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Archive for the ‘E. Green’ Category

Scrittura, ossessione, Eva Green… era praticamente ovvio che avrei adorato questo film. E visto che è tratto da un romanzo – Da una storia vera di Delphine de Vigan – è quanto mai probabile che sia in arrivo anche una nuova fissa letteraria.

Ma andiamo con ordine.

Fuori concorso a Cannes 2017, regia di Roman Polanski, con Eva Green e – manco a dirlo – Emmanuelle Seigner.

Delphine è una scrittrice che ha ottenuto un improvviso successo con un libro fortemente autobiografico sul suicidio della madre. La fama repentina la spiazza. L’attenzione che ha portato sulla sua famiglia evidentemente le crea dei nemici perché comincia a ricevere delle inquietanti lettere anonime. Si sente stanca e sola. Non riesce più a scrivere.

E poi, casualmente, si imbatte in una sua ammiratrice. Una sua grande ammiratrice che sembra diversa dalle solite persone in cerca di una dedica.

Elle (Leila in italiano per mantenere il gioco di parole tra il nome proprio e il pronome lei usato come diminutivo) è affascinante e incredibilmente attenta alle esigenze di Delphine. Sembra essere sempre al momento giusto ciò di cui Delphine ha bisogno.

La loro amicizia si stringe fino a diventare un legame totalizzante. Fino a che Delphine non riesce più ad ignorare gli aspetti inquietanti del loro rapporto.

Perché Lei è apparentemente perfetta. La ascolta, si occupa dei suoi impegni, la sprona a scrivere. Ma forse è fin troppo perfetta. E in fin dei conti, Delphine non sa niente di Lei.

Un thriller psicologico ossessivo e claustrofobico, dichiaratamente ammiccante a Misery di Stephen King ma non solo, ben costruito nel crescendo di tensione e meravigliosamente interpretato dalle due attrici.

Emmanuelle Seigner è brava a vestire i panni sciatti di questa donna sopraffatta dagli eventi e Eva Green è come sempre strepitosa, con gli occhi di ghiaccio e gli sguardi taglienti.

Da quel che mi par di capire, anche il romanzo di partenza è strutturato, come il film, come una sorta di gioco di specchi. L’autrice si chiama realmente Delphine, come la protagonista ed è anche lei autrice di un romanzo autobiografico sul suicidio della madre che ha suscitato sia fama sia controversie per la quantità di retroscena fortemente personali che sono stati resi pubblici e che hanno coinvolto molti membri della famiglia.

Da approfondire.

In ogni caso il film mi è piaciuto molto.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dall’omonimo libro di Ransom Riggs di cui ho parlato qualche tempo fa QUI.

Dapprima ho aspettato con trepidazione questo film, poi, una volta addentratami nel secondo libro della trilogia di Riggs, ho iniziato ad avere qualche timore. Dei restanti libri parlerò più diffusamente in seguito, per ora basti dire che, man mano che si procede, gli sviluppi non si dimostrano all’altezza dell’originalità delle idee di partenza. Motivo per cui ho iniziato a temere che la trasposizione in film, con gli ovvi tagli che comporta, causasse la nascita di ulteriori buchi di trama qua e là.

Detto ciò, il film di Burton si è rivelato invece una sorpresa.

Piuttosto fedele per circa metà abbondante, da un certo punto in poi prende decisamente un’altra direzione, col risultato che, nella maggior parte dei casi, le buone idee alla base del libro vengono utilizzate in modo più proficuo e creativo.

Dopo la morte improvvisa del nonno in circostanze poco chiare, il giovane Jacob si trova a dover scegliere se seguire le strane indicazioni che il vecchio gli ha lasciato in eredità, o rassegnarsi a liquidarle come stramberie dovute all’età, come vorrebbe il resto della sua famiglia.

Jacob tenta di assecondare i suoi ma al tempo stesso non si dà pace e riesce a farsi portare dal padre su una piccola isoletta del Galles dove, secondo i racconti del nonno, dovrebbe trovarsi la casa dei bambini di Miss Peregrine.

