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Archive for the ‘M. Teller’ Category

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Basato su un fatto di cronaca riportato da Guy Lawson in un articolo per Rolling Stone nel 2011 e poi diventato un libro, Arms and the Dudes, nel 2015, War Dogs – questo il titolo originale banalmente ridotto a Trafficanti – racconta la storia di Efraim Diveroli e David Packouz, ex compagni di scuola che sono riusciti a infilarsi di straforo nel giro delle aste per gli approvvigionamenti di armi indette dal governo americano.

La storia vera non la conoscevo e, a dir la verità, ne so ben poco anche adesso perché non ne avevo mai sentito parlare e dovrò documentarmi. Non so quanto il regista Todd Phillips si sia attenuto alla realtà dei fatti e quanto sia andato per la sua strada, in ogni caso, ha tirato fuori un buon film.

La struttura della storia di per sé non è particolarmente originale e la scelta della scena iniziale con David (Miles Teller) con una pistola puntata in faccia apre la strada a tutta una serie di frangenti dall’esito prevedibile.

Ciononostante l’insieme funziona.

Perché il ritmo è veloce e coinvolgente.

Perché le situazioni sono costruite in modo sufficientemente goliardico da stemperarne le implicazioni potenzialmente drammatiche (Phillips è il regista di Una notte da leoni e l’impronta in certi momenti si riconosce) e perché i due personaggi sono sufficientemente divertenti per non risultare antipatici. Anche Efraim (Jonah Hill), che pure riveste fin dall’inizio il ruolo più ambiguo.

Non c’è niente di vero. Niente di legale.

Efraim e David non sono dei piccoli fornitori d’armi. Sono solo due piccoli truffatori abbastanza furbi da capire come funziona il meccanismo degli approvvigionamenti di armi e munizioni dell’esercito americano e tutto il circo delle aste che vi ruota intorno. Aste che macinano milioni di dollari. Una torta milionaria dalla quale si staccano briciole di valore proporzionale.

Efraim e David puntano alle briciole. Puntano a fare i soldi tra le righe, come dice Efraim.

E la cosa funziona. Funziona così dannatamente bene che la posta in gioco si alza e si arriva al punto di tentare il colpaccio e sbancare.

Molto bravi sia Teller che Hill, credibili e senza eccessi, nonostante i ruoli si prestassero facilmente all’esagerazione.

Ruolo minore anche per Bradley Cooper.

Trafficanti è un buon film, dicevo, ma non solo perché coinvolge e diverte.

A farlo funzionare è anche il fatto di essere totalmente e coerentemente politically uncorrect.

E’ scorretto fino ad essere impietoso. E lo è con una leggerezza che non lascia spazio a repliche.

La guerra è solo un grande sistema economico.

Non c’è altro.

Non c’è eroismo. Non ci sono ideali. Non ci sono buoni né cattivi.

Ci sono soldi. Ci sono equipaggiamenti, armi, munizioni. E ci sono soldi per comprarli, per spostarli, per rivenderli. Da qualunque parte la si guardi.

E’ di un’ovvietà e di una banalità che si potrebbero dire disarmanti se non fosse che il gioco di parole è pessimo.

E Phillips fa la scelta giusta e mette subito le carte in tavola senza provarci neanche a raccontarla diversamente.

Buone anche le scelte per la colonna sonora, spesso coerentemente dissacrante.

Cinematografo & Imdb.

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Andrew Neiman, 19 anni, studia al prestigioso conservatorio di Manhattan. Non vuole solo diventare un batterista jazz. Vuole diventare uno dei grandi.

Terence Fletcher è un insegnante e dirige l’orchestra jazz del conservatorio. Non vuole solo insegnare. Vuole spingere il suoi musicisti oltre i propri limiti. Oltre le proprie aspettative.

Andrew è solitario, introverso, discretamente asociale e sostanzialmente incompreso dalle persone che lo circondano. Suo padre gli vuole bene, cerca di appoggiarlo ma non capisce realmente l’importanza di quello che Andrew cerca di fare. Dal canto suo, Andrew è più o meno consapevolmente perseguitato dal fantasma del fallimento di suo padre.

Quando Terence Fletcher lo prende in prova per la sua orchestra Andrew sa che si sta giocando tutto.

Whiplash è un film musicale. E sì, sulla carta ci sono molti degli elementi canonici di questo genere (come anche del genere sportivo, se è per questo). Il sogno irraggiungibile. La sfida con se stessi. Gli ostacoli. Il rapporto conflittuale maestro-allievo. Più in generale, il concetto del superamento dei propri limiti e il mito – molto americano, certo – dell’eccellenza assoluta.

Insomma, a leggere trama e presupposti, il cliché parrebbe in agguato.

E invece no.

Whiplash non potrebbe essere più lontano dagli standard consueti del genere.

Whiplash è un film intelligente, complesso ed estremamente ricercato. E’ una piccola perla di raro equilibrio, originalità e intensità.

Il centro di tutto è sostanzialmente la dinamica del rapporto che si crea tra Neiman e Fletcher.

E’ uno scontro che si svolge nello spazio ridotto intorno alla batteria.

