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Archive for the ‘S. Olsdal’ Category

Il tour dei 20 anni.

La ventesima data del tour dei vent’anni.

Più di due ore di concerto, una setlist come non se ne vedevano da anni.

Brani riesumati nonostante reticenze storiche.

Tributo a Leonard Cohen in apertura.

Tributo a Bowie su Without You I’m Nothing e il mio cuore sprofondato da qualche parte da cui non è ancora risalito.

Brian in forma come non lo si vedeva da tempo. Non tanto fisicamente quanto emotivamente. Quasi in pace con le sue parole, con la sua musica. Felice e forse anche un po’ incredulo di essere veramente lì.

Potenti come (forse) si era temuto non potessero più essere, in alcuni momenti hanno davvero riavvolto il tempo e questi vent’anni erano tutti lì, tutti presenti nello stesso momento, nello stesso turbine di note e grida e sudore e parole urlate in una notte troppo fredda contro una luna troppo grande.

Ad oggi, il loro miglior concerto cui abbia assistito.

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SETLIST

Every You Every Me (Casino video on the screen)
Pure Morning
Loud Like Love
Jesus’ Son
Soulmates
Special Needs
Lazarus
Too Many Friends
Twenty Years
I Know
Devil in the Details
Space Monkey
Exit Wounds
Protect Me from What I Want
Without You I’m Nothing
36 Degrees (slow version)
Lady of the Flowers
For What It’s Worth
Slave to the Wage
Special K
Song to Say Goodbye
The Bitter End

Encore:

Teenage Angst (slow version)
Nancy Boy
Infra-red

Encore 2:

Running Up That Hill (A Deal with God)

 

 

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E niente. Causa l’arrivo di questa bella creatura gialla io sono di nuovo in fissa per quest’album.

Usciva il 12 ottobre 1998, quindi siamo anche in zona anniversario.

 

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No, alla fine non ha piovuto.

Penso sia stato uno dei loro concerti più belli, tra quelli che ho visto.

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Setlist:

B3 
For What It’s Worth
Loud Like Love
Every You Every Me 
Scene of the Crime 
A Million Little Pieces 
Black-Eyed
Twenty Years 
Too Many Friends 
Special Needs 
One of a Kind 
Space Monkey 
Exit Wounds 
Meds 
Song to Say Goodbye 
Special K
The Bitter End 

Encore:

Teenage Angst 
Running Up That Hill (A Deal with God) 
(Kate Bush cover)
Post Blue
Infra-red 

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Arrivo in una Milano da poco innaffiata dall’ennesima pioggia di questi giorni. Pagina del meteo sempre rigorosamente a portata di mano, non perché effettivamente serva a qualcosa ma perché così poi ci si può lamentare quando non ci azzecca.

La prima cosa che faccio, uscita dalla stazione, è sbagliare metropolitana. Ovviamente. Certe volte sono così prevedibile nelle minchiate che faccio che mi annoio da sola. Comunque non ho sbagliato di molto. E’ colpa della linea Rossa che si biforca. Se non altro me ne sono accorta in tempo prima di finire a Bisceglie.

Scendo alla fermata di cambio e appena metto piede sulla banchina sento uno squittio. Mi volto e vedo due ragazze che adocchiano la mia Placebo-Borsa con scritta Loud Like Love individuabile dal satellite.

“Scusa, vai a un concerto?”

“Perché? Si nota?”

Sono in perfetto anonimato.

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Sul treno gli squittii riprendono.

Hanno notato il mio zaino dei Muse o la mia canottiera Mollamy?

La risposta arriva quasi immediatamente quando colgo uno stralcio di conversazione: “…ma c’è gente che non shippa Molsdal!”

Io sorrido come una cretina al tabellone delle fermate e intanto penso: “c’è gente che shippa ancora Molsdal!”

Rapida tappa in albergo per mollare lo zaino – che insieme alla borsa mi rende un baluardo vivente del Mollamy più ancora della maglietta – e poi mi preparo psicologicamente alla giornata.

Raggiungo via Diomede 1, l’ingresso dell’Ippodromo e, come prima cosa, mi concedo cinque minuti di autocompiacimento perché l’albergo è veramente attaccato. Suppongo che il fatto di averlo prenotato a febbraio abbia giovato in termini di disponibilità delle strutture, ma è un dato di fatto che quando c’è il Molko di mezzo io sono sempre patologicamente innaturalmente in anticipo su tutto.

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Davanti all’ingresso c’è già un gruppetto di persone accampate. I primissimi sono stati numerati dal tizio dello staff che staziona davanti alla porta, ma quando arrivo l’iniziativa è già naufragata.

Le persone che conosco e che incontro solo in queste circostanze, come se quella della Coda-Per-La-Transenna fosse una dimensione parallela a sé stante.

Sono le 10.30 del mattino. Le prime porte apriranno alle 16. I cancelli alle 19.

E’ lunga, ma non fa caldo e – a parte qualche timida gocciolina per un paio di volte nel corso della mattinata – non piove neanche e, se ripenso alle sette ore sotto l’acqua di novembre, questa si preannuncia una scampagnata. Ci si può addirittura sedere per terra. [Che poi undici ore seduta sulle pietre non siano esattamente una cosa positiva – come testimonia il dolore sordo delle mie povere chiappe mentre scrivo seduta sui gradini del Duomo – è un altro discorso, ma pazienza].

Le chiacchiere casuali. Le ff lette ad alta voce.

L’avvicinarsi della prima apertura comincia a far emergere tutta una serie di pecche di organizzazione sulle quali ci sarebbe da scrivere un post a parte e che purtroppo accomunano un po’ tutti gli eventi organizzati in Italia.

Per dire. Sapevano perfettamente che si sarebbe formata coda fin dal mattino. Cosa costava piazzare due accidenti di transenne? Evidentemente troppo. Il risultato è che gente arrivata alle tre del pomeriggio si è ammassata all’entrata esattamente come chi era lì dal mattino.

Ora. Personalmente queste dinamiche non mi turbano più di tanto. Le noto ma le metto in conto come un fattore fisiologico e inevitabile correlato a questo tipo di eventi. Io vado lì presto, faccio quel che posso per arrivare davanti, è ovvio, ma fa tutto parte del gioco.

Non so, non mi viene da incazzarmi. Tanto più che, una volta entrati, si deve correre per arrivare al secondo cancello e quindi, inevitabilmente l’ordine di arrivo se ne va a farsi fottere. Ad ogni modo, già qui si alzano i toni. Qualche urlo e qualche insulto che vola.

Entriamo. Corsa. Breve, per fortuna.

Riesco a piazzarmi più che dignitosamente anche se stavolta l’accampamento è meno agevole e siamo praticamente ammucchiati più che seduti.

