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Archive for the ‘2014’ Category

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Mentirei se dicessi che questo Piccione non mi ha lasciata un po’ perplessa. Forse me lo aspettavo diverso. O forse non lo so neanche io cosa mi aspettavo. Sta di fatto che sono uscita dal cinema incuriosita ma senza sapere bene cosa pensare. Istintivamente non mi è dispiaciuto ma mi ha un po’ lasciato quell’indefinibile sensazione da “qualcosa mi sta sfuggendo. E probabilmente quel qualcosa è sotto il mio naso e non lo vedo.”

Però devo anche dire che più passano i giorni, più i ricordi del film sedimentano e più a prevalere è un sorriso. Quel sorriso vago, distratto e un po’ svampito che si stampa sul volto quando si coglie, a distanza di tempo e in modo del tutto casuale, una sfumatura che ci era sfuggita, un’implicazione che si riesce a vedere solo a distanza.

Ecco, secondo me, il riflessivo volatile di Roy Andersson ha bisogno di una certa distanza per essere apprezzato. Per entrarci in sintonia.

Il film è il terzo capitolo di una trilogia, essere un essere umano, della quale però non ho visto gli altri due film, perciò non sono in grado di esprimere un’opinione da questo punto di vista.

Sam e Jonathan sono tristi, grigi, assolutamente privi di slancio vitale. Sono due improbabili venditori di scherzi di carnevale, e sono anche il filo rosso che unisce e attraversa tutte le differenti situazioni che compongono il film.

L’impostazione e la struttura sono marcatamente teatrali e il richiamo al teatro dell’assurdo è particolarmente esplicito, sia nella connotazione stessa di Sam e Jonathan – che sembrano una versione forse appena un po’ meno sconsolata dei due protagonisti di Aspettando Godot – sia nella mancanza di una costruzione narrativa lineare/tradizionale.

Un susseguirsi di sketch, alcuni singoli, altri ricorrenti, connotati da elementi che si incrociano e che si ritrovano di volta in volta in posti e momenti diversi. L’inquadratura è fissa, la prospettiva non cambia.

Personaggi surreali prendono vita sullo sfondo di episodi ora tristi, ora divertenti (la scena della discussione sui giorni della settimana è innegabilmente geniale), ora grotteschi (la morte dell’uomo al self service), in quella che diventa una galleria di umane miserie e gioie quotidiane.

E c’è la Storia. Rappresentata in modo estremamente simbolico e buttata in mezzo al presente in modo violento e stonato con riferimenti ora molto espliciti – come quello, terribile, ai lager – ora un po’ più ostici da decifrare.

Leone d’Oro a Venezia 2014, il Piccione, dal suo ramo, è sicuramente un film che inizialmente disorienta ma rimane impresso. E’ estremamente intenso. Non piacerà di sicuro a chi si aspetta sensazioni immediate ma potrà rivelarsi una bella sorpresa per chi saprà apprezzare il retrogusto agrodolce, ironico e commovente che lascia dietro di sé.

Ah, e grazie a Mo Willems per il titolo del post.

Cinematografo & Imdb.

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Arriva finalmente, il 19 febbraio, il Leone d’Oro di Venezia 2014.

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Più ci penso e meno mi piace, questo Hungry Hearts.

Nonostante la mia radicata diffidenza verso il cinema italiano – quanto meno quello contemporaneo – sono andata a vederlo tutto sommato speranzosa, forte della buona accoglienza di critica e di pubblico a Venezia e delle due coppe Volpi ad Alba Rohrwacher (che normalmente mi piace molto) e ad Adam Driver.

E poi non ero neanche particolarmente ostile a Saverio Costanzo. Di suo avevo visto solo La solitudine dei numeri primi  che è vero, non mi era piaciuto, ma perché non mi era piaciuta la storia e non avevo alcuna simpatia per il libro di partenza.  Lo avevo trovato comunque buono come regia e dal punto di vista della realizzazione. Oltre ad esserci anche lì la brava Alba.

 

Questa volta invece sono rimasta profondamente delusa.

