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Archive for novembre 2014

In questi giorni  – come si sarà vagamente intuito – sono stata fagocitata dal festival e quindi non sono ancora riuscita a parlarne ma lunedì scorso De Gregori è venuto a Torino (Feltrinelli di Porta Nuova) a presentare questa bella cosa qui.

De-Gregori-Francesco-ViA chiacchierare con lui c’era Massimo Gramellini ed è stato un gran bell’incontro, con tanto di firme e foto alla fine.

Che poi io adesso lo dico così ma, onestamente, faccio ancora fatica a realizzare di essermi effettivamente seduta di fianco a lui, di avergli stretto la mano etc., etc. Credo anche di aver risposto a qualcosa che mi ha detto e sono ragionevolmente certa di non essermi fatta figure di merda, il che, nel mio caso, è decisamente qualcosa. [Per dare l’idea, son quei momenti in cui mi parte in loop la quote di Warm Bodies – il film – quando lui – zombie – tenta l’approccio con lei – viva – e si ripete in testa Play it cool! Say something intelligent! E ovviamente gli esce solo un grugnito. Ecco.]

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Come ho forse già accennato parlando del programma del festival, alla direttrice Emanuela Martini garba parecchio l’horror, il che ha portato all’inserimento di diversi titoli di genere.

It Follows è il secondo lavoro di David Robert Mitchell e il suo primo approccio con l’horror.

La scena si apre subito con una ragazza che scappa. Non sta solo correndo, sta proprio scappando. Si guarda continuamente alle spalle. Qualcosa la segue ma nessuno vede cosa quindi nessuno capisce cosa sta succedendo.

Dopo questa sorta di introduzione, arriviamo ai protagonisti veri e propri, Jay, sua sorella e i suoi amici. Jay ha anche un ragazzo, un tipo conosciuto da poco che però le piace e sembra a posto. Decide di farci l’amore ma dopo il sesso lui la narcotizza e lei si risveglia seminuda e legata ad una sedia a rotelle.

Hugh le spiega che non vuole farle del male, che gli dispiace ma doveva farlo. Adesso così seguirà lei. Ma non deve preoccuparsi. Può solo camminare. Se lei va veloce può guadagnare tempo e distanza. E poi basta che faccia sesso con qualcun altro e quello che segue passerà all’altra persona. Però non deve farsi uccidere, altrimenti ritorna alla persona prima. E non deve farsi toccare, altrimenti è la fine. Assume di volta in volta sembianze diverse. A volte è qualcuno che conosce. Altre volte no. Ma si capisce subito che sta seguendo lei. Jay non capisce di cosa stia parlando Hugh ma una donna sta venendo verso di loro. Scappano in macchina e Hugh lascia la ragazza sconvolta davanti a casa.

Denunce, ricerche, indagini. Hugh non si chiama Hugh e sembra sparito nel nulla. Nessuno lo trova, nessuno sa chi sia. Jay è sotto shock, la paura assorbe tutto, non sa neanche bene di cosa deve avere davvero paura.

Poi comincia. La cosa che cambia aspetto la segue. E la vede solo lei. E per quanto si allontani, la raggiunge sempre, anche se può solo camminare.

I suoi amici prima la prendono per pazza, poi finiscono per crederle e aiutarla. Sono in fuga, devono trovare un modo per distruggere quella cosa.

Diciamo la verità, tecnicamente It Follows è piuttosto semplice. E anche dal punto di vista concettuale non c’è una particolare elaborazione. E’ sostanzialmente un teen-horror che sfrutta la struttura di base di questa categoria, parte con i presupposti per essere anche uno slasher anche se poi non lo è, non spiega niente, non risolve niente. Si limita a sviluppare l’idea di base, ad articolare l’unico elemento chiave che deve spaventare, non fa altro.

Però lo fa dannatamente bene. It Follows è un film essenziale, ridotto all’osso ma incredibilmente efficace. Fa paura. Su certe scene veramente non c’è stato nessuno in sala che non sia zompato sulla poltrona. E non per colpa dell’audio. La colonna sonora gioca sicuramente la sua parte perché il tema che accompagna le apparizioni è inquietante da morire, ma quello che davvero terrorizza sono le personificazioni di questa cosa che segue. A volte sono brutte, tipo fantasmi o zombie, ma a volte sono persone normalissime che però fanno ancora più paura. E’ un insieme di sguardo vacuo e omicida allo stesso tempo unito all’incedere inesorabile. Si trasmette in modo fortissimo la sensazione di essere braccati da qualcosa che non si può semplicemente chiudere fuori. Dalla quale si può solo scappare, e solo per un tempo limitato, perché arriva sempre. Ad un certo punto ero lì che mi coprivo a metà gli occhi con le mani – per poi ovviamente sbirciare tra le dita perché non voglio vedere ma non voglio neanche perdermi dei pezzi – e ho pensato chiaramente qualcosa tipo ‘cazzo, qui avrò incubi per almeno un mese’. E con tutti gli horror che ingurgito è piuttosto difficile farmi venire davvero gli incubi.

