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Archive for dicembre 2015

Pausa natalizia. Ci si risente intorno al 7 gennaio.

Buone feste a tutti. 🙂

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Se sulla seconda stagione avevo chiuso considerando la riabilitazione del personaggio di Andrea, comincio subito col dire che qui perde malamente tutti i punti guadagnati e va sotto di parecchio.

Decisamente Andrea è il personaggio che mi sta più sul culo di tutta la stagione.

Ma andiamo con ordine.

Il massacro della fattoria ha imposto un ridimensionamento dei personaggi e il cambio di scenario.

Diciamo che si procede un po’ in stile videogioco. Cambia l’ambientazione e di conseguenza cambia il genere di imprevisti, ma la struttura di base è sempre la stessa.

In questo caso il contesto diventa una prigione che il gruppo di superstiti della fattoria ripulisce – anche il discorso della ripulitura dei livelli è totalmente da videogioco – ed  elegge a propria dimora. Il fatto che ci sia del terreno intorno e una doppia recinzione di filo spinato fa sì che si possa pensare ad una sistemazione vagamente più stabile della precedente. Non una vera e propria normalità, ma almeno una parentesi. Anche perché c’è Lori che a breve dovrà partorire e Hershel che viene morsicato ad una caviglia proprio nel primo episodio e per evitare il propagarsi dell’infezione si trova con una gamba amputata che annulla qualsiasi velleità di ulteriori spostamenti.

Andrea è rimasta separata dal gruppo e si imbatte in una misteriosa figura incappucciata munita di katana e con due zombie domestici legati alla catena. Zombie senza braccia e senza mascella. Non possono mordere ma il loro odore tiene lontani gli altri. Questa misteriosa figura è Michonne. Guerriera solitaria, soccorre Andrea, l’aiuta, la accoglie come compagna di viaggio. Io adoro Michonne e dall’inizio alla fine della stagione è sempre più cazzuta.

Di fatto la coppia Michonne-Andrea serve principalmente come collegamento con Woodbury. Un paesino barricato e apparentemente idilliaco, con a capo un ambiguo governatore. Un paesino dove, guarda caso, si trova anche Merl, che non vedevamo più da quando si era tagliato la mano sul tetto nella prima stagione.

Ecco, la ricomparsa di Merl proprio lì è forse un tantino troppo pretestuosa ma vabbé.

Di certo l’aspetto più intelligente della stagione è l’aver slittato il piano da lotta uomini-zombie a quello di lotta uomini-uomini in contesto zombie.

Perché, ovviamente, tutta una serie di circostanze portano alla creazione del conflitto tra Woodbury e la prigione. Tra il Governatore e Rick.

Ben fatta la ricostruzione graduale delle ostilità. L’essere umano, se messo in condizioni di estremo disagio, povertà, malattia, reimparerà a fare tutto. Anche la politica. Anche la guerra.

Interessante l’evoluzione del personaggio di Carl, che si trova costretto a tirar fuori il coraggio e a far fuori sua madre. Sì, Lori muore, o così sembra e l’ho apprezzato. Non tanto perché il suo personaggio mi stava sul culo ma anche perché era diventato l’unico modo decoroso di chiudere il cordoglio di coppia con Rick dopo tutta la faccenda con Shane.

Il fatto di allargare le dinamiche a due sistemi chiusi in contrasto tra di loro moltiplica ovviamente le possibilità relazionali e le variabili ma la struttura regge dall’inizio alla fine e non si perde pezzi per strada.

Rispetto alla seconda stagione ci sono anche meno tempi morti e meno lentezze.

In tutto ciò Andrea diventa odiosamente stupida nel suo farsi abbindolare dalle promesse del Governatore oltre ogni ragionevolezza.

Il livello di splatter è generalmente standard, con solo qualche picco di tanto in tanto.

Anche qui finale che rimescola in qualche modo gli equilibri. Non un vero e proprio reset ma una fusione di gruppi che crea un nucleo umano nuovo da cui partire nella stagione successiva. Nuovi personaggi, pur senza esagerazioni – non una cosa alla Lost, per capirci, dove saltava fuori qualcuno nuovo dietro ogni palma.

Buona. Continua a piacermi. E nonostante qualche scivolata occasionale sulle dinamiche interpersonali – per esempio la tensione tra Maggie e Glen è un po’ troppo forzata e un po’ troppo prolungata, per dirne una – il ritmo è veloce e la struttura coerente senza bisogno di eventi catalizzanti esterni che la sbroglino.

