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Posts Tagged ‘Eventi’

Miglior film

  • Green Book– Jim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga

Migliore regia

  • Alfonso Cuarón– Roma

Migliore attore protagonista

  • Rami Malek– Bohemian Rhapsody

Migliore attrice protagonista

  • Olivia Colman– La favorita (The Favourite)

Migliore attore non protagonista

  • Mahershala Ali– Green Book

Migliore attrice non protagonista

  • Regina King– Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk)

Migliore sceneggiatura originale

  • Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly– Green Book

Migliore sceneggiatura non originale

  • Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott e Spike Lee– BlacKkKlansman

Miglior film straniero

  • Roma, regia di Alfonso Cuarón (Messico)

Miglior film d’animazione

  • Spider-Man – Un nuovo universo(Spider-Man – Into the Spider Verse), regia di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

Migliore fotografia

  • Alfonso Cuarón– Roma

Migliore scenografia

  • Hannah Beachler e Jay Hart– Black Panther

Miglior montaggio

  • John Ottman– Bohemian Rhapsody

Migliore colonna sonora

  • Ludwig Göransson– Black Panther

Migliore canzone

  • Shallow(musica e testi di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt) – A Star Is Born

Migliori effetti speciali

  • Paul Lambert, Ian Hunter, Tristan Myles e J. D. Schwalm– First Man – Il primo uomo (First Man)

Miglior sonoro

  • Paul Massey, Tim Cavagin e Benito Zeus Casali– Bohemian Rhapsody

Miglior montaggio sonoro

  • John Warhurst e Nina Hartstone– Bohemian Rhapsody

Migliori costumi

  • Ruth Carter– Black Panther

Miglior trucco e acconciatura

  • Greg Cannom, Kate Biscoe e Patricia DeHaney– Vice – L’uomo nell’ombra (Vice)

Miglior documentario

  • Free Solo, regia di Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi

Miglior cortometraggio documentario

  • End of Sentence., regia di Rayka Zehtabchi

Miglior cortometraggio

  • Skin, regia di Guy Nattiv

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Bao, regia di Domee Shi

  

Note a margine.

Cerimonia partita col botto, con l’esibizione dei Queen e la voce di Adam Lambert, ma poi rivelatasi piuttosto moscetta per la mancanza di un presentatore e di tutta la coreografia che ne deriva in termini di stacchi teatrali o comici.

Una scaletta ordinata di premiati e premianti, poche risa ben educate e tanto – troppo – politically correct.

In particolare la fissa dell’Academy continua ad essere la questione razziale che invade sempre più prepotentemente i criteri di premiazione.

Poi, per carità, se da un lato ci si lamenta per l’ovvietà della cosa, d’altro canto è vero che loro hanno pur sempre Trump al governo e forse, tutto sommato, ci sta anche un po’ di eccesso di ciò che parrebbe ovvio.

In generale abbastanza soddisfatta dell’esito, con qualche riserva qua e là.

Lieta di trovarmi d’accordo con il buon Gianni Canova sul fatto che l’Academy non ha avuto il coraggio di premiare realmente un film di portata innovativa come La Favorita, di gran lunga, se non il migliore,  quanto meno il più genuinamente originale.

Alla Favorita rimane solo la statuetta alla Colman, cosa che quanto meno riappacifica un po’ anche se mette Glenn Close in una posizione sempre più pericolosamente vicina a quella di Di Caprio.

Green Book come miglior film mi garba, mentre forse un po’ eccessivo l’entusiasmo per Rami Malek in versione Freddie Mercury. Non che il premio sia immeritato, solo, era forse fin troppo telefonato.

Buono anche il ridimensionamento di Roma con solo tre vittorie rispetto alle dieci candidature di partenza. Forse avrei evitato miglior regia ma pazienza.

Molto felice anche per l’oscar a Spike Lee e alla sceneggiatura del suo ottimo Blackklansman.

Toccanti Bradley Cooper e Lady Gaga in Shallow dal vivo, premiata come miglior canzone.

