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Archive for the ‘V. Farmiga’ Category

In uscita il 28 marzo.

Sembra dannatamente interssante.

Nel cast anche John Goodman e Vera Farmiga.

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Regia di Jason Reitman.

In uscita il 21 febbraio.

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Uscito nelle sale a gennaio di quest’anno, The Commuter mi aveva incuriosito parecchio per diverse ragioni, prima fra tutte il cast – al di là del buon Liam Neeson, c’è Vera Farmiga, che adoro, e il fatto di rivedere il caro vecchio Mike Ehrmantraut Johnatan Banks non mi dispiaceva.

E poi di Jaume Collet-Serra avevo visto da poco Orphan che era decisamente ben fatto e questo mi ha subito ben disposta.

Forse avrei dovuto ricordare che Jaume Collet-Serra è anche il regista di Maschera di Cera, quello del 2005 con Paris Hilton.

Ma poi avrei ribattuto che suoi sono anche Unknown – Senza identità (2011) e Run All Night (2015) che in fin dei conti non erano malaccio.

E quindi sì, ci sta che mi aspettassi qualcosetta in più.

Liam Neeson è Michael McCauley, impiegato ormai prossimo alla pensione che conduce la sua vita da pendolare. Una routine tra il rassicurante e l’alienante. Una quotidianità di lavoro e famiglia che sembra lasciare ben poco spazio agli imprevisti. E in fin dei conti è anche per questa tranquillità che dieci anni prima Michael si è ritirato dalla polizia.

Tutti i giorni lo stesso percorso. Lo stesso treno. Le stesse facce.

Niente di nuovo per chiunque conduca una vita analoga.

Finché un giorno tutto si ribalta.

E mentre si trova sul treno di ritorno a casa Michael – già reduce da una giornata quanto meno insolita – a voler usare un eufemismo per non spoilerare troppo – viene avvicinato da una sedicente psicologa (Vera Farmiga) che lo coinvolge in quello che in apparenza dovrebbe essere solo un test comportamentale o poco più.

Peccato che l’incarico che la donna gli affida si riveli terribilmente serio e altrettanto pericoloso e inchiodi Michael a quel treno apparentemente senza via d’uscita.

L’idea di partenza è abbastanza pretestuosa ma anche abbastanza neutra per poter avere potenzialità sia in positivo che in negativo.

Peccato che tutto ciò su cui hanno basato il trailer per rendere intrigante la vicenda si esaurisca in ben poco tempo. La stessa Vera Farmiga ha una parte molto piccola. Dopo di che rimane Liam Neeson da solo che, per quanto bravo, non basta a risollevare un copione che zoppica e non ha abbastanza forza per generare la tensione necessaria.

Di fatto siamo in un ambiente chiuso con elementi e persone limitate. C’è qualcuno da trovare e un limite di tempo – quello della corsa – da rispettare. Si crea una situazione un po’ da Orient Express, ma proprio alla lontana.

Il ritmo è fiacco e i collegamenti logici non sono proprio in forma smagliante. Oltre ad essere fastidiosa, all’inizio, l’insistenza sul fatto che sono dieci anni che Michael fa il pendolare – cosa ripetuta con un’enfasi esagerata, manco fossero vent’anni che va avanti e indietro da Chernobyl.

Insomma, il tutto un po’ disomogeneo e un po’ tirato via, con un risultato finale che non convince.

Per carità, si guarda eh. Ma si dimentica anche piuttosto in fretta.

Cinematografo & Imdb.

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John e Kate Coleman sono una bella giovane coppia. Sono più che benestanti e hanno due figli, Daniel, il maggiore e Maxine, la più piccolina, sordomuta.

E poi c’è Jessica. Jessica che avrebbe dovuto essere la nuova sorellina ma che è morta prima di nascere. Il dolore per la perdita della bimba ha fatto sprofondare Kate in un abisso di disperazione e (auto)distruzione dal quale ora è faticosamente riemersa.