No. Non metto altre foto perché tutte le volte che cerco screenshots di una stagione mi spoilero le successive, quindi niente foto.

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sdt

Stanotte ho visto una cosa stranissima.

Stavo tornando a casa, in una notte calda e opprimente, come ce ne sono qui, in questo periodo dell’anno, quando la pelle è lustra di sudore e la camicia non si asciuga mai. Avevo suonato il piano nel bar dove lavoro, e nessuno aveva voglia di andarsene, così avevo fatto più tardi di quanto volessi. Mio figlio aveva detto che sarebbe venuto a prendermi in macchina, ma non si era fatto vedere.

Stavo tornando a casa, verso le due di notte, con una bottiglia di birra fredda che mi si riscaldava in mano. Non bisognerebbe bere per strada, lo so, ma che diavolo! dopo aver lavorato nove ore di fila servendo al bar quand’era tranquillo e suonando il piano quand’era affollato… La gente beve di più se c’è la musica dal vivo, è un fatto indiscutibile.

Stavo tornando a casa quando il cielo si è squarciato e la pioggia è venuta giù come ghiaccio, in realtà era ghiaccio: chicchi di grandine grossi come palline da golf e duri come palle di elastico.

Jeanette Winterson per me è sempre amore incondizionato.

Lo spazio del tempo è una riscrittura del Racconto d’inverno di Shakespeare, nell’ambito di un progetto della Hogarth Press (la casa editrice fondata nel 1917 da Virginia e Leonard Woolf) di riscritture shakespeariane ad opera di autori contemporanei. Al momento lei è la prima della serie, che in Italia è pubblicata da Rizzoli.

Trasfigurazione della storia che cambia rimanendo la stessa.

Ogni cosa porta per sempre in sé l’impronta di ciò che è stato prima.

E’ una frase che ricorre. C’era anche ne Gli dei di pietra. Ed è così inequivocabilmente perfetta. Racchiude tutto.

Una storia che rimane intatta attraverso i secoli. Che muta di forma e di aspetto ma che viaggia nel tempo mantenendo intatta la sua sostanza.

Fiabe. Leggende. Varianti. Versioni. Fanfiction.

Parole e vicende che sconfiggono il tempo.

Si fanno beffe della sua presunta irreversibilità.

Forse, in qualche modo, il tempo é reversibile.

Forse esiste un modo di porre rimedio al tempo e alla sua solida e statuaria inamovibilità.

Che cos’è la memoria se non una dolorosa disputa con il passato?

Jeanette prende il testo di Shakespeare, se ne appropria con tutto l’amore di chi nutre una reale passione e lo restituisce alla nostra epoca pressoché intatto nella sua plausibilità.

Lo restituisce in vesti delicate e struggenti. In immagini di una bellezza lancinante. In parole e sentimenti di una purezza primordiale.

La forma atomica del tuo amore.

Lo spazio del tempo è una riscrittura ma non solo. E’ un omaggio umile e garbato. E’ una dichiarazione d’amore per il testo originale e per tutte le parole scritte di questo mondo. E’ una promessa di devozione assoluta alla narrazione.

Le cose importanti capitano per caso.

Lo spazio del tempo è un intreccio di legami che si annodano indissolubilmente sempre più in profondità. C’è Shakespeare ma c’è anche tanta Winterson nei continui richiami alle sue tematiche. Impronte che vengono messe a nudo e legami viscerali che vengono svelati. Corrispondenze e risonanze.

E a noi non è dato di conoscere le vite degli altri, e non è dato di conoscere nemmeno la nostra, al di là dei dettagli che sappiamo tenere sotto controllo.

E Perdita. Che rappresenta una sorta di convergenza nello spazio e nel tempo.

Perché è la perdita la misura dell’amore? era l’incipit di Scritto sul corpo. Qui non viene ripetuta esplicitamente questa domanda – anche perché, curiosamente, il gioco di parole funziona meglio in italiano – ma ne è reso ugualmente esplicito il significato. Perché Perdita è la misura dell’amore. Ne è il catalizzatore, il riferimento, la catarsi.

E le cose che ci cambiano per sempre avvengono senza che noi ce ne rendiamo conto [—]. Ci vuole così poco tempo per cambiare una vita e ci vuole tutta la vita per comprendere il cambiamento.

