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Archive for settembre 2011

Anche se con una settimana di ritardo, voglio segnalare questo bellissimo post in cui mi sono imbattuta solo oggi.

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Almodóvar è un regista che apprezzo ma non rientra tra quelli che amo incondizionatamente. Per dire, non è di quelli che devo assolutamente vedere al cinema. Ho sempre un po’ di diffidenza e mi baso abbastanza sulle sensazioni che mi lasciano trailer e presentazioni varie. Ha fatto film che adoro e che rientrano nei miei film preferiti in assoluto come Tutto su mia madre e Volver e film che ho veramente odiato come La mala educación e Parla con lei.

Trovo che sia un regista che viaggia in equilibrio su un confine sottile tra poesia e squallore. A volte riesce e rendere di una bellezza struggente anche le storie e i contesti più infimi mentre altre volte consegna ritratti di una bassezza disturbante. E questo indipendentemente dal tema trattato.

Che La pelle che abito fosse morboso si capiva fin dall’inizio. Fin dal trailer. Fin dalla trama. Sono andata a vederlo la sera d’uscita nelle sale ma avevo comunque timore che lo fosse troppo. La tematica sicuramente si presta: un affermato chirurgo plastico alle prese con i fantasmi del suo passato e con le ossessioni del presente, incarnate da un’enigmatica paziente-prigioniera.

Temevo che l’ambientazione ospedaliera e l’argomento chirurgico portassero ad un’eccessiva indulgenza in scene grandguignolesche ma da questo punto di vista i miei timori si sono rivelati infondati. Il centro di tutto sono l’Ossessione e l’Identità. E le tortuose profondità che esse possono raggiungere. Banderas – di nuovo sotto la direzione del suo regista per eccellenza – interpreta in modo impeccabile il protagonista e ci porta con sé in una spirale sempre più torbida e malata di tormento e ossessione. Ottima Marisa Paredes nei panni di Marilia e bellissima ed enigmatica Elena Anaya nel ruolo della paziente-oggetto.

Nel complesso è un film sì morbosissimo ma anche estremamente estetico, a livello quasi maniacale. La cura dell’ambientazione rispecchia in qualche modo l’ossessività per l’aspetto esteriore da cui il protagonista è afflitto. Anche la musica è pensata in modo da contribuire fisicamente alla creazione di una dimensione claustrofobica e inquietante. Certe inquadrature hanno la costruzione al tempo stesso naturale e studiata delle fotografie artistiche. Da vedere.

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Mi sono innamorata di Margaret Mazzantini.

Nello specifico sono rimasta folgorata dal primo capitolo di Non ti muovere.

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Non posso dire che mi sia dispiaciuto anche se mi ha lasciato delle perplessità.

E’ il mio primo libro della Comencini e prima di poter dare un giudizio più articolato sull’autrice vorrei ancora leggere almeno La bestia nel cuore.

Per quel che riguarda Quando la notte l’ho cominciato avendo ancora nelle orecchie i giudizi sulla trasposizione cinematografica presentata a Venezia: entusiasmo di pubblico e freddezza da parte della critica. Freddezza pare ufficialmente imputabile al troppo palese richiamo agli avvenimenti di Cogne.

Ora. Io tendo a non interessarmi particolarmente ai casi di cronaca che diventano oggetto di morbosa attenzione da parte di stampa e opinione pubblica ma i fatti di Cogne, volente o nolente, a grandi linee li conosco ed è un fatto che la situazione-fulcro della vicenda descritta nel libro in parte li richiama.

Una giovane madre sola tra le montagne per quello che dovrebbe essere un periodo di vacanza. Sola con il suo bambino ma soprattutto sola con se stessa. Con il buio che riconosce di avere dentro di sé e che in passato si è già manifestato. Sola con la paura di questo buio che inevitabilmente torna per un attimo ad prendere il sopravvento. Un incidente.

Le analogie finiscono qui. Arriva l’aiuto inaspettato del padrone di casa, un montanaro rude, solitario e scostante. Tra i due si instaura uno strano rapporto, un legame che ha i tratti della lotta disperata, fatto di odio e attrazione. Un legame che va a scavare nel lato oscuro di entrambi.

La lettura è scorrevole e il ritmo della narrazione è ben costruito con un’alternanza serrata – e non segnalata – dei punti di vista dei due protagonisti.

La mia perplessità deriva principalmente dal fatto che, nonostante la lodevole intenzione di rappresentare il quadro di una maternità tormentata da un lato e di una difficile elaborazione della condizione di abbandono dall’altra, la sensazione prevalente che lascia la vicenda è negativa. Rimane un retrogusto di squallore, di vuoto. Come se tutto il percorso di comprensione di cause e comportamenti alla fine non fosse poi servito a molto.