Ma chi è Miss Peregrine? E com’è possibile che sia ancora viva dopo tutti questi anni? E i bambini, al tempo compagni del nonno? E i mostri? Sono solo i nazisti o sono anche qualcos’altro?

Strane storie emergono dall’infanzia di Jacob e prendono forma attraverso le nebbie del Galles. La realtà è molto più articolata di quanto si fosse mai aspettato. E anche molto più pericolosa.

Visivamente curatissimo e pieno di dettagli originali, Miss Peregrine è forse un po’ diverso dal Burton gotico a cui siamo abituati e, per alcuni versi, è forse un po’ più per ragazzi. Cionondimeno, rimane un bel film, divertente, misuratamente ammiccante al macabro da fiaba e coinvolgente.

Apprezzabile anche la scelta di un finale chiuso. Certo, la strutturazione dei personaggi fornisce spunti per altre possibili avventure, ma la storia in sé rimane chiusa e completa.

Viene ripreso anche il gioco delle fotografie, presente nel libro, anche se in questo caso le fotografie sono ovviamente rielaborare per adattarle agli attori.

Eva Green, manco a dirlo, è meravigliosa.

Nel cast anche Judy Dench e Samuel L. Jackson.

Bellissimi i Vacui, molto più fighi di quanto me li fossi immaginati leggendo.

La tipologia di figura ricorda un po’ la versione del Crooked Man di Conjuring 2, il che mi fa venire in mente che forse il richiamo comune sia qualche figura della tradizione anglosassone ma al momento non ho trovato nulla. Dovrò approfondire.

Cinematografo & Imdb.

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15 dicembre.

Torna Tim Burton con la mia adorata Eva Green e si cimenta nella trasposizione del primo romanzo della trilogia di Miss Peregrine, di Ransom Riggs.

Trilogia di cui, peraltro, ignoravo vergognosamente l’esistenza e che sono corsa a procurarmi (almeno i primi due volumi, dato che il terzo arriva a ottobre) perché voglio assolutamente leggere il libro prima del film.

 

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I penny dreadful, in lingua inglese anche noti con i termini penny horrible, penny awful, penny number e penny blood, costituivano un tipo di pubblicazione periodica diffusasi nel Regno Unito nel corso del XIX secolo. Versioni britanniche dei Dime novel statunitensi, tali pubblicazioni, in genere fascicoli settimanali, vengono associati da alcuni autori come precursori in Europa del genere pulp insieme ai feuilleton francesi e ai romanzi d’appendice italiani.

Il principio è quello di Once Upon a Time però in chiave gotica e, almeno, finora, su scala più ridotta. E anche un po’ cricca degli Uomini Straordinari, se vogliamo.

C’è Dracula, c’è Frankenstein, c’è un pistolero misterioso e solitario.

C’è Dorian Gray, che non è gotico in senso stretto ma il suo vezzo di mantenere su tela il prodotto di un patto demoniaco fa sì che ben si presti al contesto. Poi vabbè, io Dorian lo adoro a prescindere, e ancora di più qui, interpretato da Reeve Carney, ma va pur detto che finora il suo personaggio è più estetico che non sostanziale – in parole povere, fa un po’ il toy-boy della situazione.

Sir Malcom Murray (Timothy Dalton) e la bellissima Vanessa (Eva Green – aka il motivo principale per cui ho notato questa serie) reclutano il pistolero Ethan Chandler (Josh Hartnett – aka il secondo motivo per cui ho notato questa serie) perché li aiuti in una misteriosa missione. Ethan accetta senza fare troppe domande e si ritrova catapultato in una dimensione di creature misteriose e decisamente non umane. Si ritrova coinvolto in un universo di forze ben al di là della sua comprensione. Un universo mutevole e non quantificabile. Un universo che Vanessa e Sir Malcom sembrano conoscere più che temere. Sono alla ricerca di qualcuno. Una figlia, una sorella perduta. Mina.