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Sono le 4.30 e dobbiamo rimanere qui per poco meno di tre ore. Amen. Un po’ di polemiche. Un po’ di crampi. Chi saltella sul posto perché non sa come sgranchirsi. Chi si annoda in strane configurazioni con perfetti sconosciuti pur di distendere le gambe per cinque minuti. Adesso fa caldo e, quando sento due ragazzi alle mie spalle discutere di Berlusconi realizzo che il livello di sclero si sta considerevolmente alzando.

Ad un certo punto un tizio della security ha la malaugurata idea di chiedere ad una ragazza davanti di fargli vedere il biglietto e istantaneamente tutti si alzano e si accalcano ravanado nelle borse per sfoderare il proprio biglietto. Il suddetto tizio della security si incazza per la bovina reattività della massa ma ormai è fatta. Non mi ricordo se qualcuno ha provato a risedersi ma, in ogni caso, di lì a poco siamo tutti in piedi e accalcati.

Le sette si avvicinano, arrivano e passano.

Altro tocco di professionalità dell’organizzazione: lo sbarramento è costituito da una transenna a nastro di quelle bianche e rosse. Dietro ci sono due ingressi dove dovrebbero essere controllati i biglietti. Dopo segue la polizia per le borse.

Arriva un tizio dell’Ippodromo e chiede attenzione. Il succo della comunicazione è: adesso apriamo. Procedete con ordine e non correte che tanto non serve a niente e poi scivolate.

*Inserire emoticon a piacere che esprimano pietosa condiscendenza per il tizio*

Aprono e il primo security-man, per quanto grosso, viene pressoché travolto. Comincia a gridare stop stop stop. Due gruppetti sono già passati a destra e a sinistra. Io sono sulla destra proprio al limite delle persone fermate. Esito per due secondi poi mi fiondo avanti lo stesso. Il tizio inevitabilmente mi nota e si incazza. Mi urla che ha detto stop. I spalanco gli occhi, faccio flap flap con le ciglia e ostento l’aria più innocente che mi riesce mentre, puntando il dito verso la schiena di due ragazzi entrati poco prima e mai visti in vita mia, dico con vocina flebile “ma…sono con loro…”.

Probabilmente mi sono guadagnata l’odio di un discreto quantitativo di persone ma sono piuttosto convinta che siano le stesse persone che al mio posto avrebbero fatto anche di peggio, ergo non mi strappo i capelli per la disperazione.

Biglietto. Sì. Mi piacerebbe. Il tale che dovrebbe controllarmelo si sta praticamente menando con un ragazzo.

Da quel che ho capito il ragazzo deve essere avanzato in modo forse un po’ troppo propositivo e l’altro deve averlo fermato bloccandolo magari con la mano, dal che “toglimi le mani di dosso” “no, tu toglimi le mani di dosso”. Insomma, aspiranti maschi alfa in azione.

Nel frattempo. Un tot di gente entra a cazzo senza far controllare il biglietto.

Arrivano altri addetti. Io protendo il mio sperando che non me lo massacrino strappandolo male perché è il fan-ticket ed è effettivamente molto figo. Non me lo strappano proprio. Lo guardano e mi dicono sì sì mentre tra loro commentano “non ne abbiamo controllati un sacco…”.

Polizia. Il povero poliziotto sbircia nella Placebo-Borsa, probabilmente si scoraggia e mi dice vai vai con un tono a metà tra il rassegnato e l’incoraggiante che mi fa sorridere.

Bon. Seconda corsa.

Allora. Già con sta faccenda della doppia apertura mi hanno fatto correre due volte e non una. E passi.

Però questa è dannatamente lunga. O meglio. Lunga per un individuo come me che l’ultima volta che ha corso è stata a novembre sempre per la transenna Placebo. Capitemi.

Ad un certo punto della corsa sento che mi si stacca un orecchino. In quella frazione di secondo nella mia mente sono successe le seguenti cose:

– visualizzazione del fotogramma di Velvet Goldmine in cui Brian perde la sciarpa mentre corre e si ferma a raccoglierla.

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– ricordo dell’intervista in cui spiegava di averlo fatto non perché fosse sul copione ma perché è quello che farebbe qualsiasi persona normale.

– standby neuronale

– elaborazione della conclusione “io NON sono una persona normale”

– modalità transenna: ON

In realtà questa volta sono piuttosto decisa a puntare lato Brian, il che vuol dire che la transenna vera e propria è improbabile ma mi basta essere vicina.

Mi spiaccico dietro una famiglia etichettata con il pass di “guest” che è già lì dal pomeriggio e che ovviamente è centratissima. Niente di strano. Capita spessissimo. Se avessi puntato Brian anche a novembre mi sarei trovata dietro Asia Argento e alla fine non mi sarebbe neanche dispiaciuto.

In questo caso non so bene chi fossero questi “guests”. Il marito mi ricorda vagamente qualcuno ma non ho idea di chi. Io sono dietro la moglie/compagna che, oltre ad essere simpatica ha anche l’inestimabile pregio di essere bassa.

Vedo veramente benissimo.

Controllo di non aver perso nient’altro nella corsa e mi tranquillizzo perché penso che ormai il più sia fatto. Neanche il tempo di pensarlo e si sentono altre urla.

Ma cazzo, stasera hanno sbroccato tutti quanti?!

Una ragazza di fianco a me è colta da crisi isterica perché il tipo “guest” in transenna è, per l’appunto, in transenna. Ora, capisco che il tale è alto due metri e può effettivamente rompere i coglioni, così davanti, ma l’approccio in lacrime “brutto stronzo tu non puoi stare qui non è giustoooo” non è esattamente il migliore per muoverlo a compassione e farlo spostare.

Polemiche. Insulti. Strilli.

La protesta per la transenna contagia anche qualcun altro con conseguenti tentativi di schiacciamento ed estromissione.

Io sono in modalità “menatevi ma non muovetemi da qui”.

Sono sulla pedana della transenna e la persona davanti a me, come dicevo, mi garantisce ottima visibilità.

I puristi della transenna però no. La seconda fila è un onta che va lavata col sangue. Devi aderirci con tutto il corpo alla transenna, sennò non vale.

E vabbè.

I fan degli Slayer sono davvero un sacco più equilibrati. Giuro.

Le solite foto di rito al palco.

Steve che spunta ogni tanto a lato con i tecnici (io mi dimentico sempre che porta gli occhiali).

Brian che spunta anche lui per un momento, con gli occhiali da sole e io e un’altra ragazza che immediatamente cominciamo a pregare divinità a caso perché non si azzardi a tenerli su anche per il concerto.

Gli occhiali da sole sul palco sono veramente una bastardata, Brian, sappilo.

Brian che fino a poco prima dell’apertura girava sul palco con Cody al seguito.

Fino all’ultimo non si sa nulla di eventuali opener ma alla fine ci sono.

Sono gli L.A. e non sono neanche male.

