, per carità, non è che sia brutto o fatto male. Però, tanto per cominciare, avrebbe dovuto durare la metà.

Lanzmann è stato un rappresentante francese nella prima delegazione europea occidentale in Corea del Nord, nel 1958.

Se l’inizio ha una prospettiva più storica e di ampio respiro – ed è quindi più interessante – i restanti due terzi del film sono incentrati sull’incontro di Lanzmann con una bella infermiera coreana che porta i segni del Napalm.

Che di per sè ci potrebbe anche stare. Se non fosse che il racconto diventa via via più dispersivo, ripetitivo, scollegato. Quasi un po’ senile, per certi versi. Che è vero che stiamo ascoltando un ricordo però si ha la sensazione di materiale grezzo un po’ buttato lì senza organizzazione.

In concorso. Regia di Jun Tanaka.

Mah. In teoria dovrebbe trattarsi di un horror. In pratica sì, ci sono i fantasmi, ma penso di essermi imbattuta negli unici fantasmi giapponesi che non mi hanno spaventata neanche un po’.

E in ogni caso, tolti detti fantasmi, non ha nulla del canone dell’horror, orientale o occidentale che sia.

Un ombrello rosso che cade dal cielo. Un incontro. Lui vede i fantasmi mentre lei no.

Molta simbologia dell’incomunicabilità di coppia in chiave teen-movie, un po’ di spunti da fumetto e qualche idea carina.

Alla fine gli ho dato il mio biglietto solo perché mi spiaceva la fastidiosa e ostentata disapprovazione/noia che regnava in sala e che mi è parsa oltremodo scortese.

Nel complesso ha delle idee interessanti ma mi ha lasciata piuttosto perplessa. E anche un po’ addormentata in verità.

Sezione After Hours. Scritto, diretto e interpretato da Ana Asensio.

Una bella ragazza con un passato doloroso e difficoltà economiche riceve una misteriosa offerta di lavoro. Deve andare ad una festa con un vestito nero corto, tacchi e niente borsa. Non deve fare niente. Solo essere lì. E per questo verrà pagata profumatamente.

80 minuti per un piccolo, bellissimo esempio di come low budget non sia sinonimo di sciatteria/povertà e di come bastino pochissimi dettagli ben piazzati e ben scelti per connotare in modo profondo un personaggio o una situazione.

In particolare, proprio la connotazione di Luciana, è un capolavoro di rapporto efficiente tra minimo di dettagli e massimo di complessità.

Molto ben costruita la tensione intorno alla festa.

E ottima la scelta di non voler strafare con finali o spiegazioni eccessivamente elaborate e allusive che sarebbero rimaste inevitabilmente e stupidamente aperte.

Una struttura essenziale e completa in ogni dettaglio.

Un film semplice ma che funziona alla perfezione. Originale, pulito, intelligente.

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Sezione Festa Mobile.

Regia e sceneggiatura di Talylor Sheridan, già sceneggiatore di Sicario e Hell or High Water, a conclusione di quella che può essere considerata una sorta di trilogia ideale.

Protagonista è Cory Lambert, un Jeremy Renner come sempre a suo agio in ruoli di armi e sopravvivenza. Cory è un cacciatore che vive e lavora nella riserva indiana di Wind River, nelle terre grandi e fredde del Wyoming. Un giorno si imbatte nel cadavere di una ragazza e a risolvere il caso, in aiuto alle autorità locali, viene inviata la giovane agente dell’FBI Jane Banner (Elizabeth Olsen), di buona volontà ma piuttosto impreparata a muoversi in quei luoghi. Cory si trova così ad aiutarla nelle indagini per risolvere un caso che risveglia in lui dolori sepolti e che lo vede particolarmente coinvolto a causa dei suoi legami con la comunità indiana.

Un buon thriller, duro e teso, che ricorda a tratti i toni di Cold in July o della Promessa.

Forse non originalissimo nella connotazione dei personaggi ma indubbiamente un buon film.

Regia di Tomás Espinoza. In concorso.