Un po’ di dispiacere per la poca attenzione a Vice e al lavoro di Christian Bale.

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Ho comprato questo libro nell’autunno dell’anno scorso e quando l’ho preso non avevo la più pallida idea di chi fosse Marina Abramović. E’ stato uno di quegli acquisti istintivi che ogni tanto faccio. Uno di quei libri che ti chiamano dagli scaffali senza una ragione precisa.

Poi, come al solito, l’ho lasciato lì a decantare un po’ nella sempre più ingestibile coda di lettura che mi ritrovo.

E poi, ad un certo punto, tutti parlavano di Marina Abramović.

Perché probabilmente Cate Blanchett la interpreterà nella serie Documentary Now!

Perché a Firenze, a Palazzo Strozzi, dal 21 settembre 2018 al 21 gennaio 2019 ci sarà The Cleaner, una mostra a lei dedicata.

E poi non lo so bene perché ma da un paio di mesi a questa parte me la ritrovo sempre fra i piedi.

La mostra di Firenze però è stata l’elemento decisivo per decidermi a leggere il libro. Voglio andare a vederla e voglio andarci preparata, per quanto possibile.

 

Ora, io di arte non ne capisco niente. Ci tengo a dirlo per mettere subito le cose in chiaro. In particolare di arte contemporanea.

Ciò non significa che l’argomento non mi interessi.

L’arte contemporanea è qualcosa che mi affascina, in incuriosisce e mi attira ma della quale non sono capace di parlare con reale cognizione.

I miei giudizi sono prevalentemente di pancia.

Le mie impressioni sono istintive e spesso non so motivarle e non so difenderle con argomentazioni oggettive.

Per dire, adoro Damien Hirst ma se qualcuno mi attacca dicendo che è una stronzata mettere uno squalo in formaldeide, esporlo e chiamarla arte io non sono capace di controbattere in modo convincente. A me lo squalo in formaldeide piace. Posso dire solo questo. Sul fatto che valga milioni di dollari…boh, fa parte del gioco. Un gioco che non capisco appieno ma che, ripeto, mi affascina per il suo miscuglio di leggi che sono in parte significato sostanziale e in parte mera arbitrarietà.

Da un lato, è vero, ci sono i meccanismi di un sistema chiuso, autoalimentato e autocelebrativo, ma è anche vero che ci sono ragioni più profonde nelle forme d’espressione e che le grandi esposizioni di arte moderna e contemporanea sono pezzi di storia che spesso diventano realmente comprensibili solo a distanza di tempo.

Tutto questo per dire che cosa? Che anche per Marina Abramović il mio approccio è stato assolutamente di pancia.

Ero attirata in modo quasi ossessivo dal libro.

Quando ho saputo della mostra ho cercato in rete qualcosa sulle opere di Marina e quello che ho visto mi ha lasciata perplessa.

Se già di arte contemporanea capisco poco, con la performance art brancolo decisamente nel buio.

Istintivamente, la performance art mi trasmette una sensazione di disagio. Mi disturba. Mi impaurisce, anche. Per l’imprevedibile utilizzo del corpo, credo. Ma anche questo sarebbe un argomento da approfondire a parte.

Morale. Ho deciso di non cercare altro materiale sulle performance della Abramović ma di andare con ordine e cominciare proprio da Attraversare i muri.

Direi che ho fatto bene.

Ho amato moltissimo questo libro e, benché continui tuttora a provare sensazioni contrastanti di fronte alle performance di questa artista – pur avendo capito cosa c’è all’origine alcune mi risultano comunque ostiche (e anche molto disturbanti, anche se probabilmente questo è uno degli scopi delle performance) – mi sono trovata ad ammirare profondamente la sua filosofia di arte e di vita.

Marina Abramović nasce a Belgrado il 30 novembre del 1946.

Figlia di due ferventi partigiani di Tito e del regime inflessibile della Jugoslavia post seconda guerra mondiale. Marina cresce in uno strano contesto, tra il grigiore ossessivo del suo paese, le violente contraddizioni della sua famiglia, un rapporto con la madre che la segnerà – nel bene e nel male – per il resto della sua vita.