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Non sono male ma non si può fare a meno di essere contenti quando finiscono e arrivano i tecnici a preparare definitivamente il palco.

Io che rido sempre un casino quando vedo aggiustare il microfono di Stef che è ad un’altezza imbarazzante per il povero tecnico.

I soliti bicchieroni di intruglio sia per Brian che per Stef posizionati ai lati della batteria.

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Il microfono di Brian e, sì, nel caso avessi avuto ancora dei dubbi, è davvero lì davanti.

Vuoto. Buio.

Parte l’intro di B3.

Ci siamo.

Ho la pelle d’oca anche solo a ripensarci mentre scrivo.

La botta di adrenalina quando comincia davvero mentre pensi ormai di essere sfinito dopo undici ore di attesa.

Entra prima Steve. Poi Stef. E Brian che si piazza subito davanti all’ampli con la chitarra. Ma quanto gli piace fare sta cosa? Era sempre lì col culo per aria dopo quasi tutte le canzoni. Non che mi lamenti, per carità, è pure dimagrito un sacco.

Ecco. Qui va detta una cosa. Il fatto che io sia davanti a Brian rende la mia visione del concerto estremamente parziale. Ho già avuto modo di esprimere questa cosa in altre occasioni ma lo ribadisco. Non lo faccio apposta. Se c’è Brian nel mio campo visivo io non riesco fisicamente a guardare qualcos’altro. E’ anche seccante per certi versi perché mi perdo dei pezzi. Ogni tanto mi forzavo a voltare la testa verso Stef o ad allungare lo sguardo su Fiona, ma per un buon 95 percento del concerto ho fissato lui.

Brian. Vestito di nero, tanto per cambiare. Fortunatamente senza giacca, visto il caldo. Stivaletti vecchi, quelli che adoro.

Niente trucco sugli occhi, con mio grande disappunto. Ma il disappunto l’ho elaborato in seguito perché sul momento avrebbe potuto anche avere una felpa di Winnie The Pooh e avrei annuito con ammirazione.

La setlist:

  • B3  
  • For What It’s Worth 
  • Loud Like Love 
  • Allergic (to Thoughts of Mother Earth) 
  • Every You Every Me 
  • Scene of the Crime 
  • A Million Little Pieces 
  • Rob the Bank 
  • Too Many Friends 
  • Space Monkey 
  • One of a Kind 
  • Exit Wounds 
  • Meds 
  • Song to Say Goodbye 
  • Special K 
  • The Bitter End 

Encore:

  • Begin the End 
  • Running Up That Hill (Kate Bush cover)
  • Post Blue 
  • Infra-red

Bella. Bellissima. La adoro. Se proprio devo fare la fan noiosa posso dire che avrei tanto voluto che facessero anche Sleeping With Ghosts ma non riesco davvero a lamentarmi con convinzione.

Allergic dal vivo è qualcosa che non avrei mai più sperato di sentire.

Sì, avevo visto che l’avevano riesumata nelle date precedenti ma evidentemente non avevo ancora metabolizzato la cosa. Mi rendo conto che mentre la urlavo sembravo probabilmente molto più squilibrata di tutti quelli che poco prima quasi si menavano e ho intravisto un’occhiata preoccupata dalla ragazza a fianco a me, ma non importa. Cazzo. Allergic dal vivo.

Che poi io non mi tolgo il dubbio che certe volte le scelga pescando a sorte perché, sinceramente, non pensavo neanche che si ricordasse di averla scritta.

Every You Every Me come sempre mi causa scompensi spazio-temporali perché per me è davvero troppo legata al mio passato e penso sempre di essere sul punto di disintegrarmi perché non è concepibile che una persona possa sopportare tanti ricordi tutti insieme. Poi l’onda passa e si ritira, come sempre, ma è sempre lei e non perde niente della sua potenza.

A Million Little Pieces mi ha provata più dell’altra volta. Sarà che in questi mesi ho sviluppato con questa canzone un legame ancora più viscerale, non lo so, ma sul secondo ritornello qualche lacrima proprio non posso evitarmela (andando, peraltro, ad aumentare ulteriormente la preoccupazione della ragazza vicina che ormai mi ha definitivamente etichettata come instabile). Questa volta AMLP mi ha fatto proprio un po’ male, per motivi di cui sono fin troppo consapevole, ma va bene così perché ne avevo anche bisogno.

One Of A Kind dal vivo è un’altra perla, un’altra che ho sempre adorato per la sua letale onestà.

Su Meds si può apprezzare, come sempre, l’Angolo-dell’ego-di-Brian, quando nella pausa prima dell’ultimo forget si ferma a godersi le urla. Non che il suo ego si tenga altrimenti in disparte, ma qui proprio lo si può vedere fisicamente gonfiarsi e gongolare. Tesoro.

Su Special K fa cantare a noi il coretto.

Sulla fine di Bitter End arriva un po’ di pogo che fino ad ora non si è avvertito nelle prime file, non so se per culo o grazie al tizio grande e grosso alle mie spalle che mi fa da bodyguard, ma tutto sommato me la cavo con uno spostamento laterale.

Prima dell’uscita pre-encore Steve viene avanti per dare le bacchette.

Ora. Non è una novità. Lo fa sempre. E i loro live seguono più o meno sempre lo stesso schema. Li so a memoria. Peccato che io sia talmente imbambolata a guardare Brian che gioca con la pedaliera che quasi non mi accorgo dell’arrivo di Steve e di conseguenza vengo colta alla sprovvista dall’inevitabile calca che si scatena per afferrare le bacchette. Sono un’idiota. Che poi, quand’è così, manco ci provo a prendere qualcosa. Solo che ad un certo punto mi trovo esattamente in mezzo a due persone che si contendono una delle due bacchette tirando in direzioni opposte mentre un numero imprecisato di altri individui mena botte a destra e a manca. Morale. La bacchetta non l’ho presa ma ho preso un sacco di legnate. Amen. Anche questa è colpa di Brian  che mi ha distratta. Ecco.

L’encore riprende con Begin The End e, sebbene sia contenta di averla sentita e sebbene mi piaccia anche parecchio con quel suo ritmo ossessivo (e la chitarra di Brian che si sente per una volta più delle altre), continuo a dire che live non rende. E’ troppo lunga. Non fa veramente presa. Poi lui si mette a fare aaaww nel microfono e addio ad ogni velleità critica, ma vabbè.

E poi.

Poi ci sono i flash. Le immagini che ti restano impresse sulle retine e ti tornano in mente a tradimento.

Brian che sembra aver sviluppato il vezzo di menare pugni alle chitarre battendo il ritmo. Non che sia un gesto esattamente nuovo, ma stasera sembra che gli venga particolarmente spontaneo. Ad un certo punto ho sentito distintamente il rumore della sua mano su non mi ricordo più quale chitarra, nonostante tutto il casino.

