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Archive for aprile 2013

Un-giorno-devi-andare-poster

Augusta ha trent’anni e un grande dolore dentro di sé. Un dolore cattivo, che non l’abbandona mai e dal quale non può scappare.

Lascia l’Italia e la sua vita per il Brasile. Prima viaggia nel cuore dell’Amazzonia tra le popolazioni Indios a fianco di suor Franca, missionaria cattolica, poi si sposta da sola, fino alle favelas di Manaus e poi di nuovo nella foresta.

Anche se può sembrare, la sua non è una fuga. E’ la risposta ad una chiamata. La risposta ad una voce interiore. E’ una necessità. E’ sopravvivenza.

Se nella prima parte, quando si accompagna a suor Franca nelle missioni, ho avuto per un momento il timore che si volesse andare a parare in qualche tipo di vicenda didascalica di conversione e scoperta di Dio, man mano che il film procede e Augusta avanza nel suo viaggio, anche la prospettiva sul divino si allarga nella dicotomia tra la profonda esigenza del sacro che l’uomo avverte – e la conseguente disperazione per la sua mancata risposta – e l’impossibilità di abbandonare il dubbio.

Girato, come già Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà, in lingua originale, il film è quasi interamente in portoghese.

Lo stile è spesso documentaristico. I dialoghi sono essenziali e i silenzi lunghissimi. A parlare sono le immagini di scenari grandiosi e di un’umanità minuscola e immensa allo stesso tempo. La maestosità di una natura e di un mondo così lontani dal nostro esprime meglio di qualunque parola l’essenza dell’interrogativo costante che accompagna Augusta (ma a tratti anche Franca) sull’essenza del divino. Rappresenta in qualche modo una risposta, anche se non la si sa interpretare. Così come il sorriso degli abitanti del posto, che ti sorridono anche quando tu non gli sorridi. Che ti sorridono senza volerti vendere niente. E che non capiscono perché il mondo debba essere salvato.

A fare da contrappunto, in Italia, la madre di Augusta compie il suo personale percorso di elaborazione dell’allontanamento della figlia, simile all’elaborazione di un lutto vero e proprio. Anche lei vive la crisi della sua fede e deve trovare il modo di affrontarla.

Jasmine Trinca nel ruolo di Augusta è brava e bella.

Sto rivedendo proprio in questi giorni La meglio gioventù e fa effetto vedere quanto sia cambiata da allora, pur mantenendo intatta e riconoscibile la sua espressività.

Un giorno devi andare è un film molto bello, lento e delicato, dal finale estremamente simbolico e dall’atmosfera sospesa di un limbo, a metà strada tra questo mondo e una dimensione altra, di qualunque natura essa sia.

Da vedere. Diritti si conferma ulteriormente come uno dei migliori registi italiani in circolazione.

Cinematografo & Imdb.

Fotografia Non ancora Approvata

Lumiere & co.

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Voce dove sei?

—-

Voce?

mmm, che c’è?

Cerca di non essere troppo entusiasta eh

Son quasi le tre di notte, non so che pretendi

Sono irrequieta

Perché sono quasi le tre di notte e non hai ancora scritto il post? Fai bene. Lo sarei anch’io.

No, non c’entra. Sono irrequieta per altri motivi.

Il che significa che qualcosa ti ha fatto incazzare.

Non è vero.

—-

Non proprio incazzare. Mi ha infastidito.

E immagino che tu mi abbia svegliata per farmi chiedere che cos’è che ti turba giusto?

Ovviamente no. Per il puro piacere della tua compagnia.

Sì. Quindi, cos’è che ti ha infastidito?

Mah, come al solito. Dinamiche. Stereotipi.

Tipo?

Tipo questo:

Tardo pomeriggio, esterno, portici.

Personaggi: Io e una vecchia conoscenza che non vedevo da anni, che per comodità indicheremo come vccnvda

vccnvda – cosa fai?

io – vado al cinema

vccnvda – a vedere cosa?

io – Iron Man 3

vccnvda – (con palese irrigidimento di tutta la sua persona oltre che della sua espressione) ah, no, io infliggo a tutti il cinema del dolore

io – (con una risata che forse non era appropriata visto che suonava un po’ come un ma vaff…) mah, io invece guardo qualsiasi genere di film, basta che non siano i cinepanettoni.

vccnvda – (l’irrigidimento a questo punto è talmente esteso che si ripercuote anche sulla corretta articolazione delle parole) ehm, sì, in effetti…potrebbe essere anche interessante guardare questo genere di film…

La conclusione della conversazione non è importante.

Temo di aver capito dove vuoi andare a parare.

