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Archive for the ‘Cose per cui vendere l’anima al diavolo’ Category

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Dall’ultimo album, Simulation Theory, uscito il 9 novembre.

Un meraviglioso, esaltante, gratificante tripudio di anni Ottanta ❤

(volevo trattenermi dal mettere un cuore ma mi è scappato lo stesso)

(magari prossima settimana faccio anche un post decente sull’album)

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Ho comprato questo libro nell’autunno dell’anno scorso e quando l’ho preso non avevo la più pallida idea di chi fosse Marina Abramović. E’ stato uno di quegli acquisti istintivi che ogni tanto faccio. Uno di quei libri che ti chiamano dagli scaffali senza una ragione precisa.

Poi, come al solito, l’ho lasciato lì a decantare un po’ nella sempre più ingestibile coda di lettura che mi ritrovo.

E poi, ad un certo punto, tutti parlavano di Marina Abramović.

Perché probabilmente Cate Blanchett la interpreterà nella serie Documentary Now!

Perché a Firenze, a Palazzo Strozzi, dal 21 settembre 2018 al 21 gennaio 2019 ci sarà The Cleaner, una mostra a lei dedicata.

E poi non lo so bene perché ma da un paio di mesi a questa parte me la ritrovo sempre fra i piedi.

La mostra di Firenze però è stata l’elemento decisivo per decidermi a leggere il libro. Voglio andare a vederla e voglio andarci preparata, per quanto possibile.

 

Ora, io di arte non ne capisco niente. Ci tengo a dirlo per mettere subito le cose in chiaro. In particolare di arte contemporanea.

Ciò non significa che l’argomento non mi interessi.

L’arte contemporanea è qualcosa che mi affascina, in incuriosisce e mi attira ma della quale non sono capace di parlare con reale cognizione.

I miei giudizi sono prevalentemente di pancia.

Le mie impressioni sono istintive e spesso non so motivarle e non so difenderle con argomentazioni oggettive.

Per dire, adoro Damien Hirst ma se qualcuno mi attacca dicendo che è una stronzata mettere uno squalo in formaldeide, esporlo e chiamarla arte io non sono capace di controbattere in modo convincente. A me lo squalo in formaldeide piace. Posso dire solo questo. Sul fatto che valga milioni di dollari…boh, fa parte del gioco. Un gioco che non capisco appieno ma che, ripeto, mi affascina per il suo miscuglio di leggi che sono in parte significato sostanziale e in parte mera arbitrarietà.

Da un lato, è vero, ci sono i meccanismi di un sistema chiuso, autoalimentato e autocelebrativo, ma è anche vero che ci sono ragioni più profonde nelle forme d’espressione e che le grandi esposizioni di arte moderna e contemporanea sono pezzi di storia che spesso diventano realmente comprensibili solo a distanza di tempo.

Tutto questo per dire che cosa? Che anche per Marina Abramović il mio approccio è stato assolutamente di pancia.

Ero attirata in modo quasi ossessivo dal libro.

Quando ho saputo della mostra ho cercato in rete qualcosa sulle opere di Marina e quello che ho visto mi ha lasciata perplessa.

Se già di arte contemporanea capisco poco, con la performance art brancolo decisamente nel buio.

Istintivamente, la performance art mi trasmette una sensazione di disagio. Mi disturba. Mi impaurisce, anche. Per l’imprevedibile utilizzo del corpo, credo. Ma anche questo sarebbe un argomento da approfondire a parte.

Morale. Ho deciso di non cercare altro materiale sulle performance della Abramović ma di andare con ordine e cominciare proprio da Attraversare i muri.

Direi che ho fatto bene.

Ho amato moltissimo questo libro e, benché continui tuttora a provare sensazioni contrastanti di fronte alle performance di questa artista – pur avendo capito cosa c’è all’origine alcune mi risultano comunque ostiche (e anche molto disturbanti, anche se probabilmente questo è uno degli scopi delle performance) – mi sono trovata ad ammirare profondamente la sua filosofia di arte e di vita.

Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre del 1946.