Protagonista è Germán, preside di una scuola superiore. Ogni giorno Germán gira per l’istituto controllando gli zaini dei ragazzi per evitare che venga introdotto qualcosa di pericoloso. Generalmente si sottopongono tutti di buon grado alla routine della perquisizione degli zaini ma un giorno Cata, una ragazza problematica, scappa cercando di nascondere qualcosa che si rivela poi essere una siringa con cui la ragazza pratica delle iniezioni nelle labbra delle compagne. Cata è piuttosto abbandonata a se stessa e Germán si trova a doversi occupare di lei in attesa di rintracciare i familiari.

Le telecamera sempre molto addosso ai protagonisti – in particolare a Germán – come se si stesse osservando la scena da sopra le spalle, rende in modo molto intenso e diretto la forte emotività delle situazioni.

Il peso della responsabilità e della contraddittorietà latente tra pensiero e azione. Sconfitta o riscatto? Resa o consolazione?

Un film essenziale, asciutto, ben calibrato e con buoni interpreti.

Regia di Graham Skipper. Sezione After Hours.

Piacerà ai (nerd) nostalgici degli anni Ottanta, per i quali pare confezionato apposta.

Oz lavora in un negozio di riparazioni di videogiochi vintage. Non il classico lavoro che ti copre di soldi ma buono per chi, come Oz, sia realmente appassionato. Un giorno gli capita per le mani uno strano videogioco che comincia ad esercitare una potente influenza su di lui. Parallelamente Oz incontra Tess, che, incredibilmente, sembra essere finalmente la ragazza per lui.

Colonna sonora degna di tutti i predecessori del filone e una grafica che ricorda non poco certe sequenze di Tron (quello del 1982).

Una velata vena simbolica (l’inizio di una relazione vera in contrasto e in parallelo con l’attrazione morbosa e terrorizzante esercitata dal videogioco) ma soprattutto la commistione della fisicità uomo-macchina in perfetto omaggio al Cronenberg di Videodrome ed eXistenZ, con tanto di effetti speciali anch’essi piuttosto vintage.

Forse è un po’ debolino di trama, e anche di scioglimento, a voler essere onesti, ma ha il buon senso di evitare l’assurdo e tiene comunque un filo logico. Avrebbe potuto osare un po’ di più e sfruttare più a fondo alcuni spunti, ma nell’insieme non è male.

Regia di Marleen Jonkman. Sezione Festa Mobile. Titolo originale La Holandesa.

Una coppia. Un viaggio in Sudamerica. Il fantasma di una gravidanza che non vuole saperne di arrivare. Dopo l’ennesimo litigio per questo motivo, Maud lascia il marito e se ne va, da sola e senza una meta precisa.

Un viaggio che è fuga e ricerca. Una ricerca totale e ossessiva della maternità.

Il film mi è piaciuto. Il personaggio di Maud un po’ meno perché anche l’empatia che suscita trova un ostacolo nella sua ricerca che soffoca e annulla qualunque altro aspetto della sua vita. A partire dal matrimonio. Dalla relazione con un uomo che la ama ma che non è abbastanza. Maud scappa all’inseguimento di una maternità a tutti i costi. Ma veramente tutti. Al punto di accettare anche una maternità rubata. Una maternità presa in prestito.

Un’ossessione di cui neanche lei è in grado di indagare le motivazioni ma che è puro istinto. Estremo egoismo? Anche. Forse. Ma non racconta tutta la storia.

Sulla strada di Maud c’è Messi, un ragazzino che si fa chiamare col nome del calciatore e che accompagnerà Maud per un po’ in un viaggio sospeso, fuori dai canoni.

Un buon film. Toccante ma senza essere stucchevole. Coinvolgente e ben costruito.

 

E ancora. Questo è il trailer del film vincitore del 35TFF (non sono riuscita a trovare una versione sottotitolata in inglese che funzionasse).

E QUI tutti i premi di questa edizione.

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Bellissimo.

