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Archive for the ‘Oscar’ Category

Miglior film

  • Green Book– Jim Burke, Charles B. Wessler, Brian Currie, Peter Farrelly e Nick Vallelonga

Migliore regia

  • Alfonso Cuarón– Roma

Migliore attore protagonista

  • Rami Malek– Bohemian Rhapsody

Migliore attrice protagonista

  • Olivia Colman– La favorita (The Favourite)

Migliore attore non protagonista

  • Mahershala Ali– Green Book

Migliore attrice non protagonista

  • Regina King– Se la strada potesse parlare (If Beale Street Could Talk)

Migliore sceneggiatura originale

  • Nick Vallelonga, Brian Currie e Peter Farrelly– Green Book

Migliore sceneggiatura non originale

  • Charlie Wachtel, David Rabinowitz, Kevin Willmott e Spike Lee– BlacKkKlansman

Miglior film straniero

  • Roma, regia di Alfonso Cuarón (Messico)

Miglior film d’animazione

  • Spider-Man – Un nuovo universo(Spider-Man – Into the Spider Verse), regia di Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman

Migliore fotografia

  • Alfonso Cuarón– Roma

Migliore scenografia

  • Hannah Beachler e Jay Hart– Black Panther

Miglior montaggio

  • John Ottman– Bohemian Rhapsody

Migliore colonna sonora

  • Ludwig Göransson– Black Panther

Migliore canzone

  • Shallow(musica e testi di Lady Gaga, Mark Ronson, Anthony Rossomando e Andrew Wyatt) – A Star Is Born

Migliori effetti speciali

  • Paul Lambert, Ian Hunter, Tristan Myles e J. D. Schwalm– First Man – Il primo uomo (First Man)

Miglior sonoro

  • Paul Massey, Tim Cavagin e Benito Zeus Casali– Bohemian Rhapsody

Miglior montaggio sonoro

  • John Warhurst e Nina Hartstone– Bohemian Rhapsody

Migliori costumi

  • Ruth Carter– Black Panther

Miglior trucco e acconciatura

  • Greg Cannom, Kate Biscoe e Patricia DeHaney– Vice – L’uomo nell’ombra (Vice)

Miglior documentario

  • Free Solo, regia di Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi

Miglior cortometraggio documentario

  • End of Sentence., regia di Rayka Zehtabchi

Miglior cortometraggio

  • Skin, regia di Guy Nattiv

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Bao, regia di Domee Shi

  

Note a margine.

Cerimonia partita col botto, con l’esibizione dei Queen e la voce di Adam Lambert, ma poi rivelatasi piuttosto moscetta per la mancanza di un presentatore e di tutta la coreografia che ne deriva in termini di stacchi teatrali o comici.

Una scaletta ordinata di premiati e premianti, poche risa ben educate e tanto – troppo – politically correct.

In particolare la fissa dell’Academy continua ad essere la questione razziale che invade sempre più prepotentemente i criteri di premiazione.

Poi, per carità, se da un lato ci si lamenta per l’ovvietà della cosa, d’altro canto è vero che loro hanno pur sempre Trump al governo e forse, tutto sommato, ci sta anche un po’ di eccesso di ciò che parrebbe ovvio.

In generale abbastanza soddisfatta dell’esito, con qualche riserva qua e là.

Lieta di trovarmi d’accordo con il buon Gianni Canova sul fatto che l’Academy non ha avuto il coraggio di premiare realmente un film di portata innovativa come La Favorita, di gran lunga, se non il migliore,  quanto meno il più genuinamente originale.

Alla Favorita rimane solo la statuetta alla Colman, cosa che quanto meno riappacifica un po’ anche se mette Glenn Close in una posizione sempre più pericolosamente vicina a quella di Di Caprio.

Green Book come miglior film mi garba, mentre forse un po’ eccessivo l’entusiasmo per Rami Malek in versione Freddie Mercury. Non che il premio sia immeritato, solo, era forse fin troppo telefonato.

Buono anche il ridimensionamento di Roma con solo tre vittorie rispetto alle dieci candidature di partenza. Forse avrei evitato miglior regia ma pazienza.

Molto felice anche per l’oscar a Spike Lee e alla sceneggiatura del suo ottimo Blackklansman.

Toccanti Bradley Cooper e Lady Gaga in Shallow dal vivo, premiata come miglior canzone.

Un po’ di dispiacere per la poca attenzione a Vice e al lavoro di Christian Bale.

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Joe e Joan Castleman. Una coppia perfetta. Una di quelle coppie d’altri tempi, affiatate da una vita.

Lui, affermato scrittore in lista per il premio Nobel. Lei, moglie devota e madre amorevole.

E poi il Nobel arriva davvero.

E quello che dovrebbe essere il coronamento del lavoro di una vita diventa la classica goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione di Joan.