Figlia di due ferventi partigiani di Tito e del regime inflessibile della Jugoslavia post seconda guerra mondiale. Marina cresce in uno strano contesto, tra il grigiore ossessivo del suo paese, le violente contraddizioni della sua famiglia, un rapporto con la madre che la segnerà – nel bene e nel male – per il resto della sua vita.

Il racconto della sua giovinezza e delle suoi primi tentativi di fare arte offre, tra le altre cose, uno spaccato incredibilmente interessante del contesto artistico e culturale dell’Europa degli anni Sessanta e Settanta, nonché delle profonde ferite che il mondo slavo ha elaborato e incorporato attraverso i mezzi di una tradizione diversa da tutto il resto d’Europa.

Proprio in quegli anni si assiste anche alla nascita del concetto di performance art, un concetto complesso che implica l’unione intrinseca di arte e azione, di arte come forma di protesta/rivoluzione, di arte come concetto legato allo spazio ed al tempo ma al tempo stesso in grado di trascendere e annullare sia spazio che tempo.

Marina è stata una pioniera in questo campo.

Ha unito la stoica disciplina ereditata dalla sua educazione ad una spinta creativa di rara potenza e ad un desiderio di conoscenza e consapevolezza spinti all’estremo.

Potrei parlare delle sue singole opere – alcune delle quali, come Rhythm 0 hanno realmente fatto storia – ma diventerebbe un discorso interminabile.

Potrei però più proficuamente parlare di come, al di là dell’apprezzare o meno le singole opere, quello che mi ha affascinato tantissimo è l’insieme di elementi da cui queste opere sono scaturite.

La ricerca di una dimensione di consapevolezza e contatto con se stessi, con il proprio corpo e con il pubblico portata all’estremo.

Il rapporto con il corpo e con il dolore.

La forte consapevolezza della connessione corpo e mente. La gestione del dolore – in particolare dolore autoinflitto o autoimposto – e il suo superamento con disciplina – sono questi i muri cui si fa riferimento nel titolo, quei muri che la rigorosa disciplina sovietica, nonché quella di sua madre, l’hanno addestrata ad attraversare senza battere ciglio.

L’assoluta mancanza di paura nello spingersi sempre oltre i limiti. La consapevolezza dell’assenza di limiti.

 

Il dolore era come un muro che avevo attraversato uscendo dall’altro lato.

 

E ancora.

La totale, completa, profonda apertura mentale verso tutto e tutti. La sete insaziabile di sperimentare e conoscere. E anche la fragilità, la simpatia e la toccante umanità di questa donna forte e strana, dal naso troppo grande – lo dice lei – e dalla volontà incrollabile.

Ora sono ancora più curiosa di andare a vedere la mostra. So cosa aspettarmi ma so (e spero) che dal vivo la mia opinione su alcune opere cambierà ancora.

Quello che non cambierà sarà l’ammirazione per una donna incredibile, per una vita intera dedicata all’arte ma non come vuoto estetismo. Ad un concetto di arte come vita nella sua più alta espressione. Vita come connessione e comunione di tutte le forme viventi. Vita come vincolo indissolubile di umanità. Arte come mezzo, luogo e momento per migliorarsi, per creare speranza, per celebrare l’energia vitale.

Quali che siano le opinioni artistiche, una lettura bellissima, ricca, fortemente consigliata.

 

La soverchiante importanza degli imponderabili determina il comportamento umano.

 

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Chi è Jeffrey Dahmer?

Forse il nome non a tutti dice granché.

Forse è più efficace parlare del Cannibale di Milwaukee.

Sicuramente più evocativo.

Ma quello che Dahmer ha fatto come serial killer è ormai noto e ampiamente ricostruito nei minimi dettagli.

Quello di cui si sa meno – o che spesso meno interessa – è il prima.

Chi era Dahmer prima di diventare un serial killer?

E ancora.

Perché Dahmer è diventato un serial killer?

Qual è stato il punto di non ritorno?

My Friend Dahmer offre una prospettiva privilegiata per fare luce su questi aspetti perché l’autore, il fumettista Derf Backderf, ha condiviso con il futuro assassino gli anni delle scuole superiori alla Revere High School, in Ohio, fino al 1978, l’anno del diploma.

E del primo omicidio.