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso – di cui ho parlato un po’ di tempo fa quiHungry Hearts racconta la storia di una donna e di una madre che sprofonda progressivamente nella sua ossessione per la purezza, nelle sue fobie da contaminazione. Che diventa schiava e vittima di questa ossessione al punto di non rendersi conto di mettere a repentaglio la vita di suo figlio. E racconta la storia di un padre e compagno che assiste quasi impotente a questo sprofondare. Che cerca come può di trattenere e salvare almeno suo figlio, nel momento in cui si rende conto che per la moglie probabilmente non può fare nulla. Che combatte contro una malattia invisibile e indimostrabile, senza altro supporto che quello di sua madre, in mezzo a legami assenti e autorità cieche e impotenti.

O almeno. Questo è quello che dovrebbe raccontare.

Perché vedevo scorrere queste immagini e continuavo a riempire i silenzi con quello che sapevo della storia avendolo letto nel libro.

Ho avuto, nettissima, l’impressione che, se non avessi letto prima il libro, avrei trovato il film sostanzialmente vuoto. E la persona che era con me, che il libro non lo aveva letto, ha confermato questa mia sensazione.

Tanti silenzi, tante inquadrature lunghe, musica classica e violoncello in sottofondo. Un non detto ingombrante che incombe su tutto con il suo peso insostenibile. Ok, facciamo cinema introspettivo, va bene, l’attenzione all’introspezione ci sta, dal momento che l’origine del dramma è sostanzialmente psicologica. Però un po’ di storia la vogliamo raccontare?

Costanzo fa rabbia perché spreca una storia buona e la riduce a poco più che niente.

Nel libro il personaggio di lei è complesso e si evolve (anche se più che di evoluzione sarebbe corretto parlare di involuzione) in modo graduale ed evidente. Si può percepire il suo progressivo rimanere sommersa dalle sue ossessioni. Lo si vede nel lento cambiare del comportamento quotidiano. Lo si legge nei dialoghi. In tante piccole cose concrete.

Qui di concreto non c’è quasi nulla. Sì, si capisce che lei non dà da mangiare al bambino, ma non viene mai articolato nulla di quelle che lei crede essere delle motivazioni.

E poi non si evolve. Tolta la scena iniziale del gabinetto (che peraltro nel libro non c’è e che avrebbe avuto senso se ne fosse stato in qualche modo sviluppato il significato implicito relativo al rapporto distorto e disfunzionale di lei con la fisicità, cosa che invece non succede), Mina sembra avere qualcosa che non va fin da subito. Sembra, se non proprio squilibrata dall’inizio, quanto meno sempre stralunata, distante in un modo che all’inizio è fuori luogo o comunque rende fuori luogo la normalità di Jude creando una disarmonia di comportamenti che appiattisce i personaggi invece di caratterizzarli.

Si ha una narrazione sostanzialmente ellittica.

Ci sono un po’ di frasi ad effetto piazzate lì giusto per far capire dove si va a parare ma non c’è uno sviluppo organico della vicenda. Tutti quei passaggi che, man mano che venivano raccontati, nel libro, gelavano il sangue. Quando Mina/Isabel smette di ingerire cibi solidi. Quando si ingozza per i colloqui con gli assistenti sociali per poi precipitarsi a vomitare una volta a casa.

La lucidità che mantiene sempre nella sua follia e che qui manca del tutto, rendendola una specie di fantasma allucinato – complice anche l’aspetto trasandato e forzatamente fuori posto nell’inverno newyorkese.

E anche qui. Che bisogno c’era di spostare tutto a New York?

Nel libro era interessante anche la parte di sviluppo burocratico legale della vicenda. L’ottusità e l’inutilità delle istituzioni che, in modo terribilmente plausibile, assistono allo svolgersi di una tragedia annunciata. Nel film anche questa parte risulta appena abbozzata, lontana e ovattata come tutto il resto.

Anche l’aspetto più tecnico lascia perplessi.

Ad un certo punto si ha una lunga sequenza girata tutta con il fish-eye che ha (fin troppo) palesemente l’intento di a) far sembrare innaturalmente più magri i protagonisti senza averli realmente fatti dimagrire (che sennò fa troppo mainstream) e b) rappresentare la realtà distorta in cui vivono ma che, di fatto, oltre ad essere visivamente fastidiosa, risulta una scelta forzata, scontata e stucchevole.

La Rohrwacher e Driver sono effettivamente bravi, per carità, ma questo non salva il film. Gestiscono bene il materiale che è stato loro fornito, il problema è che il materiale è scadente.