Il racconto della sua giovinezza e delle suoi primi tentativi di fare arte offre, tra le altre cose, uno spaccato incredibilmente interessante del contesto artistico e culturale dell’Europa degli anni Sessanta e Settanta, nonché delle profonde ferite che il mondo slavo ha elaborato e incorporato attraverso i mezzi di una tradizione diversa da tutto il resto d’Europa.

Proprio in quegli anni si assiste anche alla nascita del concetto di performance art, un concetto complesso che implica l’unione intrinseca di arte e azione, di arte come forma di protesta/rivoluzione, di arte come concetto legato allo spazio ed al tempo ma al tempo stesso in grado di trascendere e annullare sia spazio che tempo.

Marina è stata una pioniera in questo campo.

Ha unito la stoica disciplina ereditata dalla sua educazione ad una spinta creativa di rara potenza e ad un desiderio di conoscenza e consapevolezza spinti all’estremo.

Potrei parlare delle sue singole opere – alcune delle quali, come Rhythm 0 hanno realmente fatto storia – ma diventerebbe un discorso interminabile.

Potrei però più proficuamente parlare di come, al di là dell’apprezzare o meno le singole opere, quello che mi ha affascinato tantissimo è l’insieme di elementi da cui queste opere sono scaturite.

La ricerca di una dimensione di consapevolezza e contatto con se stessi, con il proprio corpo e con il pubblico portata all’estremo.

Il rapporto con il corpo e con il dolore.

La forte consapevolezza della connessione corpo e mente. La gestione del dolore – in particolare dolore autoinflitto o autoimposto – e il suo superamento con disciplina – sono questi i muri cui si fa riferimento nel titolo, quei muri che la rigorosa disciplina sovietica, nonché quella di sua madre, l’hanno addestrata ad attraversare senza battere ciglio.

L’assoluta mancanza di paura nello spingersi sempre oltre i limiti. La consapevolezza dell’assenza di limiti.

 

Il dolore era come un muro che avevo attraversato uscendo dall’altro lato.

 

E ancora.

La totale, completa, profonda apertura mentale verso tutto e tutti. La sete insaziabile di sperimentare e conoscere. E anche la fragilità, la simpatia e la toccante umanità di questa donna forte e strana, dal naso troppo grande – lo dice lei – e dalla volontà incrollabile.

Ora sono ancora più curiosa di andare a vedere la mostra. So cosa aspettarmi ma so (e spero) che dal vivo la mia opinione su alcune opere cambierà ancora.

Quello che non cambierà sarà l’ammirazione per una donna incredibile, per una vita intera dedicata all’arte ma non come vuoto estetismo. Ad un concetto di arte come vita nella sua più alta espressione. Vita come connessione e comunione di tutte le forme viventi. Vita come vincolo indissolubile di umanità. Arte come mezzo, luogo e momento per migliorarsi, per creare speranza, per celebrare l’energia vitale.

Quali che siano le opinioni artistiche, una lettura bellissima, ricca, fortemente consigliata.

 

La soverchiante importanza degli imponderabili determina il comportamento umano.

 

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La storia vera – e, da quel che mi par di capire, anche piuttosto poco romanzata – di Tonya Harding, campionessa di pattinaggio artistico sul ghiaccio divenuta celebre per essere stata la seconda donna al mondo – la prima statunitense – ad aver eseguito un triplo axel in una competizione ufficiale.

E anche per esser finita coinvolta nell’aggressione ad una sua collega e avversaria, Nancy Kerrigan, cui venne spezzato un ginocchio prima delle Olimpiadi del ’94.

Se è vero che la storia e la persona di Tonya offrono già di per sé un materiale di partenza quanto mai ricco e, per così dire, vivace, va indubbiamente riconosciuto il merito di Craig Gillespie per aver dato forma ad un biopic piuttosto atipico e prepotentemente coinvolgente.