Mi è piaciuto. Mi rendo conto che non è un capolavoro e che ci sono un sacco di elementi standard da teen-horror di serie B, comprese tutte le più o meno banali valenze simboliche sulla ritualità del passaggio e dell’atto sessuale. E’ un filmettino dalle poche pretese e dalla scarsa profondità ma è anche un filmettino maledettamente bastardo perché non ti aspetti che ti riesca a spaventare così. E riuscire a far davvero paura non è né semplice né banale.

Cinematografo & Imdb.

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cold-in-july-poster1 E niente. E’ una verità incontrovertibile che dopo dodici ore filate di cinema non ci vedo più un cazzo. Son qui con l’occhio pallato, che mi protendo verso il monitor strizzando le palpebre manco dovessi catalogare dei microorganismi.

Però ci voleva. E anche questa è una realtà. Dopo tre anni in cui mi son persa completamente il TFF, quest’anno ho deciso di compensare con almeno due giorni di full immersion dal mattino alla sera. Più eventuali spettacoli extra che magari riesco a infilare qua e là, possibilmente senza farmi licenziare.

Tra i film che ho visto oggi, il titolo di maggior rilievo è sicuramente Cold in July, di Mickle, tratto dal romanzo di Lansdale – che peraltro non ho letto ma che, a questo punto, mi recupererò perché son curiosa.

Di grande richiamo – forse anche sulla scia del successo riscosso a Cannes – ha riempito la sala anche se era solo lo spettacolo di mezzogiorno. A onor del vero, va detto che – con mia grossa (e gradita) sorpresa – ho trovato le sale piene praticamente in qualsiasi sezione e in qualsiasi fascia oraria, ma per questo qui la calca era particolarmente evidente.

Ora non ho modo di fare paragoni attendibili con i dati di affluenza delle precedenti edizioni del festival, ma, a vedere così sembra che non stia andando affatto male.

Anyway. Il film.

Richard Dale e la moglie una notte vengono svegliati dagli inequivocabili rumori di qualcuno che si è introdotto in casa. Richard sorprende l’intruso in soggiorno e, prima ancora di capire cosa sta succedendo, accidentalmente parte un colpo dalla sua pistola e lo sconosciuto muore.

Sembra tutto a posto, la legge è dalla sua parte e i concittadini lo trattano come un eroe, se non fosse che l’uomo che ha ucciso ha un padre appena uscito di galera e deciso a cercare vendetta.

Comincia così una spirale discendente di violenza in cui nessuno dei presupposti di partenza è destinato a rimanere tale. Ribaltamenti, cambi di prospettiva. Elementi che non quadrano e fanno sì che Richard non possa fare a meno di scavare più a fondo e trovarsi di fronte a realtà molto più grandi di lui.

Le cose non sono quelle che sembrano e la verità è molto più contorta di qualsiasi supposizione.

Cold in July è un bel thriller. Cattivo, violento, impietoso. Di quelli che non perdonano niente e nessuno. In certi momenti mi ha ricordato anche un po’ Cronenberg (in particolare quello di History of Violence), per il cinismo e la leggerezza con cui vengono gestite le scene di violenza – violenza che peraltro, nonostante vi siano due o tre scene un po’ più crude, risiede molto più nel significato della storia che non nelle immagini.

Ottima l’interpretazione di tutti e tre i protagonisti, Michael C. Hall, Sam Shepard e Don Johnson. Tre ruoli forti, asciutti, privi di qualsiasi sbavatura emotiva sui quali si regge l’intera struttura angosciante e claustrofobica del film. Molto, molto bello, davvero. Non trovo una data d’uscita nelle sale ma penso sarà più o meno intorno a gennaio.

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Presentato in anteprima al TFF domenica 23, con una breve introduzione di Emanuela Martini, l’ultimo lavoro di Woody Allen è sicuramente tra i nomi più importanti di tutto il festival.

Già più di un’ora prima la coda per l’ingresso in sala aveva proporzioni di tutto rispetto e lo spettacolo è andato ovviamente tutto esaurito – benché io continui a non capacitarmi di come si riesca a vedere qualcosa dalle prime file che, per quanto sia grande la sala, sono comunque sempre troppo attaccate rispetto alle proporzioni degli attuali schermi, ma vabbè, non andiamo fuori tema.

