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Archive for the ‘Il bambino indaco’ Category

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Più ci penso e meno mi piace, questo Hungry Hearts.

Nonostante la mia radicata diffidenza verso il cinema italiano – quanto meno quello contemporaneo – sono andata a vederlo tutto sommato speranzosa, forte della buona accoglienza di critica e di pubblico a Venezia e delle due coppe Volpi ad Alba Rohrwacher (che normalmente mi piace molto) e ad Adam Driver.

E poi non ero neanche particolarmente ostile a Saverio Costanzo. Di suo avevo visto solo La solitudine dei numeri primi  che è vero, non mi era piaciuto, ma perché non mi era piaciuta la storia e non avevo alcuna simpatia per il libro di partenza.  Lo avevo trovato comunque buono come regia e dal punto di vista della realizzazione. Oltre ad esserci anche lì la brava Alba.

 

Questa volta invece sono rimasta profondamente delusa.

Tratto dal romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso – di cui ho parlato un po’ di tempo fa quiHungry Hearts racconta la storia di una donna e di una madre che sprofonda progressivamente nella sua ossessione per la purezza, nelle sue fobie da contaminazione. Che diventa schiava e vittima di questa ossessione al punto di non rendersi conto di mettere a repentaglio la vita di suo figlio. E racconta la storia di un padre e compagno che assiste quasi impotente a questo sprofondare. Che cerca come può di trattenere e salvare almeno suo figlio, nel momento in cui si rende conto che per la moglie probabilmente non può fare nulla. Che combatte contro una malattia invisibile e indimostrabile, senza altro supporto che quello di sua madre, in mezzo a legami assenti e autorità cieche e impotenti.

O almeno. Questo è quello che dovrebbe raccontare.

Perché vedevo scorrere queste immagini e continuavo a riempire i silenzi con quello che sapevo della storia avendolo letto nel libro.

Ho avuto, nettissima, l’impressione che, se non avessi letto prima il libro, avrei trovato il film sostanzialmente vuoto. E la persona che era con me, che il libro non lo aveva letto, ha confermato questa mia sensazione.

Tanti silenzi, tante inquadrature lunghe, musica classica e violoncello in sottofondo. Un non detto ingombrante che incombe su tutto con il suo peso insostenibile. Ok, facciamo cinema introspettivo, va bene, l’attenzione all’introspezione ci sta, dal momento che l’origine del dramma è sostanzialmente psicologica. Però un po’ di storia la vogliamo raccontare?

Costanzo fa rabbia perché spreca una storia buona e la riduce a poco più che niente.

Nel libro il personaggio di lei è complesso e si evolve (anche se più che di evoluzione sarebbe corretto parlare di involuzione) in modo graduale ed evidente. Si può percepire il suo progressivo rimanere sommersa dalle sue ossessioni. Lo si vede nel lento cambiare del comportamento quotidiano. Lo si legge nei dialoghi. In tante piccole cose concrete.

Qui di concreto non c’è quasi nulla. Sì, si capisce che lei non dà da mangiare al bambino, ma non viene mai articolato nulla di quelle che lei crede essere delle motivazioni.

E poi non si evolve. Tolta la scena iniziale del gabinetto (che peraltro nel libro non c’è e che avrebbe avuto senso se ne fosse stato in qualche modo sviluppato il significato implicito relativo al rapporto distorto e disfunzionale di lei con la fisicità, cosa che invece non succede), Mina sembra avere qualcosa che non va fin da subito. Sembra, se non proprio squilibrata dall’inizio, quanto meno sempre stralunata, distante in un modo che all’inizio è fuori luogo o comunque rende fuori luogo la normalità di Jude creando una disarmonia di comportamenti che appiattisce i personaggi invece di caratterizzarli.

Si ha una narrazione sostanzialmente ellittica.

Ci sono un po’ di frasi ad effetto piazzate lì giusto per far capire dove si va a parare ma non c’è uno sviluppo organico della vicenda. Tutti quei passaggi che, man mano che venivano raccontati, nel libro, gelavano il sangue. Quando Mina/Isabel smette di ingerire cibi solidi. Quando si ingozza per i colloqui con gli assistenti sociali per poi precipitarsi a vomitare una volta a casa.

La lucidità che mantiene sempre nella sua follia e che qui manca del tutto, rendendola una specie di fantasma allucinato – complice anche l’aspetto trasandato e forzatamente fuori posto nell’inverno newyorkese.

E anche qui. Che bisogno c’era di spostare tutto a New York?

Nel libro era interessante anche la parte di sviluppo burocratico legale della vicenda. L’ottusità e l’inutilità delle istituzioni che, in modo terribilmente plausibile, assistono allo svolgersi di una tragedia annunciata. Nel film anche questa parte risulta appena abbozzata, lontana e ovattata come tutto il resto.

Anche l’aspetto più tecnico lascia perplessi.

