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Archive for the ‘1986’ Category

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ma forse di più, ebbe inizio, per quel che mi è dato di sapere e narrare, con una barchetta di carta di giornale che scendeva lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia.

La barchetta beccheggiò, s’inclinò, si raddrizzò, affrontò con coraggio i gorghi infidi e proseguì per la sua rotta giù per Witcham Street, verso il semaforo che segnava l’incrocio con la Jackson. Le tre lampade disposte in verticale su tutti i lati del semaforo erano spente, in quel pomeriggio d’autunno del 1957, e spente erano anche le finestre di tutte le case. Pioveva ininterrottamente ormai da una settimana e da due giorni si erano alzati i venti. Allora quasi tutti i quartieri di Derry erano rimasti senza corrente e l’erogazione non era ancora stata ripristinata.

Un bambino in impermeabile giallo e stivaletti rossi correva allegramente dietro alla barchetta di carta. La pioggia era tutt’altro che cessata, ma la sua violenza si andava finalmente allentando. Tamburellava sul cappuccio giallo del bimbo e suonava alle sue orecchie come pioggia su una tettoia: un rumore amico, quasi intimo. Il bambino con l’impermeabile giallo era George Denbrough. Aveva sei anni. Suo fratello William, conosciuto fra i ragazzini della scuola elementare di Derry (e anche fra gli insegnanti, che mai avrebbero usato quel soprannome in sua presenza) come Bill Tartaglia, era a casa a smaltire i postumi di una brutta influenza. Nell’autunno del 1957, otto mesi prima che l’orrore si manifestasse definitivamente e ventotto anni prima dello scontro finale Bill Tartaglia aveva dieci anni.

Bill aveva confezionato la barchetta che George stava inseguendo. L’aveva fabbricata a letto, seduto con la schiena appoggiata a una pila di guanciali, mentre la loro madre suonava Für Elise al pianoforte del salotto e la pioggia batteva senza posa contro il vetro della sua finestra.

A tre quarti dell’isolato, scendendo verso l’incrocio dove c’era il semaforo spento, Witcham Street era interrotta al traffico dei veicoli da alcuni bidoni e quattro cavalletti dipinti di ‘arancione. La scritta stampigliata su ciascuno dei cavalletti avvertiva che erano di proprietà dell’assessorato al lavor pubblici di Derry. Oltre la barriera, la pioggia era traboccata dai canali discolo ostruiti da rami e sassi e grossi ammassi appiccicosi di foglie autunnali. L’acqua aveva dapprima scavato frammenti nella pavimentazione, per poi strapparne via brani interi con voracità, quando si era ancora al terzo giorno di pioggia. Nel primo pomeriggio del quarto giorno, larghi pezzi di copertura stradale traghettavano nell’incrocio della Jackson con la Witcham come zattere in miniatura. In molti intanto a Derry avevano preso a scherzare parlando di arche con percepibile nervosismo. L’assessorato ai lavori pubblici era riuscito a tener sgombra Jackson Street, ma Witcham era intransitabile dai cavalletti giù fino al centro cittadino.

Tutti però convenivano che ormai il peggio era passato. Il Kenduskeag aveva superato di poco gli argini nei Barrens, rimanendo di pochi centimetri sotto il ciglio delle pareti di cemento del Canale, che ne convogliava le acque attraverso la cittadina. Attualmente una squadra di uomini, fra i quali c’era anche Zack Denbrough, padre di George e Bill, stavano rimuovendo i sacchetti di sabbia precipitosamente accatastati il giorno prima. L’alluvione, con i conseguenti gravi danni, era sembrata a tutti inevitabile. E Dio sa che non era la prima volta: quella del 1931 era stata una vera sciagura, costata milioni di dollari e una ventina di vite umane. Era passato molto tempo, ma coloro che ricordavano erano ancora in numero sufficiente da spaventare gli altri. Una delle vittime dell’inondazione era stata trovata a Buckspot, venticinque miglia a est. I pesci avevano mangiato gli occhi, il pene e quasi tutto il piede sinistro di quel malcapitato. In ciò che restava delle sue mani stringeva ancora il volante di una Ford

Stephen King, It, 1986

 

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