 

Siamo negli anni Venti. Stanley Crawford è un abilissimo prestigiatore, famoso in tutto il mondo sotto il nome e le sembianze del cinese Wei Ling Soo. Stanley è snob e scorbutico e nutre una profonda e radicata avversione per coloro che millantano il possesso di vere abilità paranormali. Per questa sua ostilità e per le sue impareggiabili competenze tecniche, Stanley viene contattato dall’amico Howard che ha bisogno del suo aiuto per smascherare una sedicente medium che, a quanto pare, ha completamente soggiogato con i suoi poteri una ricca famiglia residente in Costa Azzurra, i Catledge.

Stanley si sente subito stimolato dalla sfida e non resiste alla tentazione di smascherare l’ennesima ciarlatana, oltretutto, riuscendo così dove l’amico ha fallito.

Si recano dunque alla dimora dei Catledge, armati di determinazione e raziocinio, pronti a svelare trucchi e ridicolizzare inganni.

Vi trovano una vecchia signora ormai decisa a devolvere parte delle sue ricchezze a beneficio dell’attività della medium, un figlio ormai irrimediabilmente infatuato della medium stessa e la medium, Sophie Baker, accompagnata dalla madre-manager (che, manco a dirlo, è interpretata da Marcia Gay Harden – mi spiace perché è brava, ma, sinceramente, non riesco a ricordare un solo ruolo in cui non sia antipatica se non proprio odiosa) che ne gestisce l’attività.

Sophie è giovane, bella, incredibilmente ricettiva alle vibrazioni mentali e, soprattutto, incredibilmente rapida e precisa nello smascherare Stanley e le sue intenzioni, nonostante la falsa identità con cui si è presentato.

Malgrado tutti gli sforzi, i ragionamenti, la logica e le osservazioni di Stanley, Sophie sembra sempre sapere qualcosa che non dovrebbe sapere. Rivela particolari di cui non può essere venuta a conoscenza mediante semplici trucchi psicologici, capta ricordi e sprazzi di passato di Stanley, pratica sedute spiritiche dove davvero non c’è nessuno che batta fingendosi uno spettro e una candela si trova davvero a fluttuare per aria.

Stanley è sconcertato, sopraffatto, travolto dal graduale crollo della sua logica.

Magic in the Moonlight è una bella commedia nello stile classico di Allen, quello delle commedie più vecchie. A tratti richiama anche un po’ La maledizione dello scorpione di giada, e forse addirittura un po’ il più recente Scoop.

Colin Firth interpreta – in modo impeccabile come sempre – uno Stanley che sarebbe stato Allen se fossimo stati dieci anni fa. Il protagonista alleniano per eccellenza, pessimista, sfiduciato e misantropo ma, in fondo, desideroso di null’altro se non di una smentita. Di qualcosa che distrugga e faccia crollare la sua ferrea convinzione della vacuità dell’esistenza. E’ una (ennesima ma non per questo meno divertente) variazione sul tema dell’ebreo che non crede in Dio ma vorrebbe disperatamente una prova della sua esistenza.

Nel ruolo di Sophie, Emma Stone, brava, bella e, soprattutto, molto convincente.

Bellissimo il personaggio della zia Vanessa, interpretata da Eileen Atkins. Un paio di scene, in particolare, valgono da sole tutto il film, con alcuni dialoghi tra lei e Stanley/Colin che rappresentano la vera cifra della comicità di Allen.

In generale, il film è spassoso, leggero, cinico e acuto. Coinvolge e si mantiene in perfetto equilibrio fino allo svelamento finale. E se il lato sentimentale della faccenda può forse essere un po’ prevedibile, la storia resta comunque ben costruita ed articolata nei minimi dettagli. L’evoluzione del personaggio di Stanley è resa benissimo. E’ triste e comica allo stesso tempo e rappresenta, in definitiva, la chiave di lettura di tutto il film.

La magia esiste? Non esiste? La logica e il raziocinio sono sempre la scelta migliore? C’è solo quello che vediamo o sotto e intorno c’è molto di più?

Avanti e indietro. Credere e non credere. Cambi di prospettiva, equivoci e fraintendimenti in un divertente balletto tra pessimismo e ottimismo, come tanto piace a Woody.

Da vedere, anche questo. Nelle sale, se non sbaglio, uscirà tra un paio di settimane al massimo.

Cinematografo & Imdb.

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Venerdì sera si è aperta la 32a edizione del Torino Film Festival. Discorso iniziale di Emanuela Martini e collegamento in differita con Los Angeles per ascoltare il messaggio registrato da Paolo Virzì, a quell’ora in volo di rientro dopo la presentazione del suo ultimo film per le candidature agli oscar.