Joan che è tutto quello che il copione della sua vita prevede che sia.

Joan che è il perfetto staff di supporto per Joe, con le pillole pronte, le parole di sostegno e l’attenzione che non gli rimangano briciole sulla barba.

Joan che si ricorda i nomi dei personaggi dei libri di Joe anche meglio di lui.

Joan che tollera le scappatelle di Joe.

Si potrebbe dire che tutti i matrimoni sono una forma di compromesso, più o meno bilanciato per le parti a seconda dei casi. Ma per Joan lo squilibrio della situazione è diventato insostenibile e si trova di colpo a dover fare i conti con ciò che ha accettato e sopportato da sola per una vita intera.

Un contratto a senso unico. Una spirale discendente cui non è stata in grado di sottrarsi.

Regia di Björn Runge per un film ben calibrato ma amarissimo su quanto i rapporti possano diventare delle vere e proprie trappole.

La storia di un inganno lungo una vita intera.

E, se da un lato si può trovare la pecca di una certa forzatura in alcuni aspetti della vicenda, il tutto viene compensato dalla fenomenale interpretazione di una Glenn Close di cui si sentiva la mancanza in un ruolo così complesso, sottile e tormentato.

Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e nomination come miglior attrice protagonista agli Oscar.

Lui è Jonathan Pryce, come sempre ottimo, e abbiamo anche Christian Slater nel ruolo di un giornalista che, complice anche la montatura degli occhiali, sembrava Daniel Molloy (quello di Intervista col Vampiro) 20 anni (24 per l’esattezza) dopo. Particina anche per Max Irons nei panni del figlio della coppia e con la voce – un po’ sprecata in verità – di Christian Iansante.

Cinematografo & Imdb.

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Ispirato ad un fatto di cronaca raccontato da Sam Dolnick in un suo articolo comparso nel giugno 2014 sul New York Times, The Mule ripercorre la storia di Earl Stone e di come, ormai quasi novantenne, si sia trovato a diventare un corriere della droga braccato dalla DEA.

Earl (Clint Eastwood) conduce una vita spartana e solitaria. Ha dedicato la sua vita al suo lavoro e ai suoi fiori, trascurando moglie e figlia che ormai non vogliono più saperne di lui.

Improvvisamente rimasto senza un soldo, si trova inconsapevolmente coinvolto in un giro di consegne di carichi di droga.

Earl non si rende subito conto di ciò in cui si sta cacciando ma la paga è dannatamente buona e tutto sommato il lavoro sembra facile.

E poi lui è bravo. E insospettabile, con quel suo aspetto da vecchietto perbene e un po’ rintronato.

Il carico di lavoro, per così dire, aumenta fino ad attirare l’attenzione di Colin Bates (Bradley Cooper), agente della DEA che si occupa delle indagini sui traffici del cartello.

Dimentichiamoci pure dell’infelice esito di Ore 15.17: Attacco al treno e tiriamo un sospiro di sollievo per il ritorno di Clint Eastwood che dirige e interpreta un film di tutto rispetto.

Un film di cui lui stesso è l’anima e il centro, regalando con il personaggio di Earl una nuova interpretazione memorabile.

Certo, si può obiettare che, di fatto, Earl è l’ennesima variazione sul tema Eastwood, e certo, in parte è sicuramente vero.

Earl è il classico personaggio tagliato su misura per Clint. E’ un personaggio alla Walt Kowalski di Gran Torino, per capirci. E’ il vecchio burbero, egoista e rigido ma anche fondamentalmente buono. E’ il vecchio politicamente scorretto nelle sue uscite verbali ma sostanzialmente correttissimo nelle sue azioni. E’ l’incarnazione di contrasti e contraddizioni che fanno al tempo stesso sorridere e commuovere. E sì, tutto questo si è già visto e, in particolare, si è già visto con Clint.

Resta però il fatto che Eastwood sa dare vita a questo personaggio come nessun altro e quello che ci troviamo di fronte è un protagonista talmente umano da essere reale e di una enorme, travolgente intensità.

E’ impossibile non empatizzare con Earl. Anche quando è irritante.

E’ impossibile non essere partecipi delle sue vicende.

A tratti anche divertente, The Mule è toccante e coinvolgente. Tiene bene il ritmo dall’inizio alla fine, ammicca al poliziesco senza però strafare e bilancia bene le parti in gioco, compreso il fronte dei sentimenti familiari.

Ottimo anche Bradley Cooper anche se pensavo che il suo ruolo avrebbe avuto più spazio. Di fatto è poco più che un one-man show intorno a Earl.

Nel ruolo della figlia di Earl c’è Alison Eastwood, la figlia di Clint, e sul fronte della DEA troviamo anche Lawrence Fishburne.

