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Archive for the ‘The Walking Dead’ Category

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Se sulla seconda stagione avevo chiuso considerando la riabilitazione del personaggio di Andrea, comincio subito col dire che qui perde malamente tutti i punti guadagnati e va sotto di parecchio.

Decisamente Andrea è il personaggio che mi sta più sul culo di tutta la stagione.

Ma andiamo con ordine.

Il massacro della fattoria ha imposto un ridimensionamento dei personaggi e il cambio di scenario.

Diciamo che si procede un po’ in stile videogioco. Cambia l’ambientazione e di conseguenza cambia il genere di imprevisti, ma la struttura di base è sempre la stessa.

In questo caso il contesto diventa una prigione che il gruppo di superstiti della fattoria ripulisce – anche il discorso della ripulitura dei livelli è totalmente da videogioco – ed  elegge a propria dimora. Il fatto che ci sia del terreno intorno e una doppia recinzione di filo spinato fa sì che si possa pensare ad una sistemazione vagamente più stabile della precedente. Non una vera e propria normalità, ma almeno una parentesi. Anche perché c’è Lori che a breve dovrà partorire e Hershel che viene morsicato ad una caviglia proprio nel primo episodio e per evitare il propagarsi dell’infezione si trova con una gamba amputata che annulla qualsiasi velleità di ulteriori spostamenti.

Andrea è rimasta separata dal gruppo e si imbatte in una misteriosa figura incappucciata munita di katana e con due zombie domestici legati alla catena. Zombie senza braccia e senza mascella. Non possono mordere ma il loro odore tiene lontani gli altri. Questa misteriosa figura è Michonne. Guerriera solitaria, soccorre Andrea, l’aiuta, la accoglie come compagna di viaggio. Io adoro Michonne e dall’inizio alla fine della stagione è sempre più cazzuta.

Di fatto la coppia Michonne-Andrea serve principalmente come collegamento con Woodbury. Un paesino barricato e apparentemente idilliaco, con a capo un ambiguo governatore. Un paesino dove, guarda caso, si trova anche Merl, che non vedevamo più da quando si era tagliato la mano sul tetto nella prima stagione.

Ecco, la ricomparsa di Merl proprio lì è forse un tantino troppo pretestuosa ma vabbé.

Di certo l’aspetto più intelligente della stagione è l’aver slittato il piano da lotta uomini-zombie a quello di lotta uomini-uomini in contesto zombie.

Perché, ovviamente, tutta una serie di circostanze portano alla creazione del conflitto tra Woodbury e la prigione. Tra il Governatore e Rick.

Ben fatta la ricostruzione graduale delle ostilità. L’essere umano, se messo in condizioni di estremo disagio, povertà, malattia, reimparerà a fare tutto. Anche la politica. Anche la guerra.

Interessante l’evoluzione del personaggio di Carl, che si trova costretto a tirar fuori il coraggio e a far fuori sua madre. Sì, Lori muore, o così sembra e l’ho apprezzato. Non tanto perché il suo personaggio mi stava sul culo ma anche perché era diventato l’unico modo decoroso di chiudere il cordoglio di coppia con Rick dopo tutta la faccenda con Shane.

Il fatto di allargare le dinamiche a due sistemi chiusi in contrasto tra di loro moltiplica ovviamente le possibilità relazionali e le variabili ma la struttura regge dall’inizio alla fine e non si perde pezzi per strada.

Rispetto alla seconda stagione ci sono anche meno tempi morti e meno lentezze.

In tutto ciò Andrea diventa odiosamente stupida nel suo farsi abbindolare dalle promesse del Governatore oltre ogni ragionevolezza.

Il livello di splatter è generalmente standard, con solo qualche picco di tanto in tanto.

Anche qui finale che rimescola in qualche modo gli equilibri. Non un vero e proprio reset ma una fusione di gruppi che crea un nucleo umano nuovo da cui partire nella stagione successiva. Nuovi personaggi, pur senza esagerazioni – non una cosa alla Lost, per capirci, dove saltava fuori qualcuno nuovo dietro ogni palma.