Se la forma della graphic novel può suonare strana associata ad una storia così complessa e difficile, basta inoltrarsi nelle prime pagine per rimanere immediatamente catturati dalla semplice, lineare lucidità con cui gli eventi vengono costruiti e presentati.

L’opera di Beckderf è il risultato di un lavoro lungo anni di raccolta di ricordi personali e confronto con le testimonianze dirette dei compagni di scuola di allora, dei vicini, delle persone che incrociarono la strada di Dahmer in quegli anni. Il tutto integrato con le memorie tratte dai lunghi interrogatori dell’FBI – ora di dominio pubblico grazie all’atto per la libertà di informazione – e dalle parole dello stesso Dahmer, che, a differenza di molti altri serial killer, mantenne sempre una sorta di rassegnata e oggettiva consapevolezza di sé e dei suoi crimini.

A queste fonti si aggiungono le testimonianze dei genitori di Dahmer, protagonisti assenti ma non per questo meno determinanti nel periodo dell’adolescenza di Jeff.

Backderf non approfitta mai del vantaggio offerto dalla sua posizione e non gioca mai, neanche per un momento, sull’enfasi emotiva che questo potrebbe creare. Non cerca il sensazionalismo né si lascia attirare dalla fin troppo facile tentazione dei risvolti morbosi.

Quello che restituisce è un quadro di un quotidianità semplice e agghiacciante proprio nella sua semplicità.

Non si cerca una giustificazione e vengono risparmiati falsi buonismi e ovvietà del senno di poi.

Si osserva e si ricostruisce. La stranezza di Dahmer. Il suo essere ai margini, che agli occhi degli altri adolescenti avrebbe potuto essere liquidato nel calderone delle emarginazioni adolescenziali, ma che non avrebbe dovuto passare inosservato agli occhi degli adulti.

Adulti che sono sempre spaventosamente assenti.

I genitori. Troppo presi dal loro divorzio – in particolare la madre, troppo infognata nelle sue turbe psichiche per accorgersi di quelle del figlio.

Gli insegnanti. Troppo ciechi – non si sa bene perché in verità – per accorgersi di un ragazzo che puzzava di alcool fin dal mattino.

E così passa tutto inosservato. L’alcoolismo di Jeff. Il suo hobby delle carcasse.

Jeff sviluppa un’attrazione morbosa per le cose morte. Ha desideri carnali di controllo totale su corpi privi di vita. Sente queste pulsioni e cerca di metterle a tacere nell’unico modo che gli viene in mente. Bevendo.

Non ha nessun altro tipo di appiglio. Non ha riferimenti. Una volta allontanati anche quei pochi pseudo-amici delle superiori, non ha veramente nessuno intorno a sé. Solo le voci nella sua testa.

Fino al momento in cui soccombe.

Ma attenzione.

L’ottica di questo discorso non è quella di una facile deresponsabilizzazione del soggetto a favore del solito mantra del dare la colpa alla società, alla famiglia e così via. Non è un giustificare Dahmer trasformando in vittima il carnefice.

E’ un prendere atto di qualcosa che è successo e non è stato visto in tempo.

Come il crollo di una casa di cui tutti hanno ignorato per anni le crepe strutturali pur avendole sotto gli occhi tutti i giorni.

Dahmer era profondamente disturbato e c’era ampio margine perché qualcuna delle persone che avrebbero dovuto occuparsi di lui potesse accorgersene.

Forse questo non avrebbe fatto la differenza per Dahmer stesso. Non avrebbe fatto sparire le sue pulsioni. Ma magari gli avrebbe impedito di metterle in atto.

E’ plausibile pensare che Dahmer, se identificato nel suo disturbo psichico, non avrebbe comunque avuto una vita normale o felice. Presumibilmente avrebbe passato l’esistenza imbottito di psicofarmaci o dentro e fuori da strutture di assistenza psichiatrica.

Dahmer probabilmente non avrebbe potuto essere salvato in ogni caso.

Le sue vittime sì.

Bellissimo, davvero. Disegnato e scritto in modo impeccabile. Una delle cose più intelligenti che abbia mai letto nello sconfinato marasma di materiale più o meno attendibile che ruota intorno al tema serial killer.

Per chi fosse interessato, QUI uno dei link ai dossier dell’FBI.

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