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Non gli passa.

E’ difficile che la collera passi. Esiste il verbo incollerirsi, far montare dentro di sé la collera, ma non il suo contrario. Perché? Perché la collera è preziosa, protegge dalla disperazione.

Siamo negli anni Settanta e Dominique e Claude si incontrano.

Lei è schiva e riservata, poco incline a coinvolgimenti emotivi.

Lui è spavaldo, quasi sfacciato nel modo di corteggiarla.

Lei è confusa e un po’ diffidente.

Lui è determinato, senza l’ombra di un dubbio.

Lei abbandona le sue reticenze, persa in una bottiglia di Chanel N.5.

Lui pianifica il matrimonio e la partenza per Parigi.

Entrambi condividono un nome da cui non si deduce il genere di appartenenza.

Nomi epiceni si chiamano, dalla commedia di Ben Johnson intitolata appunto Epicoene.

E proprio per questo tratto comune – e anche un po’ per Ben Johnson – Claude e Dominique decidono di chiamare la loro figlia Épicène.

Il tempo dell’infanzia obbedisce ad altre leggi. La sia densità è pari solo al suo senso del tragico.

Épicène è una ragazza attenta e intelligente. E capisce subito che c’è qualcosa che non va nel padre. Qualcosa che la madre non riesce a vedere, accecata dal troppo amore per il suo uomo. Qualcosa che ha a che fare con una certa distanza di Claude.

Amélie torna e mette in scena un affascinante balletto di amore e vendetta, di perdita e ossessione. Un gioco di specchi ed equilibri in cui la verità si nasconde e si dissimula, persa in mezzo a domande che esigerebbero una risposta ma generano solo altre domande.

Cosa vuol dire amare? Quand’è che l’amore diventa ossessione? Quanto può durare il desiderio di vendetta?

Quanto hanno in comune questi tre diversi sentimenti?

Non gli passerà mai

Amélie Nothomb, I nomi epiceni, Voland 2019

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Notte degli Oscar, dunque.

Sul red carpet sembra che non si aspetti altro che vedere l’outfit di Lady Gaga e il buon Gianni Canova si presta come sempre al teatrino di Castelnuovo con signorile impassibilità.

Detto ciò, prima di entrare nel vivo ce ne va ancora parecchio e tra una sorsata di caffè e l’altra direi di ingannare l’attesa con l’ultimo film candidato che sono riuscita a vedere, uscito nelle sale giusto giovedì.

Tratto da una storia vera Can You Ever Forgive Me – titolo originale, manco a dirlo, enormemente più sensato/interessante/adatto rispetto alla versione italiana – è anche passato al Torino Film Festival di quest’anno, senza peraltro che me ne accorgessi, per ragioni che restano ancora da chiarire.

Tratto, più nello specifico, dal libro omonimo di Lee Isralel, che racconta la sua storia e di come si sia trovata a diventare una falsaria ricercata dall’FBI.

Lee è una scrittrice in decadenza. Il suoi successi occasionali sono ormai dimenticati, la sua agente non la fa lavorare, il progetto per il suo nuovo romanzo non interessa a nessuno.

Lee è sola. E’, come dice lei stessa, una persona che ama più i gatti delle persone. Lee beve forte e ha il classico carattere di merda.

Lee si trova disoccupata e senza soldi. Prova a vendere vecchi libri ma nessuno sembra interessato neanche a quelli.

Poi succedono due cose.

In un pub incontra Jack, una vecchia conoscenza dei tempi della giovinezza, e in un libro, mentre fa ricerche in biblioteca per il suo presunto prossimo lavoro, trova tra le pagine una lettera autentica di Fanny Brice.

Lee vende la lettera e la cosa rende bene. Al punto che la tentazione di ripetere l’esperienza è forte.

Lee comincia così a falsificare lettere di autori famosi e a venderle in giro a svariati collezionisti.

L’unico a sapere della sua attività è Jack, che nel frattempo, da compagno di bevute è anche diventato qualcosa di molto simile ad un amico.

Ma ovviamente tutto questo non può durare per sempre.

Copia Originale è un film delicato, divertente, commuovente e incredibilmente poetico. E’ una storia di solitudine e di redenzione. E’ una storia vera, umanissima e toccante.

La trama centrale è quella dei falsi, certo, ma il cuore vivo e pulsante della vicenda è la storia di Lee e Jack. Di queste due roccaforti di solitudine inespugnabili eppure vulnerabilissime. Di queste due bolle di vita sole contro tutti, anche contro la vita stessa, che per una frazione di tempo si incontrano e spezzano per un po’ l’uno le barriere dell’altra.