Vampiri, dunque. Ma anche demoni. Non solo quello che si intuisce sulla tela di Dorian, ma anche quello che perseguita e possiede Vanessa. Andiamo indietro, fino all’antico Egitto. Un po’ di possessione e un po’ di esorcismi, anche se in versione blanda, per non allontanarsi troppo dal tono più classico della narrazione.

Nella ricerca di Sir Malcom e di Vanessa viene coinvolto anche un giovane medico, Victor (Frankenstein). Giovane e promettente ma ossessionato dalla missione autoimpostasi di sconfiggere la morte, Victor conduce una doppia vita ed è perseguitato – letteralmente – dall’incubo del risultato che ha raggiunto. La creatura di Frankenstein è presente e determinante nella connotazione di Victor e, tra tutti, è sicuramente la più vicina alla versione originale del testo.

Demoni reali, nascosti nei recessi più oscuri di Londra, e demoni inafferrabili, ma forse ancora più consistenti, che perseguitano i loro creatori. Cacciatori che in realtà sono prede braccate. Fantasmi del passato che tornano e reclamano vendetta.

La prima stagione è breve, otto episodi. Decisamente non autoconclusiva, arriva ad un momento di stallo ma lascia spalancati tutti i portoni possibili.

Ben costruita, avvincente, esteticamente gratificante per gli amanti del genere e disseminata di riferimenti, anche sottili, che danno soddisfazione nel venire identificati.

Creata da John Logan, sceneggiatore di una quantità di film, tra cui Il gladiatore, L’ultimo samurai, Aviator (di questi ultimi due è anche ideatore del soggetto), Sweeney Todd, Hugo Cabret e chi più ne ha più ne metta.

Un po’ di macabro ma niente di particolarmente esagerato. Sangue in quantità, più che splatter vero e proprio.

L’ho vista su Rai4 in prima serata e mi si dice che quella che han passato è la versione censurata – nonostante il fastidiosissimo e continuo ripetere del warning di mandare a letto i pargoli perché lo spettacolo non era adatto. Il venerdì sera, in seconda serata, passava la versione non censurata ma il venerdì sera per me è come se non esistesse ergo dovrò aspettare di prendermi il cofanetto per verificare quanto hanno effettivamente tagliato.

Al momento le stagioni già trasmesse negli Stati Uniti sono due e una terza è in arrivo per il 2016.

Imdb.

Timothy Dalton as Sir Malcolm in Penny Dreadful (season 1, episode 8). - Photo: Jonathan Hession/SHOWTIME - Photo ID: PennyDreadful_108_2380

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Eva Green as Vanessa Ives and Reeve Carney as Dorian Gray in Penny Dreadful (season 1, episode 2). - Photo: Jonathan Hession/SHOWTIME - Photo ID: PennyDreadful_102_2151

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Ci è piaciuto questo Sin City. Anche più del previsto. E anche più del primo. Poi, non so se questo dipenda dal fatto che il primo me lo ricordo pochissimo, ma tant’è, ricordo distintamente che mi aveva lasciato più fredda. A breve vedrò di recuperarmelo e tappare i buchi della memoria. Oltretutto, il primo era del 2005 e non mi ero resa conto che fosse passato così tanto tempo. Suppongo che anche i quasi dieci anni di distanza c’entrino col fatto che, graficamente, pur avendo mantenuto intatto lo stile originario, la resa sia sensibilmente migliore. Non so dire come sia in 3D perché l’ho visto in versione 2D ma la cosa non mi turba più di tanto dal momento che pare persino un controsenso andare a sprecare il 3D per un lavoro che, di fatto, aspira a riprodurre la piattezza grafica delle immagini di un fumetto.

La parola chiave e noir che più noir non si può.

BaSin City, la città del peccato, è teatro di diverse storie che si intrecciano, alcune legate al primo capitolo e altre che prendono vita tra i vicoli bui e il KadiÉs bar, dove ora Nancy Callahan (Jessica Alba) fa la spogliarellista coltivando rimpianti e desideri di vendetta.