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Candidato ai Golden Globes 2016 per miglior film drammatico, miglior attrice in un film drammatico e miglior sceneggiatura.

In Italia arriverà il 3 marzo, quando ormai sarà già tutto (Globes e Oscar) finito e deciso, ma meglio di niente.

Tratto dal romanzo omonimo di Emma Donoghue.

 

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Altro post cumulativo dal TFF, questa volta davvero l’ultimo.

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High-Rise. Regia di Ben Wheatley. Gran Bretagna.

Tratto da Condominium (1975) di J.G. Ballard.

Io ho un non-rapporto conflittuale con Ballard. Non ho mai letto nulla di suo. Ho visto solo la trasposizione di Crash di Cronenberg e l’ho odiata. Mi sono documentata sul romanzo e l’ho comprato ma non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo. Non so, ho una specie di blocco.

Per aggirare la cosa ho comprato Il condominio perché la trama mi attirava moltissimo ma poi non ho ancora letto neanche quello.

Di nuovo. Non so. E’ un autore che mi attira e mi inquieta allo stesso tempo. Probabile anche che questo tipo di reazione fosse nelle sue intenzioni. Cioè, non nei miei confronti in particolare, ecco.

Ad ogni modo, non potevo fare a meno di vedere questo film. Anche solo per il cast. Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, Luke Evans.

Distopico. A partire dagli anni Settanta, quindi un ipotetico futuro come potevano immaginarselo da quella prospettiva, quindi un futuro molto anni Settanta. Un giovane rampante trova alloggio in un lussuoso condominio. Una struttura all’avanguardia e autosufficiente. Fornita di tutto il necessario per creare un microcosmo a sé stante. E una vera e propria società che si sviluppa verticalmente, con ogni piano che corrisponde ad un livello gerarchico. Una scala sociale in senso letterale. E un enigmatico architetto in cima.

Tutto molto interessante, surreale e grottesco. Non so dire quanto fedele negli avvenimenti ma mi par di intuire che lo sia abbastanza nell’approccio.

Non male ma secondo me, data l’idea di partenza e il cast, poteva venire un po’ meglio. A tratti è un po’ dispersivo. Visivamente accattivante ma in certi momenti si arena un po’. Comunque da vedere. Ovviamente in Italia non arriva. Mi sto esprimendo come un navigatore satellitare.

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Brooklyn. Regia di John Crowley (Boy A), tratto dal romanzo omonimo di Colm Tòibìn, sceneggiato da Nick Hornby.

Eillis abbandona l’Irlanda, un piccolo paesino e l’assenza di prospettive, in cerca di un futuro migliore in America. Il dolore dello sradicamento e della solitudine lasciano gradualmente il posto ad una nuova sicurezza e alla nascita di nuovi affetti e nuovi legami fin quando un lutto improvviso richiama la ragazza nel paese natale. Un paese che improvvisamente sembra volerle offrire tutto quello che prima le aveva negato.

Una storia di radici e di un’identità divisa in due. Una storia di emigrazione, di solitudine ma anche una storia delicatamente umana. Niente toni melodrammatici, niente enfasi eroiche. Realtà che si scontrano e scelte che non lasciano spazio a compromessi.

Gradevole e garbato. A tratti anche sinceramente spassoso Рla figura della padrona della pensione ̬ riuscitissima.

Molto brava Saoirse Ronan nel ruolo della protagonista che, peraltro, ha ricevuto anche la nomination ai Globes 2016 come miglior attrice in un film drammatico.

In Italia arriva il 4 febbraio.

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The Day of the Triffids. (1962). In italiano uscì come L’invasione dei mostri verdi (il vizietto della storpiatura dei titoli è vecchio). Regia di Steve Sekely. Tratto dall’omonimo romanzo di John Wyndham, del 1951.

Poche cose eguagliano la soddisfazione di un vecchio film di fantascienza visto al cinema alle 9 del mattino.

Come al solito avrei voluto inserirmi più classici in programma ma alla fine son riuscita a farcene stare soltanto due.

L’umanità assiste affascinata ad una pioggia di meteoriti. Il giorno dopo, tutti sono diventati ciechi, tranne coloro che, per qualche ragione, la notte precedente non avevano guardato il cielo. Parallelamente, si assiste ad un improvviso e abnorme sviluppo dei trifidi, piante carnivore e in grado di spostarsi sul terreno.