Buona. Continua a piacermi. E nonostante qualche scivolata occasionale sulle dinamiche interpersonali – per esempio la tensione tra Maggie e Glen è un po’ troppo forzata e un po’ troppo prolungata, per dirne una – il ritmo è veloce e la struttura coerente senza bisogno di eventi catalizzanti esterni che la sbroglino.

No. Non metto altre foto perché tutte le volte che cerco screenshots di una stagione mi spoilero le successive, quindi niente foto.

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Allora. Premesso che questa serie continua a piacermi, la seconda stagione mette in luce se non proprio qualche difetto vero e proprio, quanto meno qualche debolezza che tradisce un po’ l’impronta televisiva di tutto l’insieme.

Praticamente da subito, per il fatto che Sophia scompare e Carl viene ferito, tutto nella prima puntata, l’imbattersi casuale nella fattoria di Hershel, isolata e apparentemente sicura, pone le basi per la creazione di un sistema chiuso, per quanto temporaneo. E difatti tutta la stagione ruota intorno all’evoluzione del microsistema sociale che si forma intono alla fattoria.

La cosa di per sé non è ne buona né cattiva. Se la previsione della serie non è breve, non è plausibile portare avanti una trama in una condizione di fuga costante anche perché le situazioni di attacco zombie, per quanto si sia creativi, son pur sempre limitate. Ergo ci sta che si punti su fasi alterne di tentata stabilità – pur in una condizione di assedio – rottura dell’equilibrio, cambio scenario.

Il problema è però che, tolti i primi episodi, una volta che il gruppo si stabilisce intorno alla fattoria, il ritmo rallenta e gli episodi centrali trasmettono l’impressione di una specie di buco in cui le cose vengono tirate per le lunghe per aumentare il numero di puntate in attesa della svolta finale. Per dire, la ricerca di Sophia è veramente troppo forzata e si capisce che è piuttosto una scusa per tenere tutto il gruppo fermo.

Non che negli episodi centrali non succedano cose importanti, dal punto di vista della trama centrale, quello no, ma questi eventi sono troppo diluiti in mezzo ad un trascinare eccessivamente dilemmi morali che lasciano il tempo che trovano e beghe relazionali che a lungo andare hanno un po’ il retrogusto della fiction di serie b. Con questo mi riferisco in particolare alla situazione di Lori, divisa tra Rick e Shane e pure incinta non si sa di chi dei due.

Ora, a me Lori non piace. Non mi piace l’attrice, Sarah Wayne Callies, con la sua magrezza fuori luogo, e non mi piace il personaggio, con quella spocchia di sottofondo che dà ad intendere che tutto le è dovuto, che lei è la femmina e tutti si devono fare il culo per proteggerla, sempre pronta a giocarsi la carta di Carl per giustificare qualsiasi egoismo o per sfoggiare un coraggio tutto sommato fasullo. Sì, ok. Lori mi sta profondamente sul culo. Ma non è questo il punto. La situazione Shane-Rick ci sta, è plausibile. E ci sta anche che questo genere di problemi personali sia portato avanti nonostante le condizioni al contorno. Ma in certi momenti si ha l’impressione che il contorno non ci sia praticamente più. Che sia solo una cornice ininfluente all’interno della quale si svolgono meschini giochi di potere e miserie paraconiugali.

Salvo poi riservare un’accelerazione improvvisa e quasi frenetica negli ultimi episodi, in cui succede un po’ di tutto e le carte vengono rimescolate in un modo che forse avrebbe meritato un maggior cura.

Muoiono talmente tanti personaggi in talmente poco tempo che vien da chiedersi se non abbiano avuto noie con i rinnovi dei contratti e non si siano trovati a dover riarrangiare di corsa la sceneggiatura. Se la stessa rivoluzione fosse stata un po’ più diluita sicuramente ne avrebbe guadagnato. Per dire, la morte di Dale avrebbe anche potuto arrivare un po’ prima.

