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Archive for the ‘L. Hemsworth’ Category

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Va bene. Se dopo vent’anni (gggghhhh!) son tornati pure gli alieni di Emmerich, direi che posso darmi una mossa e riemergere anch’io dagli abissi dello spazio profondo.

Lo abbiamo aspettato. Lo abbiamo temuto.

Lo abbiamo visto e direi che, tutto sommato, ci è pure piaciuto.

Non da strapparsi i capelli e gongolare ululando sulla poltrona, quello magari no, ecco. Però ci è piaciuto.

Independence Day – Resurgence è quello che doveva essere, pur con qualche pecca.

E’ un filmone, non nel senso di capolavoro ma nel senso proprio fisico delle dimensioni. E’ tutto più grande, più spettacolare, più rumoroso, più esagerato, più americano e la lista può essere allungata a piacere.

Ma d’altronde, è esattamente questo il motivo per cui si vanno a vedere i catastrofici di Emmerich. Per essere aggiornati, per così dire, sullo stato dell’arte del genere catastrofico. Per vedere cosa si inventa stavolta. Per avere quel più.

Sono passati vent’anni, dunque e l’America si appresta a festeggiare il suo 4 luglio dai molteplici significati.

E qui il buon Roland (aiutato di certo dalla sua schiera di sceneggiatori) si gioca subito una buona carta perché sceglie di seguire coerentemente la linea temporale interrotta nel ’96 generando quindi un’America (e un mondo) parallela più che contemporanea a quella odierna, in perfetto stile AU (Alternative Universe).

Non abbiamo solo sconfitto gli alieni. Li abbiamo imprigionati. Li abbiamo studiati. Ne abbiamo assimilato la tecnologia, il che ci ha permesso di fare passi da gigante in termini di mezzi, armi e giocattoli vari. Ci muoviamo agilmente nello spazio, si fa avanti e indietro dalla Luna come fosse andare al supemercato fuori città.

Gli eroi della vittoria non sono più i veri protagonisti ma la loro memoria è ovunque e viene reso loro costante tributo. O quasi.

E mentre tutti si sentono invincibili e al sicuro, cominciano ad emergere i segnali di qualcosa che non va.

L’ex presidente Whitmore (sempre Bill Pullman) e, manco a dirlo, David (sempre Jeff Goldblum), sono i primi ad accorgersene.

La prima parte di film è quella che più spudoratamente ammicca al pubblico del ’96 e che fa dichiaratamente di Resurgence un secondo capitolo non autonomo.

E la cosa ci poteva anche stare, se non fosse che Emmerich evidentemente non era del tutto sicuro di voler puntare solo sul pubblico vecchio e genera così quella che è un po’ la pecca principale di tutta la struttura: butta lì un riferimento e poi lo liquida in fretta e furia, manco dovesse spuntare un checklist di elementi obbligatori per poi potersi dedicare agli effetti speciali.

E lo stesso errore lo fa con tutta una serie di passaggi che arrivano e se ne vanno talmente in fretta che non si fa in tempo ad assimilarli emotivamente. Per dire, non fai in tempo a preoccuparti per il fatto che stan per far esplodere delle testate nucleari (ma pensa) che son già saltate e han già fatto fiasco (ma dai).

Palesemente l’intenzione è quella di dimostrare che le estreme risorse della prima volta ora sono superate e bisogna trovare nuove vie, però dai, un’inquadratura in più sul volto del presidente e una ruga di incertezza in più potevano pure starci.

Detto ciò, il resto è pura azione e puro spettacolo.

Esagerato, come dicevo prima, e divertente.

Speravo forse in qualche trovata originale in più, mentre alla fine risulta che la maggior novità è proprio quella che si bruciano già nel trailer della doppia gravità creata dalla super nave. Che rimane comunque una figata, per carità.

Cast misto di volti vecchi e nuovi, anche se l’atmosfera che si crea è quella di una tale rimpatriata che ad un certo punto non sapevo più chi effettivamente c’era già prima e chi no.

Ero convinta che la nuova presidente (Sela Ward) fosse la stessa che nel ’96 era l’ex di David, ma la realtà è che mi era familiare perché c’era in The Day After Tomorrow, sempre di Emmerich.

Allo stesso modo, ero contenta di rivedere William Fitchner in un ruolo più importante, per poi ricordarmi che il buon William c’era nel momento della catastrofe, ma in Armageddon.

Insomma, comincio a confondere le catastrofi.

Will Smith ha rinunciato ma rimane comunque impagabile la sua gigantografia (peraltro quella delle locandine dell’altro film) che troneggia alla Casa Bianca.

C’è anche Vivica Fox, giusto perché Will Smith è degnamente sostituito dal figliolo (Jessie T. Usher), che nel ’96 era un bambino e in qualche modo la continuità della famiglia va preservata.

New entry Charlotte Gainsbourg, che però ha una particina un po’ insignificante.