Ad un certo punto si ha una lunga sequenza girata tutta con il fish-eye che ha (fin troppo) palesemente l’intento di a) far sembrare innaturalmente più magri i protagonisti senza averli realmente fatti dimagrire (che sennò fa troppo mainstream) e b) rappresentare la realtà distorta in cui vivono ma che, di fatto, oltre ad essere visivamente fastidiosa, risulta una scelta forzata, scontata e stucchevole.

La Rohrwacher e Driver sono effettivamente bravi, per carità, ma questo non salva il film. Gestiscono bene il materiale che è stato loro fornito, il problema è che il materiale è scadente.

Non mi è piaciuta invece Roberta Maxwell nei panni della madre. Oltre all’appiattimento dei personaggi che coinvolge anche lei (nel libro è un personaggio forte e importantissimo e non solo per quello che fa), qui abbiamo anche una recitazione piuttosto sciatta.

La colonna sonora volutamente lenta e classicheggiante, a lungo andare risulta molesta.

Uniche variazioni, Tu si ‘na cosa grande di Modugno, che va a coronare il cliché italiana a New York, (che se ne sentiva proprio la necessità, oh sì) e una ladrata colossale che è What a feelin’ di Irene Cara. Sì, non è una somiglianza, è proprio la colonna sonora di Flashdance. Io non ci potevo credere. Oltretutto arriva anche abbastanza all’inizio, il che ha contribuito a ridimensionare fin da subito le mie aspettative. Ma come cazzo ti viene in mente? Ma non si fa! E non perché è Flashdance ma perché è un pezzo che semplicemente appartiene ad un altro film. Non è una musica già utilizzata. E’ proprio una parte strutturale di un altro film. E’ scorretto nei confronti dello spettatore. Sa di presa in giro. Una cosa così o la fai in termini di citazione – e non è questo il caso – o ti rendi pateticamente ridicolo.

Niente. Occasione sprecata. Peccato.

Cinematografo & Imdb.

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Un’ambulanza manovra di fronte al cancelletto metallico del mio palazzo. In ordine sparso sul marciapiede e nel parcheggio interno una decina di carabinieri si muovono inquieti, lo sguardo a terra in cerca di qualcosa. Sullo spiazzo del bar dall’altra parte della strada c’è un gruppo di curiosi. Sono fermi, immobili, attoniti. Quando mi vedono arrivare ammutoliscono. 

Ho tanti di quegli arretrati di cui parlare e nessuna speranza di farlo con un minimo di ordine. Sembra che io mi diverta a fare una programmazione solo per il gusto di cambiarla.

Dilemmi organizzativi a parte, come avevo accennato la scorsa settimana, ho messo gli occhi su Il bambino indaco perché alla base del film Hungry Hearts presentato e premiato a Venezia di quest’anno.

Onestamente prima non conoscevo Franzoso né questo libro e devo dire che, per certi versi, mi ha lasciata piuttosto spiazzata.

Il bambino indaco ha la rapidità e la precisione di una coltellata. Sai – o dovresti sapere – ciò a cui stai andando incontro, eppure non te lo aspetti. Non fino in fondo. Breve, lucido, troppo reale per essere consapevolmente crudele. C’è persino una sorta di rassegnata indulgenza nella descrizione di una vicenda palesemente al di sopra delle forze di tutti coloro che vi prendono parte.

Il protagonista, suo figlio Pietro, sua madre e anche Isabel stessa, sua moglie, sono tutte marionette che portano in scena una tragedia più grande di loro, della quale non hanno una visione d’insieme e che, per questo, non possono comprendere del tutto.

C’è la fortissima, devastante sensazione di impotenza. Del narratore, di fronte a ciò che non capisce e non riesce e combattere, ma anche di Isabel – benché probabilmente in modo più inconscio – di fronte a se stessa e ai demoni che la tengono imprigionata.

L’ossessione di una purezza estrema, definitiva. La ricerca spasmodica e distorta di una trascendenza che diventa unica vita possibile. L’idea di un’evoluzione distorta che porta all’isolamento e all’autoannientamento come uniche vie per affrontare un mondo dal quale ci si deve proteggere e schermare per poterlo trasfigurare in una dimensione più confortevole.

Isabel, con la sua magrezza impressionante e le sue fobie per l’inquinamento e la contaminazione; e il piccolo Pietro che piange, piange, piange. Che smette di crescere, di reagire. Che si consuma nell’asettica purezza di un amore materno folle e incontrollabile.

Se devo muovere una critica, è che la storia narrata da Franzoso è talmente realistica e talmente terribile che cattura il lettore non solo con la sua forza narrativa ma anche trasmettendo una sorta di morbosa attrazione. Si ha un po’ l’impressione di spiare una disgrazia altrui attraverso il buco della serratura.

C’è una morbosità di fondo che è ovviamente propria della vicenda ma che sconfina in parte anche nel modo in cui ci viene raccontata.

