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Archive for ottobre 2016

In uscita il 2 marzo 2017.

La linea guida pare sempre quella del massacriamo-Hugh-Jackman, ma ci piace comunque.

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Tratto dall’omonimo racconto di Stephen King, contenuto nella raccolta Full Dark No Stars (Notte buia niente stelle).

Darcy e Bob Anderson sono una coppia felicemente sposata da 25 anni. La loro vita è ricca e piena. Lui è un contabile stimato e dalla solida posizione; i figli sono ormai cresciuti e ben avviati sulle loro strade. La figlia è prossima al matrimonio.

Un quadro perfetto di felicità familiare.

I rituali condivisi, il lessico di coppia. La felicità tranquilla data dalla profonda abitudine all’altro.

E poi, senza preavviso, senza nessun motivo particolare, succede qualcosa. Una cosa piccola e insignificante, ma sufficiente a spazzare via tutto.

Bob è un collezionista di monete. Non è il suo lavoro, ma è un’attività che porta avanti con dedizione professionale.

Una sera Bob è fuori per incontrare un potenziale venditore e Darcy sta guardando la televisione. Vuole cambiare canale ma le pile del telecomando sono scariche.

Come in tutte le case americane dei film, le pile sono in garage e Darcy si mette a cercarle in mezzo ad attrezzi e scatoloni.

Uno di questi scatoloni si muove.

Un’asse si sposta e rivela un nascondiglio.

Quello che Darcy trova nel nascondiglio cancella e ribalta in un attimo tutte le certezze della sua vita.

Chi è realmente suo marito?

Chi è la persona con cui ha condiviso buona parte della sua esistenza?

Chi è il padre dei suoi figli?

Nello scrivere il racconto, King dichiarò di essersi ispirato al caso di cronaca del serial killer Dennis Rader, noto con il soprannome di BTK (Bind Torture and Kill – lega tortura e uccidi – dal modus operandi sulle sue vittime) che uccise per oltre vent’anni in Kansas prima di essere scoperto e arrestato. Rader aveva una famiglia e una moglie del tutto ignara – almeno stando a quanto si accertò all’epoca – delle attività del marito e King prova a interrogarsi su come sia possibile vivere tutta la vita accanto a qualcuno senza sapere di fatto nulla di questa persona. Fino a chiedersi se, in definitiva, sia mai possibile conoscere davvero qualcuno, anche (o forse proprio in particolar modo) le persone che dovrebbero essere più vicine.

A conferire un tocco surreale a tutta la faccenda c’è anche il fatto che pare che la figlia di Rader abbia cercato di fare le sue rimostranze a King perché sfruttava l’immagine dei suoi genitori.

Tornando al film, i coniugi Anderson sono interpretati da Anthony LaPaglia e Joan Allen per la regia di Peter Askin, che nel 2007 diresse il documentario su Trumbo.

A Good Marriage ha forse un taglio un po’ televisivo ma nel complesso funziona.

Gestito bene lo stacco netto che divide la prima e la seconda parte, con il gioco delle dinamiche di coppia apparentemente uguali ma di fatto radicalmente diverse a causa della nuova prospettiva dopo la scoperta di Darcy.

Imdb.

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Un ritrovo di ex compagni di classe.

Nathan Zuckerman (David Strathairn) vi si aggira con un misto di disagio e riluttante curiosità.

L’immancabile teca con le foto e i trofei delle squadre di football.

Ricordi che affiorano.

Il sorriso dello “svedese”.

Lo “svedese”, Seymour Levov (Ewan McGregor). Il capitano della squadra di football. Bello, bravo, amato da tutti. Fidanzato con la ex Miss New Jersey.

L’uomo che più di tutti, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Essere qualsiasi cosa.

L’uomo a cui la vita aveva promesso tutto.

Alla riunione c’è il fratello dello svedese. Nathan chiede che ne sia stato di Seymour ma le risposte che riceve sono quanto di più lontano si possa immaginare dall’idea che si era fatto della vita di quel ragazzo incredibilmente promettente.

Comincia così un lungo flashback nell’America degli anni Settanta, dove la vita perfetta di Seymour e Dawn (Jennifer Connelly) viene travolta dall’imprevedibile evolversi degli eventi che vedono coinvolta la loro unica figlia, Merry.

Merry (Dakota Fanning) è un’adolescente irrequieta. Tormentata fin da piccola da una balbuzie dalle origini poco chiare e da una sensibilità acuta e a volte imperscrutabile, Merry soffre profondamente il contrasto tra la vita ordinata e tranquilla che conduce a Newark, nel New Jersey, e la vita che intravede nei servizi dei telegiornali, nelle notizie che arrivano da un mondo che pare scosso da energie inarrestabili e distruttive.

Merry si fa degli amici a New York. Amici che lottano. Che combattono il potere di un’America cieca, perbenista e fasulla. O almeno così dice (e crede) lei.

Merry non tollera quella che percepisce come indifferente apatia da parte dei suoi genitori – in particolare della madre – nei confronti di quello che accade nel resto del mondo.

I contrasti si inaspriscono. I legami si allentano.

Seymour e Dawn non sanno come relazionarsi con una figlia che appare loro sempre più estranea. Sono persone relativamente semplici. Attaccate a valori onesti e pieni di tutta quell’ottimistica fiducia così tipicamente americana.

E poi basta un giorno.

E salta tutto in aria.

Un distributore di benzina e tutte le loro vite.

La bomba esplode e Merry scompare.

Seymour e Dawn vengono catapultati in un inferno di attesa e incertezza.