Brian che si sposta di lato e un coro di ululati che non mi spiego a cosa siano dovuti, dato che non sta facendo niente di particolare, finché non mi accorgo che c’è Stef inarcato all’indietro al centro del palco che suona come se stesse per sollevarsi da terra in un fascio di luce aliena. Sempre per la serie: le cose che mi perdo per colpa di Brian.

Brian che a un certo punto ci guarda come se si aspettasse davvero qualcosa da noi.

Appunti sparsi. Note per il mantenimento di una soglia minima di sanità mentale:

– Ansimare nel microfono dovrebbe essere illegale. Sentito, Brian? Quello che già normalmente ci fai con quel dannato microfono basta e avanza. Non infierire.

– Stare per più di cinque minuti accucciato sulla pedaliera a fare non si sa bene cosa, mentre in controluce si vede il sudore che gocciola dal viso e dai capelli NON si fa. Che poi uno si trova a pensare di voler essere quella pedaliera e NON è una bella cosa. NON giova all’autostima. Y’know?

Infra-red e Brian che salta per un bel po’ di volte in quel suo modo scomodissimo.

I soliti capelli tirati via col mignolo.

Il cut sulla gola su killing time di One Of A Kind e Bitter End.

I giochi con la voce, improvvisati.

I momenti in cui arriva sul bordo del palco.

I ringraziamenti in italiano.

Il momento in cui arrivano tutti davanti per ringraziare e salutare e Brian ha davvero un’espressione soddisfatta. Distrutta, ma soddisfatta.

Fiona che si toglie qualcosa da un occhio.

I sorrisi tra Brian e Stef e i loro sguardi di intesa.

Il modo in cui Brian cerca Stef. Quello vero, al di là di tutte le fan-minchiate.

Se proprio devo essere pignola, le luci non sono un granché ma penso che sia voluto. Non potendo più tirare giù la tenda delle prime date, viene studiata l’illuminazione più anti-foto possibile. Davvero, i momenti in cui il palco è illuminato bene sono pochissimi e molto brevi.

Una mia amica sostiene che il passo successivo sarà: Fiona, Steve e Nick in prima fila e Brian e Stef collegati in video da casa con inquadratura fissa dalla chitarra in giù. E il problema foto è bell’e risolto.

E, sempre per pignoleria, dovrei dire che la batteria era veramente troppo pompata, tanto che, a volte, soffocava un po’ la voce.

Ma la realtà è che questi sono dettagli che non scalfiscono un concerto effettivamente grandioso, coinvolgente, travolgente dall’inizio alla fine.

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La mattina dopo mi sveglio con un principio di magone. Giro per Milano. Cammino per le strade di una città con la quale ho un rapporto strano ma alla quale, alla fine, voglio bene. Non so se ho chiuso tutti i conti con i miei fantasmi. Non sono sicura di averli allontanati per sempre. So che, in qualche modo, mi ci sono riappacificata. So che posso accettare di vederli tornare o andarsene. Che a volte basta lasciare andare qualcosa, perché smetta di fare male.

Aspetto la consueta post-gig depression ma non credo che arriverà, questa volta. Questa volta è più forte il senso di liberazione. Di sollievo.

La sensazione di essere in pace col mondo e soprattutto con me stessa. Quella bolla protettiva che impedisce a qualsiasi cosa di toccarti. Di scalfirti.

Quella musica, quella voce, quelle parole urlate nella notte erano esattamente ciò di cui avevo bisogno. Ancora una volta.

 

Tutte le foto (a parte la gif) sono mie. La qualità non sarà ottima ma sono contenta di essere riuscita a farle.

E niente, con questo il blog va in vacanza per un po’.

Ci si risente a settembre.

Buona estate a tutti. 🙂

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*La proprietaria del blog ha dei seri problemi.

Ne è un chiaro indice il fatto che continui a parlare di sé in terza persona e che stia tentando da un’ora di iniziare il post senza riuscire a scrivere due righe.

Altro segnale rivelatore potrebbe essere la comprovata incapacità di staccarsi da YouTube e dai video dell’altra sera.*

Non avevo mai sentito i Placebo live.

Li seguo praticamente da sempre ma, per un motivo o per l’altro, non ero mai riuscita ad andare ad un loro concerto.

Il che, se si considera il periodo deeply-addicted&obsessed in cui sono risprofondata negli ultimi due-tre anni, amplifica notevolmente le proporzioni dell’evento dell’altra sera, conferendogli i tratti di un avvenimento epocale.

Biglietto comprato a maggio.

Albergo prenotato a giugno.

Treni prenotati a ottobre.

Un improvviso interesse per le condizioni sindacali dei dipendenti FS, chè se per caso saltava fuori uno sciopero il 22 era pronta un’attrezzatura per spedizioni polari per raggiungere la meta eventualmente anche a piedi.

Preparativi sparsi in tutti i mesi di attesa.

Un improvviso interesse per il meteo dell’Emilia Romagna – nonostante la radicata avversione per il concetto di previsioni meteo.

Il merchandise ordinato sul Placebo-store – perché bisogna pur far qualcosa per mitigare l’ansia.

Lo striscione sparpagliato tra Milano e Pisa e ricongiunto all’ultimo.

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Il raptus dei cartelli da preparare nell’ultima settimana.

E la pioggia che qui a Torino ha fatto anche finta di diventare neve per un po’, giusto per aggiungere un po’ di pathos alla faccenda.

Torino-Monza-Milano-Bologna-Casalecchio di Reno.

Siamo in tre.

Sono le 11 del mattino e, nonostante il miei tentativi di negare l’evidenza mascherati da ottimismo, sta piovendo e tira pure un vento gelido.

Davanti all’Unipol ci siamo noi e qualche altro esemplare di fan che si aggira sperduto intorno agli ingressi, probabilmente chiedendosi se sia effettivamente il caso.

Pare ci sia qualcuno che ha dormito in macchina lì davanti.

Il richiamo del cancello senza nessuno davanti è indiscutibilmente forte. Ci si avventura tra le corsie per le code, così, giusto per vedere che effetto fa, ma, tempo di arrivare lì davanti e si sa già che non si mollerà più la posizione neanche in caso di uragano.

Presente il momento in cui i protagonisti si guardano e realizzano di essere fottuti? Ecco, proprio quello lì. Un po’ come Bruce Willis in Armageddon, we say our last goodbyes e cerchiamo una posizione tollerabile, compatibilmente col fatto che non ci si può sedere per terra e il vento cambia direzione all’improvviso – il che crea almeno il diversivo del recupero dell’ombrello fuggitivo.

Ad un certo punto, nel grigio brumoso della ridente zona commerciale che si stende intorno all’Unipol si vede sfrecciare un garrulo esemplare di fan a bordo di un carrello dell’Ikea usato come skateboard. Occhi pallati e truccati in perfetto stile panda Molko anni 2000, il tizio è poi scomparso definitivamente dopo qualche passaggio. E non era neanche ancora l’una.

