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Archive for the ‘1885’ Category

da cento soldi, Georges Duroy uscì dal ristorante.

Poiché aveva un bel portamento, per sua natura e per quella sua posa da ex sottoufficiale, s’impennò nella figura, arricciò i baffi con gesto militaresco e consueto, e lanciò sugli avventori attardati un rapido sguardo circolare, uno di quegli sguardi di bel ragazzo che s’allargano come giacchio in mare.

Le donne avevano alzato il capo verso di lui, tre giovani operaie, un’insegnante di musica di mezz’età, mal pettinata, sciatta, che calzava in cappello sempre polveroso e indossava un abito sempre sbilenco, e due borghesi con i loro mariti, clienti abituali di quella bettola a prezzo fisso.

Quando fu sul marciapiede, rimase per un attimo immobile, incerto sul da farsi. Era il 28 di giugno, e gli restavano in tasca solo tre franchi e quaranta per tirare avanti fino alla fine del mese. Il che significava due pranzi senza colazione, o due colazioni senza pranzo, a scelta. Dato che i pasti del mattino costavano ventidue soldi rispetto ai trenta di quelli della sera, pensò che limitandosi ai primi gli sarebbe avanzato un franco e venti centesimi, la qual cosa significava altri due spuntini a base di pane e salame, più due boccali di birra sul boulevard. Ch’era poi tutta la spesa e tutto il piacere delle sue notti; e s’avviò lungo rue Notre-Dame de Lorette.

Camminava proprio come al tempo in cui portava l’uniforme degli ussari, petto in fuori, gambe leggermente divaricate come se fosse appena sceso di cavallo; e avanzava risoluto nella via piena di gente, urtando spalle, spingendo persone per non deviare dal suo cammino. Portava il cilindro leggermente inclinato sull’orecchio, picchiando i tacchi sul selciato. Aveva sempre l’aria di sfidare qualcuno, i passanti, le case, la città intera, con la naturalezza del bel soldato sbattuto nella vita civile.

Pur indossando un abito da sessanta franchi, conservava una certa eleganza vistosa, un po’ banale, e tuttavia autentica. Alto, ben fatto, biondo, d’un biondo castano vagamente rossiccio, con i baffi arricciati che parevano schiumargli sul labbro, occhi azzurro chiaro, bucati da una pupilla molto piccola, capelli naturalmente ricciuti, spartiti dalla scriminatura al centro del cranio, somigliava parecchio al cattivo soggetto dei romanzi popolari.

Era una di quelle serate estive in cui manca l’aria, a Parigi. La città, calda come un forno, pareva sudare nella notte afosa. Le fogne sbuffavano dalle loro bocche di granito fiati ammorbanti, e le cucine sotterranee rovesciavano in strada, dalle finestre basse, il puzzo pestifero delle risciacquature e dei sughi vecchi di giorni.

I portinai, in maniche di camicia, a cavallo di sedie impagliate, fumavano la pipa sotto i portoni, e i pedoni camminavano con passi affranti, a fronte scoperta e cappello in mano.

Quando Georges Duroy arrivò sul boulevard, si fermò di nuovo, non sapendo che cosa fare. Aveva voglia di spingersi fino agli Champs-Elysées, adesso, e all’avenue del Bois de Boulogne per trovare un po’ di fresco sotto gli alberi; ma era tormentato da un altro desiderio anche, quello di un incontro amoroso.

Come si sarebbe presentato? Non ne sapeva nulla, ma l’attendeva da tre mesi, tutti i giorni, tutte le sere. A volte tuttavia, grazie al suo bel volto e al suo aspetto galante, rubava qua e là quel po’ d’amore, ma continuava a sperare di più e di meglio.

Tasche vuote e sangue ardente, si accendeva al contatto delle randagie che mormorano a un angolo di strada: “Vieni con me, bel ragazzo?” ma non osava seguirle, non avendo di che pagare; e aspettava ben altro del resto, altri baci, meno volgari.

Tuttavia gli piacevano i luoghi dove brulicavano le ragazze di vita, i loro balli, i loro caffè, le loro strade; gli piaceva stargli a contatto di gomito, parlargli, dargli del tu, odorare i loro profumi violenti, sentirsele accanto. Si trattava pur sempre di donne, e donne d’amore. Non le disprezzava affatto di quel disprezzo innato dei borghesi casa e famiglia.

Guy de Maupassant, Bel-Ami, 1885

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