Trailer rappresentativi delle varie sezioni del festival, ringraziamenti di rito agli ospiti presenti – tra cui Lansdale che però non sono riuscita ad intravedere neanche per due secondi – e infine presentazione del film d’apertura con la regista, Anne Fontaine (quella, tra le altre cose, del bellissimo Coco avant Chanel).

Il video completo dell’inaugurazione lo trovate in fondo al post.

 

Nel 2010 Stephen Frears porta sullo schermo Tamara Drew, trasposizione dell’omonima graphic novel di Posy Simmonds. Nel ruolo della protagonista, Gemma Arterton.

Quattro anni dopo, nel 2014, la Arterton ritorna a vestire i panni di un altro personaggio tratto proprio dalla Simmonds, Gemma Bovery.

Gemma è inglese, giovane, bella, e sembra sempre essere un po’ altrove. Lei e il marito, Charles, si trasferiscono in un grazioso paesino della Normandia e il loro arrivo è destinato a turbare irrimediabilmente la tranquillità di Martin, panettiere del paese, rifugiatosi anni prima nella quiete della campagna francese.

Martin ha una grande passione per la letteratura e, in particolar modo, pare ossessionato dalla Madame Bovary di Flaubert. E’ quindi inevitabile che i nomi della giovane coppia lo gettino di colpo in uno stato di esaltazione.

Martin vede Emma Bovary in Gemma e cerca dappertutto i segni che rendano chiaro che la ragazza inglese è destinata a ripercorrere le orme della sua antenata letteraria.

Gemma, dal canto suo, non ha mai letto Flaubert, e ascolta i discorsi di Martin con niente di più di un’educata curiosità.

Prende così vita una commedia dai toni agrodolci, a tratti persino un po’ surreali, dove, per nient’altro che un susseguirsi di casualità lo sviluppo della vicenda sembra ricalcare gli avvenimenti principali del romanzo ottocentesco.

Nei panni di Martin c’è uno strepitoso Fabrice Luchini con la sua espressività tragicomica e il suo sguardo stralunato che rende perfettamente la dimensione assurda della vicenda.

Anche Gemma è molto adatta e molto credibile nel ruolo di questa nuova improbabile ed inconsapevole eroina casualmente tragica e romantica.

Nell’insieme Gemma Bovery è una commedia garbata e adorabile, come solo le commedie francesi sanno essere. Con quell’umorismo cinico che è al tempo stesso feroce e spassosissimo a poco a poco sfata il mito dell’eroina letteraria a favore di una sua versione moderna, decisamente più prosaica e dissacrante.

L’origine britannica di Gemma e Charles fa sì che il film, in lingua originale, sia diviso tra inglese e francese, il che, oltre a riflettere la duplice origine del soggetto, con la Simmond e la Fontaine, nonché del cast stesso, fornisce lo spunto per alcune situazioni linguistiche che temo rischino un po’ di perdersi nel doppiaggio.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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GEMMA BOVERYRéalisé par Anne Fontaine

E il video completo dell’inaugurazione.

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“Susy Benner decise di perfezionare i suoi studi di balletto nella più famosa scuola europea di danza. Scelse la celebre accademia di Friburgo. Partì un giorno, alle nove di mattina, dall’aeroporto di New York, e giunse in Germania alla dieci e quarantacinque ora locale”.

Se fino a quel momento l’unica parte di me che compariva nei miei film erano state le mani (anche se nascoste dai guanti), con Suspiria decisi di far sentire per la prima volta anche la mia voce. Sono io che, durante i titoli di testa, do il via alla narrazione con queste poche parole – proprio come il “c’era una volta” delle fiabe.

E l’horror della settimana non poteva essere che questo.

Pur avendolo visto svariate volte e conoscendolo quasi a memoria, non posso fare a meno di stupirmi tutte le volte per l’assoluta genialità di questo film. E per quanto fosse avanti per gli anni in cui è uscito (siamo nel ’77).

Con Suspiria Argento compie definitivamente il passaggio dal thriller all’horror. Cerca l’orrore puro, la paura atavica, irrazionale, incontrollabile. Cerca i mostri annidati nel buio della mente e li trasporta negli angoli bui dei lunghi e inquietanti corridoi di questa scuola di danza dall’aspetto surreale e fiabesco.

Susy Benner arriva nella nuova scuola proprio nel momento in cui un’altra ragazza la sta lasciando perché espulsa. Il giorno seguente scoprirà che questa ragazza è stata aggredita e uccisa la notte stessa.