E’ un po’ come se l’autrice da un lato volesse indagare le dinamiche di un approccio alla maternità fondamentalmente politically incorrect, dicendo esplicitamente anche quello che non si dovrebbe mai dire (a partire dalla mancanza di un vero istinto materno per arrivare all’ambivalente sentimento di amore-odio verso il bambino), nemmeno quando è vero, ma alla fine, in qualche modo, ritrattasse, incastrando la sua protagonista in una vita che ha risolto i suoi conflitti solo superficialmente. E lo stesso vale per il protagonista maschile.

Insomma, prima scava, analizza, sembra cercare di capire e poi li condanna. Marina e Manfred arrivano a comprendere ciò che sono e ciò che provano ma questa comprensione serve solo a far sì che sappiano meglio controllare la loro vera natura, in modo da non uscire più dai binari di un’esistenza all’insegna dell’adeguamento a ciò che ci si aspetta da loro.

Per inciso. Non so fino a che punto il film sia fedele al testo ma, a naso, ho idea che a disturbare la critica possa essere stato non tanto il riferimento a Cogne, quanto piuttosto la cupa morbosità con cui viene tratteggiata la maternità.

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L’ultimo lavoro di Steven Soderbergh (fuori concorso a Venezia e adesso nelle sale) lascerà sicuramente delusi coloro che si aspettano il solito film catastrofico da pandemia. Privo di effetti speciali o di trucchi macabri, Contagion non indulge nel solito repertorio di situazioni di pathos estremizzato e di scenari apocalittici post epidemia ma predilige una plausibilità scientifica e un realismo che lo rendono enormemente più inquietante. Il ritmo serrato e la pulizia della trama nonché un cast di attori tutti di altissimo livello (Kate Winslet, Matt Damon, Jude Law, Laurence Fishburne, Gwyneth Paltrow, Marion Cotillard) lo rendono un ottimo film, decisamente al di sopra della media del genere in cui si colloca, rivelando in questo l’impronta di un regista che riesce come sempre a tenersi lontano dagli stereotipi.

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Erano davvero parecchi anni che accarezzavo l’idea e finalmente quest’anno – grazie ad una favorevole congiunzione di ferie e calendario delle proiezioni – sono riuscita ad andare all’apertura della Mostra del Cinema di Venezia.

Se dal punto di vista della location il fatto di dover migrare al Lido spezza un po’ la magia dell’atmosfera della laguna, il clima elettrizzato dell’evento costituisce una buona ricompensa.

Fatto tutto quanto il rito richiede – red carpet, foto, video, autografi (compatibilmente con gli schieramenti compatti delle orde di sedicenni in piena tempesta ormonale) e, naturalmente, film.

La favorevole congiunzione di cui parlavo prima è consistita nel fatto che, durante i tre giorni trascorsi lì, hanno presentato esattamente i tre film che avevo puntato prima ancora di vedere il calendario, ossia The Ides of March di Clooney, Carnage di Polanski e A Dangerous Method di Cronenberg. Come seconde proiezioni W.E. di Madonna e Un etè brulant di Philippe Garrel.

Partiamo dal fondo.

Un etè brulant è di fatto l’unico brutto film che ho visto in questi tre giorni. Non ci sono altre parole per descriverlo. E’ proprio brutto. E, nonostante i miei pregiudizi, non è neanche colpa della Bellucci – che quando parla in francese risulta un filo più vicina alla parola recitazione di quanto non sia in italiano. Luis Garrel – che aveva dato una prova più che discreta nei Dreamers di Bertolucci – sotto la direzione del padre tenta pietosamente di riciclare quanto imparato da BB e il risultato è una patetica scimmiottatura di se stesso con un repertorio di al massimo due espressioni facciali.

Gli altri attori è praticamente come se non ci fossero.

La trama è slegata, sconclusionata, pretestuosa. Di bollente non c’è proprio nulla, neanche la tanto decantata nudità della Bellucci che concede (e per fortuna direi) una sola scena in asciugamano da doccia ma nulla di più.

In sala è stato un continuo fuggi fuggi per tutta la durata del film.

W.E. di Madonna invece non mi è dispiaciuto affatto, nonostante le critiche che ha raccolto (in parte sicuramente dovute al fatto che lei sul red carpet non si è avvicinata al pubblico ma si è limitata ad un veloce saluto, cosa che ha contrariato non poco fans e giornalisti – come se Madonna avesse ancora bisogno di approvazione da parte della stampa). Sarà che non nutrivo particolari aspettative, ma l’ho trovato delicato e nel complesso gradevole. Per carità, si vede che lei non fa la regista di mestiere e per molti aspetti è forse un tantino “scolastico”, ma il risultato non è male.