Regia di Marielle Heller, con una Melissa McCarthy e un Richard E. Grant in stato di grazia che regalano due interpretazioni misuratissime, intense e assolutamente meritevoli delle due nominations come attrice protagonista e non protagonista.

Candidatura anche per sceneggiatura non originale.

Per la cronaca, il libro di Lee Israel non è stato tradotto in italiano e in versione originale si trova agevolmente in ebook e un po’ meno agevolmente in cartaceo – la versione in copertina rigida ha prezzi esorbitanti.

Cinematografo & Imdb.

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Quando ho sentito che volevano fare il remake di Suspiria ho provato coerentemente un brivido di terrore.

Perché, che piaccia o non piaccia Dario Argento, Suspiria è comunque un classico del genere. Forse non archetipico nell’immaginario quanto un Profondo Rosso ma non ci andiamo tanto distanti.

Poi ho sentito che il remake era di Guadagnino e ho detto vabbè.

Poi ho visto che c’era Tilda Swinton e ciao proprio. Neanche la presenza di Dakota Johnson è bastata a dissuadermi.

In pratica, ho visto questo film perché c’era Tilda.

E mi sono piazzata in sala con sguardo critico e un sopracciglio rigorosamente alzato in piena modalità ok-do-your-magic, con tutto il sarcasmo applicabile alla cosa.

Che tra l’altro, prima di entrare in sala non mi ero neanche accorta che dura 152 minuti il che ha ulteriormente aumentato la mia maldisposizione di partenza.

Detto ciò. Gli dei conservino lungamente Guadagnino perché ha fatto veramente un capolavoro.

Già dopo i primi minuti il mio sopracciglio si era riposizionato a livello dell’altro e dopo la prima mezz’ora ho smesso del tutto di pormi il problema del remake per godermi il film.

Suspiria 2017 è di una potenza incredibile.

La colonna sonora di Tom Jorke accompagna una sceneggiatura che da un lato omaggia il film originale con moltissimi riferimenti e dall’altro la amplia, sviluppandone a fondo tutte le potenzialità inespresse.

Sempre ambientato in Germania, qui siamo in una Berlino divisa in cui il contesto storico è molto più presente rispetto al primo film creando un contrappunto molto stretto tra il Male nell’accademia di danza e il Male che ancora imperversa nel mondo in quegli anni.

Attraverso sei atti e un epilogo prende vita la storia di Susie Bannion, ballerina dell’Ohio, trasferitasi a studiare danza in Europa.

La storia di base è rimasta quella originale.

Nella scuola di danza succedono cose strane e le donne che la gestiscono altro non sono che una congrega di streghe.

Quindi, da un punto di vista strettamente di trama, non c’è la tensione della sorpresa sullo svolgersi della vicenda.

Cionondimeno la tensione si crea molto efficacemente e soprattutto non ha un attimo di cedimento per tutta la durata del film.

Visivamente curatissimo, molto incentrato sulla danza con le sue possibili valenze simboliche e rituali, Suspiria 2017 è un ballo di morte e resurrezione, un sabba moderno affascinante e letale.

Più che sul terrore nudo vero e proprio, Guadagnino punta sull’angoscia. Una sensazione di angoscia stringente e claustrofobica che, in definitiva, risulta molto più inquietante della paura stessa.

Alcune sequenze sono costruite in modo fenomenale da questo punto di vista, una per tutte – un piccolo spoiler –  la danza in parallelo di Susie – impegnata in una prova – e di una compagna di ballo chiusa in una stanza di specchi. Ad ogni salto di Susie, ad ogni movimento di Susie, ad ogni strattone, allungamento, scatto corrisponde un analogo movimento della ragazza nella sala che viene sballottata, lanciata, disarticolata e spezzata come in un rituale voodoo. E’ una sequenza piuttosto lunga ed è meravigliosamente disturbante.

Come anche molto disturbanti, oltre che bellissime, sono le sequenze semi oniriche.

Nel ruolo di Susie abbiamo Dakotan Johnson, curiosamente poco fastidiosa, con una recitazione piuttosto asciutta e senza le sue solite smorfie da aspirante superseduttrice.

E poi, meravigliosa, superba e fantastica, abbiamo Tilda Swinton nel ruolo sia di Madame Blanc sia del Dottor Klemperer, un anziano psicologo che si trova ad indagare sulle strane vicende che ruotano intorno alla scuola di danza.

Una Madame Blac carismatica, fredda, potente e bellissima. Una Tilda Swinton perfetta e intensa che mi ha ricordato gli anni di Orlando.

