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Archive for maggio 2014

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e, quando il dolce vento d’estate serpeggiava fra gli alberi del giardino, per la porta aperta entrava la pesante fragranza dei lillà o il profumo più sottile dei rovi in fiore.

Dall’angolo del divano ricoperto di tappeti persiani, sul quale giaceva, fumando, com’era sua abitudine, innumerevoli sigarette, Lord Henry Wotton poteva appena afferrare il barlume giallo miele dei dolci fiori di un citiso, i cui tremuli rami pareva che non ce la facessero a sopportare il peso di una bellezza così fiammeggiante; e, a tratti, fantastiche ombre di uccelli svolazzavano attraverso le lunghe tende di seta tussorina tirate davanti all’immensa finestra, producendo una specie di momentaneo effetto giapponese e facendogli pensare a quei pallidi pittori di Tokyo dal viso di giada, i quali, mediante un’arte che è per necessità immobile, cercano di suggerire il senso della rapidità e del movimento. L’implacabile mormorio delle api che si aprivano la strada attraverso l’erba alta non falciata, o si aggiravano con monotona insistenza intorno ai polverosi tentacoli dorati dell’errabondo caprifoglio, pareva rendere quell’immobile calma ancora più opprimente. L’indistinto mugghio di Londra era simile alla nota di bordone di un organo lontano.

Al centro della stanza, fissato in verticale a un cavalletto, stava il ritratto a grandezza naturale di un giovane di straordinaria e singolare bellezza, e di fronte, a poca distanza, sedeva l’artista stesso, Basil Hallward, la cui improvvisa sparizione alcuni anni fa eccitò tanto, in quel tempo, l’opinione pubblica e diede origine a tante strane congetture.

Mentre il pittore contemplava la forma leggiadra e piacente da lui così abilmente rispecchiata nella sua arte, un sorriso di piacere gli attraversò il viso e sembrò che vi si volesse fermare. Ma improvvisamente egli balzò in piedi e, chiudendo gli occhi, si pose le dita sulle palpebre, quasi volesse imprigionare nel cervello qualche strano sogno da cui temeva di svegliarsi.

“E’ il tuo più bel lavoro, Basil, la cosa più bella che tu abbia mai fatto” disse Lord Henry, apaticamente. “Devi mandarla senz’altro alla Grosvenor l’anno prossimo. L’Accademia è troppo grande e troppo volgare. Tutte le volte che ci vado, o c’è tanta gente che non riesco a vedere i quadri, il che è terribile, o tanti quadri che non riesco a vedere la gente, il che è peggio. La Grosvenor è proprio l’unico posto.”

“Non lo manderò in nessun posto, penso” rispose, scuotendo il capo all’indietro in quello strano modo che soleva far ridere di lui i suoi amici a Oxford. “No, non voglio mandarlo in nessun posto.”

Lord Henry alzò le sopracciglia e lo guardò stupito attraverso i sottili anelli azzurri di fumo che si levavano con eleganti volute dalla sua sigaretta fortemente oppiata. “Non mandarlo in nessun posto? Mio caro, perché? Ne hai qualche motivo? Strani tipi voi pittori! Non indietreggiate dinanzi a nulla per farvi un nome. Appena ne avete uno, pare che vogliate gettarlo via. E’ sciocco da parte vostra, perché c’è una sola cosa al mondo peggiore dell’aver fama, ed è il non averla. Un ritratto come questo ti metterebbe di gran lunga al di sopra di tutti i giovani d’Inghilterra e susciterebbe la gelosia dei vecchi, se i vecchi sono ancora capaci di qualche emozione.”

“So che riderai di me,” risposa “ma non posso proprio esporlo. Vi ho messo troppo di me dentro.”

Lord Henry si allungò sul divano e rise.

“Sapevo che avresti riso; ma è vero, nonostante tutto.”

