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Archive for ottobre 2015

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Crimson Peak è esattamente quello che ti aspetti dal trailer: una fiaba gotica vecchia maniera. Di quelle alla era una notte buia e tempestosa. E che gli dei conservino a lungo in salute il buon Guillermo del Toro per averla messa insieme. E per averlo fatto così bene.

Siamo a New York a inizio Novecento. Edith Cushing è giovane, bella e aspirante scrittrice. Suo padre è un uomo d’affari ed è ricco. Un giorno si presenta da lui Sir Thomas Sharpe, accompagnato dalla sorella, Lady Lucille Sharpe. Sir Thomas è un baronetto, erede di una proprietà ormai decadente, ed è in cerca di fondi per risollevare le sorti della sua terra. Il terreno su cui sorge la sua dimora è ricco di argilla rossa e lui deve solo riuscire a rimettere in funzione la cava per estrarla.

Tra Thomas e Edith l’intesa è immediata ma il padre di lei non si fida e decide di indagare sul giovane. Quando però muore in circostanze misteriose, Edith si affida completamente a Thomas. Una volta sposati, lo segue in Inghilterra, nella tenuta di Allerdale Hall, dove l’attendono Lucille e una serie di stranezze sempre più inquietanti.

Gli elementi canonici del genere ci sono tutti. L’aspetto romantico, immancabilmente velato dall’ombra della morte. Fantasmi che mandano avvertimenti. Una dimora vetusta e decadente che cela segreti in ogni angolo, popolata da ricordi che non si rassegnano a venire dimenticati. Amore, morte e sangue. Una maledizione folle, che non lascia scelta.

Curatissimo in ogni dettaglio, visivamente bellissimo sia per le ambientazioni sia per i protagonisti. La casa è un labirinto oscuro in cui rimbalzano gli echi di un passato che sta divorando tutto. Cade a pezzi, la casa, ma continua a resistere. Bellissimo l’atrio, con il tetto mancante e la neve che cade all’interno.

E l’argilla rossa, che impregna il terreno ed emerge, macchiando – anche in questo caso in modo canonicamente simbolico – la neve ed ogni altra cosa del colore del sangue. Anche i fantasmi, a Allerdale Hall sono rossi. E’ l’argilla che ricopre ogni cosa o grondano sangue?

Mia Wasikovska é Edith, perfetta bionda incarnazione della fanciulla innocente. Lady Lucille è Jessica Chastain, enigmatica e maestosa con le sue vesti sfarzose e lo sguardo gelido. Sir Thomas è Tom Hiddleston che mantiene bene in equilibrio la sua parte, con lo sguardo dolente che lascia intendere il peso di un fardello che nessuno può vedere.

Ho amato tutto di questo film. Ogni minuscolo particolare. Ogni pezzo d’arredamento, ogni sguardo carico di sottintesi. I tre attori protagonisti già li amavo follemente prima del film quindi era piuttosto prevedibile che adorassi i tre personaggi.

Una cosa curiosa è che ad un certo punto ho realizzato che nel cast c’era anche Jax di Sons of Anarchy, stranamente senza giubbottone di pelle e in veste di dottore nel ruolo di Alan McMichael, amico d’infanzia nonché spasimante di Edith. E ho così scoperto che Charlie Hunnam è anche in grado di tenere tutte e due le sopracciglia allo stesso livello – cosa che in SoA non pareva possibile. Scherzi a parte, prima o poi parlerò anche come si deve di SoA dato che ho finalmente finito la prima stagione.

Nel frattempo andate a vedere Crimson Peak.

Cinematografo & Imdb.

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­Mi è piaciuta parecchio questa passeggiata di Zemeckis. Davvero.

Mi ha incuriosito da subito questo film. E poi vabbè, il nome del regista era comunque una garanzia. Però non sapevo bene cosa aspettarmi. Un po’ perché non sono per nulla preparata sulla figura di Philippe Petit, un po’ perché quando si va a parlare di imprese strane, il rischio del solito polpettone motivazionale sulla realizzazione-dei-propri-sogni-e-blablabla è sempre in agguato.