Nel cast anche Mia Goth, che non ho ancora capito se mi piace o meno ma era comunque adatta alla parte.

Cameo per Jessica Harper, la Susie del ’77.

I tempi e i modi della recitazione sono ovviamente più vicini al canone tradizionale rispetto al film originale ma si nota comunque un’impronta di lentezza e di sospensione che pare essere un tributo al primo Suspiria.

Così come la ricostruzione di alcune scene – le porte scorrevoli all’inizio – o l’impiego di effetti speciali non (quasi) digitalizzati ma fatti alla vecchia maniera, con trucco e sangue.

Splatter in generale moderato ma efficace con non pochi ammiccamenti allo stile di Dario Argento.

Dario Argento che non pare aver particolarmente apprezzato il remake perché, a suo dire, poco spaventoso e con poca musica.

Sarà. Immagino che ogni autore abbia una sensibilità propria per le sue opere. D’altronde a King non piace lo Shining di Kubrick.

In ogni caso per me questo Suspiria è stato una bellissima sorpresa.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Joe e Joan Castleman. Una coppia perfetta. Una di quelle coppie d’altri tempi, affiatate da una vita.

Lui, affermato scrittore in lista per il premio Nobel. Lei, moglie devota e madre amorevole.

E poi il Nobel arriva davvero.

E quello che dovrebbe essere il coronamento del lavoro di una vita diventa la classica goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione di Joan.

Joan che è tutto quello che il copione della sua vita prevede che sia.

Joan che è il perfetto staff di supporto per Joe, con le pillole pronte, le parole di sostegno e l’attenzione che non gli rimangano briciole sulla barba.

Joan che si ricorda i nomi dei personaggi dei libri di Joe anche meglio di lui.

Joan che tollera le scappatelle di Joe.

Si potrebbe dire che tutti i matrimoni sono una forma di compromesso, più o meno bilanciato per le parti a seconda dei casi. Ma per Joan lo squilibrio della situazione è diventato insostenibile e si trova di colpo a dover fare i conti con ciò che ha accettato e sopportato da sola per una vita intera.

Un contratto a senso unico. Una spirale discendente cui non è stata in grado di sottrarsi.

Regia di Björn Runge per un film ben calibrato ma amarissimo su quanto i rapporti possano diventare delle vere e proprie trappole.

La storia di un inganno lungo una vita intera.

E, se da un lato si può trovare la pecca di una certa forzatura in alcuni aspetti della vicenda, il tutto viene compensato dalla fenomenale interpretazione di una Glenn Close di cui si sentiva la mancanza in un ruolo così complesso, sottile e tormentato.

Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e nomination come miglior attrice protagonista agli Oscar.

Lui è Jonathan Pryce, come sempre ottimo, e abbiamo anche Christian Slater nel ruolo di un giornalista che, complice anche la montatura degli occhiali, sembrava Daniel Molloy (quello di Intervista col Vampiro) 20 anni (24 per l’esattezza) dopo. Particina anche per Max Irons nei panni del figlio della coppia e con la voce – un po’ sprecata in verità – di Christian Iansante.

Cinematografo & Imdb.

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Ispirato ad un fatto di cronaca raccontato da Sam Dolnick in un suo articolo comparso nel giugno 2014 sul New York Times, The Mule ripercorre la storia di Earl Stone e di come, ormai quasi novantenne, si sia trovato a diventare un corriere della droga braccato dalla DEA.

Earl (Clint Eastwood) conduce una vita spartana e solitaria. Ha dedicato la sua vita al suo lavoro e ai suoi fiori, trascurando moglie e figlia che ormai non vogliono più saperne di lui.

Improvvisamente rimasto senza un soldo, si trova inconsapevolmente coinvolto in un giro di consegne di carichi di droga.

Earl non si rende subito conto di ciò in cui si sta cacciando ma la paga è dannatamente buona e tutto sommato il lavoro sembra facile.

E poi lui è bravo. E insospettabile, con quel suo aspetto da vecchietto perbene e un po’ rintronato.

Il carico di lavoro, per così dire, aumenta fino ad attirare l’attenzione di Colin Bates (Bradley Cooper), agente della DEA che si occupa delle indagini sui traffici del cartello.

Dimentichiamoci pure dell’infelice esito di Ore 15.17: Attacco al treno e tiriamo un sospiro di sollievo per il ritorno di Clint Eastwood che dirige e interpreta un film di tutto rispetto.