“Troppo di te in quel quadro! Parola mia, Basil, non ti sapevo così vanitoso; e veramente non riesco a vedere nessuna somiglianza fra te, con quella tua faccia ruvida e forte e i tuoi capelli neri come il carbone, e questo giovane Adone che sembra fatto di avorio e petali di rose. Perché, mio caro Basil, lui è un Narciso, e tu…bè, naturalmente tu hai un’espressione intellettuale, e tutto il resto. Ma la bellezza, la vera bellezza, finisce là dove comincia un’espressione intellettuale. […]”

O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, 1890

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Se il trailer mi aveva suscitato qualche perplessità il film mi ha lasciata definitivamente dubbiosa per vari motivi.

Che Woody Allen sia tornato a recitare dopo l’ennesima dichiarazione di aver smesso non è cosa che stupisca poi più di tanto. Non ce la fa a stare lontano da un set e non escludo che continuerà con questo balletto dell’its the last time I swear ancora per un po’. E va anche bene. Al di là del fatto che io ho problemi a vederlo doppiato senza la voce di Lionello, non vedo particolari controindicazioni al fatto che di tanto in tanto continui a ritagliarsi le sue particine.

A non convincere sono altre cose.

Una per tutte il fatto che questo è un film diretto da Turturro che però è l’esatta replica di un film di Allen. Talmente esatta da far venire il dubbio che Allen gliel’abbia scritto e gliel’abbia fatto firmare, per così dire. Motivazioni per fare una cosa del genere? Una sorta di passaggio di testimone, una manifestazione d’appoggio. O magari anche la volontà di non ricacciarsi sotto i riflettori della critica dopo l’ottimo lavoro di Blue Jasmine scatenando il consueto coro dei paragoni e delle speculazioni sul fatto che Allen è bravo ma per far soldi tra un film ben fatto e l’altro rifila delle robette.

Perché, diciamolo, questo Gigolò per caso non è poi molto di più di una cosetta per ingannare il tempo.

Le battute migliori sono quelle del trailer e, come pure quelle due o tre che funzionano effettivamente nel corso del film, sono dei classici del repertorio alleniano di ambito erotico o ebraico.

La comune appartenenza alla religione ebraica con Turturro gioca a favore della confusione sull’effettiva paternità del film ma resta il fatto che ogni singolo dettaglio grida Allen a gran voce, dalla connotazione dei personaggi, al jazz della colonna sonora, alle ambientazioni, all’impostazione visiva di tutto quanto.

Certo, altra ipotesi può anche essere che Turturro abbia voluto rendere omaggio a colui che, per certi aspetti, è una sua figura di riferimento e ringraziarlo in tal modo della partecipazione al suo film. Per carità, non è che voglia indulgere in teorie del complotto a tutti i costi. Solo, secondo me, ci sono elementi sufficienti per legittimare il dubbio.

Ad ogni modo, nel complesso il film è grazioso e curato ma non decolla mai veramente. Rimane sospeso in attesa di un crescendo che non arriva e finisce prima di assumere realmente forma. Non è brutto, solo, non è brillante. Un po’ come le commedie di Allen dell’ultimo periodo, tanto per capirci, e ora giuro che la pianto con questa storia.

Particine per Sharon Stone e per Vanessa Paradis, entrambe belle e brave, anche se spiace un po’ per il momento di autentico imbarazzo che provoca la canzone in italiano della Paradis. Ma perché? Era proprio il caso di metterla?

Che dire, l’idea era carina, avrebbero forse potuto sfruttarla un po’ meglio.

Cinematografo & Imdb.

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Partiamo dagli aspetti pratici. Il regolamento:

1) Ringraziare chi ti ha nominato e quindi un grazie di cuore e CineClan – amo moltissimo questo blog e sono davvero lusingata dalla sua nomina.

2) Rispondere alle 10 domande rivolte insieme alla nomina.

3) Nominare altri 10 blog con meno di 200 followers e rivolgere loro 10 domande.

 

Post di ringraziamenti e di chiacchiere, dunque, che tanto era parecchio che non infliggevo un po’ di sproloqui random.