Al centro della vicenda, un gruppo di sopravvissuti, ciascuno proveniente da una storia diversa, che fronteggerà la catastrofe in cerca di una soluzione.

Un classico della fantascienza di serie B.

Bellissimo. Anche nell’ingenuità e al tempo stesso nella lungimiranza del modo di rendere la dimensione distopica di un mondo privato della vista.

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Westworld. (1973). Primo esperimento di regia per Michael Crichton. In Italia uscì col titolo Il mondo dei robot.

Bellissimo. Un altro grande classico del genere.

La vacanza del futuro è arrivata. Siamo nel futuristico anno 2000 e Delos è un gigantesco parco a tema che offre ai suoi clienti emozioni al di là di ogni immaginazione. Si può scegliere tra la ricostruzione di tre periodi storici, il Medioevo, l’antica Roma e il vecchio West. Ognuno di questi mondi è popolato da robot di sembianze umane programmati per assecondare lo sfogo di qualsiasi fantasia degli ospiti, di qualunque natura essa sia. I robot possono anche essere uccisi, le pistole che vengono date in dotazione sono vere e i robot sono fatti per sanguinare e reagire come esseri umani.

Peter (Richard Benjamin) e John (James Brolin – che è il papà di Josh, come ho realizzato dopo aver passato mezz’ora a rimuginare sul fatto che i conti dell’età di Josh Brolin non mi tornavano se era già in questo film) scelgono Westworld.

Ad un certo punto, però, qualcosa comincia ad andare storto. Capita qualche incidente. Le macchine sembrano non funzionare bene. Gradualmente si capisce che le macchine non rispondono più e non fanno più ciò per cui erano state programmate.

Memorabile Yul Brynner nel ruolo del pistolero robot che da la caccia ai due protagonisti.

Pare che per il 2016 sia prevista una serie tv ispirata a questo film. Il titolo sarà sempre Westworld  nel cast ci sono anche Ed Harris e Anthony Hopkins.

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Primo singolo da Anarchytecture, il nuovo album in uscita il 15 gennaio.

 

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REGRESSION-poster-locandina-2015

Mpf.

Non lo so.

Personalmente non mi è dispiaciuto, questo Regression, ma mi rendo conto che di pecche ce ne sono e neanche troppo piccole.

Regia di Alejandro Amenàbar, altresì noto come IlregistadiTheOthers. Il che non so se in questo caso gli torna molto utile. Perché tutti quelli che hanno amato The Others si aspettavano il bis.

E visto che il bis non è arrivato, i paragoni e i giudizi sono forse anche più severi, come capita di solito a chi riesca a fare qualcosa di particolarmente riuscito. Da quel momento in poi gli standard si alzano e tutti si aspettano di più. Indietro non si torna. Manco a farlo apposta, sembra un gioco di parole con il titolo del film.

Bruce Kenner è un detective alle prese con un presunto caso di molestie subite da una minorenne da parte di suo padre.

Siamo negli anni Novanta e negli Stati Uniti siamo in pieno boom da satanismo. Sono saltate fuori le sette sataniche e pare che la cronaca non parli d’altro. Pare che, ovunque ci sia qualcosa che non va, si celino satanisti. E’ quasi una psicosi collettiva.

Kenner indaga. La ragazzina è traumatizzata e parla poco. Il padre è messo ancora peggio. Non ricorda. Viene chiamato uno psicologo ad affiancare le indagini ed è lui che introduce la tecnica – anch’essa molto in voga negli anni Novanta – della regressione per tentare di sbloccare ricordi cui non si ha più accesso. E da questi ricordi emergono dettagli profondamente inquietanti.

In breve.

Buona l’idea di ribaltare, per così dire, l’approccio standard alla tematica paranormale (forse è una frase non proprio chiarissima per chi non lo ha ancora visto, ma ha un suo senso).

Buona la scelta di tenere il tutto in equilibrio fino all’ultimo tra horror e thirller investigativo.

E buona la scelta di Etan Hawke – che dopo ventisei anni riesco quasi (quasi eh) a non pensare in versione Todd Anderson – che è pacato ed espressivo.