In realtà Zemeckis fa un film di stampo incredibilmente francese e molto distante dall’approccio americano al tema ‘sogno impossibile’.

The Walk è un film allegro, spensierato, coinvolgente, divertente. Molto in tono con il suo protagonista, da quel che ho potuto vedere dalla mia sommaria documentazione sul personaggio. E, tra parentesi, non riesco a capacitarmi di come possa venir definito ‘drammatico’ dalle categorizzazioni dei siti di cinema.

Si racconta la storia di Philippe Petit, il funambolo che il 7 agosto del 1974 tese un cavo d’acciaio tra le cime delle torri gemelle e ci passeggiò sopra. Che a dirla così sembra persino semplice.

Il film si divide abbastanza nettamente in due parti. Una di presentazione. Philippe parla in prima persona e si racconta. Parla della sua passione e di come abbia preso vita il suo sogno. Di come abbia scoperto il suo talento e di come lo abbia coltivato. Accanto a lui, la figura di papa Rudy (Ben Kingsley), funambolo circense da tutta la vita e suo mentore.

Questa prima parte è gradevole e garbata. A volte magari è un po’ lenta ma regala diversi momenti divertenti.

La seconda parte comincia quando parte il piano.

Quello che Philippe vuole fare è ovviamente illegale. Si è procurato dei complici. Hanno passato mesi di meticolosa preparazione. Hanno materiali e attrezzature. Hanno calcolato tutto. Pianificato tutto. E’ il 6 agosto 1974. Le torri sono ormai ultimate ma sono ancora mezze vuote.

Philippe e i suoi dovranno introdursi di notte, raggiungere le due terrazze, piazzare il cavo e, all’alba del 7 agosto, lui attraverserà lo spazio tra le due torri.

L’esito della vicenda è noto, dal momento che Petit è ancora vivo. Quello che è meno noto è come andò lassù.

Ora, già che non ne sapevo nulla, ho deciso di aspettare dopo il film per informarmi e tutto sommato non è stata una cattiva idea perché ho apprezzato appieno l’effetto di suspance e di sorpresa di questa seconda parte di film.

Il trailer in realtà in questo caso è un po’ fuorviante ma l’adrenalina non manca. Ti porta davvero lassù. Da un certo punto in poi sei davvero parte del piano. Da quando entrano nelle torri fino alla fine è una tirata unica, col fiato sospeso.

Nei panni del funambolo c’è un bravissimo Joseph Gordon-Levitt che si è avvalso della consulenza di Philippe durante la lavorazione del film – che, per la cronaca, è avvenuta per buona parte su fondi verdi, dato che tutto il contesto è ovviamente digitale.

Il film c’è anche in 3D e, anche se io l’ho visto in 2D, si vede che molte scene sono state girate pensando miratamente al 3D e sfruttando il vantaggio offerto dall’alta quota e dalla condizione di sospensione.

Alla base, c’è il libro di Petit, Toccare le nuvole (del titolo esistono diverse varianti), dal quale era già stato tratto un documentario, Man on Wire – Un uomo tra le Torri, di James Marsh, che vinse l’Oscar come miglior documentario nel 2009.

Inevitabile una punta di amarezza e di nostalgia per le due belle torri ormai scomparse. Inevitabile il pensiero sempre in sottofondo che forse può far leggere una cosa che Petit dice alla fine come un sottile e delicato omaggio. Un ringraziamento. Ma forse è solo una mia idea e non dico nient’altro perché ho detto che non spoileravo.

Da vedere.

E niente, adesso devo assolutamente recuperarmi un po’ di libri di Petit.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 5 novembre. Lo so, il taglio del trailer è forse un filo troppo drammatico ma confidiamo in Julianne Moore (e anche nel resto del cast, che comunque è egregio).

Questo invece arriva l’11 febbraio.

Diretto da Todd Haynes (Velvet Godlmine) e tratto da Patricia Highsmith.