In realtà tutto ciò avrebbe dovuto uscire già ieri e, in effetti, ne avevo già scritto buona parte solo che poi ho cominciato a rispondere alle domande e…insomma, qual è la cosa peggiore che puoi fare ad una persona che ha problemi con le scelte chiuse come la sottoscritta? Farle le domande 5, 6 e 7. Mi sono inchiodata. E anche adesso che ho risposto so già che per i prossimi giorni continuerò a rimuginare cose tipo “no, ma forse avrei dovuto mettere quello…no, ma c’era anche l’altro…no, ma magari quello lì era più importante….” Sono un caso perso, y’know. Penso che questa cosa qui abbia anche un nome clinico ma al momento lo ignoro. Sono ancora ferma alla fase di Camus e del negozio di giocattoli (il principio per cui se porti un bambino in un negozio di giocattoli e gli dici “scegli” sicuramente non sarà in grado di farlo).

 

Anyway. In un modo o nell’altro mi sono sbloccata, quindi ecco qua le mie risposte.

1) La citazione di un libro in cui ti ritrovi

“E’ vivere che è importante, solamente vivere, il processo della scoperta, l’eterno e immutabile processo di scoperta, non la scoperta in se stessa”

Notte e Giorno, V. Woolf

2) La prima volta al cinema

Il libro della giungla della Disney – l’edizione italiana del 1983.

Ero veramente piccola ma tra i miei primi ricordi ci sono anche alcune scene di quel film.

3) Consigli a un giovane blogger ovvero una cosa da fare assolutamente e una da NON fare assolutamente!

Da fare: essere onesti. Prima di tutto con se stessi.

Da non fare: prendersi troppo sul serio. Arrogarsi il diritto di pontificare come se il fatto di pubblicare in rete di per sé conferisse qualche sorta di autorevolezza.

4) Cena col morto ovvero 5 personaggi morti con cui avresti voluto dannatamente andare a cena

1) Fabrizio De Andrè

2) Gabriel Garcìa Màrquez

3) Virginia Woolf

4) Stanley Kubrick

5) H.P. Lovecraft

5) 3 canzoni che ti hanno cambiato la vita

1) Nancy Boy – Placebo

2) Diane – Therapy?

3) Se ti tagliassero a pezzetti – De Andrè

6) 3 libri che ti hanno cambiato la vita

1) Il ritratto di Dorian Gray – O. Wilde

2) Cent’anni di solitudine – G.G.Màrquez

3) Orlando – V. Woolf

7) 3 film che ti hanno cambiato la vita

1)  Manhattan – W. Allen

2) Ultimo tango a Parigi – B. Bertolucci

3) Shining – S. Kubrick

8) Se la vita ti dà limoni, tu cosa fai?

Mi rallegro. Adoro la limonata XD

9) Da piccolo cosa sognavi di fare da grande?

Ma se rispondo “diventare Lady Oscar” vengo bannata a vita dal web?

*sospira e si rassegna all’idea di sputtanarsi del tutto*

No, ok, volendo far finta di essere una persona seria suppongo che dovrei rispondere che da piccola volevo fare la cantante dal momento che, oltre a correre per casa mascherata e armata di spada su un ipotetico equino, l’altra occupazione era brandire un uni-posca a mo’ di microfono berciando qualche sigla di cartoni animati.

Il bello è che con l’andare degli anni l’opzione Lady Oscar si è rivelata quella potenzialmente più verosimile delle due, dal momento che a cavallo ci so andare ma a cantare non ho mica ancora imparato (per la gioia dei miei vicini).

10) Consigli per Cineclan ovvero suggerimenti per una povera cinefila scappata di casa (ovvero io!)

Ma “scrivi scrivi scrivi(mi)” un sacco di bei post, magari anche uno al giorno” vale come consiglio? 😉

 

E arriviamo alla fase 3. I blog da nominare.

Per correttezza devo dire che non sono proprio ligia al regolamento perché il numero di followers in molti casi è superiore al limite, ma sono i blog che mi fa più piacere segnalare (cosa che, probabilmente, in alcuni casi, ho anche già fatto in passato ma si sa che con l’età si finisce col ripetersi quindi abbiate pazienza).

 

1) …and don’t forget the Joker

2) Frame by Frame

3) Music when the lights go out

4) Pollock of light

5) Noisy Road

6) L’alternativa nomade

7) Solo Frammenti

8) Ignorantedelcinema

9) Le mele del silenzio

10) Latex and Lollipops

 

E le mie domande, per chi avesse voglia e di rispondere.