In ogni caso, molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 21 febbraio, giusto in tempo, prima della cerimonia.

Due nominations, miglior attrice protagonista e miglior attore non protagonista.

Titolo inglese, manco a dirlo, molto più interessante: Can You Ever Forgive Me?

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The Negro Motorist Green Book (at times styled The Negro Motorist Green-Book or titled The Negro Travelers’ Green Book) was an annual guidebook for African-American roadtrippers, commonly referred to simply as the Green Book. It was originated and published by New York City mailman Victor Hugo Green from 1936 to 1966, during the era of Jim Crow laws, when open and often legally prescribed discrimination against non-whites was widespread. Although pervasive racial discrimination and poverty limited black car ownership, the emerging African-American middle class bought automobiles as soon as they could, but faced a variety of dangers and inconveniences along the road, from refusal of food and lodging to arbitrary arrest. In response, Green wrote his guide to services and places relatively friendly to African-Americans, eventually expanding its coverage from the New York area to much of North America, as well as founding a travel agency.

 

Siamo a New York, negli anni Sessanta.

Tony ‘Lip’ Vallelonga lavora come buttafuori in un locale più o meno collegato con la malavita italo-americana. Durante due mesi di chiusura del locale per ristrutturazione, Tony si deve trovare qualcosa da fare per tirar su qualche soldo e gli capita per le mani un lavoro da autista.

Il suo compito sarebbe quello di accompagnare Don Shirley, giovane pianista nero, nelle varie tappe della sua tournèe negli stati del Sud.

Ripeto. Siamo negli anni Sessanta.

Tony è grezzo, facile alle mani, con la sua buona dose di pregiudizi.

Don Shirley vive nella sua bolla aristocratica di musica, cultura, bellezza e scarso contatto con il mondo reale.

Un viaggio nel profondo dell’America razzista.

Una storia di distanze da percorrere e distanze che si accorciano.

Tony e il suo nuovo capo vengono da pianeti diversi e sembrano incompatibili eppure, man mano che il viaggio prosegue e le tappe del tour vengono lasciate alle spalle, tra i due nasce una sorta di comunicazione che da conflittuale diventa via via sempre più aperta fino a trasformarsi in qualcosa di molto molto simile ad una profonda amicizia.

E’ un film di contraddizioni, Green Book. Un film di limiti da superare e di diversità da accettare.

Il vecchio principio per cui c’è sempre qualcuno più in basso, qualcuno su cui accanirsi, qualcuno su cui fare del razzismo, vale anche qui e le barriere da superare possono essere ovunque.

E ci sono barriere per via delle leggi razziali degli stati del Sud. Ma anche perché Tony – a sua volta discriminato perché italiano – è abituato a considerare i negri inferiori.

E ancora oltre. Ci sono barriere perché Tony non è esattamente tutto quello che il suo stereotipo di appartenenza si aspetta che sia. Non è il classico italiano mafioso, per capirci.

E Don Shirley è nero, ma non abbastanza per i neri, perché è ricco e colto. Ma non lo è abbastanza per essere realmente accettato dai bianchi.

E allora chi sono Tony e Don Shirley?

Chi sono questi due individui, capitati insieme per un caso improbabile, che attraversano le strade di un’America piena di incoerenze e parlano, litigano, mangiano, discutono, condividono un pezzo di vita che altro non è che quello, vita, pura e semplice, sgravata dal peso delle etichette e di tutte le sovrastronzate che tendono a soffocare la realtà? Chi sono?

Due persone. Due esseri umani in un mondo complicato e difficile da cambiare.

Sullo sfondo dell’America che si aspettava miracoli da Kennedy, Tony e Don vivono la loro personale rivoluzione.

Un film fatto di dialoghi fitti e brillanti, divertente e toccante senza scadere nel cliché o nello stucchevole.

Una sorpresa, almeno per quel che mi riguarda, per la regia di Peter Farrelly, che per il resto ha fatto tutti film che non ho mai amato particolarmente (è il regista di Scemo & + Scemo).

Tre Globes per miglior film commedia/musicale, miglior attore non protagonista Mahershala Alì – che è effettivamente immenso -, miglior sceneggiatura, candidato anche per miglior attore Viggo Mortensen – rovinato e bravissimo come sempre – e miglior regia.

Agli Oscar arriva con 5 candidature: miglior film, attore protagonista, attore non protagonista, montaggio e sceneggiatura originale.

Meritatissime, ce ne stavano pure di più, onestamente avrebbe dovuto essere questo il grande rivale della Favorita, molto più che Roma.

Staremo a vedere.

In ogni caso molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb

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Palma d’Oro a Cannes 2018, candidato agli Oscar come miglior regia, film straniero, fotografia.

Sullo sfondo della Polonia e dell’Europa postbellica, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, si svolge la storia di Zula e Wiktor.