Miglior interpretazione femminile a Rooney Mara a Cannes di quest’anno.

Uscita per il 26 novembre. Remake de La Piscina di Jacques Deray, del ’69. Mi incuriosisce. E non solo perché c’è Tilda Swinton. In concorso a Venezia di quest’anno.

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Non so bene come parlare di questo film perché, ad essere sincera mi ha un po’ spiazzata.

In due parole. Non è fatto male, non è un brutto film. Solo che non c’entra un tubo con il libro da cui viene.

E questo mi porta a fare una cosa che ho rimandato per diverso tempo e cioè dire due parole anche sulla trilogia di James Dashner.

La trilogia dei Maze Runner si compone di

MR – Il labirinto

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MR – La fuga

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MR – La rivelazione

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Ora, non stiamo parlando di niente di particolarmente sopra le righe. Distopico. Action. Teenagers come protagonisti – che ammiccare al young adult non fa mai male. Livello narrativo tranquillamente fruibile ma di certo non elevatissimo. A ciò si aggiunga che la versione italiana presenta un paio di pecche ulteriori. Una è la scelta di tradurre letteralmente la sigla W.I.C.K.E.D. come C.A.T.T.I.V.O. – che sì, ha realmente senso, su questo non posso dir nulla, ma che conferisce al tutto, soprattutto all’inizio, quando non si è ancora entrati nella storia, tratti un po’ troppo infantili. La seconda è la traduzione del gergo dei ragazzi, che è veramente molto invasivo e, in particolare nel primo libro, risulta un po’ fastidioso.

A parte ciò, se si mettono da parte alcuni aspetti un po’ grezzi, abbiamo tre libri che si leggono d’un fiato, una storia intricata ma che funziona perfettamente dall’inizio alla fine e un ritmo serrato che non lascia spazio a niente che non sia azione pura. Come dicevo qualche giorno fa, intrattenimento, nulla di più, ma se è ben fatto non è poco.

Il film del primo Maze Runner – Il labirinto l’ho visto prima di procurarmi la trilogia ma poi, leggendo il libro a breve distanza, ho trovato che la trasposizione fosse piuttosto fedele. Certo, con la consueta dose di aggiustamenti ma tutto sommato attinente. Soprattutto per quel che riguarda il finale, che, di fatto, era la parte più delicata anche in vista della gestione degli sviluppi successivi.

Il secondo e il terzo libro poi li ho letti subito e ricordo distintamente che all’inizio del secondo – che per la cronaca è il mio preferito – dopo i primi capitoli, ho proprio pensato, ‘cazzo questa roba è fighissima, non vedo l’ora di vederla su schermo’.

E invece niente.

Ripeto. Questo secondo film è fatto bene. Ha un buon ritmo, non hanno – come temevo – abbassato il target facendone una roba per ragazzini. Anche visivamente, ambientazioni ed effetti sono di tutto rispetto.

Solo che si racconta un’altra storia.

I sopravvissuti al labirinto sono fuori. In un mondo esterno post catastrofe, braccati da un organizzazione che li vuole usare come cavie, ufficialmente per un bene superiore.

Ora, non voglio spoilerare niente né di una cosa né dell’altra, perché sono sinceramente dispiaciuta dello scarso successo sia dei libri che dei film (quanto meno qui in Italia) e li consiglio davvero a chiunque abbia voglia di passare qualche ora di sano e adrenalinico divertimento.

Mi limiterò a dire che il film parte dal presupposto lasciato aperto nel Labirinto e poi la fa semplice. Si sa dove stanno i buoni e dove stanno i cattivi. Scappa, ammazza, cerca di salvare la pelle. Con tutte le varianti del caso.

Nei libri la parte ammazza&scappa c’è e abbondante ma la chiave è un continuo ribaltamento di prospettive. Non si sa mai davvero chi sta facendo cosa e perché. Non si sa mai, fino alla fine, come sono andate realmente le cose e chi sono i veri buoni e i veri cattivi. Proprio per questo anche la connotazione dei personaggi è estremamente meno univoca e le relazioni che li legano sono più complesse e più ambigue.

