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Archive for the ‘Revolutionary Road’ Category

e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiungerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gabba e che era proprio un piacere lavorarci assieme.

“Non è stato un lavoro facile”, disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico. “Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Bé, sentite: può darsi che quello che dico vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate”. E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro ingeriore inumidito in una smorfia di trionfo e orgoglio.”Rifatelo domani sera”, disse, e “e sarà uno spettacolo coi fiocchi”.

Gli attori erano sul punto di scoppiare a piangere dalla gioia. Ma si limitarono, tremanti, a esultare e ridere e stringersi le mani e baciarsi l’un l’altro, e ci fu chi andò a cercare una cassetta di birra, e tutti cantarono in coro, raccolti attorno al pianoforte, finché non giunse l’ora di concludere, tutti concordi, che era meglio piantarla lì e andarsi a fare una bella dormita.

“Ci vediamo, a domani!”, gridarono, felici come bambini, e correndo verso casa, sotto la luna, si resero conto che potevano benissimo abbassare i finestrini delle automobili e lasciar entrare l’aria, satura del balsamico profumo di terra e fiori appena sbocciati. Era la prima volta che molti dei membri della Compagnia si permettevano il lusso di accorgersi dell’avvento della primavera.

L’anno in cui tutto questo accadeva era il 1955; il luogo, una zona del Connecticut occidentale, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada, la Statale 12. La Compagnia dell’Alloro era una filodrammatica: ma una filodrammatica costosa e dagli intenti quanto mai seri; i membri erano stati reclutati con la massima cura tra gli adulti più giovani delle tre località, e quella sarebbe stata la loro prima rappresentazione. Durante tutto l’inverno, radunandosi nel soggiorno dell’uno o dell’altro per discutere animatamente di Ibsen, Shaw e O’Neill e votare poi per alzata di mano (era prevalso il buon senso, e la maggioranza aveva optato per La foresta pietrificata), e ancora per distribuire le parti, avevano sentito la loro dedizione farsi, di settimana in settimana, sempre più profonda. Fra sé e sé poteva darsi che considerassero il regista un ometto ridicolo (e lo era, in un certo senso: sembrava incapace di parlare se non in maniera molto accorata e, a volte concludeva il suo dire con un lieve scuotimento del capo, che gli faceva tremolare le guance); ma gli volevano bene e lo rispettavano, credevano pienamente in moltissime delle cose che diceva. “Ogni opera teatrale merita che tutti gli attori diano del loro meglio”, gli aveva detto una volta; e un’altra: “Ricordatevi che qui non stiamo semplicemente mettendo in scena un dramma. Stiamo fondando il teatro di una comunità, ed è una cosa abbastanza importante, questa”.

Il guaio era che, fin dall’inizio, erano stati in preda alla pura di rendersi ridicoli, e avevano aggravato quella paura con la paura di ammetterla.

Richard Yates, Revolutionary Road, 1961

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