Poi per carità, la scena dell’assalto alla fattoria è fighissima e si vede che volevano fornire un supplemento di splatter per il gran finale di stagione.

Gran finale che di fatto agisce un po’ come un reset. Riduce drasticamente il nucleo centrale dei personaggi – un po’ variato rispetto a quello di partenza – e riapre lo scenario sia fisicamente – perché devono trovarsi un nuovo posto dove stare – sia psicologicamente, perché cambia la prospettiva del contagio e perché Rick non è – comprensibilmente – uscito indolore dalla morte di Shane e comincia a subire gli effetti del peso che gli hanno scaricato sulle spalle trattandolo come capo.

La morte di Shane mi ha decisamente sorpresa. Non che mi sia strappata i capelli dal dispiacere, ma era comunque un personaggio forte, centrale. Era l’elemento imprevedibile, la scintilla del disaccordo. Da un lato la sua morte è il contraltare di quella di Dale, perché così sono morte entrambe le coscienze del gruppo, quella buona e quella cattiva, ma non pensavo che l’avrebbero eliminato. Per lo meno non così presto. Di sicuro la cosa serve a mettere le basi per un cambiamento nel rapporto di Rick con Lori, visto che l’ultimo colloquio Lori-Shane alludeva palesemente ad una riapertura. Però non so. Non sono sicura che mi garbi che Shane sia morto.

Daryl continua a rimanere il mio personaggio preferito, anche se non dovrei dirlo, visto che ai miei personaggi preferiti non spettano mai sorti particolarmente propizie. Mi piace il fatto che è tutto sommato sempre piuttosto fuori dal gruppo. Con la sua balestra e il suo passato cattivo. Mi stupisce un po’ il rapporto che si sta instaurando con Carol, che non mi convince ancora del tutto e che comunque sembra non c’entrare un tubo con lui.

Andrea mi ha sempre lasciata piuttosto diffidente perché non era chiaro se il suo atteggiamento fosse solo scena ma guadagna punti su punti sul finale che la vede veramente cazzuta.

Gli effetti sono bene o male sempre gli stessi e sono utilizzati con misura, in modo da non infastidire con l’eccessiva ripetizione dei soliti splatteramenti. In ogni caso la scena che mi ha fatto più impressione in assoluto è quella della figura incappucciata che porta incatenati due zombie senza braccia.

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Come si intuirà, Phenomena non son riuscita a riguardarmelo.

Però mi sono accorta che non ho ancora parlato del fatto che sì, finalmente anch’io sono approdata ai Walking Dead. E direi che mi ci sono pure discretamente infognata.

Come ho già avuto modo di esprimere in altra sede, gli zombie non sono tra le mie creature orrorifiche preferite. Anzi. Sono abbastanza al fondo della scala (appena sotto i licantropi, ché neanche quelli mi fanno impazzire se devo dire la verità). Con tutte le opzioni che ci sono per impiegare un’eventuale condizione di non morte, bisogna proprio ridursi a cascare a pezzi?

Ciò detto, è anche vero che la dinamica dello zombie-movie finisce sempre bene o male per catturarmi. Se non altro perché l’epidemia zombie presuppone quanto meno una bella dimensione distopica che non guasta mai. E poi si instaura il classico meccanismo cacciatori-prede che, se ben gestito, è una carta piuttosto sicura per tirar fuori un po’ d’azione coinvolgente.

E infatti la realtà è che ho divorato e tendo a divorare tuttora quintalate di zombie-movie.