La classica posa da io-sono-un-cazzo-di-intellettuale-e-per-dimostrarlo-guardo-solo-roba-troppo-impegnata-che-il-mainstream-mi-fa-orrore-e-vuoi-mica-che-al-cinema-mi-capiti-di-divertirmi-e-poi-iron-man-è-un-produttore-d’armi-americano-e-io-sono-un-cazzo-di-intellettuale-stiamo-scherzando?!?

Pesantezza a tutti i costi perché fa figo. Ho superato la fase tipo al liceo o giù di lì.

Direi che hai reso l’idea.

Ma alla fine Iron Man ti è piaciuto?

Sì. Con qualche riserva ma mi è piaciuto.

Le riserve sono fondamentalmente dovute al fatto che si vede un po’ troppo la presenza della Disney alla distribuzione. Il che significa che il Tony Stark cazzuto e politically uncorrect lascia il posto ad un personaggio apparentemente non proprio cambiato, ma di fatto più leggero, meno stronzo e meno problematico. Ci sono molte più battute e molti più momenti divertenti e alcuni sono obiettivamente un po’ a sproposito, soprattutto durante alcune scene d’azione. Le schermaglie tra Tony e Pepper non sempre risultano convincenti – lo era molto di più la situazione di tensione e di non detto prima che si mettessero ufficialmente insieme – e in generale si è un po’ persa la cinica ironia del personaggio per lasciare il posto a battute immediate quanto – a volte – meno significative. Restano per fortuna la faccia e le espressioni di Robert Downey Jr. a controbilanciare il tutto.

C’è stato evidentemente un lieve slittamento nel target del film, in direzione della categoria “film per famiglie”.

Anche la colonna sonora ne risente. Se pretendere che fosse all’altezza del primo – che si apre con Back in Black degli AC DC e continua con un gran bel repertorio rock-metal – sarebbe stato obiettivamente troppo, si poteva almeno sperare in qualcosetta in più rispetto al gran casino di trombe e tamburi quasi privi di melodia e dall’effetto molto standard – e anche molto vecchiotto – che accompagnano quasi tutte le scene d’azione, il che vuol dire quasi tutto il film.

Tolto questo, comunque, resta un film divertente.

Tantissima azione. E’ di fatto la vera protagonista del film. Ben fatta. Non di quella dove ci son solo esplosioni e basta e non capisci cosa sta succedendo. Di quella buona, con un sacco di trovate. Ok, sì, forse la faccenda di indossare le armature al volo e di richiamarne i pezzi a distanza l’hanno sfruttata persino troppo – o comunque l’hanno spiegata poco – però nel complesso ci sta. Di ottimo livello anche il 3D.

Sul cattivo di turno non dico niente perché finirei per forza con lo spoilerare qualcosa.

La trama non è particolarmente sopra le righe ma non è nemmeno troppo debole. E’ vero che in certi momenti viene il dubbio che sia la trama a supportare l’azione e non viceversa, però non ci sono incoerenze e la narrazione si svolge in modo coerente e lineare. Moltissimi i riferimenti agli Avengers.

Siccome siamo al terzo capitolo, come Peter Parker e Batman insegnano, la tradizione Marvel vorrebbe che il supereroe di turno entrasse in crisi con sé, la propria identità, il proprio passato. Qui probabilmente lo zampino Disney fa sì che Tony se la cavi con un accenno in voce fuori campo a come in passato si sia creato il suo demone. Poi per il resto non pare particolarmente travagliato.

Nel cast ci sono anche Guy Pearce e Ben Kinglsey.

Cinematografo & Imdb.

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Varie ed eventuali del giovedì.

L’enorme quantità di arretrati, di argomenti in sospeso, di cose di cui voglio parlare ma sulle quali non sono ancora riuscita a scrivere due righe.

Heroes e la mia enorme soddisfazione per come si chiude la quarta stagione.

La fiducia nel fatto che un giorno riuscirò anche a farci un post e a spiegare perché.

4400 e la possibilità di vedere finalmente quello che rai due aveva deciso non fosse importante, troncando la serie a metà della seconda stagione.

La mia incapacità stagionale di vestirmi con qualcosa di diverso da strati di magliette degli Hard Rock Café perché non sono in grado di capire che temperatura c’è fuori.

Delta Machine che mi ossessiona ma sul quale non mi decido a scrivere una recensione perché sono sicura che mi mancano dei pezzi nelle mie competenze sui Depeche.

Le foglie che appaiono sugli alberi all’improvviso.

Il vinile trasparente di B3 EP che non arriva e la commessa di Rock & Folk che non sa se uccidermi o assumermi, tanto son sempre lì.

Gli occhiali da sole che non si trovano.

L’impossibilità di recuperare un trailer da postare perché man mano che si esauriscono le produzioni 2012 il panorama delle prossime uscite si fa desolante.