Non mi è piaciuta invece Roberta Maxwell nei panni della madre. Oltre all’appiattimento dei personaggi che coinvolge anche lei (nel libro è un personaggio forte e importantissimo e non solo per quello che fa), qui abbiamo anche una recitazione piuttosto sciatta.

La colonna sonora volutamente lenta e classicheggiante, a lungo andare risulta molesta.

Uniche variazioni, Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che va a coronare il cliché italiana a New York, (che se ne sentiva proprio la necessità, oh sì) e una ladrata colossale che è What a feelin’ di Irene Cara. Sì, non è una somiglianza, è proprio la colonna sonora di Flashdance. Io non ci potevo credere. Oltretutto arriva anche abbastanza all’inizio, il che ha contribuito a ridimensionare fin da subito le mie aspettative. Ma come cazzo ti viene in mente? Ma non si fa! E non perché è Flashdance ma perché è un pezzo che semplicemente appartiene ad un altro film. Non è una musica già utilizzata. E’ proprio una parte strutturale di un altro film. E’ scorretto nei confronti dello spettatore. Sa di presa in giro. Una cosa così o la fai in termini di citazione – e non è questo il caso – o ti rendi pateticamente ridicolo.

Niente. Occasione sprecata. Peccato.

Cinematografo & Imdb.

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E ci siamo.

Oggi – cioè ieri visto che il post esce di mercoledì anche se sto scrivendo ancora di martedì – è stato presentato il programma del Torino Film Festival 2014.

Che essendo il TORINO film festival è ovviamente stato presentato prima a Roma e solo in tardo pomeriggio si son degnati di fare la conferenza stampa qui. Una conferenza stampa peraltro utilissima, dato che tutto quello che doveva essere annunciato era già online dall’una circa, con tanto di prevendite aperte.

Ma vabbè, non voglio cominciare a far polemica prima ancora dell’inizio, tanto più che, al di là dei paradossi organizzativi, il programma pare interessante.

Allora.

QUI il programma completo.

Film d’apertura Gemma Bovery, con Gemma Arterton e Fabrice Luchini. Regia di Anne Fontaine che lo presenterà venerdì 21 alla serata inaugurale all’Auditorium Giovanni Agnelli al Lingotto.

Anche l’ultimo di Woody Allen, Magic in The Moonlight, confermato in anteprima per il festival.

Il trailer del film di chiusura di Vallèe lo trovate tra i post della scorsa settimana, nel frattempo segnalo anche Cold in July tratto dall’omonimo romanzo di Joe R. Lansdale e diretto da Jim Mickle.

Se gli dei saranno propizi e i miei orari pure, nelle prossime settimane seguiranno altri aggiornamenti, segnalazioni e vaneggiamenti vari sull’evoluzione del Festival.

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Decisamente quest’anno non sono riuscita a seguirlo un granché.

Anyway. Ecco i vincitori.

Concorso

  • Palma d’oro: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia)
  • Grand Prix Speciale della Giuria: Le meraviglie regia di Alice Rohrwacher (Italia)
  • Prix de la mise en scène: Bennett Miller per Foxcatcher (USA)
  • Prix du scénario: Andreï Zviaguintsev e Oleg Negin per Leviathan (Russia)
  • Prix d’interprétation féminine: Julianne Moore per Maps to the Stars (USA)
  • Prix d’interprétation masculine: Timothy Spall per Mr. Turner (UK)
  • Premio della giuria (ex-æquo): Mommy, regia di Xavier Dolan (Canada) e Adieu au Language, regia di Jean Luc Godard (Svizzera)

Un Certain Regard

  • Premio Un Certain Regard: White God, regia di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)
  • Premio della Giuria: Force majeure, regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Menzione Speciale: The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia)

Settimana Internazionale della Critica

  • Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: The Tribe, regia di Myroslav Slaboshpytskkiy (Ucraina)
  • Premio SACD: Hope, regia di Boris Lojkine (Francia)

Quinzaine des Réalisateurs

  • Premio Art Cinéma: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio Europa Cinema Label: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio SACD: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)