Tra i difetti invece spicca di sicuro la scelta di Emma Watson. Mettiamoci l’anima in pace, non sa recitare. Ha due espressioni e le usa fuori luogo. Fa la bocca a culo di gallina e non sta ferma un attimo con le sopracciglia (un po’ come Kirsten Dunst ma peggio) – mettiamole del nastro adesivo, please, così la smette di alzarle e abbassarle.

Atra osservazione è che poteva essere un po’ più corto, o almeno più concentrato. Ad un certo punto hai tutto di fronte eppure sai che non può essere tutto lì. Resta solo da capire qual è il tassello che farà saltare per aria tutti i presupposti. E però questo tassello tarda a palesarsi. Non tanto da sciupare del tutto il ritmo del film ma abbastanza da farsi notare.

Nel complesso l’idea aveva più potenzialità rispetto a come è stata sfruttata, però non è neanche da bocciare del tutto.

La faccenda della regressione con le sue implicazioni è interessante. Soprattutto se si pensa che si fa riferimento a fatti di cronaca.

 

Cinematografo & Imdb.

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"Regression" Day 19 Photo: Jan Thijs 2014

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Ultimo capitolo.

Regia sempre di Francis Lawrence, che ha diretto tutta la saga tranne il primo e che, per la cronaca, non è parente di Jennifer, si tratta solo di omonimia.

Ero partita con l’intenzione di evitare spoiler ma finirei solo col ripetere quello che ho già detto su tutti gli altri capitoli. Buon film, estrema fedeltà ai libri, ottima resa visiva (la scena dell’onda di petrolio è fighissima), e via così.

In realtà quest’ultima parte del terzo libro è parecchio delicata e richiede un discorso a parte. Non è solo una questione di complessità di intreccio.

Il finale di tutta la saga è di un’amarezza profonda e che non può essere riscattata da niente e da nessuno.

Ne avevo parlato qui, quando lessi il libro.

Ora, nel film gli avvenimenti ci sono tutti, non manca niente. E questo già è un bene perché temevo sinceramente che potessero addolcire il tutto per ragioni di marketing. Però, non so, non ha lo stesso impatto emotivo del libro.

E non per le ovvie differenze tra libro e film.

Forse non sono neanche ancora riuscita ad identificare bene cos’è che mi ha trasmesso questa impressione, ma ho avuto chiara la sensazione che alcuni passaggi fossero tirati via un po’ troppo in fretta.

La parte sulla votazione degli ultimi Hunger Games, l’abbozzo di ascesa della Coin e la freccia di Katniss sono ben articolate. Così come il fatto che la Coin fosse una minaccia. La sua ambiguità è palese fin da quando entra in scena.

E va bene.

E’ la parte delle bombe sui bambini che arriva troppo in fretta. Talmente in fretta che non si capisce bene che cosa stia succedendo se non si è già letto il libro. E’ vero che quel punto è un pugno nello stomaco e forse non han voluto calcare troppo la mano. Però secondo me meritava una costruzione più lineare. Anche perché, di conseguenza, risulta poco chiara anche la faccenda della bomba a scoppio ritardato che uccide Prim. La bomba di Gale, che uccide Prim. Sì, lo spiegano. Lo fanno dire a Katniss. Ma sentir spiegare una cosa non ha lo stesso impatto di comprenderla mentre la si vede succedere.

Poi, per il resto è tutto perfetto. Fermo restando il fatto che siamo invasi da saghe aventi per protagonisti giovani eroi ed eroine alle prese con futuri distopici più o meno tragici e destinati a riscattare le sorti dell’umanità, questa di Suzanne Collins rimane una delle più intelligenti e meglio strutturate in cui mi sia imbattuta nell’ultimo decennio. E lo stesso vale per la trasposizione cinematografica, che risulta quasi totalmente libera dai difetti che solitamente tendono a colpire i film di questo genere – primi fra tutti eccessi di enfasi eroica e ammiccamenti a troppe fasce d’età contemporaneamente.

Di certo viene trasmessa molto bene la paradossalità della situazione finale. Il conflitto raggiunge proporzioni tali che si annullano le differenze. Non ci sono più oppressori e ribelli. Non ci sono più buoni o cattivi. Non ci sono più motivazioni e non ci sono più limiti. Tutto diventa lecito e tutto perde senso.

