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Perché non l’ho visto prima? Perché?! No, in realtà lo so perfettamente il perché: dal trailer non mi ispirava neanche un po’. Anzi. L’altro giorno brontolavo proprio di quanto mi era diventato antipatico Servillo a causa di quel trailer. Quella canzone della Carrà nella versione remixata di Bob Sinclair, quella carrellata di vecchi sciattoni pieni di soldi e quel lusso dozzinale e ostentato. A questo si aggiunga la mia naturale diffidenza per un cast italiano e niente, il pregiudizio è bell’e servito. E neanche la mia fiducia nelle doti tecniche di Sorrentino è bastata a superarlo.

E ora sono così contenta di esser stata smentita su tutta la linea. E dell’oscar.

La grande bellezza è un ottimo film sotto tutti gli aspetti.

Visivamente bellissimo fin dalle primissime scene, con le inquadrature lunghe e lente (che già ho amato tanto in This Must Be The Place) e una Roma che ne esce esaltata in tutta il suo fascino decadente.

E decadenza è la parola chiave di questo mondo ricco, stanco e annoiato nel quale si muove il protagonista, Jep Gambardella, scrittore di un solo libro, mondano e misantropo, con la condanna della sensibilità.

Jep è un personaggio bellissimo.

Tutto comincia con il suo sessantacinquesimo compleanno, quando si rende conto di non poter più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.

Una lunga riflessione sulla sua vita. Uno sguardo lucido su quello che è il suo presente, fatto di feste, lusso, chiacchiere vuote e persone ancora più vuote, con le quali raccontarsi storielle inutili per non pensare all’enormità delle menzogne dietro le quali si nascondono. Una galleria di personaggi più o meno famosi, più o meno influenti e altrettante maschere, a coprire l’anonima banalità che caratterizza tutti, la piccolezza di ruoli preconfezionati, un trucco che ormai sa di stantio, perché si sa cosa nasconde e non nasconde niente.

Finisce tutto così, con la morte. Prima però c’era la vita, nascosta dal bla bla bla…

Alcuni legami, forse un po’ più veri di altri, ma non dei veri appigli. I ricordi, prepotenti. Fondamentali.

Perché non ha più scritto un altro libro? Glielo chiedono tutti, a Jep. Già. Perché?

Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?

Il cast è fondamentalmente Servillo che è fantastico nel trasmettere la condizione di rassegnata – quasi serena – disillusione di Jep. Il suo sguardo è  acuto, impietoso, eppure quasi condiscendente nel porsi domande per le quali sa che nessuna risposta avrà comunque molto senso.

Accanto a lui un Carlo Verdone discreto e malinconico e una Sabrina Ferilli che interpreta sostanzialmente se stessa ma lo fa senza eccessi, in un personaggio minore ma ben riuscito.

Uno spaccato di un’Italia decadente, popolata dai fantasmi di fasti ormai perduti che si aggirano tra le macerie di una ricchezza sfumata o mai realmente esistita, sui presupposti di un passato glorioso che non hanno saputo rinnovare e del quale non si sono mostrati all’altezza.

Bellissimo, davvero, da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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