Gente che comincia cauta ad arrivare.

Strane configurazioni di ombrelli – che tanto avrai sempre un rivolo che ti cola a tradimento su una zona non protetta.

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I sacchi di nylon per avvolgere il contenuto della borsa – dopo gli studi Rai di settembre pare stia diventando una specie di tradizione che quando c’è il Molko in circolazione io mi munisca di sacchi di nylon anti-pioggia.

Il centro commerciale che diventa improvvisamente il posto più bello in cui si sia mai messo piede, quando tra l’una e le due ci si alterna a gruppetti per nutririsi e recuperare l’uso degli arti inferiori pur senza mollare il presidio.

I bagarini piazzati davanti alle biglietterie ancora chiuse. Se non fosse che la pioggia ha notevolmente fiaccato la mia indole di paparazzo, li avrei anche immortalati.

La voce di Brian che all’improvviso risuona sotto la pioggia mentre dentro stanno provando Too Many Friends – e a questo punto, se fossi una fan modello, dovrei dilungarmi su come, per effetto della voce di Brian, improvvisamente il freddo e la pioggia siano spariti di colpo ma no, non sono una fan modello e continua a fare un freddo cane.

Tizi dell’Unipol che ogni tanto si aggirano in prossimità dei cancelli e che vengono immancabilmente bersagliati di domande sull’effettivo orario di apertura – che, altrettanto immancabilmente, cambia tutte le volte.

Tristi tentativi di depistaggio da parte di alcuni esemplari di sedicenti fan geneticamente progettati per tentare di neutralizzare la loro stessa specie tramite l’originalissimo espediente del “ma-voi-siete-in-coda-dalla-parte-sbagliata-quella-giusta-è-di-là-(=dietro di loro)” #gentechemeritaunamortedolorosa.

Il pomeriggio passa più in fretta perché c’è l’obiettivo dell’apertura delle biglietterie.

Il biglietto finalmente tra le zampe (ma perché diavolo SeeTickets si ostina a stampare cuori a caso sui biglietti? vabbè) e il momento in cui d’improvviso si realizza che ohccazzo-ma-stiamo-per-vedere-i-Placebooooo!! – ché fino a quel momento mica ti è ancora chiaro il motivo per cui ti stai sottoponendo a tutto ciò.

Chiacchiere, cazzate, qualcuno che canta qualcosa, ma controllano le borse? ma le bottiglie possono entrare? e gli ombrelli? Gente che, nel dubbio, si disfa di qualunque cosa, perché ormai c’è la polizia e ci sono gli Unipol-Men fissi ai cancelli, il che vuol dire che ormai ci siamo.

Aprite insieme i due cancelli del parterre? Sì sì. Cosa che per poco non è andata esattamente così ma fa lo stesso, lo scarto non è stato poi determinante.

Aprono.

Biglietto proteso in avanti.

Borsa aperta praticamente lanciata sotto il naso di un poliziotto.

Hai degli accendini? Non si possono portare gli accendini.

Ma che cazzo di domanda è?

Sì, ho degli accendini, due per l’esattezza e no, non glielo dico. Se veramente spera di riuscire a trovare qualcosa di piccolo nel caos di quella borsa è un ottimista come me per la pioggia. E se vuole davvero controllare sono pronta a regalargli la borsa con tutto il contenuto.

Mi assicuro che non voglia sapere altro e bon, comincio a correre.

Corro. Ché non conta un cazzo se sei stato otto ore attaccato al cancello in primissima fila se poi ti passano tutti davanti (sopra) nel tragitto tra il cancello e il palco.

Corro. Io che ho sempre sostenuto – e sostengo tuttora – con orgoglio di non essere in grado di correre neanche per salvarmi la vita. Io che odio correre e che mi sopporterò mesi di prese per il culo perché solo il Molko poteva riuscire a farmi correre.

Corro e riesco per qualche strana congiunzione astrale a non ammazzarmi giù dalle scale – penso vagamente che sembra di stare in un cazzo di hunger game.

Corro e punto la giacca della socia che si è lanciata in avanti poco prima di me. Non vedo neanche il palco. Vedo dov’è lei e basta, al resto ci penso poi. Sperimento un barlume di spirito agonistico a me sconosciuto quando un tizio mi supera sulla destra ma o corro o ringhio, fiato per fare tutte e due le cose non ce l’ho.

Corro e arrivo. Transenna.

Transenna centrata Stef. Sono morta. Prima volta. Morirò altre svariate volte nel corso della serata.

Alla fine hanno aperto alle 7, il che vuol dire che non c’è poi molto da aspettare. Birra, per prima cosa. Poi. Creazione di una configurazione che permetta possibilmente di togliersi un po’ di strati di dosso ma di mantenere le mani libere, il tutto senza devolvere cellulare, chiavi e macchina fotografica alla causa. Sulle tribune si sta assemblando lo striscione e noi si comincia a distribuire i cartelli con la scritta THANK YOU da tirar su alla fine di Teenage Angst.

Nonostante i miei timori, i fan si dimostrano docili e collaborativi – una volta prese le posizioni si torna incredibilmente ad essere tutti amici – e i cartelli si sparpagliano in fretta.

Palco allestito per gli opener, i Toy.

Passa un Unipol-Man che per qualche motivo dice no, no, non vi alzate ancora. Il che ha come conseguenza inevitabile che tutti si alzano.

Le dinamiche della massa sono affascinanti.

Mi sistemo sulla transenna. Mi ci abbarbico. Familiarizzo con quei centimetri di metallo a cui penso da mesi e che in quel momento sono il posto più bello in cui sia mai stata.

Arrivano i Toy sui quali mi ero brevemente documentata nei mesi scorsi e, davvero, non sono affatto male. Resta da capire quanto abbia inciso nella scelta il fatto che Tom Dougall sembri un piccolo Molko per quel che riguarda trucco, capelli e movenze. Esiste dunque una soglia minima di molkitudine necessaria per essere presi in considerazione come opener? Argomento da approfondire.

Già sull’ultimo pezzo dei Toy io comincio stranamente a scollegarmi.

Qualche ragazza portata via dallo staff, causa malore – senza nulla togliere al Placebo-effect continuo a pensare che il passaggio al caldo e alla folla dopo otto ore di freddo possa aver giocato il suo ruolo.

Io mi spengo per un attimo e il momento dopo mi prende il panico. Non ho la più vaga idea del perché ma il meccanismo è stato un po’ oddio-arrivano-davvero-ho-paura-vado-via.

Suppongo si chiami emotività devastata.

In ogni caso non potrei muovermi neanche volendo perché ormai sono definitivamente incastrata.

Le solite foto al palco vuoto e ai tecnici.