Fletcher è inflessibile, intransigente, crudele ai limiti del fanatismo. I suoi modi e il suo linguaggio ne fanno una sorta di sergente alla Full Metal Jacket ma il suo comportamento impossibile non è mera esibizione. Fletcher non è semplicemente lo stronzo della situazione. E’ un personaggio estremamente articolato. E’ odioso ma non si riesce davvero ad odiarlo perché trasmette una determinazione e una devozione che in qualche modo trascendono le circostanze.

A interpretare Fletcher è uno strepitoso J.K. Simmons, già vincitore del Globe per miglior attore non protagonista e meritatamente nominato anche per l’oscar.

Nel ruolo di Neiman c’è invece Miles Teller, batterista dall’età di 15 anni, che ha interpretato personalmente tutte le scene di batteria. E benché si sia ricorsi ovviamente al doppiaggio per buona parte delle scene, il 40 percento della colonna sonora è costituito dalla performance originale di Neiman.

Whiplash è un film curatissimo ed estremamente raffinato, e non solo perché si parla di jazz.

L’impostazione è quasi teatrale.

Le luci si concentrano su Andrew e Fletcher intorno alla batteria. Tutto il resto è scuro, come se, progressivamente, il resto del mondo venisse tagliato fuori. Come se non esistesse nient’altro fuori dai confini della sfida che sta avendo luogo.

La fisicità, poi, ha un’importanza fondamentale. E’ un film estremamente fisico. Lo scontro tra Andrew e Fletcher – che è costato al povero Simmons due costole rotte. La scena degli schiaffi, che i due attori hanno provato diverse volte mimando i colpi ma che, nella versione definitiva, è stata fatta davvero. Le vesciche sulle mani di Teller. Il suo sangue sulle bacchette e sulla batteria.

Il suo sudore e il suo sfinimento, con Chazelle che non stoppava mai le scene di batteria perché Teller arrivasse ad essere veramente distrutto.

La gestualità accentuata, pulita, carica di significato al pari della musica e della parola. E gli sguardi. Gli occhi di Simmons, soprattutto. In particolare, ci sono un paio di inquadrature che da sole valgono tutto il film e che racchiudono, in pochi secondi, l’infinita complessità del personaggio di Fletcher.

Whiplash è un film di lotta e superamento dei propri limiti ma non secondo i percorsi consolidati cui ci ha abituato l’iconografia americana del mito dell’eccellenza.

Quella di Whiplash è una lotta prima di tutto con se stessi. E’ una dimensione interiore, fisica e metafisica allo stesso tempo. E’ una ricerca di senso. E’ l’essenza stessa del concetto di sfida. La tensione che si crea è palpabile e quasi dolorosa. Il coinvolgimento è totale e si soffre con Andrew dall’inizio alla fine.

Notevole, davvero.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto dall’omonima pièce teatrale di David Lindsay-Abaire, Rabbit Hole è passato nelle sale un po’ in sordina, nonostante la nomination – peraltro forse un po’ eccessiva – di Nicole Kidman come miglior attrice protagonista all’edizione degli Oscar del 2011.

Trama semplice ma estremamente delicata, di quelle tematiche che basta niente e viene fuori il melodramma.

Becca e Howie sono una giovane e bella coppia che ha tutto ciò che si può desiderare, finché la loro vita non viene stravolta dalla perdita del figlioletto di tre anni.

La regia di John Cameron Mitchell è delicata e discreta e conduce dentro le lussuose mura della grande casa a tragedia già avvenuta.

Si entra fin da subito in una dimensione di apparente quotidianità, nella quale però si avverte il sottofondo di una nota dissonante.

Troppi silenzi e, soprattutto, troppe parole di circostanza. Gesti forzatamente normali e infinite distanze che prendono forma e consistenza tra i due coniugi che sono uniti e separati da un dolore che non sanno come affrontare e che, prima di tutto, non sanno affrontare insieme.

Non sanno o non possono.

Ognuno ha i suoi posti nei quali rifugiarsi per sfuggire al dolore.

Ognuno ha il suo modo di evitarlo o affrontarlo.

E non c’è gesto o atto d’amore che possa infrangere la cortina di solitudine che il dolore ti butta addosso.

Becca e Howie hanno perso loro figlio ma vivono due lutti separati.

Molto valide le interpretazioni dei due protagonisti, mai sopra le righe, mai eccessivamente patetici.

Si trasmette molto bene la reale concretezza di una perdita che è prima di tutto assenza costante in ogni singolo gesto.

Quello che arriva non è il dolore urlato della tragedia appena compiutasi ma quello silenzioso e letale delle piccole impronte sulle porte, dei disegni attaccati al frigo, della cameretta con i giochi, del cane che scappa fuori dal giardino.

Molto ben orchestrato anche il coro dei personaggi secondari, con il gruppo di sostegno e il rifiuto di Becca di cercare conforto in qualcosa in cui non crede; con la madre che cerca di lenire il dolore della figlia accostandole quello che a sua volta ha provato – senza ovviamente riuscirvi; con le dinamiche relazionali congelate nell’imbarazzo di un dolore che non si può neanche pensare.

Bellissimo il rapporto di Becca con il giovane Jason (Miles Teller), del quale non posso dire altro per evitare spoiler. E bellissimo il modo in cui questo rapporto entra in scena e gradualmente sposta la prospettiva. Poco per volta, impercettibilmente, ma in modo determinante.

Resta una sensazione cupa e opprimente. Una tristezza prepotente che non ti lascia per un po’.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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