Le cose fatte al momento sbagliato.

La certezza che questa sarà la miglior recensione in assoluto di Iron Man 3 anche se non ho ancora visto il film.

Il video di Panic Station dei Muse e gli Skunk Anansie a Torino a luglio.

E poi loro, con il nuovo singolo e il presentimento che quest’album sarà un altro grande amore di quest’anno.

Buon 25 aprile a tutti.

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Segnalazione di iniziativa fighissima tra il 3 e il 13 maggio a Torino.

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Questo http://www.tofringe.it/ il sito ufficiale.

Qui, il programma completo.

In particolare, all’interno del programma, segnalo questa cosa bellissima che si rappresenterà al Caffè del Progresso.

Dalla pagina ufficiale.

Un palcoscenico. Applausi. Ma subito accade qualcosa di inaspettato: il tempo passa e i due personaggi si ritrovano in un’altra opera. La scena non è più la stessa e dietro di loro, in una videoproiezione, i loro interpreti si interrogano sul senso del loro lavoro. Sono Hamm e Clov di Finale di partita, ma non si chiamano più così, sono stati ribattezzati Al e Clay. I loro volti sono bianchi come quelli dei clown. Al posto dei bidoni due televisori in cui scorrono ininterrottamente immagini; anche le finestre non ci sono più: ”Al: Dev’essere il teatro di ricerca… straccioni”. Non rimane che una soluzione, fosse anche quella definitiva.
Lo spettacolo indaga i meccanismi della ripetizione nell’essere umano. La rilettura immagina una possibile evoluzione dei personaggi di Beckett ai giorni nostri. Nel testo nulla si muove, quasi per non morire, per non cambiare: “…e intanto si va avanti”. Nel 2010 però la partita si gioca con carte diverse: c’è un mondo che non si nasconde più dietro al nulla, ma che si maschera con il troppo, un mondo dove non è più la bomba atomica il pericolo imminente, ma il quotidiano produrre superfluo dell’essere umano e la sua innata capacità di auto-distruzione. Ma ci sono i due autori, i due attori e ci sono anche Al e Clay, insieme in scena, tentano tutti di dare un finale alla loro esistenza, giocandosi il confine tra scena e realtà, tra video e teatro.

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Mi sono imbattuta in Crab grazie ad un breve ciclo di conferenze-spettacolo al Circolo dei Lettori e se capitate da queste parti vale veramente la pena andarli a vedere. Ieri sera il ciclo si è concluso e ho potuto assistere ad una breve anteprima di Un finale per Sam – che è geniale davvero, oltre ad essere un’impresa tutt’altro che facile mettersi in gioco con un testo così imponente come Endgame di Beckett. Morale. Andate a vederlo.

Poi. Altra segnalazione che non c’entra con il Fringe ma c’entra con Crab perché ne vede coinvolta una dei membri, Eloisa Perone.

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Ho dato anche un esame su quest’opera, all’università. E ricordo che dovetti studiarla su fotocopie perché il testo nella traduzione edita da De Donato del 1973 era irreperibile già da diversi anni.

Non era mai più stato tradotto e questa edizione, nata in occasione della messa in scena di Studio Caino – è stata veramente una sorpresa.

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Iris continua nella sua rassegna su Sean Penn – che è riuscita a rappresentare un motivo valido persino per farmi disertare Top Gear – e quindi continuo anch’io.

Mystic River (2003). Il che vuol dire che stasera scomodiamo anche Clint Eastwood in uno dei suoi film migliori in assoluto. Era parecchio che non lo rivedevo ma ricordavo perfettamente la sensazione di pugno nello stomaco che ti resta mentre scorrono i titoli di coda – e che gli dei conservino a lungo Iris, che è uno dei pochi canali televisivi che non taglia via i titoli di coda, amen.

Tre ragazzini uniti e divisi da un evento traumatico che segna indelebilmente le loro esistenze.

Tre uomini, a distanza di venticinque anni. Conducono vite separate. Non sono più realmente amici ma continuano ad essere legati ad un livello profondo, viscerale. Una nuova tragedia arriva a sconvolgere le loro esistenze e fa emergere di colpo la solidità – nel bene e nel male – di quel legame.

Non posso dire molto di più sulla trama perché rischierei di rovinarne la costruzione perfetta. Ogni singolo passaggio è un tassello che aggiunge nuove prospettive e nuovi elementi a vicende e personaggi, fino ad un finale tra i più crudeli che io ricordi.

Mystic River è un film bellissimo e spietato.

E’ un film che scava in profondità nella psiche e nelle dinamiche dell’elaborazione del dolore e del trauma. Negli equilibri che si creano nei rapporti interpersonali. Nell’imperscrutabilità dei legami.