Strutturato sull’alternanza di stralci di interviste – modellate fedelmente su quelle realmente registrate con i veri protagonisti della vicenda – e ricostruzione degli eventi, Tonya parte fin da subito con un ritmo serrato e incalzante e rende immediatamente partecipe lo spettatore che è al tempo stesso interlocutore dell’intervista e pubblico cui vengono rivolti (cauti) ammiccamenti nel corso degli eventi.

Fondamenta granitiche di tutta la struttura sono le due immense interpretazioni di Margot Robbie e Allison Janney, rispettivamente Tonya e LaVona, la sua orribile madre.

Entrambe nominate (protagonista e non protagonista) sia ai Globes sia agli Oscar, solo la Janney ne è uscita vincitrice (in entrambi i casi) ma la candidatura della Robbie rimane comunque meritata dal primo all’ultimo fotogramma.

Un ruolo difficile, quello di Tonya. Cattiva ragazza, incarnazione dello spirito di un’America rimasta indietro, a raccogliere solo le briciole del grande sogno. Figlia di un’America in cui in teoria tutti hanno un’opportunità ma in cui, in pratica, l’immagine che si vuole esaltare è quella dei valori classici, alto-borghesi e benpensanti. Un’America che si vanta di premiare il talento ma dove il talento, da solo, è bel lontano dall’essere sufficiente. A questo si aggiunga una situazione familiare ai limiti – e forse anche oltre – del disastrato.

Da tutto questo viene fuori Tonya. Con la sua vitalità, la sua bravura, la sua testardaggine, la sua rabbia.

Un mix esplosivo di forza e fragilità. Di ingenuità e potenza. Di puro talento, determinazione e arroganza.

Un mix che Margot Robbie riesce a rendere in modo perfetto, regalando alla figura di Tonya un’intensità umana ed emotiva di potenza devastante.

Di pari, enorme bravura anche Allison Janney, alle prese con un personaggio negativo al di là di ogni possibilità di appello eppure in grado di creare comunque una forte empatia  – cosa tutt’altro che scontata.

Nel cast anche Sebastian Stan, nel ruolo del marito di Tonya, e una bravissima – seppur trascurata dalla critica – Julianne Nicholson nei panni dell’allenatrice di Tonya.

Bellissimo, assolutamente da non perdere.

Ci sarebbe stata anche una candidatura a miglior film (magari al posto di Get Out, tanto per dirne una).

Cinematografo & Imdb.

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Novantesima edizione.

Novant’anni di cinema, premi, celebrazioni, polemiche, momenti storici, gaffes, lacrime, ringraziamenti, sospiri, aspettative, discorsi, prime volte, mobilitazioni, sperimentazioni, tradizioni, impegno, divertimento, arte, gossip, sfilate, sfarzo, contraddizioni e chi più ne ha più ne metta, come si dice.

Novant’anni di quella dimensione un po’ fuori dal mondo e un po’ voce dal mondo con tutti i suoi limiti, le sue incoerenze e i suoi difetti, ma anche con tutta la bellezza di pagine e pagine di storia di un’arte caotica e bellissima nella sua indiscutibile potenza emotiva.

Perché alla fine sì, l’Academy è l’Academy e sì, è una bolla di gente ricca e famosa che si (auto)celebra e sì, ci sono un sacco di aspetti che si possono criticare e c’è il politically correct che è talmente correct da arrotolarsi su sé stesso, ma va bene lo stesso.

Va bene così, perché se da un lato è una grande macchina per sfornare soldi, d’altro canto non si può negare che è anche una grande macchina di idee.

E perché gli Oscar ci piacciono, anche col palco pacchiano e sberluccicante, i red carpet pettegoli e gli stacchetti prevedibili. Ci piacciono anche quando non ci piacciono. Perché sono immagini, parole ed emozioni. Perché sono pezzetti di vita e frammenti luminosi di specchi che riflettono infinite esistenze possibili.