In alto si vede il telo semitrasparente che scenderà davanti a Brian e soci su alcune delle canzoni e che non piace particolarmente a nessuno. L’ennesimo capriccio della diva Molko che polemizza per l’eccessivo paparazzamento da cellulare, ma alla fine va bene lo stesso.

Buio. Parte la base di B3 e io per poco non mi perdo l’entrata perché un enorme tizio dello staff stava tirando via l’ennesima fanciulla accasciata proprio sopra la mia testa.

Steve arriva saltellante come sempre.

Stef si sta sempre più molkizzando perché entra quasi senza salutare come insegna il frontman.

Brian arriva praticamente insieme a lui e questo fa sì che quei pochi neuroni che ero riuscita ancora a mantenere in vita collassino miseramente.

Brian.

Brian che ho visto miliardi di volte su un palco.

Brian che so esattamente come si muove, di cui conosco i dettagli di ogni singolo gesto.

Brian che si tira indietro i capelli col mignolo (che tra l’altro è una cosa scomodissima).

Brian che si fa mettere il microfono ancora più basso del necessario e poi ci si contorce sotto.

Brian che palesemente ha una filosofia tutta sua per quel che riguarda il microfono.

Brian che dopo tre canzoni è già sudato come se avesse corso per tre ore sotto il sole e io che vedo una goccia di sudore che cade dai suoi capelli in una coincidenza degna dei migliori screenshot.

Brian che è veramente preso benissimo e lo si capisce da come scandisce in modo ancora più marcato. Già dall’espressione aristocraticamente infastidita sui dilettants di B3.

Brian che ringrazia in italiano.

Brian che ha un paio di stivali nuovi, marroni, come la cintura, pantaloni, camicia e gilet neri.

Brian che ha cambiato leggermente il testo di B3 anche se non è ancora ben chiaro il motivo.

Brian che urla e la sua voce che è perfetta, pulita, esattamente quella che ho nelle orecchie tutti i santi giorni.

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Stef è esattamente davanti a me ed è ormai chiaro ai più che si sta creando un secondo frontman. Dall’epoca Battle in poi Stef è praticamente impossibile da ignorare. Che sia una tecnica concordata per compensare il fatto che Brian gira sempre di meno sul palco? mah. Resta il fatto che la cosa non dispiace.

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For What It’s Worth è in effetti un po’ inutile ma d’altronde lo era pure B3, ma questi erano i discorsi prima di essere lì. Adesso questa è la migliore setlist al mondo.

Loud Like Love dal vivo mantiene tutte le sue promesse. E’ fatta per essere urlata, per saltare, per mandare via qualsiasi altra cosa.

Twenty Years, che ormai non la toglieranno più finché non saranno ufficialmente passati i loro vent’anni e che, con l’arrangiamento che hanno messo a punto, è ancora meglio che in originale.

Quando parte l’attacco di Every Me Every You…ecco, lì penso sia la seconda volta che sono morta. Come realizzare di nuovo la realtà di tutto quanto. Qualcosa che ha a che fare con tempi che si mescolano e passato che si comprime per arrivare esattamente qui e adesso. E Brian che arriva dal nostro lato sulla chiusura. E il sorriso.

Too Many Friends e il suo computer pensante che l’abbiamo urlato veramente in dodicimila, nessuno escluso.

Scene Of The Crime e la concentrazione per non sbagliare a battere le mani. Occhi fissi su quelle di Stef, che però ha un ritmo un po’ strano e dopo un po’ mi perdo comunque. Per colpa delle mani di Stef.

A Million Little Pieces sempre dietro il sipario trasparente calato prima su Scene. Non è che non ci si veda attraverso, solo che funziona se si sta esattamente davanti perché a guardare di lato si vede effettivamente maluccio.

Speak In Tongues, seconda superstite di Battle, bella, con quella parte finale in crescendo e il telo che si ritira su proprio prima di don’t let them have their way.

Rob The Bank, che forse non sarà il massimo come testo ma è divertente e dal vivo rende bene. E l’espressione schifata di Brian su pick your nose. E il pezzo studiato apposta per far battere le mani sulla batteria di Steve.

Purify e like a fallen angel che più acuto e più femminile di così non poteva venirgli.

Space Monkey e il telo che cala di nuovo (e a momenti prende in testa uno dello staff). E io che non ci posso credere che l’abbiano di nuovo inserita in setlist dopo tutto il tempo che è passato. Space Monkey che non l’ho ancora capita del tutto adesso, ma che ho sempre amato tantissimo. Space Monkey sulla quale ho urlato veramente come se non ci fosse un domani.

Blind, sempre dietro la tenda. Altra chicca, altro brano meraviglioso che non si sentiva live da un po’. La mania che gli è presa a Brian di alzare i toni alla fine, a differenza che nell’originale. Anche se poi il risultato è ottimo lo stesso.

Exit Wounds, la mia preferita dell’ultimo album. Avevo un po’ di timore perché qualche data fa, non mi ricordo esattamente quando, non era venuta un granché, ma fortunatamente è stata perfetta.

Meds, sempre col solito arrangiamento live, le ondate di pogo e la pausa prima dell’ultimo forget, con gli occhi di Brian che vagano inquisitori sulla folla, come a voler controllare se c’è qualcuno che non urla abbastanza.

Song To Say Goodbye e un arrivederci in italiano infilato alla fine. E Brian in punta di piedi sulla seconda strofa (che poi perché? boh, però ormai lo fa quasi sempre) e la voice that made all of us cry.

Special K, di nuovo dietro il telo. Pogo. Tanto pogo. Ad un certo punto non respiro per un po’ e comincio a fare mentalmente il check di quanti organi vitali sento minacciati in quel momento.

Bitter End e il mondo che viene giù. Intro con Stef che dirige le urla come un direttore d’orchestra dalle movenze sinuose.

Prima uscita. Inchino di Brian.

Rientrano dopo pochissimo.

Teenage Angst, con il nuovo arrangiamento che ci sta decisamente meglio di quello saltellante che si ostinavano a fare fino allo scorso tour. E i cartelli THANK YOU tirati su alla fine. Tanti. Più di quello che mi aspettavo. Brian che ringrazia, Stef che mostra segni di affetto. Non dico che a momenti mi ci metto a piangere perché altrimenti dovrei dire anche di tutte le altre volte.

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Running Up That Hill, con lo sguardo in alto che grida screenshot da tutte le parti.

Post Blue, che è la mia, anche se forse non ho ancora capito bene il perché, ma che è la mia e basta. E che molti vorrebbero togliere dalla setlist e dall’encore ma che io spero non tocchino mai.

Infra Red in chiusura come al solito. Brian energico fino alla fine che a un certo punto zompa come ai vecchi tempi. E che si mette ad armeggiare con la pedana sotto il microfono anche se ormai hanno praticamente finito tutti di suonare.