Un film di cui lui stesso è l’anima e il centro, regalando con il personaggio di Earl una nuova interpretazione memorabile.

Certo, si può obiettare che, di fatto, Earl è l’ennesima variazione sul tema Eastwood, e certo, in parte è sicuramente vero.

Earl è il classico personaggio tagliato su misura per Clint. E’ un personaggio alla Walt Kowalski di Gran Torino, per capirci. E’ il vecchio burbero, egoista e rigido ma anche fondamentalmente buono. E’ il vecchio politicamente scorretto nelle sue uscite verbali ma sostanzialmente correttissimo nelle sue azioni. E’ l’incarnazione di contrasti e contraddizioni che fanno al tempo stesso sorridere e commuovere. E sì, tutto questo si è già visto e, in particolare, si è già visto con Clint.

Resta però il fatto che Eastwood sa dare vita a questo personaggio come nessun altro e quello che ci troviamo di fronte è un protagonista talmente umano da essere reale e di una enorme, travolgente intensità.

E’ impossibile non empatizzare con Earl. Anche quando è irritante.

E’ impossibile non essere partecipi delle sue vicende.

A tratti anche divertente, The Mule è toccante e coinvolgente. Tiene bene il ritmo dall’inizio alla fine, ammicca al poliziesco senza però strafare e bilancia bene le parti in gioco, compreso il fronte dei sentimenti familiari.

Ottimo anche Bradley Cooper anche se pensavo che il suo ruolo avrebbe avuto più spazio. Di fatto è poco più che un one-man show intorno a Earl.

Nel ruolo della figlia di Earl c’è Alison Eastwood, la figlia di Clint, e sul fronte della DEA troviamo anche Lawrence Fishburne.

In ogni caso, molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Bella. Bellissima. Scala come un fulmine la mia personale classifica di AHS e si piazza comodamente in cima.

La stagione più bella della serie e una delle stagioni che mi sono piaciute di più in assoluto in questi anni.

Non che non abbia delle pecche o dei limiti – anche solo banalmente quelli imposti dal suo stesso format – ma stavolta gli sceneggiatori hanno veramente dato il meglio.

Si parte con quello che è stato l’evento più orrorifico degli ultimi anni: l’elezione di Trump.

Il fulcro attorno a cui tutto ruota è la notte delle elezioni.

E’ l’inizio e il catalizzatore.

Con la consueta alternanza di passato e presente e, soprattutto, di prospettive diverse per lo stesso evento, si costruisce gradualmente una grande affresco di degenerazione sociale.

Vengono portati alle estreme conseguenze i presupposti che hanno reso l’America un paese capace di eleggere Trump. Capace di meritarselo.

Da un lato abbiamo Ally (Sarah Paulson) e Ivy (Allison Pill), sposate, con un figlio. Una famiglia non tradizionale, come piace tanto dire, che vede il suo status di famiglia messo a rischio dall’elezione del nuovo presidente.

Al lato opposto abbiamo Kai (Evan Peters). Morbosamente esaltato dall’esito delle elezioni.

Kai, con i capelli blu e lo sguardo magnetico.

Kai, trascinante e carismatico, con la parlantina sciolta e la capacità di dire alle persone esattamente cosa vogliono sentirsi dire.

Kai che ha un copione che da solo vale tutta la serie.

Che è la voce incarnata del grande imbroglio americano.

Che è modellato molto direttamente su Charles Manson ma che, in definitiva, è la rappresentazione di tutti i grandi American Psycho dal secolo scorso ad oggi.

E questo è un tratto significativamente distintivo rispetto alle altre stagioni, dove si prendeva come punto di partenza un canone dell’horror per giocare sulle sue declinazioni.

Qui no. Qui è davvero storia, è davvero orrorifica, ed è davvero americana. Perché non c’è bisogno di inventarsi niente. Il vero orrore sono le persone. Sono le persone ad essere terrorizzanti. E gli abissi che possono spalancare.

E quindi abbiamo una galleria di grandi massacri americani e di grandi leader carismatici che hanno catalizzato questi massacri – sempre rigorosamente interpretati da Kai, che diventa massima espressione di quello spirito americano che ha reso possibile Trump.

Poi sì, abbiamo anche, come sempre, canoni paralleli, declinati però più come fobie e quindi sempre con una connotazione molto reale e concreta.

Ally è il tramite principale per la materializzazione delle fobie. E’ psicologicamente la vittima ideale del clima dell’era di Trump. Perché ha paura e la Paura è l’altra grande protagonista di questa stagione.