Hartigan (Bruce Willis) è un fantasma che non l’abbandona mentre Marv (Mickey Rourke) è una sorta di via di mezzo tra un fratello maggiore e una guardia del corpo.

Nel retro del bar il senatore Roark gioca le sue partite di poker e potere mentre il giovane Johnny (Joseph Gordon Levitt) sa di poterlo battere.

Ad un tavolo dello stesso bar Dwight (Josh Brolin) rincontra Ava (Eva Green), la donna che gli spezzò il cuore anni prima e che, per qualche motivo, lo cerca di nuovo.

Disillusione, un costante e insoddisfatto desiderio di rivalsa che è l’unica condizione di vita possibile. Inganni. Ma soprattutto vendetta, in ogni sua sfumatura. E le regole ferree di una giustizia interna ed estrema, più forte di qualsiasi sistema.

Se le storie sono forse un pretesto per giocare in qualche modo con il mezzo visivo, va pur detto che si sviluppano senza annoiare.

Visivamente bellissimo, ovviamente se piace il genere. Perfetto in ogni dettaglio e in ogni scelta, dai particolari colorati alla resa delle scene splatter o di violenza in generale.

Attori ovviamente tutti bravi, con Eva Green che, ok, è banale dirlo e l’avrà già detto tutto il mondo, ma è qualcosa di fenomenale. Bellissima e letale nel ruolo di super stronza seduttrice al punto da offuscare persino la pur altrettanto ovviamente super sexy Jessica-Nancy. C’è Rosario Dawson, che non vedevo da un po’ e che purtroppo – visto che tanto ormai son partita con la classifica di gnocchitudine – è ingrassata tantissimo, cosa che ha banalizzato non poco i suoi tratti. Ma ci piace lo stesso perché il suo personaggio è oltremodo cazzuto. C’è anche Lady Gaga, in una particina che è poco più di una comparsa e la cosa mi ha fatto ridere non poco (io con Lady Gaga rido sempre un casino, è una cosa inevitabile).

Mickey Rourke fa sempre il suo effetto conciato da Marv e anche Joseph Gordon-Levitt non se la cava male, anche se non mi sarebbe dispiaciuto che la sua storia venisse sviluppata un po’ di più.

Bruce Willis dà un po’ l’idea di esser lì esclusivamente a scopo commemorativo, e non solo per il personaggio che interpreta, ma alla fine è pur sempre Hartigan e va bene così.

Miller e Rodriguez tornano con un numero due rischioso perché non poteva più contare sulla novità della grafica – che di fatto è il tratto maggiormente identificativo di Sin City – ma giocano bene le loro carte e ne viene fuori un film che cattura, divertente e coinvolgente.

Cinematografo & Imdb.

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E ovviamente non ci si può mica far scappare l’occasione di fare un po’ di utiliiiiiisssssima polemica perché Eva Green è troppo sexy nella locandina.

Mah. Comunque esce il 22 agosto.

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Non sono mai stata una grande amante di Bertolucci. Ho apprezzato diversi suoi film e ne riconosco l’indubbia bravura ma raramente mi sono trovata entusiasta. Con due eccezioni: Ultimo Tango a Parigi e The Dreamers. Sono perdutamente innamorata di questi due film.

Dell’Ultimo Tango parlerò quando riuscirò finalmente a recuperarne una versione decente in dvd.

The Dreamers. 2003.

Avverto che parlerò ampiamente del finale – anche se non penso che possa rappresentare un problema per chi non l’ha visto dal momento che non è un thriller e l’assassino non è il maggiordomo.

Innanzi tutto non è un film sul Sessantotto. Indipendentemente da tutto quello che hanno detto critiche e recensioni. Tutto il lancio è ruotato intorno alla dicotomia rivoluzione per le strade/rivoluzione a letto, come se quello che vivono i tre protagonisti fosse una sorta di risposta al contesto sociale. Mio modesto parere è che non c’è niente di più riduttivo, sbagliato, avvilente di questa prospettiva.