Ci sono solo persone che ammazzano persone e sono convinte di avere una ragione per farlo. Ci sono persone convinte di poter avere il controllo. Non importa da che parte stiano. E’ l’orrore della guerra. L’abisso insondabile di una violenza che non può essere per una giusta causa. La bomba di Gale è l’esempio di tutto ciò ed è l’esempio più crudele che potesse materializzarsi.

E’ il passo oltre il confine. E’ il punto di non ritorno. Tutti i legami sono spezzati. E’ il tempo che non può tornare indietro e non può essere cambiato.

E’ il male irreversibile per il quale non c’è redenzione. Al quale forse si può sopravvivere ma che non si può superare.

Il libro lascia sicuramente più spazio a questa desolazione rispetto al film. Ecco, forse l’unico tentativo di ammorbidimento nella versione cinematografica è proprio il fatto di passare subito piuttosto in fretta al dopo. A quel futuro che Katniss e Peeta si trovano a condividere.

Il cast è il solito e di altissimo livello. Continuo a ripetere che Woody Harrelson per Haymitch è una delle scelte più azzeccate della storia del cinema.

Cinematografo & Imdb.

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Il 1 dicembre Woody ha compiuto 80 anni.

Il 16 dicembre esce questa bella cosa qui.

Non vedo l’ora di sedermici davanti.

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Regia di Ron Howard.

Tratto dal libro di Nathaniel Philbrick, In the Heart of the Sea: The Tragedy of the Whaleship Essex, pubblicato nel 2000 e a sua volta basato sulle testimonianze dirette scritte da Thomas Nickerson e Owen Chase, rispettivamente marinaio e primo ufficiale sulla Essex e tra i pochi superstiti tratti in salvo nel febbraio del 1821.

Da queste stesse vicende Herman Melville trasse ispirazione per il suo Moby Dick (1851).

E il film comincia proprio con un giovane Melville (Ben Whishaw) che cerca di comprare a Thomas Nickerson (Brendan Gleeson), ormai anziano, il racconto della vera storia del naufragio dell’Essex, al tempo un caso di cronaca che ebbe una discreta risonanza. Tre mesi di paga per una notte di racconto. E per la verità.

Nickerson inizialmente rifiuta. Non ha mai parlato a nessuno di quello che accadde veramente né di come fecero a sopravvivere coloro che furono salvati.

La baleniera Essex salpò da Nantucket il 12 agosto 1819.

Dopo più di un anno di navigazione, la scarsità di barili d’olio spinse l’equipaggio ad avventurarsi al largo del Pacifico dove trovarono i capodogli ma trovarono anche un enorme esemplare maschio di balena che si scagliò contro la nave provocandone l’affondamento.

Siamo nel novembre del 1820.

I pochissimi naufraghi sopravvissuti vennero salvati il 18 febbraio 1821.

Tre mesi di naufragio in cui gli uomini dovettero affrontare l’impossibile. Si spinsero al limite e poi oltre. Fecero le scelte che furono costretti a fare e, i pochi che ne uscirono, furono condannati a conviverci per il resto della loro esistenza.

La storia che Nickerson racconta è la storia delle tenebre chiuse nei ricordi inesprimibili di un sopravvissuto. Del distorto senso di colpa che è insito nella condizione di sopravvivenza. Dell’abisso di orrore in cui non si può guardare senza rimanere segnati per sempre.

E poco importa la razionalità. Poco importa sapere che non avrebbe potuto essere diversamente. Rimane un fondo di oscurità che non potrà più essere rischiarato.

Uomini che pagano il prezzo di essersi spinti troppo oltre.

Non è forse una storia eterna?

In the Heart of the Sea è buon film.

Non ne sono uscita esaltata, quello no. Ma è un buon film.

Avventura, azione, un ritmo veloce e poche elucubrazioni. Poco eroismo gratuito, anche. Il che è molto gradito.

Chris Hemsworth è apprezzabilmente sobrio nella sua recitazione e, benché sia alto grosso e biondo non fa la parte scontata dell’eroe figo di turno.

In generale, tutto il cast è molto sobrio e la recitazione non lascia spazio a eccessi di sentimentalismi in nessuna direzione.

E’ un film coinvolgente, che fa il suo mestiere e ti tiene col fiato sospeso. E che ti fa anche venir voglia di approfondire la storia vera dietro la ricostruzione.

Ottima la coppia Gleeson-Whishaw. Parte relativamente minore per Cillian Murphy.

Cinematografo & Imdb.

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