The Walking Dead, per quelle due o tre persone residue al mondo che non sono già alla quinta stagione – sì lo so, il ritardo, i miei ritmi e bla bla bla, non so cosa farci, ok? – è tratto dall’omonima serie di fumetti scritta da Robert Kirkman e illustrata da Tony Moore e Charlie Adlard. Serie che dovrò procurarmi quanto prima dato che quest’anno è cominciato sotto il segno di un mio ritorno piuttosto compulsivo al fumetto dopo lunga latitanza – anche se questo è un argomento di cui parlerò un po’ meglio in un altro momento. Anyway. WD è anche ideata da Frank Darabont regista che adoro, oltre ad essere tra i migliori in circolazione per quel che riguarda le trasposizioni kinghiane.

La prima stagione è corta, solo sei episodi, ma fin da subito si vede che il livello è alto, assolutamente cinematografico.

L’inizio vero e proprio è già distopico. Poi c’è un flash back del prima, per introdurre almeno un minimo le relazioni tra i personaggi. E poi si riparte con il presente, a epidemia ormai diffusa. I dettagli sul prima non sono molti, così come non sono eccessivamente frequenti i flash back. Non si sa cosa sia successo. Però è successo e la situazione ora è questa. Sopravvivenza. Con tutto quello che ne consegue. Aggregazione più o meno casuale di gruppi di persone che creano così il presupposto per lo svilupparsi di dinamiche relazionali tipiche da sistema chiuso. Esasperazione. Mancanza di opzioni.

La trama richiama (e omaggia) i classici più o meno grandi del genere, piazzando di tanto in tanto scene che per contenuto o anche solo per costruzione risultano esplicitamente dei piccoli tributi.

L’azione è ben bilanciata e non risulta eccessiva, lasciando il giusto spazio all’approfondimento dei personaggi.

Lo splatter c’è – è connaturato nella nozione stessa di zombie – ma è tutto sommato contenuto. Poi non so se nelle prossime stagioni aumenterà, ma sta di fatto che a forza di beccare in giro screenshot dei WD con scene e dettagli raccapriccianti mi ero aspettata che fosse una specie di concentrato di macelleria mentre è tranquillamente approcciabile anche mentre si mangia. Piacciono tanto gli spari in testa, ma anche quello è un tratto del genere. I dettagli dei corpi sono fatti benissimo e c’è almeno una scena un po’ più splatter in ogni puntata anche se poi, alla fin fine, è più quello che si intuisce che quello che si vede davvero.

I canoni del genere vengono ampiamente sfruttati, unitamente a quelli del genere distopico vero e proprio, per lo meno per quel che riguarda le dinamiche tra i personaggi, e se, da un lato, un po’ di prevedibilità degli sviluppi non manca, è anche vero che il ritmo è buono e gli intrecci reggono e sembrano solidi.

Il cast è valido e il protagonista principale, Andrew Lincoln, nei panni dello sceriffo Rick Grimes, risulta equilibrato e adatto a suscitare empatia. E’ palesemente l’eroe della situazione ma è tagliato in modo tale da rimanere sempre un pelo sotto le righe, senza eccessi di eroismo. Non trovo particolarmente adatta la voce di Iansante all’aspetto di questo personaggio ma pazienza, finirò con l’abituarmici.

E’ curioso che nel cast compaiano anche Laurie Holden e Melissa McBride, che avevano già recitato insieme proprio in The Mist di Darabont.

E niente. Ora ho cominciato la seconda stagione e, per il momento, continua a migliorare ad ogni puntata.

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Random del martedì – che un giorno random a settimana ci finisce quasi sempre.

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Qualcuno sa dirmi se la prima stagione di Under The Dome è effettivamente finita così? No, perché, al di là della ridicola maratona della settimana scorsa su Rai2 – che si deve essere stufata di avere sta cosa da piazzare in palinsesto e ha fatto che infilarne tre puntate di seguito – se non ho contato male gli episodi si dovrebbe essere in dirittura d’arrivo. Solo che se quella di mercoledì scorso era davvero l’ultima puntata della serie non sono sicura che reggerò un’eventuale seconda stagione.

Oddio, non che il problema sia solo nella (quasi? forse?) chiusura eh. Non penso che una puntata finale ad effetto potrebbe realmente risollevare la situazione.

