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Archive for the ‘Incontro d’estate’ Category

disse sua madre, e Grady, guardandola al di là del tavolo attraverso la composizione di rose e felci, sorrise con indulgenza: sì, sono un mistero, e le faceva piacere pensarlo. Ma Apple, otto anni più di lei, sposata e tutt’altro che misteriosa, osservò: “Grady è soltanto una sciocchina; vorrei poterci venire io con te. Ma te l’immagini, mamma? La settimana prossima a quest’ora starai facendo colazione a Parigi! George ha promesso che un giorno ci andremo anche noi… Eppure, non so…” Fece una pausa e guardò sua sorella. “Grady, perché diavolo vuoi restare a New York in piena estate?” Lei avrebbe voluto che la lasciassero in pace; ancora quella solfa, e poi era comunque troppo tardi, la nave salpava quella mattina stessa: cos’altro avrebbe potuto dire, oltre a ciò che aveva già detto? Al di là di quello c’era solo la verità: e lei non intendeva certo dirla.

Truman

Un minimo di pudore, se non di umiltà, esige che ci si astenga dall’elargire giudizi di valore su autori palesemente troppo grandi per poter essere messi in qualche modo in discussione. Autori ormai al di là di ogni dissertazione di merito in quanto patrimonio indiscutibile della storia della letteratura.

Avrebbe pertanto decisamente poco senso affermare che Truman Capote era uno stramaledetto genio. Che il suo modo di costruire le frasi ti lasciava e ti lascia tutt’ora interdetto di fronte ad una superiorità talmente manifesta che scoraggerebbe chiunque avesse mai avuto velleità di buttar giù qualche riga.

Se poi si pensa che questo era anche uno dei primi romanzi – non si può parlare esattamente di esordio perché il manoscritto venne trovato e pubblicato postumo – non si può far altro che rimanere ulteriormente affascinati.

Non ho letto molto di Capote e ne ho sempre avuto una conoscenza storica più che diretta, ma veramente, dopo aver finito Incontro d’estate ho sviluppato l’esigenza improvvisa di procurarmi tutta la sua bibliografia.

Nella lunghezza di poco più di un centinaio di pagine, prende vita la figura incredibile di Grady McNeil, diciassette anni, newyorkese, ricca. Travolta da un’energia che non sa contenere e non sa indirizzare, preda di un’inquietudine di una fame compulsiva di vita, di amore e di emozioni alla quale non riesce a far fronte ma dalla quale viene in qualche modo trascinata.

Attorno a lei Peter e Clyde, poli opposti della sua esistenza, sintesi e personificazioni delle contraddizioni che lei incarna e rappresenta. Vivi per lei e dotati di senso solo quando si trovano nel suo cono di luce.

Spaccato di un’epoca, fotografia perfetta e a tratti impietosa di una New York annegata nella calura, irrimediabilmente combattuta tra le sue anime incompatibili eppure inseparabili, tra l’atmosfera luccicante di Central Park e la squallida quotidianità di Brooklyn.

Un piccolo capolavoro dalla storia travagliata, a partire dal ritrovamento fortuito del manoscritto nell’eredità del nipote del custode di uno degli appartamenti in cui Capote aveva vissuto a Brooklyn, all’asta quasi deserta da Sotheby’s, fino alla decisione di pubblicarlo, nonostante le incertezze su quale fosse il rapporto dell’autore con questo testo, cominciato probabilmente nel 1943 e vergato su quattro quaderni da scuola con l’aggiunta di sessantadue note supplementari.

Arriva sempre un momento in cui ci si domanda, cos’ho fatto?

[…]

La maggior parte della vita è così noiosa che non vale nemmeno la pena di parlarne, e ciò è vero a qualsiasi età. Ogni volta che cambiamo marca di sigarette, traslochiamo in una nuova casa, ci abboniamo a un altro giornale, ci innamoriamo e ci disinnamoriamo, in realtà non facciamo che protestare in modo più o meno frivolo contro l’insormontabile noia della vita quotidiana. Purtroppo però tutti gli specchi sono bugiardi, e a un certo punto, nel bel mezzo di qualsiasi avventura, ci rimandano la solita faccia vuota e insoddisfatta […].

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