Viene ripercorsa la vicenda di Wallis Simpson e del re Edoardo III accostando gli eventi di allora alla vita di una Wally contemporanea che trova nella sua omonima di sessant’anni prima un modello, un conforto, una qualche forma di speranza per affrontare un matrimonio claustrofobico e, di fatto, morto.

Molto “femminile”, forse un po’ troppo impegno nel cercare il pathos, ma tutto sommato coinvolgente.

A Dangerous Method. Cronenberg. Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Michael Fassbender, Keira Knightley. Manco a dirlo il red carpet di quella sera è stato un delirio; un po’ a causa delle summenzionate orde di sedicenni (che stazionavano lì dalle 7 del mattino e che – per inciso – non avrebbero neanche visto il film dato che sono tutti vietati ai minori di 18 anni) un po’ anche a causa del fatto che i divi in questione sono arrivati tutti insieme e tutti abbastanza tardi creando non poca confusione tra sicurezza, pubblico e stampa. L’unica a non avvicinarsi ai fans benché chiamata a gran voce è stata Keira Knightley; l’unico a non essere praticamente chiamato da nessuno è stato Cronenberg – e questo la dice lunga reale passione cinefila della massa (ebbene sì, lo ammetto, ci avevo sperato, mi sono portata dietro la cover degli Inseparabili ma non sono riuscita a farmela autografare…sigh).

Il film. Molto ben fatto e molto bravi gli attori, con una particolare nota di merito per Keira Knightley che interpreta Sabine Spielrein tra Jung (Fassbender – medico e amante) e Freud (Mortensen) negli anni cruciali della collaborazione, della sperimentazione e infine della rottura tra i due grandi rappresentanti della psicanalisi. Il personaggio della Spielrein è difficile, sia come figura in sé sia da un punto di vista interpretativo e KK riesce bene a renderne la complessità, divisa tra la passione e il talento per la psicanalisi, le turbe sessuali legate ai traumi infantili e la lucida consapevolezza del suo stato di malattia.

Volendo fare un’osservazione (che non è necessariamente una critica), A Dangerous Method non sembra neanche tanto un film di Cronenberg – sì c’è la morbosità del comportamento della protagonista ma mancano molti di quegli elementi – visivi e non – che marcatamente contraddistinguono i suoi film.

Carnage. Polanski. Kate Winslet, John c. Reilly, Cristoph Walz e (assente) Jodi Foster.

Red carpet divertente e ragionevolmente rilassato. Tutti molto gentili e disponibili (Kate Winslet è quella che si è fermata più di tutti con i fans). Polanski ovviamente assente per ragioni legali.

Il film è il mio preferito in assoluto dei tre giorni. E’ geniale, ironico e in certi momenti realmente spassoso. Tratto dall’omonima pièce teatrale di Yasmina Reza, Carnage vede due coppie di genitori che si ritrovano per appianare civilmente una lite sorta tra i due rispettivi figlioli, uno dei quali ha fatto saltare i denti all’altro mentre se le suonavano di santa ragione.

Viene messo in scena il progressivo degenerare dei comportamenti e dei rapporti interpersonali di pari passo con il crollare delle inibizioni dettate dalla formalità e con l’allontanarsi sempre di più dal politically correct in favore della spontaneità. Una volta che le maschere vengono definitivamente calate e i protagonisti si rivelano per quello che sono la civile e formale riunione tra persone di “un certo livello” sfocia in quella che altro non è che una vera e propria carneficina, appunto.

Decisamente il mio favorito. Sarei veramente felice se stasera si portasse a casa il Leone d’Oro.

E arriviamo così al film d’apertura. The Ides of March.

Clooney dà un’ottima prova di regia, migliore ancora di quella di Good Night and Good Luck (In amore niente regole non l’ho visto). Ottimo Ryan Gosling nei panni del protagonista, molto al di sopra delle sue precedenti interpretazioni, mentre Evan Rachel Wood è brava ma non spicca particolarmente.

Il film racconta la progressiva descensio morale e ideologica di un politico americano di pari passo con il progredire della sua posizione. Il ritmo è serrato e veloce e non lascia spazio a cali di tensione. I riferimenti alla politica americana contemporanea sono evidenti come lo è il tono di esplicita denuncia, in quella che è la fotografia di una dimensione politica molto prossima alla caduta libera.

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