La trama pura e semplice. Siamo nella primavera del Sessantotto a Parigi. Matthew è un giovane californiano che ha la fortuna di frequentare l’università in Europa anziché andare a farsi ammazzare in Vietnam. Appassionato (malato) di cinema, forse un po’ ingenuamente travolto dal fascino dell’ambiente culturale francese, nel mezzo delle prime contestazioni a seguito della cacciata – da parte del governo – di Henri Langlois dalla Cinémathèque française si imbatte in Theo e Isabelle. Fratello e sorella (gemelli), carismatici e affascinanti, provenienti dall’alta borghesia colta, che coinvolgono Matthew nel loro particolare rapporto. Lo invitano a trasferirsi da loro, tanto i genitori vanno via, e comincia una sorta di gioco a tre fatto fondamentalmente di sesso, cinema e (soprattutto) dosi enormi di autoillusione anche se in forme diverse. Un gioco che ovviamente non può durare a lungo per l’estrema fragilità degli equilibri che richiede e che vira sempre di più verso l’autodistruzione.

Il Sessantotto c’è ma è più che altro una cornice. La rivoluzione ha anche un ruolo, alla fine, ma non quello che le si è voluto attribuire.

Il fulcro di The Dreamers è fondamentalmente Isabelle e la relazione incestuosa in cui è coinvolta con suo fratello Theo. Relazione che tutto è fuorché atto di spregiudicata ribellione o provocatoria dichiarazione di libertà.

Isabelle è vittima della relazione con Theo al quale è morbosamente attaccata, dal quale è praticamente dipendente in tutto e per tutto in quanto rappresenta per lei l’unica via di fuga, l’unica salvezza da quella che si intuisce essere la relazione con il padre. La relazione tra Theo e Isa è la conseguenza di un abuso da parte del padre. Questa cosa non è mai esplicitata ma ci sono almeno due punti chiave in cui il dubbio viene insinuato in modo più che prepotente: l’inquadratura della mano del padre sul fianco di Isa quando lei si avvicina per presentargli Matthew. Non c’è nessun’altra motivazione che giustifichi la telecamera ferma su quella mano. E’ la sensazione – che prova Matthew stesso anche se non sa perché – di qualcosa che non va. Qualcosa di sbagliato. Quella mano e il modo in cui Isa avverte suo padre che non sono soli. Altra scena chiave da questo punto di vista è verso la fine, quando i genitori rientrano e trovano i tre nudi nella tenda in soggiorno. Lo sguardo del padre non è uno sguardo paterno. Il dolore che si dipinge sul suo volto è quello di un amante tradito. E’ gelosia quella che prova vedendo Isa tra Matthew e Theo. E’ la sensazione bruciante della sconfitta, oltretutto subita per mano di suo figlio, con il quale è in aperto conflitto.

Le implicazioni che sia aprono con questa prospettiva sono complesse e drammatiche.

Isabelle rappresenta il terreno di scontro simbolico e (soprattutto) fisico tra padre e figlio. E’ il campo di una battaglia generazionale persa in partenza dal momento che l’unico modo che Theo trova per affermarsi ed esternare il profondo disprezzo che prova per il padre è quello di sostituirsi a lui.

Con queste premesse possiamo tornare a parlare di rivoluzione.

Se The Dreamers è un film sulla rivoluzione lo è nella misura in cui ne rappresenta il fallimento, la vuota sostituzione di uno slogan con un altro, il vuoto accanimento su questioni di principio. Con esiti peraltro distruttivi per chi in questa rivoluzione si trova coinvolto suo malgrado.

Allo stesso modo in cui, nella scena finale, quando la rue est entrée dans la chambre, e i tre scendono finalmente in strada, diventa palese l’inutilità della rivoluzione nel momento in cui Isa, senza quasi esitare, abbandona Matthew e sceglie Theo. Non c’è nessuna rivoluzione che possa salvare lei. Non cambierà mai niente.