La scuola di danza è gestita da due anziane sorelle. La direttrice non c’è mai ma un’amica di Susy giurerebbe di averne riconosciuto il respiro dietro una tenda.

Accadono cose inquietanti e non del tutto spiegabili e gradualmente si insinua il dubbio che la ragazza uccisa la prima sera non se ne stesse solo andando ma stesse scappando da qualcosa. Qualcosa dentro la scuola.

Nell’incontro dell’altra sera si è parlato abbastanza di Suspiria e sono emersi particolari interessanti sulla sua genesi.

Oltre al dettaglio delle 1600 inquadrature diverse – in realtà Dario ha anche specificato che è presente un unico doppione, un campo e controcampo che ha dovuto per forza ripetere e non ha proprio potuto evitare, ma a parte questo, le altre sono davvero tutte diverse – il regista ha raccontato di come volesse trasmettere l’idea che le ragazze della scuola fossero in realtà delle bambine. Bambine piccole catturate dalle streghe, proprio come nelle fiabe. E questo è il motivo per cui le maniglie delle porte sono piazzate molto più in alto del normale, per far apparire più piccole le ragazze, come se si muovessero in un mondo di grandi.

L’aspetto fiabesco è molto presente e molto marcato. Il fiabesco gotico della Biancaneve originale, e delle streghe cattive.

In Suspiria, con l’orrore, arrivano le streghe. Le stesse che popoleranno anche gli altri due film che andranno a costituire la trilogia delle Tre Madri, Inferno e La Terza Madre.

Argento ha raccontato di essersi documentato moltissimo prima di girare il film, di aver viaggiato in lungo e in largo per l’Europa in cerca di una strega. Ne ha trovate molte, in effetti. Di vera, neanche una.

Neanche una vera strega cattiva. Una regina nera terribile e immortale come la Mater Sospiriorum che ha invece creato nel suo film.

Inoltre, poiché era il primo film completamente di genere, il passaggio all’horror doveva essere chiaro e inequivocabile fin dall’inizio. Motivo per cui i primi quindici minuti sono costruiti come un susseguirsi ininterrotto di dettagli inquietanti. L’intenzione era quella di catapultare subito lo spettatore in una dimensione di angoscia straniante.

E in effetti la sequenza iniziale di Suspiria è qualcosa che rasenta la perfezione da questo punto di vista. Già solo il particolare delle porte scorrevoli dell’aeroporto appena Susy arriva è qualcosa di geniale (se dopo questa uso ancora una volta l’aggettivo geniale qualcuno mi abbatta, grazie). Non succede niente di strano. Sono porte scorrevoli che si aprono e si chiudono. E’ tutto un gioco di musica, buio e pioggia torrenziale al di là delle porte, vento e l’inquadratura del meccanismo che scorre e arriva a fondo corsa con lo scatto secco di una ghigliottina. Poi il temporale, il tassista che pare non capire, la ragazza che esce di corsa, il portone che non viene aperto, la ragazza di prima che corre nei boschi bui.

Siamo buttati di colpo in una fiaba gotica alla era una notte buia e tempestosa e da qui in poi cominciamo ad avere l’ansia per quello che succederà.

Visivamente poi, Suspiria è un capolavoro. L’edificio della scuola è un perfetto mix di art déco, strutturalismo, Esher e anni Settanta in generale. I lunghi corridoi dalle tinte forti e soffocanti sono l’amplificazione di quei corridoi fisici che Argento confessa di aver sempre trovato terrorizzanti.

L’impiego delle luci, sempre con tonalità estreme prevalentemente rosse e blu, richiama l’Espressionismo tedesco, ha un effetto fortemente disturbante e contribuisce a creare una dimensione alienante. E’ la dimensione onirica e surreale dell’incubo. E’ quello scarto che lascia un passo indietro la verosimiglianza a favore dell’immediatezza della sensazione. E’ pura emotività. Puro istinto.

Gli effetti macabri e splatter non mancano, a partire dal cuore pugnalato in primo piano, tuttavia non sono quelli a fare davvero paura. Al di là del fatto che materialmente la realizzazione di alcune scene può risultare un po’ datata (una per tutte, il pipistrello meccanico – anche se, a dire il vero, fa comunque parte del fascino retrò del film e, in ogni caso, torna sempre il discorso dell’idea di ciò che spaventa più che della sua rappresentazione verosimile), il vero terrore non deriva dal sangue in sé ma dall’atmosfera claustrofobica che si crea. Assolutamente terribile la scena delle larve. Personalmente quella mi ha sempre fatto più impressione di qualsiasi sequenza di sangue.

Il cast.