Ok, non ho dormito un cazzo, e probabilmente la cosa comincia a farsi sentire.

I vincitori:

Miglior film
La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water) – Guillermo del Toro e J. Miles Dale

Migliore regia
Guillermo del Toro – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore attore protagonista
Gary Oldman – L’ora più buia (Darkest Hour)

Migliore attrice protagonista
Frances McDormand – Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Migliore attore non protagonista
Sam Rockwell – Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)

Migliore attrice non protagonista
Allison Janney – Tonya (I, Tonya)

Migliore sceneggiatura originale
Jordan Peele – Scappa – Get Out (Get Out)

Migliore sceneggiatura non originale
James Ivory – Chiamami col tuo nome (Call Me by Your Name)

Miglior film straniero
Una donna fantastica (Una mujer fantástica), regia di Sebastián Lelio (Cile)

Miglior film d’animazione
Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina

Migliore fotografia
Roger A. Deakins – Blade Runner 2049

Miglior montaggio
Lee Smith – Dunkirk

Migliore scenografia
Paul D. Austerberry, Shane Vieau e Jeff Melvin – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore colonna sonora
Alexandre Desplat – La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)

Migliore canzone
Remember Me (musica e testi di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez) – Coco

Migliori effetti speciali
John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover – Blade Runner 2049

Miglior sonoro
Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo – Dunkirk

Miglior montaggio sonoro
Richard King e Alex Gibson – Dunkirk

Migliori costumi
Mark Bridges – Il filo nascosto (Phantom Thread)

Miglior trucco e acconciatura
Kazuhiro Tsuji, David Malinowski e Lucy Sibbick – L’ora più buia (Darkest Hour)

Miglior documentario
Icarus, regia di Bryan Fogel

Miglior cortometraggio documentario
Heaven is a Traffic Jam on the 405, regia di Frank Stiefel

Miglior cortometraggio
The Silent Child, regia di Chris Overton e Rachel Shenton

Miglior cortometraggio d’animazione
Dear Basketball, regia di Glen Keane e Kobe Bryant

Un’edizione degli Oscar tutto sommato tranquilla e, se devo essere sincera, molto meno polemica di quel che mi sarei aspettata visto lo strascico del dopo-Weinstein.
Niente nero per tutte, nonostante si fosse ipotizzato, ma un red carpet che mi è sembrato più sbrigativo e meno ciarliero degli altri anni.
Forse un po’ troppo (post)femminismo e, come è ormai costume, anche un po’ troppo politically correct, però, tutto sommato ci può anche stare.

Con la vittoria – seppur ridimensionata a 4 su 13 candidature – de La forma dell’acqua si definisce la cifra di questa edizione che, di fatto, ha voluto essere all’insegna delle differenze, con un unico messaggio universale che suona un po’ come un c’è posto per tutti.

E, al di là di tutti i retroscena del caso, non è una brutta cosa.

Personalmente avrei voluto Chiamami col tuo nome come miglior film e P.T. Anderson come miglior regia.

E mi dispiace che Lady BirdBaby Driver non abbiano preso niente e avrei preferito Daniel Day-Lewis a Gary Oldman anche se sono comunque contenta per il premio ad Oldman perché è meritato in ogni caso.

Decisamente sempre più curiosa di vedere Tonya, soprattutto per vedere finalmente l’interpretazione di Allison Janney.

Parecchio perplessa e contrariata dal premio a Get Out. Davvero, a parte le battutacce a sfondo razziale, non riesco a spiegarmi cosa ci abbia visto l’Academy in questo film. Davano tutti l’idea di prenderlo così dannatamente sul serio.

Però c’è da dire che questa è l’unica vittoria che mi veda in totale disaccordo.
Sulle altre magari qualche riserva c’è ma tutto sommato sono abbastanza soddisfatta degli esiti.

Molto curiosa di vedere Una donna fantastica, che non ero riuscita a beccare al cinema ma che forse dovrebbe già essere disponibile in dvd.