Il personaggio di Isabelle è di una complessità e di una delicatezza struggenti. E’ commovente come Marlon Brando che si rannicchia in posizione fetale alla fine dell’Ultimo Tango. E’ un capolavoro. Tutta la sua sicurezza, le sue pose un po’ eccentriche e dominanti, non sono altro che una maschera, un gioco, un modo come un altro per non pensare, per non guardarsi allo specchio. Per nascondere e tenere a freno il terrore. Terrore che i genitori (leggi il padre) possano scoprire di lei e Theo. Terrore che con Theo possa non essere per sempre, perché lei non ha mai conosciuto altro modo di vivere. Non è mai uscita con un ragazzo. Non ha mai fatto niente senza il permesso di Theo.

In tutto ciò il ruolo di Matthew non è subito definito. Fin dall’inizio c’è la sensazione che non sia del tutto chiaro il perché Theo e Isa lo vogliano coinvolgere. Anche perché ci sono diversi punti in cui all’impulsivo e ingenuo trasporto di Matthew, Theo risponde con una controllata freddezza che fa trapelare una sorta di sopportazione. La funzione di Matthew si chiarisce con la penitenza sull’indovinello di Scarface. La relazione  tra Theo e Isa ha comunque un limite fisico. L’unico modo che Theo ha per fare l’amore con lei – ancora vergine – è quello essere lui a scegliere chi, come e quando. E di essere presente.

La scena in cui Matthew e Isabelle fanno l’amore sul pavimento della cucina (e soprattutto il modo in cui ci si arriva) mentre Theo un po’ controlla e un po’ prepara le uova per tutti, è una delle più esplicite di tutto il film ed è costruita – come tutto il resto del film – in modo impeccabile. The Dreamers non è esattamente un film erotico ma ha molte scene erotiche, e tuttavia non ci sono neanche dieci secondi in cui queste scene siano disturbanti, volgari o inadatte.

Bertolucci è riuscito a creare una dimensione di perfetto equilibrio di bellezza, erotismo, decadenza e dolore. A partire dall’ambientazione. La casa in cui si svolge quasi tutta la storia è un capolavoro, con la sua antichità, il suo lusso decadente e i suoi corridoi labirintici.

I tre protagonisti. La scelta non avrebbe potuto essere più azzeccata. Al di là del mio sconfinato amore per Eva Green, sulla quale non posso che enumerare una sfilza di aggettivi terminanti in -issima,  anche Micheal Pitt e Louis Garrel sono molto adatti al ruolo sia come recitazione sia fisicamente, in un contesto in cui la fisicità è protagonista essa stessa (restano le mie preoccupazioni su come abbiano potuto non beccarsi una bronchite dal momento che sono nudi e fumano per tutto il film).

E poi. The Dreamers è anche una lunga dichiarazione d’amore per il cinema.

E’ zeppo di citazioni verbali e visive di grandi film che hanno fatto la storia del cinema. Theo e Isabelle coinvolgono Matthew anche in un gioco di indovinelli che consistono nel mimare scene di film e riconoscerli. Le scene riprodotte dai ragazzi sono alternate con quelle originali dei film di volta in volta menzionati. Fantastica l’idea di battere il record di Bande à part di Godard attraversando di corsa il Louvre. Una delle scene più belle di tutto il film.

Lo so, ho già scritto un poema, ma aggiungo ancora l’elenco dei film citati perchè merita.

Il corridoio della paura 1966, Sam Fuller

Fino all’ultimo respiro 1959, Jean-Lu Godard

La regina Cristina 1933, Rouben Mamoulian

Il cameraman 1929, Buster Keaton

Luci della città 1931, Charlie Chaplin

Cappello a cilindro 1935, Mark Sandrich

Bande à part 1964, Jean-Luc Godard

Freaks 1932, Tod Browning

Venere bionda 1932, Josef von Sternberg

Scarface 193, Howard Hawks e Richard Rosson

Gangster cerca moglie 1956, Frank Tashlin

Mouchette 1966, Robert Bresson

Cinematografo & Imdb.

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