Nei panni di Susy c’è Jessica Harper.

L’agente della Harper mi rivelò che al momento c’era in ballo un altro film, ma non sapevo quale: il nostro incontro sarebbe stato decisivo. Quando la conobbi, fui molto colpito dal volto. Quei grandi occhioni, i tratti morbidi, la facevano sembrare una bambinetta. Era una novella Alice nel Paese degli orrori, o un’eroina di un film animato della Disney – dunque perfetta per la parte. Aveva già letto la sceneggiatura di Suspiria, e mi disse che le era piaciuta. Solo tempo dopo, quando seppi che aveva accettato, scoprii quale sarebbe stata l’alternativa: Woody Allen la voleva per Io e Annie, ma alla fine lei scelse di lavorare con me – credo perché nel mio film avrebbe avuto un ruolo da protagonista, e intorno a questa faccenda negli anni è stato scritto di tutto.

Altro nome di rilievo nel cast è quello di Joan Bennett, nel ruolo di madame Blanch, la vice-direttrice dell’accademia.

Il suo nome alle mie orecchie era sinonimo di un mostro sacro: Fritz Lang. […] Per quanto mi riguardava, oltre a possedere uno sguardo che avrebbe potuto benissimo appartenere a quello di una strega, solo un pazzo avrebbe rifiutato Joan Bennett […].

E poi Alida Valli, Flavio Bucci e Miguel Bosè, in una particina relativamente minore.

Colonna sonora in collaborazione con i Goblin, con un pezzo che, a mio avviso, è anche più bello di quello di Profondo Rosso (e che so di aver già postato anni fa, ma qui non si può proprio farne a meno).

[Tutte le citazioni sono tratte dall’autobiografia di Argento, Paura di Einaudi].

Cinematografo & Imdb.

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Sono ancora solo, sono ancora io.

E’ stato un po’ un regalo inaspettato, questa autobiografia.

Amo moltissimo Dario Argento e già da ragazzina avevo divorato tutti i suoi film. Sono profondamente legata al suo lavoro ed è uno di quei posti dove ritorno periodicamente. Perché suona familiare. Perché è un po’ un pezzo di casa.

Ieri sera, 18 novembre, Dario Argento ha presentato Paura, la sua autobiografia, al Circolo dei Lettori qui a Torino.

Insieme a lui, Luca Beltrame, Giulia Carluccio e Marco Peano (editor del libro presso Einaudi).

E’ stato un incontro ricco e divertente. Mi era già capitato di assistere a qualche presentazione di Argento e, dal vivo, Dario è una persona di rara gentilezza e dai modi quieti e garbati. E poi, sarà anche l’accento romano, ma il suo tono sempre leggero trasmette la piacevole sensazione di partecipare ad una chiacchierata informale.

Il libro ho cominciato a leggerlo effettivamente da poco, per cui non posso ancora parlarne per intero.

Alcune cose che avevo già letto sono emerse dai racconti di Dario, ad altre non sono ancora arrivata.

Paura è un testo piacevole e avvincente. La scrittura fluida e fortemente narrativa ripercorre da un punto di vista privilegiato la storia di uno dei più grandi registi italiani contemporanei, ne fa emergere la passione incondizionata. Al tempo stesso è uno spaccato lucido e vivissimo della vita culturale italiana dagli anni Quaranta ad adesso.

Sulla traccia delle domande poste da Beatrice e Carluccio, Dario ha ripercorso episodi ed aneddoti della sua infanzia, della sua formazione, della sua carriera.

L’odore pungente della cipria e dei trucchi di una volta nello studio fotografico Luxardo, di proprietà della famiglia materna. Lo studio fotografico dove passavano tutte le grandi dive di allora e dove il suo amore per quei corpi femminili perfetti e reali – che raffigurerà costantemente nei suoi film – prese vita prima ancora che ne fosse cosciente.

Gli eccessi, la frenesia ma anche il pensiero del suicidio.

Il suo dialogo costante  e diretto con la sua metà oscura, come direbbe il suo amico King.

Aneddoti imbarazzanti ma buffi, qualche tresca sul set e qualche retroscena poco poetico sulle effettive abitudini di alcune attrici del passato.

Le influenze e le collaborazioni con Leone e Bertolucci.

La fuga parigina e la Cinémathèque française.

Il cinema europeo e americano. Tutto il cinema.

Il modo in cui le sue immagini vengono prima di tutto dai sogni e alla logica del sogno fanno riferimento, e il suo sperimentalismo visivo.

L’evoluzione dal thriller, seppur inquietante, alla ricerca dell’orrore puro.