Kate sembra aver raccolto le fila della sua vecchia vita e sembra essere pronta ad andare avanti.

E andare avanti per lei e John comprende anche compiere il passo di adottare la sorellina che non è mai arrivata.

Durante la visita ad un orfanotrofio la coppia rimane particolarmente colpita da Esther. Nove anni, origini russe, palesemente diversa dalle sue compagne. Ha modi educatissimi, veste in maniera antiquata e sembra essere molto colta, intelligente e sensibile per la sua età. E non solo.

Esther fa quindi il suo ingresso nella famiglia Coleman e per un po’ tutto sembra andare per il meglio.

Finché non cominciano a capitare strane cose.

Esther è strana. Ma è solo strana?

C’è qualcosa che non quadra e Kate se ne rende conto anche se l’ombra del suo passato e del suo essere sprofondata la mette in una posizione di scarsa credibilità agli occhi di chi la circonda.

E’ più facile per tutti pensare che lei non abbia retto di fronte alla concretizzazione dell’adozione piuttosto che accettare l’idea che davvero ci sia qualcosa che non va nell’impeccabile e adorabile Esther.

Jaume Collet-Serra – al momento nelle sale con L’uomo sul treno – mette insieme un film decisamente buono e decisamente al di sopra delle aspettative.

Se la sequenza iniziale ammicca forse un po’ troppo ai cliché di un certo filone horror di bambini maledetti e partorienti condannate, bastano i successivi dieci minuti a riportare il registro in carreggiata.

I toni sono prevalentemente da thriller, non fosse che la figura del bambino inquietante o minaccioso è un canone tipico dell’horror.

La tensione si crea gradualmente e i dettagli sono ben dosati in un crescendo estremamente coinvolgente e ansiogeno fino ad una conclusione originale, insolita, inaspettata e – cosa più importante – incredibilmente coerente e plausibile.

E dunque chi è realmente Esther?

Molto buono anche il cast, con Vera Farmiga (magnifica) e Peter Saarsgard (nella media – ma va pur detto che non amo particolarmente questo attore) nel ruolo dei coniugi Coleman e una Isabelle Fuhrman decisamente notevole negli antiquati panni di Esther.

Degna di nota anche Aryana Engineer, nella parte della piccola Max. La giovane attrice è realmente sorda e la si ritrova poi anche in Resident Evil – Retribution nei panni della figlia di Alice.

Ben strutturato e tutt’altro che banale, Orphan funziona decisamente bene, e non solo alla prima visione.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Uno dei punti fermi dell’horror e, in particolare, dell’horror da possessione/infestazione è che quando chiedi aiuto e ti rispondono ‘forse ti conviene sentire un prete’ vuol dire che sono cazzi.

Friedkin docet, e sicuramente non è neanche stato il primo. La versione alternativa a quella del prete è quella di consultare una medium o chi per lei ma il succo non cambia di molto. La scienza e le autorità riconosciute gettano la spugna e lasciano che se la sbrighino gli stregoni. Salvo poi ricomparire a cose finite per smentire qualunque cosa metta in dubbio la loro versione, ma questo è un altro discorso ancora.

James Wan – che è ormai ufficialmente uno dei registi horror contemporanei che prediligo – torna con un nuovo caso che vede al centro la coppia di demonologi Ed e Lorraine Warren.

In realtà, a differenza del caso della famiglia Perron ripreso nel primo Conjuring, il caso Enfield, anche noto come il poltergeist di Enfield, viene presentato da Wan in una versione molto riadattata rispetto al quanto riportato dalle fonti di quegli anni. Lo stesso coinvolgimento dei coniugi Warren non fu così centrale (o non ci fu del tutto, dovrei verificare) come invece appare nel film, mentre ad occuparsi direttamente della vicenda fu prevalentemente Maurice Grosse, della Society for Psychical Research.