Steve che lancia le bacchette e la tipa di fianco a me che cerca di staccarmi un braccio, anche se siamo palesemente tutte e due fuori traiettoria.

Steve che lancia anche le sue scarpe e se non avesse paura di venire cazziato probabilmente lancerebbe davvero anche la cintura.

Brian che ritorna davanti a noi per ringraziare, con i suoi modi orientali che mi starebbero sul culo in chiunque altro ma tanto con lui mi si azzera qualsiasi capacità di critica.

Fiona che viene avanti, si allinea agli altri per l’inchino finale ma Brian è ancora impegnato a ringraziare, inchinarsi e non si sa bene cos’altro, con il risultato che si crea per un attimo una perfetta sintesi di quello che deve voler dire vivere nei Placebo: tutta la band che aspetta mentre Brian si fa i cazzi suoi.

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Arriva. Afferra la mano di Stef (che non è un momento molsdal, lo so, ma se qualcuno ce lo vuole vedere non dispiace in ogni caso, visto che comunque durante tutto il concerto se ne può rintracciare solo un altro e molto vago #lecosecheunopotrebbeanchenondire). Inchini. L’urlo di Brian. Le punte dei suoi stivali che spuntano fuori dal palco.

E i momenti sparsi che mi arrivano come flash, all’improvviso. Brian che a un certo punto si butta all’indietro e rimane così per un attimo.

Fiona che balla su Post Blue.

Stef che si sporge e urla verso di noi.

Stef con il pugno sul cuore, quando ci ringrazia.

Brian che si asciuga il sudore dal viso con un asciugamano, ma senza sfregare, che sennò viene via il trucco.

E il bicchierone del suo solito intruglio salva-voce, che ora ha anche Stef – lo dicevo io che si sta tramutando in un frontman.

Concerto fantastico. Perfetto in ogni dettaglio. L’ovvia considerazione cazzo-ma-sono-proprio-bravi-dal-vivo! che non ha davvero nessun senso farla, ma alla fine viene fuori lo stesso.

La consapevolezza che hanno ancora tanto da dire. E l’onestà con cui riescono a dirlo. Le parole di Brian. Le parole che ti arrivano dritte al centro di qualcosa che avresti voluto esprimere senza trovare il modo. La verità dolorosa, sotto gli atteggiamenti da diva, sotto il trucco, dietro gli occhiali scuri. La verità lucida e senza compromessi.

Grande esperienza, davvero. Ho male dappertutto, sono in piena depressione post-concerto e non penso che nulla avrà mai più senso nella mia vita. Non potevo chiedere di meglio.

Ora non mi resta che monitorare in attesa delle date estive.

[Per le foto di Brian che ringrazia non ho trovato l’autore. Si accettano segnalazioni al riguardo]

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Sono appena riuscita a guardarmi il motogp di domenica avendo schivato notizie dei risultati fino ad oggi. Sono orgogliosa di me.

Ciò detto, io seriamente, stavo cercando di concentrarmi sull’argomento di un post, ma sono troppo distratta da queste belle cose qui.

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Placebo in Rai a Milano domenica scorsa, a Quelli che il Calcio.

Mi chiedevo perché mai continuino ad andare a questi programmi di merda, ma quando ho cercato di proporre un’alternativa il desolante panorama televisivo italiano mi ha disarmata.

Poi. Segnalazione.

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Nuovo direttore Paolo Virzì, il che promette bene.

Qui il sito ufficiale, anche se non è ancora disponibile il programma completo.

Sperando di non perdermi tutto quanto come l’anno scorso.

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Ci hanno fatto aspettare.

Per essere precisi ci hanno fatto aspettare 4 anni, 3 mesi e 8 giorni.

Però com’è che si dice in questi casi? Ne è valsa la pena, ecco.

Ragazzi, se prendendovi un po’ di tempo in più tirate fuori tutte le volte un album così, prego, fate con comodo.

Si, vabbè, si fa per dire eh, che qui se il fandom non fa un po’ pressione il prossimo album ce lo ritroviamo per i cinquant’anni del Molko.

Anyway, arriviamo al punto.

Dopo quasi una settimana di ascolti compulsivi sono quasi in grado di parlarne.

Prima di tutto. My baby.

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E sì, la sorte, gli dei, i Tommyknockers, il culo tutti insieme hanno unito gli sforzi e mi è arrivata una delle 1000 copie autografate.

Il che mi ha causato un mezzo infarto e una certa fissità dello sguardo per le ore successive alla scoperta.

Per amor di onestà va detto, avevo delle perplessità. E dei timori. Legati principalmente

a) ai colori della cover – che resta tuttora quella che mi piace di meno tra tutte le loro, meno ancora di Battle for the Sun, che forse era sciatta ma almeno non era mezza fucsia, e

b) alla presenza sospetta di quel fastidioso Love che in una forma o nell’altra imperversa in buona parte delle nuove uscite di quest’anno.

Va anche detto però che la mia inquietudine è considerevolmente diminuita quando sono entrati in fase di lancio vero e proprio e han cominciato a rilasciare dettagliate interviste su temi e contenuti, fino all’ultimissimo periodo pre-uscita in cui hanno postato i teaser dei video di quasi tutte le tracce.

Di sicuro questo è stato il miglior lancio di un album che abbiano mai fatto. A parte qualche traballamento e qualche ritardo – più o meno fisiologico (dai Ant, non è sempre tutta colpa tua, è che sei quello con cui è più facile prendersela), l’hanno organizzato proprio bene. Con tanto di culmine, la serata dell’uscita, con quasi due ore di diretta in streaming dagli sudi di YouTube, collegamenti con Los Angeles e Tokyo, interviste, momenti divertenti, 8 tracce live, contest con premi (tra cui una delle prime Fender di Brian autografata sul momento, sigh), collegamenti in diretta con i fans e veramente un sacco di materiale interessante.

Davvero, non avrebbe potuto riuscirgli meglio.

Quanto all’album di per sé, è buono in un modo che forse non ritenevo più possibile. Forse, più o meno consciamente, mi ero rassegnata all’idea dei Placebo di Battle for the Sun, della filosofia dell’adattamento, della virata pop – non tanto nelle melodie quanto piuttosto nell’atteggiamento di fondo. Mi ero forse rassegnata più di quanto mi piacesse ammettere a questo nuovo Brian che sbandierava fiero in giro il suo passato tossico/alcolico per poter dire guardate, ne sono uscito. Mi ero forse rassegnata più di quanto pensassi all’idea che i Placebo non erano più quei Placebo. Che da un lato ci sta anche, l’evoluzione è un bene, per carità. Se adesso avessimo ancora sul palco il Molko quarantenne che lancia via il microfono stizzito e disperato (e fatto) sulla fine di My Sweet Prince o che piazza fuck a destra e a manca perché fa-troppo-rockstar (quella fase che, per inciso, il Bellamy non ha ancora superato), ecco, se sul palco ci fosse ancora quel Brian lì, probabilmente io starei ugualmente scrivendo la recensione del loro ultimo album – una fangirl è pur sempre una fangirl eccheccazzo – ma sarei comunque in qualche modo consapevole del processo di fossilizzazione in atto.