Sul cast non so veramente da che parte cominciare perché non c’è un solo attore che non sia perfetto per il ruolo che interpreta né un solo personaggio che non sia reso in modo impeccabile.

Sean Penn, Jimmy, (Oscar 2004, miglior attore protagonista), forte, solitario, crudele e debole. Un personaggio che di sicuro non si può definire positivo ma che è così terribilmente umano da non poter essere condannato.

Tim Robbins, Dave (Oscar anche lui, miglior attore non protagonista), in una parte difficile e delicata, struggente. Interprete di una follia appena al di sotto della normalità. Di una spaccatura interiore che, lungi dal rimarginarsi, col tempo non fa che allargarsi in una voragine nera che si porta via tutto.

E poi Kevin Bacon, Sean (che, tra parentesi, sembra esser stato congelato da qualche parte perché non è quasi cambiato rispetto a dieci anni prima), e Lawrence Fishburne.

Inoltre, a dispetto di quella che può essere la prima impressione, MR non è un film esclusivamente maschile, né, tanto meno, come qualche critico di miopissime vedute ha insinuato, un film maschilista. I due personaggi femminili sono due capolavori e per buona parte del film costituiscono il motore – anche qui, nel bene e nel male – degli eventi. Entrambe sono attrici che normalmente non amo in modo particolare ma in questo caso non posso che restare ancora una volta ammirata di fronte alla perfetta calibratura dei ruoli. Laura Linney nei panni della moglie di Jimmy, forte e imperturbabile come il suo uomo, e Marcia Gay Harden (che finirò col detestare seriamente se non mi riuscirà di vederla in un ruolo positivo – al momento per me lei è Mother Carmody, non ci posso fare niente), moglie di Dave, così lontana e incapace di capire quello che sta vivendo.

L’equilibrio di tutto il film è perfetto. Eastwood mette in scena sentimenti ed emozioni laceranti senza mai cadere nelle insidie del pathos e dei cliché.

Alla base c’è il romanzo omonimo di Dennis Lehane (autore anche di Shutter Island) che io non ho letto e che non so se voglio effettivamente procurarmi. Non riesco a immaginare una maggiore potenza visiva ed emotiva di quella resa dai personaggi modellati da Eastwood.

Ripeto ancora. Un gran film. Da vedere assolutamente. 

Their daddy is a king. And a king knows what to do and does it.

Cinematografo & Imdb.

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I know you, but we’ve never met. I’m with you and I don’t know your name. I know I’m dreaming, but it feels like more than that. It feels like a memory. How can that be? 

Ennesima distopia post-apocalittica a sfondo newyorkese – che ovviamente se la terra viene distrutta a noi ci importa solo di New York, questo si sa – e, ok, non siamo esattamente nel campo dell’originalità.

Tuttavia Oblivion, diretto dal Joseph Kosinski (il regista di Tron Legacy) e tratto dall’omonima graphic novel sua e di Arvid Nelson, non è per niente male.

Vasti scenari di una terra abbandonata e resa inospitale dall’uomo stesso. Scorci di città distrutte – non molti in realtà, ma l’immancabile fiaccola abbattuta c’è (mi chiedo se sia sempre la stessa di altri film). Creature ostili che si sono impossessate del pianeta. Un mondo nuovo, rifugio della razza umana.

Visivamente è davvero molto ben riuscito, ed è valida anche la colonna sonora degli M83 che si adatta bene alla grandiosità delle ambientazioni.

Trama ben costruita su un’idea, come dicevo, magari non originalissima ma sicuramente interessante. Se proprio vogliamo essere pignoli, avrebbe forse potuto essere sfruttata un po’ meglio sotto certi aspetti, dal momento che, in fin dei conti, abbiamo solo un colpo di scena grosso che coglie di sorpresa mentre gli altri punti di svolta o rivelazione sono in qualche modo annunciati dalla logica consequenzialità degli eventi quindi non sorprendono mai del tutto.

Molte le citazioni di illustri predecessori del genere fantascientifico, da 2001 Odissea nello spazio a Matrix, senza che però appaiano troppo invasive o forzate.

Il cast è fondamentalmente Tom Cruise che, come al solito, risulta adatto a questi ruoli sostanzialmente un po’ tamarri dell’eroe-ma-non-troppo. E che, come al solito, fa il suo mestiere senza spiccare particolarmente – e va benissimo così. C’è Morgan Freeman, in un ruolo importante ma di breve durata.

E c’è anche la mia amata Zoë Bell, anche se la sua è solo una rapidissima apparizione sul finale.

Insomma, un buon film di stampo fantascientifico semi-tradizionale. Non è di quelli che mi fanno uscire esaltata dal cinema ma si è dimostrato comunque all’altezza delle aspettative.

Cinematografo & Imdb.

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