1977. Enfield è una cittadina a nord di Londra. Peggy Hodgson e i suoi quattro figli, in particolare l’11enne Janet, si trovano al centro di una serie di eventi inspiegabili che tormentano e sconvolgono la loro esistenza.

Wan ripropone la struttura del primo film e, anche qui, apre con i Warren che si occupano di un altro caso, presumibilmente fornendo lo spunto per un successivo spin off. Per il primo Conjuring si era trattato di Annabelle, mentre qui vediamo la coppia impegnata in un sopralluogo nella famigerata casa di Amytiville – caso di cui si occuparono effettivamente – subito dopo la fuga della famiglia Lutz e poco prima dell’esplodere del circo mediatico che travolse la vicenda – qualunque essa fosse.

L’apertura su Amytiville serve anche per introdurre un elemento che fa da filo conduttore e collega le varie esperienze di Lorraine a contatto con la dimensione demoniaca.

Dopo di che si parte con la storia vera e propria.

Lo schema è quello classico. Famiglia non esattamente felice ma unita. Una quotidianità di fatica ed affetto.

E poi i colpi nella notte. E Janet che si sveglia in giro per casa. E qualcuno che parla, ma forse è lei che parla nel sonno, ma forse anche no.

Letti che tremano e oggetti che si spostano. E le cose che vanno peggiorando ad un ritmo vertiginoso, tanto che Peggy non sa più a chi rivolgersi.

Rapporti di polizia, giornalisti, studiosi. La notizia delle stranezze di Enfield si diffonde e comincia a scatenarsi il balletto di informazioni e disinformazioni tipico di questo genere di situazioni.

Ed e Lorraine, nella versione di Wan, vengono coinvolti dapprima come semplici spettatori, poi in modo sempre più diretto e determinante.

L’adattamento di Wan sfrutta bene e appieno l’intero repertorio di elementi tipici dei film di questo genere, con espedienti che, volenti o meno, sono spesso citazioni dai più illustri predecessori da Poltergeist in poi. E, soprattutto, integra alla perfezione la storia costruita ora con i vari elementi documentati dei fatti realmente accaduti nel ’77 – indipendentemente dall’interpretazione che si scelga poi di darvi – cosa che, ovviamente, serve a rendere il tutto incredibilmente realistico e convincente.

Tensione che cresce e coinvolge. Indizi che conducono su piste sbagliate e il terrore che striscia e si impossessa di tutti, spettatori per primi.

Riuscitissime tutte le figure sovrannaturali. Prima fra tutte ovviamente la suora, che sembra realmente uscita da un incubo, ma anche il Crooked Man – una sorta di mix tra Nightmare Before Christmas, l’uomo dei gelati di Legion e qualche figura tipica delle fiabe anglosassoni (anche su questo punto dovrei approfondire).

Ottimi Patrick Wilson e Vera Farmiga, nella loro bellissima versione dei coniugi Warren.

Perfetto sotto tutti i punti di vista, The Conjuring 2 è assolutamente all’altezza delle aspettative.

Decisamente spero che il filone continui, con spin-off e/o nuovi capitoli.

Cinematografo & Imdb.

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Perché alla fine credo di essere una fan di James Wan.

Il primo mi era piaciuto tantissimo e il fatto che mantenga inalterata la coppia Wilson-Farmiga per i coniugi Warren è un ottimo punto di partenza.

Poi, se davvero Wan ha deciso di spulciare tra gli archivi dei Warren ci sarà da divertirsi anche per i prossimi anni.

In Italia arriva l’8 giungo.

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Che Robert Downey Jr. punti se non proprio a vincere un oscar, quanto meno ad una candidatura? Non che ci siano dichiarazioni ufficiali, quello no. Però c’è la sua interpretazione in questo The Judge che fa dimenticare il fatto che negli ultimi cinque anni è andato in giro bardato in armatura di Iron Man o travestito da egocentrico Sherlock Holmes e ricorda che in realtà sa davvero recitare. Non fraintendiamo. Io adoro Iron Man e lo adoro ancora di più interpretato da lui. E anche lo Sherlock Holmes dei film mi garba abbastanza, pur trattandosi sostanzialmente di una tamarrata. Parentesi – stavo spulciando nel blog e mi sono accorta che non ho mai parlato dei film di Sherlock Holmes. Sento improvvisamente il bisogno di rimediare, quindi a breve propinerò qualcosa in materia – chiusa parentesi.

