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Archive for the ‘A. Garfield’ Category

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Non mi ero resa conto di quanto tempo fosse che Mel Gibson mancava seriamente dal panorama cinematografico, in particolare in veste di regista.

L’ultimo suo lavoro è stato Apocalypto nel 2006 – che, ricordo, piacque moltissimo anche a me, oltre che alla critica – mentre gli ultimi anni, tolto Mr Beaver nel 2011, lo hanno visto impegnato in poco più che particine.

E dunque, a distanza di dieci anni esatti, torna, e direi anche in grande stile.

La battaglia di Hacksaw Ridge racconta la vera storia di Desmond Doss, che si arruolò volontario nella seconda guerra mondiale ma che, essendo obiettore di coscienza, si rifiutò categoricamente anche solo di prendere in mano un’arma.

Animato dai principi di una morale e di una fede religiosa profondamente sentita e radicata, Desmond, prima ancora di andare al fronte, combatte la sua guerra personale in difesa di ciò in cui crede e rischia per questo di finire di fronte alla corte marziale.

La legge però è dalla sua parte. E nessuno può obbligarlo a prendere il fucile. Neanche l’ordine diretto di un suo superiore.

Desmond segue l’addestramento come medico militare e parte per il fronte senza nient’altro che la fascia della croce rossa legata al braccio.

La battaglia che vede coinvolti lui e i suoi compagni è quella per la presa di Okinawa, durante la quale Doss rimase solo a salvare la vita a 75 dei suoi compagni.

Desmond Doss fu inoltre il primo obiettore di coscienza a ricevere la Medal of Honor, la più alta onorificenza militare statunitense.

Gibson costruisce un ottimo film di guerra, declinando i canoni classici del genere sulle tappe di una vicenda unica e assolutamente non canonica.

Hacksaw Ridge è tecnicamente impeccabile, equilibrato, e ha tutto quello che ci si aspetta che abbia.

C’è il contrasto generazionale con un padre – un bravissimo Hugo Weaving – che ha già vissuto e sofferto la guerra sulla propria pelle e ora viene nuovamente scaraventato nell’incubo attraverso i suoi figli.

C’è il conflitto morale tra religione e patria.

C’è il contrasto stridente tra i grandi e giusti ideali e la miseria orribile del fango e del sangue.

E, se da un lato è vero che si potrebbe dire che sì, tutto questo l’abbiamo già visto e rivisto, d’altro canto ci troviamo di fronte all’incredibile potenza emotiva di un film che cattura prima di tutto sul piano empatico.

Hacksaw Ridge è un film incredibilmente coinvolgente e, per molti versi, è quasi un tributo ai grandi film di guerra dell’ultimo ventennio del ‘900 – dalle molteplici citazioni di Full Metal Jacket durante la fase di addestramento alla prima sequenza di combattimento che non ho visto quanto dura ma che richiama chiaramente i famosi primi quindici terribili minuti di Salvate il soldato Ryan. Una sequenza peraltro – come poi anche le successive di combattimento – che non ti lascia andare, ti sfinisce e ti risputa fuori frastornato e tremante – e non tanto per l’aspetto cruento, che pure non manca. Proprio perché ti trascina fisicamente su quel campo.

A tal proposito menziono subito una delle sei candidature che ha ricevuto che è quella per il montaggio. Meritata, a mio avviso, perché gestire lunghe scene di battaglia senza che neanche un solo istante vada perso nel caos – e senza quindi allentare mai, neanche per un momento, la tensione visiva – non è cosa così scontata.

Altre candidature sono per miglior film, regia, attore protagonista, montaggio sonoro e sonoro.

Su regia e film direi che sì, la candidatura ci sta, ma mi mancano ancora troppi titoli per farmi un’idea sull’assegnazione.

Per l’attore protagonista, Garfield è in effetti bravissimo anche se confermo il sospetto che avevo che ci sia un po’ il rischio di una candidatura al ruolo.

Pur senza nulla togliere ad un’interpretazione eccellente.

Quanto è grande il peso di una convinzione che va oltre la logica? Quanto è grande il peso della solitudine che ne deriva? E’ il peso dei compagni feriti che Doss trascina, porta in spalla, cala da solo giù dalla parete rocciosa. Il peso e la forza di una volontà che è un insieme imperscrutabile e potente di istinto e di fede.

Cinematografo & Imdb.

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Cazzeggiando in attesa delle candidature agli Oscar – annunciate il 24 gennaio, se non ho preso cantonate – e cercando di colmare la lacuna di non aver speso neanche due misere righe sui Globes di quest’anno, cosa per la quale ci sentiamo pure un po’ in colpa.

Questo arriva il 26 gennaio. Non so bene cosa aspettarmi. E’ tutto un gran parlare per i 7 globes e per la Coppa Volpi della Stones. Sono sinceramente curiosa.