Per il resto è ben scritto, scorrevole e molto credibile. Talmente credibile che, al di là del turbamento per il dramma principale, si ha anche il tempo di provare un incredulo sconvolgimento di fronte ai risvolti burocratici. La tragedia non può essere evitata anche perché il padre non ha materialmente alcun mezzo legale dalla sua parte. Si consuma sullo sfondo di un sistema ottuso, inutile e, di fatto impotente. E questo è un ulteriore tratto estremamente inquietante nella sua plausibilità.

Forse devo imparare a non oppormi più. Bisogna lasciarli scorrere, i pensieri, come se non ci appartenessero. Lasciarli fluire in modo da attenuarne la spinta distruttiva. Le dighe sono pericolose.
Se scorrono, i pensieri passano e si inabissano verso qualche mare remoto portando via con sé il dolore. Mentre scompare il dolore scompare anche un pezzo di vita, certo. Ma non esiste altra salvezza che questa.

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Riemergo.

E arrivo giusto in tempo per la premiazione della 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia che ho perso completamente, data la mia abitudine di isolarmi praticamente da tutto quando sono via, ma che pare essere stata piuttosto interessante.

Film d’apertura Birdman, di Iñárritu, con Michael Keaton ed Edward Norton. In Italia dovrebbe arrivare l’anno prossimo e già il trailer mi garba parecchio.

Mi ha fatto piacere il premio alla Rohrwacher per Hungry Hearts e, nonostante la mia solita radicata diffidenza per il cinema italiano, credo che lo vedrò. Di Costanzo ho visto solo La solitudine dei numeri primi e, al di là delle mie riserve sulla storia in sé, avevo apprezzato la regia.

Anche per Hungry Hearts si parte da un libro, Il bambino indaco di Marco Franzoso, che non mi dispiacerebbe riuscire a leggere prima di vedere il film, con buona pace dei miei propositi di morigeratezza e di tenermi alla larga per un po’ da librerie e simili per espiare l’arraffamento compulsivo di libri cui ho dato libero sfogo ad agosto.

 

L’elenco dei premi.

 

LEONE D’ORO per il miglior film a:

EN DUVA SATT PÅ EN GREN OCH FUNDERADE PÅ TILLVARON

(A PIGEON SAT ON A BRANCH REFLECTING ON EXISTENCE)

di Roy Andersson (Svezia, Germania, Norvegia, Francia)

 

LEONE D’ARGENTO per la migliore regia a:

Andrej Koncalovskij

peril film BELYE NOCHI POCHTALONA ALEKSEYA TRYAPITSYNA

(THE POSTMAN’S WHITE NIGHTS)

(Russia)

 

GRAN PREMIO DELLA GIURIA a:

THE LOOK OF SILENCE di Joshua Oppenheimer (Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Regno Unito)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione maschile a:

Adam Driver

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

COPPA VOLPI

per la migliore interpretazione femminile a:

Alba Rohrwacher

nel film HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo (Italia)

 

PREMIO MARCELLO MASTROIANNI

a un giovane attore o attrice emergente a:

Romain Paul

nel film LE DERNIER COUP DE MARTEAU di Alix Delaporte (Francia)

  

PREMIO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA a:

Rakhshan Banietemad e Farid Mostafavi

per il film GHESSEHA (TALES) di Rakhshan Banietemad (Iran)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA a:

SIVAS di Kaan Müjdeci (Turchia, Germania)

 

LEONE DEL FUTURO – PREMIO VENEZIA OPERA PRIMA (LUIGI DE LAURENTIIS) a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

ORIZZONTI

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR FILM a:

COURT di Chaitanya Tamhane (India)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIORE REGIA a:

Naji Abu Nowar

per THEEB (Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Regno Unito)

 

PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA ORIZZONTI a:

BELLUSCONE. UNA STORIA SICILIANA

di Franco Maresco (Italia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER LA MIGLIOR INTERPRETAZIONE

MASCHILE O FEMMINILE a:

Emir Hadžihafizbegovic

nel film TAKVA SU PRAVILA (THESE ARE THE RULES)

di Ognjen Svilicic (Croazia, Francia, Serbia, Macedonia)

 

PREMIO ORIZZONTI PER IL MIGLIOR CORTOMETRAGGIO a:

MARYAM di Sidi Saleh (Indonesia)

 

VENICE SHORT FILM NOMINATION FOR THE EUROPEAN FILM AWARDS 2014 a:

PAT – LEHEM (DAILY BREAD) di Idan Hubel (Israele)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR DOCUMENTARIO SUL CINEMA a:

ANIMATA RESISTENZA di Francesco Montagner e Alberto Girotto (Italia)

 

PREMIO VENEZIA CLASSICI PER IL MIGLIOR FILM RESTAURATO a:

UNA GIORNATA PARTICOLARE di Ettore Scola (1977, Italia, Canada)

 

LEONE D’ORO ALLA CARRIERA 2014 a:

Thelma Schoonmaker

Frederick Wiseman

 

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