Altri premi

  • Caméra d’or: Party Girl, regia di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli (Francia)
  • Premio Fipresci:
    • Concorso: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
    • Un Certain Regard: Jauja, regia di Lisandro Alonso (Argentina)
    • Quinzaine des Réalisateurs: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio della Giuria Ecumenica: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
    • Menzione Speciale della Giuria Ecumenica (ex-æquo): The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia) e Le Belle Jeunesse, regia di Jaime Rosales (Spagna)
  • Queer Palm: Pride, regia di Matthew Warchus (Regno Unito)
  • Trofeo Chopard:
    • Rivelazione femminile: Adèle Exarchopoulos (Francia)
    • Rivelazione maschile: Logan Lerman (USA)
  • Premio François Chalais: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
  • Dog Palm: Luke e Body per White God di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)

Devo recuperare una marea di arretrati. Per ora mi limito a rallegrarmi grandemente per Julianne Moore. Tralasciando il fatto che fino alla scorsa settimana mi ero completamente persa che dovesse uscire un nuovo film di Cronenberg e questo non mi fa onore, amo tantissimo la Moore e Maps to the Stars è sicuramente tra gli obiettivi della settimana.

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Deludente. Poi non so se sono io che mi aspettavo troppo da quello che non è altro che un ennesimo remake di altri infiniti remake, sta di fatto che questo Godzilla 2014 lascia parecchio insoddisfatti.

In proporzione è decisamente più figo il trailer. E il trailer mi ha in parte fregata – dico in parte perché credo che sarei andata a vederlo in ogni caso. Sembrava una figata. Si intuiva che avevano cambiato qualcosa dalla storia originale ma sembrava veramente che arrivasse la versione definitiva.

E invece ci si trova davanti a due ore esatte di effetti speciali, catastrofi, scontri e quant’altro realizzati in modo tecnicamente impeccabile ma con un grado di coinvolgimento pari se non proprio a zero poco ci manca.

Non c’è trama. E non è per dire che ce n’è poca. Non c’è proprio. Ti danno qualche linea guida (peraltro prevedibilissima) all’inizio e poi il tutto va avanti per inerzia.

Il cast è piuttosto misero. A parte il piccolo cameo di Juliette Binoche e David Stratharin nei panni dell’Ammiraglio, avrebbe potuto essere interessante la presenza di Ken Watanabe, se non fosse che rimane mono-espressione per tutto il film. Evidentemente non lo hanno pagato abbastanza per motivarlo.

Protagonisti troppo insignificanti anche per essere stereotipati e una spiegazione di fondo degli eventi troppo facile per risultare plausibile.

Quintalate di effetti speciali, dicevo, visivamente e tecnicamente perfetti – ormai è persino superfluo specificarlo – ma per buona parte sprecati in scene d’azione talmente lunghe da diventare noiose.

E poi i mostri.

Che non bastava Godzilla, oh no. Non bastava neanche farlo più grande e apparentemente più cattivo. E nemmeno renderlo resistente alle testate nucleari.

Bisognava dargli un nemico più o meno di pari taglia con cui intrattenerlo.

In pratica. Godzilla se ne starebbe tranquillo per i fatti suoi nelle profondità degli abissi, se non fosse che improvvisamente si schiudono due simil bozzoli giganti rimasti dormienti fino ad ora e contenenti maschio e femmina di una nuova specie mutante che, a suo tempo, aveva già eliminato un altro parente di Godzilla. E siccome abbiamo il maschio e la femmina, proviamo ad indovinare cosa si sono svegliati a fare? Forse delle uova e un nido? Pare proprio di sì.

Che fare dunque? La prima opzione ovviamente è sempre quella di sganciare una bella bomba atomica, se non fosse che i bestioni mutanti hanno un rapporto tutto loro con il nucleare e si nutrono di roba radioattiva. In parole povere, le bombe se le mangiano.

Altra opzione è quella di lasciare che la natura faccia il suo corso e che arrivi Godzilla, il predatore in grado di far fuori la coppietta.

Mega scontro tra mostri, dunque. Con annessa distruzione di tutto quello che trovano in mezzo.

Aspetti positivi: è carina l’idea dei bestioni che si mangiano la roba nucleare (potrebbe tornare comodo per lo smaltimento delle scorie, prendere nota) ed è anche figo il fatto che emettano un segnale capace di neutralizzare qualsiasi aggeggio elettronico nel raggio di chilometri. Fisicamente i mutanti sono quasi presi di peso da Cloverfield – solo che qui sono più scuri e hanno gli occhi luminosi – ma sono comunque parecchio inquietanti con quelle sembianze fondamentalmente insettoidi.