Dicevo. Robert Downey Jr. sa recitare sul serio, anche se manca da un po’ con ruoli impegnativi. Lo dimostra già nel ’92 con Charlot, che peraltro gli vale un BAFTA come miglior attore protagonista nel ’93. O in quella cosa meravigliosa che è Guida per riconoscere i tuoi santi (2006) – anche se lì tutta l’attenzione viene rapita da Shia LaBeouf. O in Zodiac (sempre 2006) con David Fincher. O nel Solista, del 2009, l’ultimo film serio, per così dire, prima della serie fumettosa.

Qui ritorna sotto la regia di David Dobkin, un regista dal curriculm piuttosto mediocre in verità, e veste i panni di Hank Palmer, rampante avvocato privo di scrupoli. A causa della morte della madre, Hank deve ritornare al paese d’origine, dove vivono ancora i fratelli e il padre, giudice della cittadina, con il quale ha un rapporto praticamente inesistente ormai da anni. I funerali si svolgono e si concludono e Hank sta per ritornare alla sua vita tutt’altro che perfetta senza che la riunione di famiglia abbia cambiato o risolto qualcosa, se non fosse che il padre viene accusato di omicidio e lui si trova incastrato per cercare di difenderlo.

Il trailer da un lato mi aveva attirato, anche solo per il cast, ma, d’altro canto, mi aveva lasciato un po’ il timore che il tutto si risolvesse in modo un po’ scontato. In realtà The Judge è un gran bel film.

Metà court-movie, metà dramma familiare, benché contenga molti elementi a rischio per finire nel cliché risulta perfettamente equilibrato.

Sì, c’è la parte di processo-spettacolo tipicamente americana, sì, il personaggio di Hank è fatto apposta per essere destinato ad un certo tipo di evoluzione e sì, il presupposto del rapporto padre-figlio va inevitabilmente a parare in una resa dei conti. E’ vero, gli elementi in gioco sono tutto sommato classici. Però sono utilizzati bene. Sono dosati bene. L’empatia che si stabilisce per la storia e per i personaggi è immediata. Il dramma non diventa mai melodramma. E la parte giudiziaria rimane tutto sommato sullo sfondo, a fare da cornice alla vicenda familiare che è il vero centro di tutto. Non voglio spoilerare niente ma c’è una scena in particolare, verso la metà del film, che è estremamente significativa da questo punto di vista e anche estremamente ben fatta. Una scena che parte come giudiziaria e si trasforma in scena privata sotto gli occhi dello spettatore che quasi non si accorge dello sfasamento dei piani perché il coinvolgimento è tale da rendere fluido e appena percepibile il passaggio. Il prezzo è una lieve pecca di plausibilità sul piano strettamente giudiziario della faccenda ma resta, a mio avviso, una scena gestita in modo magistrale sia dal punto di vista della regia sia per quel che riguarda gli attori.

Gli attori. Duvall e Downey Jr. sono due mostri di bravura. Due ruoli forti, solitari. Due personalità dominanti arroccate sulle loro posizioni da quasi tutta la vita. Due mondi chiusi che non lasciano entrare l’altro ma che prima di tutto non lasciano uscire se stessi.

Il cast comprende altri ottimi nomi e altre altrettanto ottime interpretazioni, Vera Farmiga, Vincent D’Onofrio, Billy Bob Thornton, ma il cuore del film sono i due protagonisti, in un susseguirsi di scene a due che tolgono il fiato.

Il personaggio di Robert Duvall poi, è così vero da spezzare il cuore.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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