1) Il primo amore, ovvero il primo libro/film/canzone di cui ti sei trovato/a perdutamente innamorato/a.

2) L’ultimo libro che hai letto/film che hai visto/album che hai ascoltato.

3) 3 film o registi che secondo te hanno cambiato il cinema negli ultimi 20 anni.

4) 3 libri o autori che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della letteratura negli ultimi 20 anni.

5) 3 album o canzoni che secondo te hanno segnato un pezzo di storia della musica negli ultimi 20 anni.

6) Il concerto più bello della tua vita.

7) Chi vorresti incontrare? Un regista, un musicista e un autore con cui vorresti fare quattro chiacchiere di persona.

8) Cover e remake. Cosa ne pensi?

9) Cinema o dvd?

10) Qualcosa che vorresti ti chiedessero – e relativa risposta (aka ho esaurito le idee, nel caso non si fosse capito).

 

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Decisamente quest’anno non sono riuscita a seguirlo un granché.

Anyway. Ecco i vincitori.

Concorso

  • Palma d’oro: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia, Germania, Francia)
  • Grand Prix Speciale della Giuria: Le meraviglie regia di Alice Rohrwacher (Italia)
  • Prix de la mise en scène: Bennett Miller per Foxcatcher (USA)
  • Prix du scénario: Andreï Zviaguintsev e Oleg Negin per Leviathan (Russia)
  • Prix d’interprétation féminine: Julianne Moore per Maps to the Stars (USA)
  • Prix d’interprétation masculine: Timothy Spall per Mr. Turner (UK)
  • Premio della giuria (ex-æquo): Mommy, regia di Xavier Dolan (Canada) e Adieu au Language, regia di Jean Luc Godard (Svizzera)

Un Certain Regard

  • Premio Un Certain Regard: White God, regia di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)
  • Premio della Giuria: Force majeure, regia di Ruben Östlund (Svezia)
  • Menzione Speciale: The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia)

Settimana Internazionale della Critica

  • Gran Premio Settimana Internazionale della Critica: The Tribe, regia di Myroslav Slaboshpytskkiy (Ucraina)
  • Premio SACD: Hope, regia di Boris Lojkine (Francia)

Quinzaine des Réalisateurs

  • Premio Art Cinéma: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio Europa Cinema Label: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio SACD: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)

Altri premi

  • Caméra d’or: Party Girl, regia di Claire Burger, Samuel Theis e Marie Amachoukeli (Francia)
  • Premio Fipresci:
    • Concorso: Kış Uykusu, regia di Nuri Bilge Ceylan (Turchia)
    • Un Certain Regard: Jauja, regia di Lisandro Alonso (Argentina)
    • Quinzaine des Réalisateurs: Les Combattants, regia di Thomas Cailley (Francia)
  • Premio della Giuria Ecumenica: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
    • Menzione Speciale della Giuria Ecumenica (ex-æquo): The Salt of the Earth, regia di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (Brasile, Francia, Italia) e Le Belle Jeunesse, regia di Jaime Rosales (Spagna)
  • Queer Palm: Pride, regia di Matthew Warchus (Regno Unito)
  • Trofeo Chopard:
    • Rivelazione femminile: Adèle Exarchopoulos (Francia)
    • Rivelazione maschile: Logan Lerman (USA)
  • Premio François Chalais: Timbuktu, regia di Abderrahmane Sissako (Mauritania, Francia)
  • Dog Palm: Luke e Body per White God di Kornél Mundruczó (Ungheria, Germania, Svezia)

Devo recuperare una marea di arretrati. Per ora mi limito a rallegrarmi grandemente per Julianne Moore. Tralasciando il fatto che fino alla scorsa settimana mi ero completamente persa che dovesse uscire un nuovo film di Cronenberg e questo non mi fa onore, amo tantissimo la Moore e Maps to the Stars è sicuramente tra gli obiettivi della settimana.