Il perfezionismo e le sfide con se stesso, tra cui quella di Suspiria di non fare nessuna inquadratura uguale all’altra. 1600 inquadrature, tutte diverse.

E la sua indole solitaria, le sue idiosincrasie, la paura dei corridoi.

La paura.

Ero così rapito dal mio fantasticare, che una mattina accadde un fatto curioso. Ricordo che ero solo in casa e, come sempre non appena sveglio mi ero messo subito a lavorare al film. A un certo punto, nel pieno di una scena – l’assassino è appostato dietro una porta e attende la sua vittima – m’immedesimai così tanto da convincermi che in casa ci fosse qualcuno. Cessai per un attimo di battere sui tasti come un forsennato, e mi misi in ascolto. Silenzio. Sapevo che Marisa non sarebbe rientrata prima di sera, eppure quando mi immersi nuovamente nella storia sentii un rumore di passi.

Avevo bisogno di aiuto, di una presenza umana che mi confermasse se stavo impazzendo o meno, ma a quell’ora tutti erano al lavoro. Se avessi gridato chi mi avrebbe sentito? Chi avrei potuto chiamare per tranquillizzarmi un po’, per darmi coraggio? Sollevai il telefono, convinto di trovarlo staccato: invece il tu-tu della linea libera mi inquietò ancora di più. Riattaccai.

Da solo non ci volevo più stare, questo mi era chiaro. E allora presi l’unica decisione possibile: scesi giù dal portiere così com’ero – in pigiama, con le ciabatte – e mi misi a chiacchierare con lui del più e del meno. Era molto simpatico, anche lui come me tifava Lazio e ogni volta ci confrontavamo sulle partite. Mi offrì un caffè che consumammo in piedi, nella guardiola. Io non avevo il coraggio di arrivare al punto, ma neppure quello di tornare a casa. Esaurito l’argomento calcio, mi disse che gli dispiaceva tanto dovermi salutare ma aveva varie faccende da sbrigare. Deglutii prima di parlare. “Ma non è che per caso c’è posta per me? – improvvisai. – Perché aspetto una lettera da un po’ e non è ancora arrivata…”

Insomma, alla fine con una scusa lo feci salire. Lui venne su, gli feci girare tutta la casa e poi lo mandai via. Quella fu la prima volta in cui intuii che se qualcosa che avevo scritto io stesso riusciva a terrorizzarmi così tanto, forse sugli altri poteva avere il medesimo effetto.

E i ricordi della sua Torino, cui è legato da prima ancora di diventare regista. Torino che finisce nei suoi film non tanto per il suo pur affascinante lato di occultismo, quanto perché è proprio bella e soprattutto adatta per farci del cinema. 

La location di pizza Cln sarebbe stata il luogo in cui il killer avrebbe ucciso la medium. Ho sempre avuto una fascinazione per gli scorsi inusuali, e quella piazza così geometrica sembrava appartenere a una città aliena. Marc e il suo collega e amico Carlo (un giovane Gabriele Lavia) si sarebbero trovati lì nei primi minuti del film, vicino alla fontana del Po – sotto gli occhi vigili e minacciosi di quelle due enormi statue risalenti agli anni Trenta. Ormai pensavo molto all’estero, e mi dissi che uno spettatore straniero sarebbe stato certamente colpito da un luogo simile: non era la tradizionale cartolina italiana, quella piazza possedeva qualcosa di insolito, di suggestivo. La illuminai quasi a giorno, e per riprenderla usai la Chapman: un dolly capace di raggiungere i dodici metri di altezza – questo espediente la fece apparire ancora più grande e profonda di quanto è in realtà.

Ma non mi bastava. In quel periodo uscì un libro fotografico su Edward Hopper, e mi venne il desiderio di omaggiare uno dei suoi quadri più famosi: Nighthawks, “i nottambuli”. Consideravo quell’opera d’arte una specie di manifesto dell’iperrealismi che il film aveva al suo interno; e così, poco più in là rispetto alla fontana, fra le colonne dei portici di piazza Cln, feci ricostruitre con precisione assoluta (nelle forme, nei colori, persino nella posa degli avventori) il locale dipinto dal pittore americano. Quello nella mia immaginazione era il Blue Bar, e ora che tutto era allestito alla perfezione la sventurata Helga – interpretata da Macha Méril -, colpevole soltanto di aver avvertito grazie ai suoi poteri la presenza dell’assassino, poteva essere uccisa con una mannaia da macellaio. L’omicidio, dal punto di vista della composizione fotografica vagamente ispirato al celebre Urlo di Munch, sarebbe avvenuto proprio dietro una di quelle finestre che davano sulla piazza.