Probabile candidato ai prossimi Oscar per la Corea del Sud.

Regia di Hun Jang, basato su fatti reali.

Siamo tra il 18 e il 20 maggio del 1980, durante quella che fu la rivolta di Gwangju, poi sfociata in un sanguinoso massacro ad opera delle autorità coreane.

Jurgen Hinzpeter, un giornalista tedesco, senza dichiararsi come tale, riesce ad entrare a Seul e cerca un modo per raggiungere la zona dove si vocifera siano in atto delle rivolte che paiono concentrarsi intorno alla città di Gwangju.

Non c’è niente di certo e non c’è modo di verificare quello che si sente dire perché il regime coreano ha tagliato tutti i collegamenti di Gwangju con il resto del paese. Niente linee telefoniche. Niente stampa. E i notiziari sono rigorosamente di regime.

In quei giorni la Corea viveva la dittatura di Chun Doo-hwan ed era un paese dove era possibile non sapere cosa stesse succedendo a duecento chilometri di distanza. Dove Seul e Gwangju potevano essere effettivamente due pianeti diversi. Se ti affidavi ai notiziari potevi al massimo sentire di come i bravi soldati coreani difendessero l’integrità della patria dalla minaccia dei giovani estremisti comunisti.

Kim Man-seob è un tassista di Seul. Vedovo, con una figlia piccola, cura il suo taxi come un gioiello e svolge il suo lavoro con dedizione. E’ un uomo buono e semplice. Pensa che gli studenti perdano tempo a protestare e che, in fin dei conti, non ne abbiano motivo perché vivono in un bel paese.

Fatica a star dietro alle spese e a pagare l’affitto, motivo per cui, quando sente per caso lo stralcio di conversazione di un altro tassista che fa cenno ad un compenso altissimo per portare uno straniero da Seul a Gwangju non ci pensa due volte a soffiargli l’incarico. Non sente la parte sul fatto che quello che dovrà fare sarà cercare di penetrare una zona vietata e, al momento, ad altissimo rischio.

Sullo sfondo di una situazione sempre più estrema e drammatica, prende forma il curioso rapporto che si instaura tra Kim e Hinzpeter, che quasi non si capiscono e reciprocamente si esasperano in un susseguirsi di malintesi.

La prima parte del film è leggera, sinceramente spassosa. Il tono cambia gradualmente man mano che si delinea la reale portata di ciò che sta succedendo intorno.

Le autorità impiegano poco ad identificare un giornalista straniero entrato illegalmente e un tassista di Seul e impiegano ancora meno a tentare di eliminarli.

L’unica speranza di far sapere al mondo quello che sta succedendo lì è che Hinzpeter riesca a lasciare la Corea con i suoi filmati.

Con i suoi filmati dell’esercito che spara ai civili. Dell’esercito che spara ai feriti. Dell’ospedale pieno di morti e feriti. Ragazzi, donne, anziani. Non fa differenza. Vengono massacrati tutti senza pietà.

A Taxi Driver è un film ricchissimo. Di raro equilibrio e intensità. Vengono gestiti con estrema naturalezza sia i toni della commedia – a tratti un po’ buddy movie – sia quelli del dramma e, cosa importantissima, viene gestito bene il momento di passaggio, dove l’ironia e la tragedia coesistono in modo contrastante eppure armonico.

Commovente senza essere né sentimentale né scioccamente eroico, divertente e toccante.

Kang-ho Song, nel ruolo di Kim, il tassista, offre una parte intensa e perfetta nella sua graduale evoluzione dall’ingenuità alla consapevolezza. Dalla fiducia al dolore per il tradimento profondo dello spirito di una nazione.

Nei panni di Hinzpeter troviamo un Thomas Kretschman particolarmente invecchiato e, di per sé, neanche troppo in forma. Diciamo che fa la sua parte ma non è sicuramente la sua recitazione a costituire un tratto distintivo del film.

Ripeto. Bellissimo. Mi auguro davvero che arrivi in distribuzione nelle sale.

Imdb.

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