Da come Wes Ball ha deciso di dirigere il secondo film, immagino che anche il terzo – previsto per il 2017 se non naufraga miseramente dato che questo mi sa che lo abbiam visto in tre – andrà per la sua strada e che, per forza, sarà ancora più distante dal libro.

Non so. Da un lato mi rendo conto che la trama del secondo e terzo libro è veramente tanto contorta e che sarebbe stato un casino immane portarla letteralmente sullo schermo. Però secondo me si poteva fare una via di mezzo. Semplificare magari un po’ senza però stravolgere l’elemento di ambiguità di fondo. E poi di certo, anche con la trama così come l’hanno fatta, avrebbero potuto riciclare alcune situazioni che sarebbero state visivamente interessanti e comunque molto inquietanti – proprio quei primi capitoli del secondo volume che mi son tanto piaciuti.

Uffa.

Ho passato buona parte del film imbronciata perché alcune cose le volevo proprio vedere.

Ok.

Se lo dico ancora una volta potete abbattermi.

Però cheppalle!

Se qualcuno ha letto i libri si faccia avanti, che mi sento incompresa.

Sempre in relazione ai Maze Runner, esiste anche un altro libro, MR – La mutazione, primo volume di una trilogia prequel della quale il secondo deve uscire negli Stati Uniti il prossimo anno.

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Ho letto anche questo e onestamente qui si sente proprio un po’ troppo la motivazione commerciale. Non mi è piaciuto granché se non per il fatto che chiarisce l’origine di uno dei personaggi principali della saga. A parte questa informazione, che in effetti interessante, per il resto è un libro un po’ inutile.

E bon, già che ci sono, di Dashner adesso si trova in circolazione anche un altro libro, Virtner Runner – Il giocatore.

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Primo di un’altra trilogia The Mortality Doctrine a tema realtà virtuale. Non l’ho ancora letto ma la trama non sembrava male. Mi sono solo incazzata come una iena per il titolo. Avevo trovato una pessima caduta di stile il richiamo ai runner. Marketing di bassa lega. E infatti lo è. Solo che non è colpa del povero Dashner come pensavo, ma di Fanucci, dato che il titolo originale è The Eye of Minds, che tra l’altro è un titolo assolutamente dignitoso.

Ah.

Dimenticavo.

Una curiosità.

Nel cast di MR – La fuga c’è anche Gustavo Fring Giancarlo Esposito. Sììì, quello di Breaking Bad.

Indugiamo in immotivati slanci di contentezza.

Cinematografo & Imdb.

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One, two, Freddy’s coming for you.

Three, four, better lock your door. 

Five, six, grab your crucifix. 

Seven, eight, gonna stay up late. 

Nine, ten, never sleep again.

E alla fine mi sono decisa a guardarmi il primo Nightmare.

Anno 1984. Titolo originale A Nightmare on Elm Street. Titolo italiano ovviamente cambiato. E sottotitolato. Nightmare. Dal profondo della notte. Mah.

E no. Nonostante la mia propensione per l’orrorifico fin dalla più tenera età (questo è il momento in cui la proprietaria del blog visualizza se stessa bambina in versione Mercoledì Addams – prego soffermarsi sull’immagine) non l’avevo mai visto. Nel ’94 vidi Nightmare – Nuovo incubo, conclusione della serie, di nuovo diretta da Wes Craven e tutto sommato piuttosto indipendente, posto che la storia di partenza e l’origine di Freddy la conoscono comunque un po’ tutti.

Lo so che è un po’ una porcata cominciare dal settimo film. A mia discolpa posso dire che: a) è colpa di Notte Horror (presumibilmente mi ci ero trovata davanti per caso); b) in realtà il settimo film è più un tribute che non un vero capitolo; c) non so cosa farci, per i film di Nightmare ho avuto un blocco per anni. E non è neanche che Freddy mi abbia mai fatto così tanta paura.

E’ tutta la faccenda del sogno, credo. E non solo perché quella è l’intenzione e quello è l’elemento scelto per spaventare.