Ritorna la coppia (in tutti i sensi) di scienziati Okun-Isaac (sempre Spiner-Storey) anche se è mancato il coraggio di portare fino in fondo quella che palesemente era una scena che esigeva un bacio.

Ruolo principale per Liam Hemsworth, che ultimamente è un po’ dappertutto e che pare aver miglior fortuna del suo troppo biondo fratellone.

Un’ultima considerazione e poi chiudo.

La mia scena preferita.

L’inseguimento alieno-scuolabus.

Sono convinta che Roland abbia un Grande Libro Degli Inseguimenti dove sono elencati tutti i mezzi di trasporto mai usati nella storia del cinema in una scena di fuga/inseguimento e che si applichi sistematicamente per trovare qualche mezzo mai usato e possibilmente improponibile.

Pensavamo di aver visto tutto con la corsa in limousine tra le placche tettoniche che saltavano per aria in 2012? E invece no.

Mancava la fuga nel deserto del Nevada di uno scuolabus inseguito da un alieno gigante.

E comunque non stavo scherzando. E’ davvero la mia scena preferita. E’ fighissima.

Cinematografo & Imdb.

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Australia. Anni Cinquanta.

E’ notte, e per le vie deserte del piccolo villaggio di Dungatar, fa la sua comparsa Myrtle ‘Tilly’ Dunnage (Kate Winslet), di ritorno al suo paese natale dopo anni di assenza.

Tilly è vestita elegantemente e ha modi sofisticati. Ha girato il mondo, ha imparato l’arte della moda in Europa. E’ bella, piena di talento e creatività.

Ed è determinata a chiudere i conti con il suo passato.

Tilly è stata mandata via da Dungatar quando era solo una bambina. I suoi ricordi sono incompleti. Ci sono zone d’ombra che non riesce a penetrare. E una parola che aleggia inquietante sui bordi sfocati: omicidio.

Tilly non ricorda esattamente perché ma ricorda di essere stata cacciata. E ricorda i volti e i nomi di coloro che la maltrattavano e la escludevano. Ricorda le miserie, le grettezze, la cattiveria degli abitanti del paese. Le loro squallide meschinità.

Tilly vuole vendetta e vuole risposte.

Trova Molly (Judy Davis), sua madre. Vecchia, sola e pazza, più per scelta che per davvero. Anche sua madre è un muro perché, in definitiva, tenere fuori i ricordi è più facile.

Tilly è tenace, incrollabile. Tutti la odiano, tutti la guardano con sospetto. Ma tutti sono irrimediabilmente attratti da lei. Dal suo fascino, dal suo stile, dai suoi vestiti sgargianti e perfetti.

E’ attraverso le stoffe, che prendono forma la vendetta e la rivalsa di Tilly Dunnager. Attraverso la macchina da cucire che lavora ininterrottamente, i metri per prendere le misure, i corpi da vestire e reinventare per tirare fuori l’intrinseca bellezza di ciascuno di essi.

Nessuno vuole Tilly ma tutti finiscono col cercarla.

A parte la madre, solo due persone non le sono ostili: il Sergente Farrat (Hugo Weaving) e Teddy (Liam Hemsworth), l’amico d’infanzia.

Spassoso, ironico, delicato, commovente The Dressmaker è un film tutt’altro che banale, che riesce a unire toni molto diversi tra loro.

La prima parte è perfetta in ogni dettaglio, assolutamente equilibrata nel distribuire sorrisi e nel tenere sempre in tensione il filo rosso del passato di Tilly, ancora da scoprire.

Se c’è un difetto, ecco, è una sorta di salto di tono a metà.

Verso la metà, in corrispondenza di un episodio che non posso rivelare perché significativo, c’è una virata che risulta un po’ troppo brusca.

L’asse viene leggermente spostato e su quella che era prevalentemente una commedia di rivalsa e redenzione si stende un velo di amarezza e di dramma che risultano a volte un po’ stridenti, anche perché il ritmo della sceneggiatura accelera sensibilmente, con il rischio di creare un po’ di confusione.

Per dire, vengono introdotti diversi elementi di per sé molto drammatici e si vede chiaramente l’intenzione di stemperarli facendo seguire subito momenti più leggeri e, prima ancora, con l’utilizzo di una colonna sonora anch’essa leggera, con il risultato di creare, per un momento, un po’ di spaesamento riguardo a dove voglia andare a parare il film.

In ogni caso, l’impressione generale rimane assolutamente positiva.

The Dressmaker è divertente e coinvolgente dall’inizio alla fine e il trio Winslet-Davis-Weaving è fenomenale.

Kate Winslet poi è bellissima e carismatica, nei vestiti elaborati e appariscenti.

Regia di Jocelyn Moorhouse, tratto dall’omonimo romanzo di Rosalie Ham.

Era anche passato al Torino Film Festival ma non ero riuscita a farlo stare nel mio programma.

Cinematografo & Imdb.

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