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anche se un po’ dissimulato dalla moda dell’epoca – era intento a vibrare fendenti contro la testa di un Moro che dondolava dal soffitto. Aveva il colore di un vecchio pallone, e suppergiù anche la forma, a parte le guance scavate e un ciuffo di capelli aridi e irsuti come la peluria di una noce di cocco. Il padre di Orlando, o forse il nonno, l’aveva spiccata dal busto di un pagano gigantesco balzato fuori all’improvviso, sotto la luna nelle barbare pianure d’Africa; e ora dondolava dolcemente, continuamente, al vento che soffiava senza sosta nella soffitta della sconfinata dimora del nobile che aveva trucidato l’infedele.

Gli antenati di Orlando avevano cavalcato per campi di asfodeli, e campi sassosi, e campi bagnati da fiumi esotici, e da molti busti avevano spiccato molte teste di molti colori e le avevano portate a casa per appenderle in soffitta. Avrebbe fatto così anche Orlando, giurava. Ma poiché aveva solo sedici anni ed era troppo giovane per cavalcare con loro in Africa o in Francia, sfuggiva alla madre e ai pavoni del giardino e scappava in soffitta e lì squarciava e squartava e fendeva l’aria con la spada. A volte la corda si spezzava, il cranio rimbalzava sul pavimento e doveva legarlo di nuovo; con una certa cavalleria lo riappendeva quasi fuori della sua portata così che le labbra nere e contratte del suo nemico parevano ora schiudersi in un ghigno di trionfo. Il cranio dondolava avanti e indietro perché quel luogo della casa, in cui Orlando trascorreva gran parte del tempo, era così vasto che il vento stesso, come vi fosse rimasto intrappolato, soffiava estate e inverno da ogni parte. L’arazzo verde coi cacciatori si sollevava di continuo. Gli antenati di Orlando erano nobili di vecchia data. Erano comparsi attraverso le brume del nord con la corona in testa. Non era il sole, che filtrava attraverso la grande insegna araldica della vetrata colorata, a striare d’oscurità la stanza, a proiettare sul pavimento chiazze di luce gialla? Ora Orlando stava al centro del corpo giallo di un leopardo araldico. Quando poggiò la mano sul davanzale per aprire la finestra, la mano si colorò subito di rosso, azzurro e giallo come l’ala di una farfalla. Chi ama i simboli, e si diverte a decifrarli, avrebbe potuto osservare che, se le gambe ben tornite, il corpo bellissimo, le spalle larghe di Orlando erano tutte screziate di quei colori araldici, il viso, quando spalancò la finestra, fu illuminato soltanto dal sole. Viso più puro e più composto non si sarebbe potuto immaginare. Felice la madre che porta in seno simile creatura, ma più felice ancora il biografo che ne annota la vita! L’una non dovrà mai crucciarsi, né l’altro chiedere soccorso al romanziere o al poeta. L’eroe passerà d’impresa in impresa, di gloria in gloria, di onore in onore, seguito dal suo scrivano, fino a raggiungere quel supremo seggio, qualunque esso sia, che è al culmine delle loro aspirazioni. Orlando, a prima vista, appariva tagliato esattamente per una simile carriera. Una peluria di pesca velava il vermiglio delle guance; la peluria del labbro era appena un po’ più fitta che sulle guance. Le labbra erano piccole e leggermente sollevate sui denti di una squisita bianchezza di mandorla. Impeccabile la linea del naso, simile al breve, teso volo di una freccia; i capelli erano scuri, le orecchie piccole e aderenti al capo. Ma come terminare, ahimè, un simile catalogo di giovanili bellezze senza citare fronte e occhi? Ahimè! Perché nascono così raramente esseri che ne siano provveduti? In effetti, basta appena un’occhiata a Orlando, in piedi accanto alla finestra, per riconoscere che aveva occhi simili a viole stillanti, grandi occhi che l’acqua sembrava aver colmato dilatandoli; e la fronte come cupola marmorea serrata tra i due medaglioni chiari delle tempie. Basta uno sguardo agli occhi e alla fronte, e subito si cade in estasi.

Virginia Woolf, Orlando, 1928

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