Felicissima per Frances McDormand e Sam Rockwell e continuo a pensare che i Tre manifesti avrebbero meritato qualcosetta in più.

E visto che prima si parlava di red carpet, come sempre arriva la carrellata.

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La storia – vera – del rapimento, a Roma nel 1973, di John Paul Getty III, nipote del celebre e ricchissimo magnate del petrolio John Paul Getty.

Di come l’avaro riccastro si sia rifiutato di pagare il riscatto, di come abbia lasciato che al ragazzo venisse tagliato un orecchio e di come l’ex nuora, Gail, sia stata costretta ad un’assurda corsa contro il tempo per cercare di mettere insieme i soldi per liberare suo figlio.

I tentativi inutili di comunicare con un uomo totalmente anaffettivo e impossibile da distogliere dal suo unico vero interesse: fare soldi. Le negoziazioni al telefono con i rapitori per avere più tempo.

Nessuno crede che Gail non abbia i soldi. Divorziata o meno, è pur sempre una Getty. Almeno in teoria.

Comincio a pensare di avere un problema con Ridley Scott. O forse è solo lo strascico dell’ultimo Alien (e di Prometheus) Non so. Sta di fatto che mi aspettavo qualcosa di meglio da questo film.

Tralasciando tutta la faccenda della scelta discutibile di sostituire Spacey a un mese dall’uscita, non è che si possano muovere delle reali critiche perché è tutto tecnicamente impeccabile. Ritmo, regia, interpretazioni.

Eppure manca qualcosa. Manca empatia. Manca coinvolgimento.

Le candidature ai Globes potevano anche starci ma va più che bene che siano andate a vuoto. Christopher Plummer, Michelle Williams, Mark Wahlberg sono sicuramente molto bravi ma – soprattutto la Williams e Wahlberg – mancano di un reale carisma. Non sono sufficientemente forti da tirarti dentro la storia.

Manca un ruolo forte, accentratore. Manca il vero volto del film.

Apprezzabile il fatto che non si sia lasciato tirare dalla facile via dei cliché sull’ambientazione italiana.

Nel cast anche Timothy Hutton.

In definitiva, moderatamente consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Globes rotolati via anche quest’anno, con le uscite troppo a ridosso della (o successive alla) cerimonia per arrivare preparati decentemente come piacerebbe ai miei standard, e con il loro carico di presagi per gli Oscar.

Tre Manifesti a Ebbing, Missouri pare non deludere le aspettative delle nomination e in effetti il trailer – oltre al cast – promette bene.

In uscita questa settimana, 11 gennaio.

Felice per il premio alla canzone di The Greatest Showman, del quale parlerò nei prossimi giorni.

Gary Oldman in versione Churchill mi è parso piuttosto telefonato e, salvo concorrenza eccessivamente spietata, ha buone possibilità di arrivare anche liscio alla statuetta – parlando così, per amore di speculazione.

Sempre più impaziente di vedere The Shape of Water al quale speravo andassero più premi per principio.

Per niente sorpresa da alcune esclusioni, come La battaglia dei sessi o Tutti i soldi del mondo – anche di questo devo parlare prossimamente – rimango comunque oltremodo incuriosita da alcuni titoli come The Post, Chiamami col tuo nome e Il filo nascosto.

E devo recuperare Get Out e dare due capocciate al muro per essermi completamente persa The Disaster Artist di James Franco al TFF.

Miglior film drammatico

  • Tre manifesti a Ebbing, Missouri(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri), regia di Martin McDonagh
  • Chiamami col tuo nome(Call Me by Your Name), regia di Luca Guadagnino
  • Dunkirk, regia di Christopher Nolan
  • La forma dell’acqua – The Shape of Water(The Shape of Water), regia di Guillermo del Toro
  • The Post, regia di Steven Spielberg

Miglior film commedia o musicale

  • Lady Bird, regia di Greta Gerwig
  • The Disaster Artist, regia di James Franco
  • The Greatest Showman, regia di Michael Gracey
  • I, Tonya, regia di Craig Gillespie
  • Scappa – Get Out(Get Out), regia di Jordan Peele

