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Archive for the ‘Cogne’ Category

Non posso dire che mi sia dispiaciuto anche se mi ha lasciato delle perplessità.

E’ il mio primo libro della Comencini e prima di poter dare un giudizio più articolato sull’autrice vorrei ancora leggere almeno La bestia nel cuore.

Per quel che riguarda Quando la notte l’ho cominciato avendo ancora nelle orecchie i giudizi sulla trasposizione cinematografica presentata a Venezia: entusiasmo di pubblico e freddezza da parte della critica. Freddezza pare ufficialmente imputabile al troppo palese richiamo agli avvenimenti di Cogne.

Ora. Io tendo a non interessarmi particolarmente ai casi di cronaca che diventano oggetto di morbosa attenzione da parte di stampa e opinione pubblica ma i fatti di Cogne, volente o nolente, a grandi linee li conosco ed è un fatto che la situazione-fulcro della vicenda descritta nel libro in parte li richiama.

Una giovane madre sola tra le montagne per quello che dovrebbe essere un periodo di vacanza. Sola con il suo bambino ma soprattutto sola con se stessa. Con il buio che riconosce di avere dentro di sé e che in passato si è già manifestato. Sola con la paura di questo buio che inevitabilmente torna per un attimo ad prendere il sopravvento. Un incidente.

Le analogie finiscono qui. Arriva l’aiuto inaspettato del padrone di casa, un montanaro rude, solitario e scostante. Tra i due si instaura uno strano rapporto, un legame che ha i tratti della lotta disperata, fatto di odio e attrazione. Un legame che va a scavare nel lato oscuro di entrambi.

La lettura è scorrevole e il ritmo della narrazione è ben costruito con un’alternanza serrata – e non segnalata – dei punti di vista dei due protagonisti.

La mia perplessità deriva principalmente dal fatto che, nonostante la lodevole intenzione di rappresentare il quadro di una maternità tormentata da un lato e di una difficile elaborazione della condizione di abbandono dall’altra, la sensazione prevalente che lascia la vicenda è negativa. Rimane un retrogusto di squallore, di vuoto. Come se tutto il percorso di comprensione di cause e comportamenti alla fine non fosse poi servito a molto.

E’ un po’ come se l’autrice da un lato volesse indagare le dinamiche di un approccio alla maternità fondamentalmente politically incorrect, dicendo esplicitamente anche quello che non si dovrebbe mai dire (a partire dalla mancanza di un vero istinto materno per arrivare all’ambivalente sentimento di amore-odio verso il bambino), nemmeno quando è vero, ma alla fine, in qualche modo, ritrattasse, incastrando la sua protagonista in una vita che ha risolto i suoi conflitti solo superficialmente. E lo stesso vale per il protagonista maschile.

Insomma, prima scava, analizza, sembra cercare di capire e poi li condanna. Marina e Manfred arrivano a comprendere ciò che sono e ciò che provano ma questa comprensione serve solo a far sì che sappiano meglio controllare la loro vera natura, in modo da non uscire più dai binari di un’esistenza all’insegna dell’adeguamento a ciò che ci si aspetta da loro.

Per inciso. Non so fino a che punto il film sia fedele al testo ma, a naso, ho idea che a disturbare la critica possa essere stato non tanto il riferimento a Cogne, quanto piuttosto la cupa morbosità con cui viene tratteggiata la maternità.

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