Seriamente, io ci ho messo tutta la buona volontà. E ho cercato di essere più indulgente possibile perché, in fin dei conti, abbiamo sempre a che fare con lo zio Steve. Però no. Non ce la si fa.

La trama si è persa già da un po’. Tipo dal quarto episodio, a voler essere generosi. E non è solo il problema dell’essersi distaccati dal libro. Quello era inevitabile e – in larga misura – anche auspicabile, data la complessità del tomo in questione. Il problema è che non c’è una vera altra trama. C’è questa benedetta cupola che è ovviamente il pretesto per creare un sistema chiuso – che ci piace tanto e vabbè – ci sono bene o male dei personaggi dominanti fissi e dichiaratamente buoni o cattivi – e vabbè anche qui, solo che una volta impostate le dinamiche di base non si va più da nessuna parte. Il cattivo continua a fare cose cattive sostanzialmente un po’ a cazzo. Il buono viene perseguitato un po’ in base allo stesso principio. La maggior parte della gente di Chester’s Mill non serve a niente se non a far venire fuori ogni tanto qualche nuovo personaggio che ti chiedi – ma se davvero era così importante cos’ha fatto per tutto questo tempo? No. Proprio no. Troppa arbitrarietà in quello che succede, e in come viene gestita l’entrata e l’uscita dei personaggi; troppi buchi, troppi pretesti scollegati, troppo repentini i cambi nelle dinamiche relazionali.

Gli attori sono abbastanza mediocri, ma quello di per sé sarebbe anche il meno. E’ una serie tv – oltretutto con un budget non eccessivamente abbondante – e non mi aspetto il cast di formazione teatrale, ecco, però tutto l’insieme risulta piuttosto mal congegnato.

Resta da vedere se arriva ancora un finale o se è già chiusa così. In tal caso non saprei neanche dire esattamente come è finita. Se poi si pensa che la seconda stagione di fatto non è ancora nulla di più che un progetto.

Bah, ripeto, non poteva sicuramente venir fuori una cosa articolata come il libro, ma c’erano un sacco di spunti che potevano essere sfruttati meglio. O anche solo semplicemente sfruttati.

Poi. Già che sono entrata in argomento, continuiamo il bollettino delle serie tv.

Giovedì scorso è cominciata la seconda stagione di Once Upon A Time in chiaro su Rai4. Non che sia stata in alcun modo segnalata eh, avevo scritto alla redazione di Rai4 e me l’ero fatto dire direttamente da loro (che incredibilmente ci hanno anche preso).

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Alla fine non ho mai parlato della prima stagione ma ne ero uscita abbastanza soddisfatta. Sì, il livello medio non è che sia altissimo neanche qui e sì, non si levano ‘sto vizio di continuare a introdurre nuovi elementi che palesemente, non potranno far quadrare alla fine, però il filone principale si segue abbastanza bene e non ci sono neanche grosse incongruenze.

E poi mi ero quasi dimenticata di quanto Robert Carlyle nei panni di Tremotino valga effettivamente tutta la serie.

Stasera ho anche finito la seconda stagione di 4400 e mi riconferma la prima impressione che ne avevo avuto guardandolo a spezzoni in tv anni fa. E’ una serie che sulla carta aveva forse troppe ambizioni e poi si è trovata ad esser tirata via un po’ di fretta, però funziona.

The 4400 (Season 2)

Poi vabbè, datemi del paranormale e della bella gente con poteri e io sono contenta quindi magari non sono molto attendibile.

Ho la prima stagione di Jericho che langue da un po’ in un angolo e prima o poi l’attaccherò, anche se so che soffrirò perché era parecchio ben fatta ma poi è rimasta inconclusa.

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Sto andando a caccia di Sherlock, Breaking Bad, The Walking Dead e American Horror Story. Il problema è che il mio feticismo per gli originali mi impedisce di scaricare.

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The Walking Dead Season 1

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Fine del bollettino random del martedì.

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