Miglior regista

  • Guillermo del Toro– La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)
  • Martin McDonagh – Tre manifesti a Ebbing, Missouri(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
  • Christopher Nolan – Dunkirk
  • Ridley Scott – Tutti i soldi del mondo(All the Money in the World)
  • Steven Spielberg – The Post

Migliore attrice in un film drammatico

  • Frances McDormand– Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
  • Jessica Chastain – Molly’s Game
  • Sally Hawkins – La forma dell’acqua – The Shape of Water(The Shape of Water)
  • Meryl Streep – The Post
  • Michelle Williams – Tutti i soldi del mondo(All the Money in the World)

Migliore attore in un film drammatico

  • Gary Oldman– L’ora più buia (Darkest Hour)
  • Timothée Chalamet – Chiamami col tuo nome(Call Me by Your Name)
  • Daniel Day-Lewis – Il filo nascosto(Phantom Thread)
  • Tom Hanks – The Post
  • Denzel Washington – Roman J. Israel, Esq.

Migliore attrice in un film commedia o musicale

  • Saoirse Ronan– Lady Bird
  • Judi Dench – Vittoria e Abdul(Vittoria & Abdul)
  • Helen Mirren – Ella & John – The Leisure Seeker(The Leisure Seeker)
  • Margot Robbie – I, Tonya
  • Emma Stone – La battaglia dei sessi(Battle of the Sexes)

Migliore attore in un film commedia o musicale

  • James Franco– The Disaster Artist
  • Steve Carell – La battaglia dei sessi(Battle of the Sexes)
  • Ansel Elgort – Baby Driver – Il genio della fuga(Baby Driver)
  • Hugh Jackman – The Greatest Showman
  • Daniel Kaluuya – Scappa – Get Out(Get Out)

Miglior film d’animazione

  • Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina
  • Baby Boss(The Boss Baby), regia di Tom McGrath
  • The Breadwinner, regia di Nora Twomey
  • Ferdinand, regia di Carlos Saldanha
  • Loving Vincent, regia di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

Miglior film straniero

  • Oltre la notte(Aus dem Nichts), regia di Fatih Akın • Germania
  • Una donna fantastica(Una mujer fantástica), regia di Sebastián Lelio • Cile
  • Loveless, regia di Andrej Petrovič Zvjagincev • Russia
  • Per primo hanno ucciso mio padre(First They Killed My Father), regia di Angelina Jolie • Cambogia
  • The Square, regia di Ruben Östlund • Svezia

Migliore attrice non protagonista

  • Allison Janney– I, Tonya
  • Mary J. Blige – Mudbound
  • Hong Chau – Downsizing – Vivere alla grande(Downsizing)
  • Laurie Metcalf – Lady Bird
  • Octavia Spencer – La forma dell’acqua – The Shape of Water(The Shape of Water)

Migliore attore non protagonista

  • Sam Rockwell– Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
  • Willem Dafoe – The Florida Project
  • Armie Hammer – Chiamami col tuo nome(Call Me by Your Name)
  • Richard Jenkins – La forma dell’acqua – The Shape of Water(The Shape of Water)
  • Christopher Plummer – Tutti i soldi del mondo(All the Money in the World)

Migliore sceneggiatura

  • Martin McDonagh– Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
  • Guillermo del Toro e Vanessa Taylor – La forma dell’acqua – The Shape of Water(The Shape of Water)
  • Greta Gerwig – Lady Bird
  • Liz Hannah e Josh Singer – The Post
  • Aaron Sorkin – Molly’s Game

Migliore colonna sonora originale

  • Alexandre Desplat– La forma dell’acqua – The Shape of Water (The Shape of Water)
  • Carter Burwell – Tre manifesti a Ebbing, Missouri(Three Billboards Outside Ebbing, Missouri)
  • Jonny Greenwood – Il filo nascosto (Phantom Thread)
  • John Williams – The Post
  • Hans Zimmer – Dunkirk