Una volta tanto non hanno distrutto Manhattan e la costa Est ma le Hawaii, Las Vegas (che fornisce comunque l’opportunità di distruggere Statua della Libertà e Tour Eiffel in miniatura, mica scemi eh) e San Francisco.

Fine degli aspetti positivi.

Aspetti per cui brontolare (almeno i principali): i mostri si vedono fin da subito e fin da subito si sa chi fa che cosa e chi va dove, con il risultato di stroncare sul nascere qualsiasi pretesa di suspance.

Le scene dei combattimenti sono troppo lunghe, come dicevo prima, e sono praticamente tutte in notturna, il che dopo un po’ è fastidioso. Capisco che magari, da un punto di vista dello scenario che viene devastato, è forse più facile gestire scene scure che non in piena luce; e capisco anche che bisognava far risaltare gli occhi luminosi (o era la bocca? adesso mi viene il dubbio, vabbè) dei mostri cattivi, nonché dare il giusto rilievo scenografico alla mossa luminosa di Godzilla (ora la spiego), resta il fatto che tutto al buio dopo un po’ rompe le balle.

La mossa luminosa di Godzilla. Seriamente, quando l’ho vista mi è scappato da ridere. Ad un certo punto, nel bel mezzo della lotta si vedono le scaglione sul dorso di Godzilla che si illuminano in sequenza, proprio come la barra di caricamento in un videogioco. Una volta illuminate tutte (=massima carica) il bestio sputa una fiammata bianco azzurra che non si capisce cos’è ma ricorda tanto il protossido. Va a finire che al prossimo giro ci ritroviamo Godzilla in Fast and Furious.

Il fatto che Godzilla sia in parte riabilitato non ho ancora deciso se piazzarlo negli aspetti positivi o negativi.

Che dire. In definitiva è un po’ una fregatura.

E non è una questione di genere né un problema legato al fatto che gli elementi in gioco sono poi sempre gli stessi. E’ proprio un problema di costruzione, di mancata rielaborazione di questi elementi. E non è neanche il fatto che hanno voluto strafare. C’è praticamente ogni forma possibile di distruzione o catastrofe ma si rimane piuttosto freddi. Per dire, anche Pacific Rim aveva gli scontri tra bestioni ma era divertente, ti prendeva. Che è poi tutto quello che si chiede a film di questo tipo. Divertimento, distrazione, coinvolgimento.

Non proprio sconsigliato ma se ve lo perdete non succede niente, ecco.

Cinematografo & Imdb.

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Riemergo.

Giusto in tempo per devolvere gli ultimi soldi residui al Salone.

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Ok, lo so, sono ricascata su Anne Rice dopo averla evitata per anni in seguito al deragliamento delle Vampire Chronicles in direzioni di dubbia pertinenza vampiresca e dopo la sua svolta pseudo-mistica e pseudo-cattolica che ha tragicamente influenzato la sua creatività. Come attenuante posso dire che sono reduce, tra le altre cose, da un giro a New Orleans (con ovvia tappa di fronte all’ex dimora Rice) e da una profonda immersione nei luoghi di Louis e Lestat, il che mi ha lasciato addosso una grande nostalgia dal momento che, come probabilmente avrò già esternato più volte, ho vissuto una consistente parte della mia adolescenza in quella precisa parte di universo letterario.

Non mi sono azzardata a riavventurarmi proprio nelle Cronache e, non avendo nessuna voglia di imbarcarmi nella Trilogia dei Sensi, ho ripiegato su questo Angel del quale, in effetti, so ben poco. In realtà, da una prima occhiata ho già beccato alcune cose che mi hanno fatto storcere il naso e non escludo di uscirne delusa e brontolante ma tant’è, ai raptus non c’è rimedio.

Il libriccino piccolo e bianco del quale non si legge quasi il titolo invece è l’ultimo di Benni, Pantera, e il caso ha voluto che, pur senza aver avuto il tempo di consultare il calendario degli ospiti, sia capitata al Salone giusto in tempo per la sua presentazione. Tempo di finire il libro e mi dilungherò anche sull’evento.

Ultima cosa. Ma da quand’è che Vassalli pubblica con Rizzoli? Boh, poi magari sono io che come al solito mi son persa qualcosa ma sono rimasta piuttosto perplessa.

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