In uscita il 9 febbraio. Regia di Mel Gibson. Ha avuto anche Andrew Garfield candidato al Globe per miglior attore. Per la cronaca, io faccio il tifo per Andrew Garfield dai tempi di Boy A, tralasciando l’incidente-Spiderman. Trovo che sia cosa buona e giusta se arriva finalmente il suo momento di emergere.
Il film di per sé mi incuriosisce moderatamente. Quando c’è di mezzo Mel Gibson si è sempre un po’ a rischio overdose di patriottismo. Staremo a vedere.

Questo invece arriva il 16 febbraio e lo aspetto parecchio.
Globe come miglior attore a Casey Affleck – altresì noto come il-fratello-che-sa-recitare.

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Giappone, XVII secolo.

Tratto dal romanzo storico Silenzio di Shūsaku Endō, l’ultimo lavoro di Scorsese, in rinnovata collaborazione con lo sceneggiatore Jay Cocks (Gangs of New York), narra delle persecuzioni di cui furono oggetto i cristiani nel Giappone del 1.600.

In particolare, si racconta la storia di Padre Sebastian Rodrigues e Padre Francisco Garupe, due gesuiti, che si imbarcarono per il Giappone dove ormai la resistenza dei cristiani era stata quasi interamente schiacciata, sulle tracce di Padre Ferreira, loro mentore e guida spirituale, del quale non si avevano più notizie certe e sul quale – cosa ben peggiore – circolavano voci preoccupanti a proposito del fatto che avesse abbandonato la fede e abbracciato i costumi giapponesi.

Rodrigues e Garupe vengono catapultati in una realtà cui non sono preparati e si trovano a dover affrontare tutte le prove e i fantasmi della loro fede. Di fronte all’orrore all’umiliazione. In mezzo alla miseria e alla violenza. Tra la disperazione del martirio e quella, non meno lacerante, di una resa senza possibilità di redenzione.

Ora. Chiariamolo subito. Silence è un ottimo film. Nessun dubbio in proposito.

E’ formalmente perfetto da ogni punto di vista e le interpretazioni degli attori sono di altissimo livello. Di Liam Neeson (Padre Ferreira) è persino superfluo parlare. Andrew Garfield – candidato al Globe per La battaglia di Hawshaw Ridge – è davvero notevole. E anche Adam Driver, per quanto partissi prevenuta nei suoi confronti, si dimostra assolutamente all’altezza.

Le emozioni vengono veicolate in modo pacato e lineare, con una narrazione asciutta, che lascia ai nudi eventi tutto il pathos, senza bisogno di sottolineature superflue.

Detto ciò, Silence non è sicuramente tra i miei preferiti di Scorsese. Per un misto di ragioni che suppongo siano prevalentemente personali, ma tant’è.

L’argomento storico è, certo, interessante, ma non è tra quelli che mi suscitino eccessiva empatia. In particolar modo, credo – me ne rendevo conto man mano che il film procedeva – di aver perso sensibilità per l’idea di martirio religioso. Indipendentemente dal mio non essere credente, ho l’impressione che fino a qualche anno fa avrei partecipato alle vicende in modo molto più emotivo. Questo per dire che, fermo restando l’apprezzamento di testa, quello di pancia ha latitato un pochino.

E poi. Anche la tematica in sé. Il film vuole essere per i poveri padri gesuiti perseguitati dall’inquisizione giapponese. E va bene.

Però.

Però, se si toglie l’orrore della persecuzione, condannabile a prescindere, se si allarga appena la prospettiva, i giapponesi avevano pure ragione di non volere gli arroganti europei che sbarcavano armati della loro ottusa verità e della loro convinzione di dover andare a insegnare a vivere al resto del mondo.

Non avrebbero potuto trovare terreno meno fertile del solido ed imperturbabile impero spirituale che era (ed è) il Giappone. E non avrebbero potuto essere più sciocchi e, ripeto, arroganti nel non rendersene conto.

Poi è ovvio che a farne le spese erano (e sono) i poveracci. Quelli che credevano in buona fede, anche se, spesso, non lo sapevano neanche loro in cosa credevano – il problema della lingua non era marginale, dal momento che la lingua giapponese, come tutte le lingue orientali, ha un sistema di veicolazione dei significati quasi incompatibile con la struttura occidentale e, a maggior ragione, con l’approccio evangelizzatore dell’epoca.

In tutto ciò, bellissimo il modo in cui viene reso il dettagliato e insostenibile panorama di contraddizioni: l’inquisizione giapponese. Che ovviamente richiama nel nome e nelle pratiche l’analoga inquisizione cristiana-cattolica.

E la storia che non insegna niente. E l’uomo che non impara niente.

Bellissimo il personaggio di Padre Ferreira e molto ben resi il travaglio e l’evoluzione spirituale di Padre Rodrigues.

Ho apprezzato molto il titolo e l’articolazione del suo significato – con tanto di richiamo a San Francesco – nella preghiera costante e disperata rivolta ad un Dio immancabilmente muto. Silente.

Ovviamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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