Proiettata la scena di piazza Cln da Profondo Rosso, oltre a quella delle due vetrate dell’Uccello dalle piume di cristallo e a quella della stanza sommersa di Inferno, sulla quale ha raccontato alcuni dettagli del retroscena per la selezione dell’attrice – sostanzialmente come prima cosa al provino chiedeva all’aspirante come se la cavasse sott’acqua, dal momento che la scena è girata esattamente come la si vede.

La presentazione si è chiusa con un ricordo di suo padre e del loro rapporto dapprima un po’ problematico e poi molto stretto, quando hanno iniziato a lavorare insieme.

A seguire la consueta firma delle copie, con Dario ancora una volta gentilissimo e disponibile a far due parole e a farsi fotografare con tutti.

Mercoledì 19 (oggi) mi pare sia in programma un’altra presentazione alla scuola Holden mentre la prossima settimana assisterà alla proiezione della versione restaurata di Profondo Rosso nell’ambito del Torino Film Festival.

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Firma bis

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Bah. Più andiamo avanti e meno sono convinta della necessità di tutto ciò.

Anyway. Ormai l’abbiamo cominciata e dobbiamo arrivare alla fine.

Arriva il 17 dicembre.

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E alla fine l’ho visto, com’era inevitabile.

E alla fine devo ammettere che non era neanche così male.

Gary Shore non ha grandi pretese e non va a scomodare eccessivamente l’iconografica classica del personaggio, il che, già in partenza placa un po’ l’ostile diffidenza con cui il vampirofilo arriva in sala.

Sostanzialmente ne fa un film di cappa e spada, con un eroe-supereoe che avrebbe potuto essere un vampiro come qualsiasi altro genere di creatura con poteri, ottenendo l’effetto di risultare piuttosto fumettoso e, per questo, a suo modo, divertente.

In quest’ottica, anche il presupposto di eventuale riabilitazione del cattivo risulta meno invasivo e meno pesante sul significato complessivo della trama.

Questo Dracula è talmente lontano dal vero Dracula che non si percepisce molto l’intento di attribuirgli una storia diversa.

E’ un po’ come una graphic novel ispirata al personaggio di Dracula, in cui alcuni tratti vengono mantenuti giusto perché l’origine sia riconoscibile ma poi non si va molto più in là.

E va bene così. Va benissimo così.

Perché ci si può godere la storia senza farsi venire travasi di bile.

Già dal prologo si avverte il distacco. Già dal fatto che si fa del crudelissimo Dracula un povero mercenario rapito dai Turchi che appena torna a casa cerca di rimuovere le atrocità commesse – salvo poi non resistere alla tentazione di precisare, più avanti nel film, che anche tali atrocità in realtà erano state commesse solo per evitarne di peggiori, ma vabbè, se eroe buono deve essere che eroe buono sia e amen. E anche tornato a casa, Dracula non è altro che un povero principe che deve difendere il suo popolo e la sua terra dai Turchi cattivi e quindi finisce col cercare un potere che lo renda in grado di compiere la sua missione e salvare prima di tutto la sua famiglia.

Trova il potere e il potere ha ovviamente un prezzo.

Insomma, tutto secondo canone. Però canone da (super)eroe generico più che da Dracula o da vampiro.

Il potere che Dracula ottiene viene rappresentato solo in modo superficiale, come aumento di potenza. Non ci si sofferma sul significato del sangue né vengono approfondite le sue implicazioni.

Battaglie su battaglie, anche perché a Gary ci piace un sacco il trucchetto di Dracula che si trasforma in uno stormo di pipistrelli e lo usa il più possibile – e in effetti fa anche bene perché è piuttosto figo.

Luke Evans, continuo a dire che a fare il vero Dracula non ce lo vedo, ma per questo qui alla fin fine ci può anche stare.

Gli elementi classici della vicenda vengono accennati e sparpagliati qua e là ma sono più dei tributi che non una vera e propria rivisitazione per cui non infastidiscono e si notano persino con compiacimento.

L’armatura di Dracula richiama palesemente quella di Gary Oldman di Coppola anche se è un po’ meno rossa – e questo è pure un bene dato che con quella armatura il povero Oldman mi è sempre sembrato un’aragosta gigante.

E poi, è innegabile che a Shore sia piaciuto il film di Intervista col vampiro perché ci sono tutta una serie di gesti che richiamano palesemente la gestualità stile Rice, morso del polso in primis (e, in generale, ci sono forse più riferimenti ai vampiri di Anne che non a quelli di stampo stockeriano).

Insomma, un adventure visivamente gradevole e concettualmente di poco impegno ma tutto sommato apprezzabile.

Cinematografo & Imdb.

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