Lui è un musicista, incaricato dal regime di creare un gruppo di ballo e canto popolare che nobiliti e faccia conoscere le tradizioni polacche.

Lei è un’aspirante cantante e ballerina dal passato non proprio limpidissimo che fa il provino per entrare nella compagnia.

Tra i due è attrazione immediata e ha inizio così una storia d’amore passionale e tormentata che attraversa gli anni ed esce dalla Polonia per arrivare fino a Parigi.

Una di quelle storie irrequiete che rimangono fedeli solo a se stesse per una vita intera, a dispetto anche della vita stessa e di quello che succede.

Zula e Wiktor si separano e si riincontrano in diverse fasi della loro esistenza e in diversi contesti storico-politici.

Una commistione di sentimenti e politica che stride e risulta incompatibile e al tempo stesso inscindibile.

Un quadro di contrasti, incoerenze e sentimenti che non lasciano aria intorno a sé. Una di quelle storie né-con-te-né-senza-di-te ma senza i risvolti stucchevoli.

Di norma non amo i film incentrati su storie romantiche ma Cold War di romantico in senso stretto ha ben poco.

E’ lucido, a tratti spietato nel raccontare la fatica dei sentimenti, dei legami, delle passioni – per una persona, per la musica, per la propria terra.

Zula e Wiktor sono personaggi di forte intensità e sono ispirati ai genitori del regista.

Girato in un bianco e nero non patinato, ricco di musica – dalle canzoni polacche, al jazz suonato da Wiktor, alla musica di Parigi – Cold War è un film costruito con perfetto equilibrio e realmente toccante.

Molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Città del Messico, anni Settanta. Il quartiere della borghesia medio-alta, Roma, dà il titolo al nuovo film di Alfonso Cuarón.

La storia di una famiglia del quartiere di Roma, dunque. Madre, un padre assente, diversi figli a cui badare, le governanti, tra cui Cleo, un cane.

Un mondo che prende vita direttamente dai ricordi del regista, a partire dalla casa, ricostruita meticolosamente sul modello della casa di infanzia di Alfonso. Una dimensione familiare d’altri tempi, dove la figura della governante ha un ruolo da comprimario nella vita domestica.

Cleo è una figura schiva e amorevole. Si dedica alla casa e ai ragazzi finché lo spettro di una gravidanza non propriamente programmata si fa strada nella sua vita.

Questa situazione contribuisce a rafforzare ulteriormente il legame tra Cleo e la famiglia ed è proprio la signora Sofia, la padrona di casa, a preoccuparsi che la ragazza vada in ospedale e abbia le cure e l’assistenza necessarie.

Cleo, abbandonata dal padre di suo figlio. La signora Sofia, il cui marito è partito per un non meglio identificato progetto di ricerca.

Uno scorcio del Messico degli anni Settanta ma anche una storia di donne, senza tuttavia la retorica così tipica del tema. Una storia di donne come avrebbe potuto farla Almodóvar, per capirci, anche se l’accostamento va preso con le dovute cautele.

Un Messico di uomini (maschi) in fuga o rivoluzionari dell’ultim’ora.

Un paese di violenza e bellezza struggente.

Un paese di solitudine e grandezza.

Una storia di barriere che cadono, di legami che vanno oltre le categorie preconfezionate.

Roma è un bel film, su questo niente da dire.

Girato in un bianco e nero da cartolina, rigorosamente in lingua originale, con un cast e uno staff quasi esclusivamente messicani, questo film è un piccolo, perfetto gioiellino di stampo neorealista. Per certi versi anche troppo perfetto, in effetti, ma questo può essere un discorso un po’ troppo soggettivo.

Resta il fatto che, nonostante un giudizio sostanzialmente più che positivo, trovo comunque difficili da giustificare dieci nominations agli Oscar.

Non difficili da capire, quello no. E’ ovvio che si voglio far girare le palle a Trump premiando il messicano di turno.

Però no, dai, dieci sono veramente troppe.

Per dire, se alcune sono effettivamente sensate come miglior film, miglior regia, sicuramente miglior fotografia (dello stesso Cuarón), altre come quelle alle due attrici protagonista (Yalitza Aparicio, Cleo) e non protagonista (Marina de Tavira, signora Sofia) sono veramente tirate via per i capelli. E non perché le due attrici in questione non siano brave. Solo non sono parti da nomination.

Poi vabbè, non nascondo che un po’ di risentimento per gli Oscar immeritati di Gravity lo covo ancora ma questo è un problema mio.

Di certo c’è che è un film insolito per il ruolo centrale che ricopre nell’edizione di quest’anno, pur tenendo conto del Leone d’Oro di Venezia 2018.

Consigliato in ogni caso.

Cinematografo & Imdb.

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