Non ho mai avuto modo di confrontarmi su questo argomento ma, per quel che mi riguarda, sono piuttosto certa che c’entrino in qualche modo i miei disturbi del sonno.

Vi assicuro che per chi è soggetto ad illusioni ipnagogiche ed episodi di sonnambulismo, l’idea di rimanere incastrato nella dimensione onirica e non riuscire a tornare indietro è parecchio disturbante. Che poi, in realtà, questa è un’associazione che ho fatto relativamente di recente.

Nightmare, almeno per me, è terrorizzante molto più a livello di concetto, che non di rappresentazione in sé. E’ l’idea stessa alla base di Freddy che si radica nell’inconscio e nell’immaginario.

Anyway, lasciando da parte l’angolo dell’autoanalisi, la trama del film è piuttosto semplice. Un gruppo di ragazzi comincia ad essere tormentato da strani incubi. Incubi che, ad un certo punto, sembrano avere conseguenze nella realtà. Qualcuno comincia a morire. A tormentare i sonni di tutti è una misteriosa figura dal volto sfigurato. Ha un maglione a righe e un guanto le cui dita terminano in altrettanti rasoi.

Il mostro ha un nome, oltre che un volto. E’ il fantasma di un segreto custodito dai genitori dei ragazzi. Anni addietro era stato arrestato un feroce assassino di bambini, Fred Krueger. Dopo poco, però, a causa di un errore giudiziario, Fred viene rilasciato. I genitori, infuriati, linciano Fred e lo bruciano vivo. Da cui le cicatrici che sfigurano il suo volto.

Solo che Fred è tornato e cerca vendetta per quella giustizia sommaria.

Visivamente il film è molto datato. E’ un cult per la figura che ha creato ma è ormai quasi vintage per quel che riguarda effetti speciali e impostazione dei parametri per suscitare terrore. E’ così meravigliosamente anni Ottanta. Visto adesso, per molti aspetti è persino ingenuo. A volte anche buffo. So che Freddy verrà a tormentarmi nottetempo per questa affermazione ma, davvero, ci sono alcune scene in cui Freddy pencola qua e là o salta fuori come un pupazzo a molla da un angolo buio che più che spaventarmi mi hanno fatto sorridere.

Il motivo per cui, comunque, nonostante la sua età si avverta pesantemente, continua a funzionare, è, come dicevo prima, il presupposto alla base. L’idea di sfruttare la dimensione onirica come dimensione reale e a sé stante. Che non è come Dario Argento fa già da quasi un decennio, solo un trasportare nella realtà le logiche comportamentali del sogno per conferire alla realtà stessa una patina di irrealtà e di maggior vicinanza all’inconscio.

No. E’ ancora una cosa diversa.

E’ il presupporre un passaggio tra veglia e sonno. L’ingresso in una dimensione dove ad attenderti può esserci qualunque cosa perché c’è più di un modo per accedervi. Una dimensione che è reale al pari di quella del mondo di veglia. E a passare da una parte all’altra sono le conseguenze di quello che succede in sogno. Se muori nel sogno, muori nella vita reale. Se Freddy ti tiene di là, non ti sveglierai più. Se gli scappi, potrebbe seguirti fin da questa parte.

Da questo punto di vista la commistione e il contatto tra le due dimensioni è fatto molto bene e nei momenti cruciali mantiene sempre quel giusto livello di incertezza.

Dovrei mettermi seriamente a tirar giù una filmografia specifica sull’impiego della dimensione onirica nell’horror per avere un’idea più chiara delle tempistiche, ma sta di fatto che per gli anni Ottanta, quando è arrivato, Nightmare risultava comunque molto innovativo e molto spaventoso.

Cast tutto sommato anonimo. Unica nota di spicco è costituita dal nome di Johnny Depp, nel ruolo di uno dei ragazzini che ha costituito il suo esordio sul grande schermo.

A vestire i panni di Freddy è invece Robert Englund.

Cinematografo & Imdb.

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