Migliore canzone originale

  • This Is Me(Pasek and Paul) – The Greatest Showman
  • Home(Nick Jonas, Justin Tranter, e Nick Monson) – Ferdinand
  • Mighty River(Raphael Saadiq, Mary J. Blige e Taura Stinson) – Mudbound
  • Remember Me(Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez) – Coco
  • The Star(Mariah Carey e Marc Shaiman) – Gli eroi del Natale (The Star)

E qui di seguito i premi per la televisione. Sui quali sono anche più impreparata che sui film ma che vanno ad allungare la mia già chilometrica coda di serie tv da recuperare.

In particolare l’aver scoperto che Big Little Lies è diretta da Jean-Marc Vallée mi ha messo addosso una certa urgenza di metterci le mani.

Miglior serie drammatica

  • The Handmaid’s Tale
  • The Crown
  • Stranger Things
  • This Is Us
  • Il Trono di Spade(Game of Thrones)

Miglior attrice in una serie drammatica

  • Elisabeth Moss– The Handmaid’s Tale
  • Caitriona Balfe – Outlander
  • Claire Foy – The Crown
  • Maggie Gyllenhaal – The Deuce – La via del porno(The Deuce)
  • Katherine Langford – Tredici(13 Reasons Why)

Miglior attore in una serie drammatica

  • Sterling K. Brown– This Is Us
  • Jason Bateman – Ozark
  • Freddie Highmore – The Good Doctor
  • Bob Odenkirk – Better Call Saul
  • Liev Schreiber – Ray Donovan

Miglior serie commedia o musicale

  • The Marvelous Mrs. Maisel
  • Black-ish
  • Master of None
  • SMILF
  • Will & Grace

Miglior attrice in una serie commedia o musicale

  • Rachel Brosnahan– The Marvelous Mrs. Maisel
  • Pamela Adlon – Better Things
  • Alison Brie – GLOW
  • Issa Rae – Insecure
  • Frankie Shaw – SMILF

Miglior attore in una serie commedia o musicale

  • Aziz Ansari– Master of None
  • Anthony Anderson – Black-ish
  • Kevin Bacon – I Love Dick
  • William H. Macy – Shameless
  • Eric McCormack – Will & Grace

Miglior miniserie o film per la televisione

  • Big Little Lies – Piccole grandi bugie(Big Little Lies)
  • Fargo
  • Feud
  • The Sinner
  • Top of the Lake – Il mistero del lago(Top of the Lake)

Miglior attrice in una mini-serie o film per la televisione

  • Nicole Kidman– Big Little Lies – Piccole grandi bugie (Big Little Lies)
  • Jessica Biel – The Sinner
  • Jessica Lange – Feud
  • Susan Sarandon – Feud
  • Reese Witherspoon – Big Little Lies – Piccole grandi bugie(Big Little Lies)

Miglior attore in una mini-serie o film per la televisione

  • Ewan McGregor– Fargo
  • Robert De Niro – The Wizard of Lies
  • Jude Law – The Young Pope
  • Kyle MacLachlan – Twin Peaks
  • Geoffrey Rush – Genius

Migliore attrice non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Laura Dern– Big Little Lies – Piccole grandi bugie (Big Little Lies)
  • Ann Dowd – The Handmaid’s Tale
  • Chrissy Metz – This Is Us
  • Michelle Pfeiffer – The Wizard of Lies
  • Shailene Woodley – Big Little Lies – Piccole grandi bugie(Big Little Lies)

Miglior attore non protagonista in una serie, mini-serie o film per la televisione

  • Alexander Skarsgård– Big Little Lies – Piccole grandi bugie (Big Little Lies)
  • David Harbour – Stranger Things
  • Alfred Molina – Feud
  • Christian Slater –  Robot
  • David Thewlis – Fargo

 

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E con questo, aspettando Dave Gahan e soci domani sera al Palalpitour qui a Torino, il blog va in vacanza per un po’.

Buone feste a tutti, qualunque cosa festeggiate.

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