Non si può fare il poeta maledetto a vita, a un certo punto bisogna andare da qualche parte, e su questo il Molko di BFTS ci aveva anche preso.

Solo, pareva che questa nuova direzione fosse davvero un po’ troppo…hem hem…solare.

Con Loud Like Love i Placebo tornano in tutti i sensi in cui si può tornare. Tornano ad essere musicalmente vicini alle loro origini e al tempo stesso tirano fuori un album che ha la bellezza struggente di Meds – che per me rimane il loro capolavoro assoluto – e l’unità interna di uno Sleeping Whit Ghosts.

Se in BFTS si rifletteva tutta l’esaltazione – forse un po’ forzata – per essere in qualche modo sopravvissuti, ora arriva il momento di fare i conti con i propri fantasmi. Qui più che in qualsiasi altro album Brian pare aver sperimentato cosa vuol dire vivere con i fantasmi. Quelli del proprio passato, ma soprattutto quelli del proprio senso di colpa. E’ il principio per cui non basta semplicemente smettere di comportarsi male. La parte difficile arriva quando devi imparare a convivere con la consapevolezza di essere stato in grado di compiere certe azioni, quando prendi coscienza di quanto in basso era il fondo che sei riuscito a raggiungere.

Loud Like Love è un album che parte con una carica di energia inaspettata, con il brano omonimo dalla struttura casuale e dal ritmo che ti entra in testa e che sembra fatto apposta per aprire i live per farti cominciare a saltare, ma è un album tutt’altro che leggero.

E’ una lenta discesa nelle profondità delle dinamiche che si instaurano nei rapporti. Con un partner ma anche con se stessi.

Se Scene of the crime – forse un po’ tamarra ma con quel retrogusto anni Ottanta che fa perdonare anche la tamarria – segue la carica della traccia precedente ed è effettivamente potente, Too Many Friends – singolo di lancio, video di Saman Kesh in collaborazione (ahimè – questa non gliel’ho ancora perdonata) con Bret Easton Ellis – nonostante l’inizio ironico del My computer thinks I’m gay, sposta già leggermente l’asse melodico su un piano più malinconico. E se sulla tematica dei social network non si trova poi chissà che di originale da dire, resta sicuramente un brano sincero.

E comunque il video è davvero ben fatto.

Con Hold On To Me siamo catapultati nel mezzo di quel dialogo continuo di Brian con se stesso, nella sua continua ricerca di un equilibrio interiore, nelle sue domande di senso. La struttura di Hold On è molto complessa e termina con un parlato che fa apprezzare una versione insolitamente bassa della voce di Brian. Peccato che proprio questa parte parlata sia il maggior ostacolo al fatto che la inseriscano in setlist dal vivo.

E’ un processo di trasformazione costante ed tutto molto più collegato di quanto non sembri.

Se Meds si chiudeva con la suicide note di Song to Say Goodbye con la quale Brian diceva definitivamente addio a quell’altro se stesso che era, per così dire, la sua metà oscura, e se con BFTS, torna apparentemente libero da quell’ombra – e ci mette talmente tanta energia nel cercare di convincere tutti da rendere palese il fatto che l’impresa più ardua è convincere se stesso -, ora viene a patti col fatto che quell’ombra a cui ha cercato di dire addio se la porterà dietro per sempre.

A Million Little Pieces è uno dei testi più dolorosi dell’album, e uno dei più dolorosi che lui abbia mai scritto.

In quel now my mistakes are hunting me e in quel all my dreaming torn in pieces c’è il nucleo doloroso di ciò che lo spinge. E c’è molto dello spirito dell’album.

In mezzo c’è Rob the Bank, voce leggermente distorta, testo non particolarmente complesso e struttura forse un po’ scontata ma comunque un buon pezzo.

Exit Wounds. Al momento la mia preferita.

Quando uscì la tracklist dissi che quella era una canzone per la quale ero andata in fissa prima ancora di sentirla. Non poteva essere altrimenti, con quel titolo. Anche solo il titolo fa male. Ed è geniale.

E’ la gelosia che ti fa impazzire. E’ il dolore fisico dell’assenza. E’ pioggia torrenziale. Sono urla che si perdono dentro i tuoni. Sono le notti che non passano, quelle cattive, e i ricordi che si preferirebbe non avere. Voce molto bassa di Brian nella prima strofa. Ritornello che esplode e che sembra voglia trascinare via tutto. Exit Wounds è disperata e bellissima.

Purify arriva ad allentare un po’ la tensione. Subito l’ho un po’ snobbata, definendola la bonus track dell’EP B3 – e in effetti come stile ci sta – la socia l’ha definita la versione riuscita di B3 e a pensarci bene anche quello ci sta – però non è niente male neanche lei.

Sicuro che è un brano da pogo, ma ho intenzione di essere talmente davanti il 23 novembre che confido che non me ne accorgerò neanche.

Begin The End con il suo ritmo cadenzato, lento e ossessivo rende bene l’atmosfera soffocante di una fine senza possibilità di appello. Di un dolore inflitto per mancanza di una reale scelta. Quando ferire diventa una questione di sopravvivenza.

E poi arriva quello che Brian stesso ha definito il brano più personale che abbia mai scritto. Quello che lo vede più vulnerabile in assoluto. E che – aggiungo io – per questo probabilmente non lo si vedrà mai dal vivo.

Bosco – il titolo è casuale – è rivolta ad una persona in particolare e probabilmente agli anni in cui lui era prossimo a toccare il fondo.

E’ una di quelle cose così oneste da far male.

Una di quelle cose che mi ricordano perché amo questa band da sempre e perché continuerò ad amarla.

Stef al pianoforte, il meraviglioso violino di Fiona, un testo tra i più belli che Brian abbia mai scritto fanno di Bosco un vero e proprio gioiello che chiude l’album con un senso di profonda malinconia e immensa bellezza.

In generale hanno usato molto il piano – cosa di cui io mi rallegro tantissimo. Brian si dev’essere accorto che Stef  lo sa suonare e ne ha approfittato.

Molta elettronica. No, meglio. Non molta elettronica di per sé ma molta rispetto ai loro standard.

E molti anni Ottanta. Che saltano fuori un po’ ovunque a tradimento.

LLL è un album curato in modo maniacale in ogni dettaglio. Si legge un enorme studio dietro ogni canzone sia dal punto di vista stilistico sia nei contenuti. E’ un album che – come ha più volte dichiarato Brian in varie interviste – racchiude tutto quello che loro sono e sono stati in questi ultimi vent’anni.

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