Non la paura del buio o del mostro sotto il letto ma la paura dei propri vicini, dei propri amici, dei familiari e dei conoscenti. E’ la paura che si insinua strisciante e allontana da tutto e da tutti.

E’ la paura che diventa terrore vero e proprio, come quello di Ally per i clown – cameo di Twisty e poi altre maschere da clown in quantità – per i buchi – la tripofobia in effetti è una cosa borderline piuttosto disturbante e per tutta una serie di cose che diventano sempre più invasive nella sua vita fino a prenderne possesso. Fino a isolare completamente Ally.

I toni grotteschi e politicamente scorretti che connotano da sempre questa serie, sono qui particolarmente significativi come tramite per portare in superficie il grottesco di un paese incapace di accorgersi del pericolo che sta correndo.

Cast storico molto ridotto, con sostanzialmente solo Sarah Paulson e Evan Peters – entrambi fantastici – in ruoli importanti.

Particina per la mia amata Frances Conroy e diversi camei di altri attori storici della serie.

Tra le new entries, degna di nota Billie Lourd – la figlia di Carrie Fisher – nel ruolo di Winter.

Pochi riferimenti alle altre stagioni, giusto qualche accenno.

Citazioni cinematografiche comunque sempre abbondanti, anche se più in direzione distopica, vista l’impostazione – per dirne una, impossibile non pensare alla recente serie della Notte del Giudizio.

Splatter tutto sommato limitato, con solo qualche scena un po’ disturbante.

Davvero consigliatissima, anche a chi non è troppo amante del genere e anche a chi non è troppo fan della serie.

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Marlo (Charlize Theron) è madre di due figli con un terzo in arrivo. E’ ormai quasi alla fine della gravidanza e comincia ad essere davvero affaticata.

Porta avanti una routine domestica non semplicissima e lo fa quasi da sola perché Drew, suo marito, è sempre molto preso con il lavoro e poi, sì, fa il papà come la cultura occidentale media si aspetta che un uomo faccia il padre, ai margini, nei ritagli di tempo.

Dopo la nascita del terzo figlio, una bambina, la situazione di Marlo precipita e lei è davvero a terra.

Suo fratello – ricco e un po’ eccentrico – le suggerisce l’idea di prendere una tata notturna. Una tata che si occupi di vegliare la bimba appena nata durante la notte, svegliando Marlo proprio solo per l’allattamento.

Marlo dapprima è scettica, poi si fa convincere e si decide a chiamare.

E così una sera arriva Tully.

Tully che è giovane, bella, magra e piena di energie.

Tully che è bravissima con la bambina e altrettanto brava con la mamma.

Tully che aiuta Marlo in tutto, permettendole di riposare di notte e di godersi di più il tempo con i suoi figli di giorno.

Tully che sviluppa con Marlo un rapporto particolarmente intenso e diretto.

Per la terza volta insieme dopo Juno (2007) e Young Adult (sempre con Charlize, 2011)  Jason Reitman alla regia e Diablo Cody alla sceneggiatura riproducono ancora una volta la loro magia e danno vita ad una commedia un po’ agrodolce, intelligente e perfettamente equilibrata.

La realtà è che quando vedo che c’è di mezzo Diablo Cody ho sempre anche un po’ paura. Perché è impietosa, quasi chirurgica, nella sua capacità di centrare il punto. Perché ricostruisce e restituisce pezzi di vita con una lucidità che non lascia spazio per niente che non sia prendere atto di una verità.

Perché ha quel modo tutto suo di mettere a nudo il non detto, di scoprire i nodi dolenti delle bugie che raccontiamo prima di tutto a noi stessi.

E così qui non ha paura di infrangere il tabù delle gioie della maternità e mette in luce tutto il lato oscuro della fatica fisica e mentale, del sacrificio (annullamento) di sé, della crisi di identità e di quella cosa che viene perlopiù trattata come un parente scomodo e di cui vergognarsi che è la depressione post-partum (e che proprio perché tendenzialmente ignorata non viene neanche curata).

E non per demonizzare o condannare alcunché – che sarebbe gioco fin troppo ovvio e scontato. E’ più che altro per dare, per così dire, il quadro completo. Completo delle contraddizioni apparentemente inconciliabili che costituiscono l’essenza stessa delle più profonde esperienze umane.

Una commedia dolorosa e bellissima, delicata ma profondamente onesta.

Una Charlize perfetta come sempre, qui ingrassata di oltre 20 chili per la parte, dal volto segnato e intenso. Nominata ai Globes come miglior attrice.

Brava anche Mackenzie Davis nei panni di Tully.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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