Com’è possibile che sia stata Merry? Com’è possibile che la loro unica figlia, cresciuta nella bellezza e nell’amore, sia stata capace di un atto così folle?

American Pastoral è uno struggente requiem per il sogno americano che rimane attonito e pietrificato, mentre fissa impotente il proprio fallimento.

Tratto dall’omonimo romanzo di Philip Roth, che non ho letto e che dovrò recuperare quanto prima anche se, tutto sommato, una volta tanto non mi dispiace aver visto prima il film. Almeno non posso unirmi al coro di chi si lamenta perché il-libro-è-meglio.

Ora, conoscendo Roth, sono abbastanza certa del fatto che il libro sia dieci volte di più. Ma sono anche piuttosto convinta che quella di Ewan McGregor – alla sua prima volta come regista – sia un trasposizione di tutto rispetto, concentrata sul filone principale della vicenda, intelligente nel non perdersi nelle vicende scegliendo piuttosto di privilegiare il messaggio.

E il messaggio è lo sguardo struggente dello svedese, che sgrana gli occhi incredulo di fronte all’estraneità della creatura che ha generato.

Incarnazione di un America che non riconosce più i suoi figli, spaccata tra la generazione di chi ha lottato per una terra promessa e quella che riesce a vedere l’inganno al fondo di queste promesse.

L’America divisa tra un benessere invidiato dal mondo intero e le contraddizioni insanabili delle lotte per i diritti civili.

L’ipocrisia di fondo di uno stile di vita che deve essere raggiunto e mantenuto a qualsiasi costo.

L’agghiacciante consapevolezza di aver perso il controllo.

Di non averlo mai avuto, forse.

L’inganno del sogno, ma anche quello della rivoluzione, con i suoi fallimenti altrettanto clamorosi.

Non c’è salvezza per nessuno.

Non resta che contemplare il feretro delle proprie illusioni.

McGregor è perfetto per il ruolo di Seymour, con quel suo sguardo sempre un po’ ingenuo, sempre un po’ speranzoso e Dakota Fanning, sulla quale avevo qualche dubbio, è brava, in una parte non facile, soprattutto all’inizio.

Misuratamente simbolico, visivamente delicato e molto equilibrato da un punto di vista emotivo, American Pastoral è un ottimo film.

Cinematografo & Imdb.

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Mah. Stavo per esordire con un ‘pensavo peggio’ ma in realtà non è vero. Non pensavo un granché e basta, a proposito di questo Inferno. Speravo che fosse meglio di Angeli e Demoni e più simile al Codice da Vinci ma in effetti ero più curiosa che speranzosa.

Terzo capitolo di una saga che di fatto non è mai decollata davvero, per lo meno non sullo schermo, e che procede per episodi chiusi incentrati sulle avventure del professore esperto di simbologia religiosa Robert Langdon.

Di per sé il presupposto presenta risvolti interessanti e la costruzione di thriller che ruotino intorno ad enigmi storico-religiosi offre la possibilità di attingere a bacini di spunti pressoché illimitati.

Eppure.

Eppure evidentemente l’idea non è sufficiente.

Ora, io non ho mai letto i libri di Dan Brown e non so dire se i difetti siano all’origine o siano propri della versione cinematografica.

Sta di fatto che Inferno non funziona.

Il Codice da Vinci, al di là dell’inutile polverone mediatico che gli si era sollevato intorno – piuttosto gratuitamente, in verità – mi era piaciuto. C’era la novità, c’era la cura nella costruzione e nell’introduzione dei personaggi. Ed era un onesto thriller che faceva il suo lavoro e ti teneva lì a vedere come si sarebbe sbrogliata la faccenda.

Angeli e Demoni, per contro, non mi era piaciuto per niente. Seppur costruito bene, aveva un grossa, enorme, gigantesca falla in termini di plausibilità. Per quanto tecnicamente ben strutturato in termini di azione, ritmo e via dicendo, la storia dell’antimateria stroncava sul nascere qualsiasi tentativo di sospensione dell’incredulità e rendeva difficile godersi la trama.

Inferno, al contrario, non presenta grosse assurdità ma è un prodotto complessivamente inferiore.

E’ girato peggio, sceneggiato peggio, diretto peggio. E pure recitato peggio.

Poi ok, la trama è esile ma di per sé fila abbastanza. Anzi, forse anche troppo – è talmente scarna che, a pensarci bene, quasi quasi fa rimpiangere pure un po’ l’antimateria.

Ron Howard cerca palesemente di sfruttare l’ultima scia del fenomeno editoriale ma non si impegna più di tanto.

I personaggi – a partire da Langdon stesso – sono connotati grossolanamente.

La coppia investigativa Robert-Sienna si forma in modo troppo improvvisato e pretestuoso.

Dopo appena una breve introduzione di storia, i due cominciano a correre qua e là in giro per l’Italia, sciorinando enigmi, citazioni in latino mal pronunciato seguendo un percorso di tracce sottili quanto le indicazioni delle cartoline del Monopoli.

Andate all’inferno senza passare dal via.

Robe così.

Il cattivo di turno è forse uno dei più banali e meno carismatici che siano passati sugli schermi negli ultimi quindici anni. E’ un cattivo generico, che guarda un po’, si mette in testa di voler salvare il pianeta sterminando buona parte dell’umanità.

Se per la prima metà il film è solo piatto – neppure Tom Hanks pare credere più di tanto a quello che sta facendo – la seconda parte diventa pure un tantino confusa, con tutta una serie di ribaltamenti che paiono infilati uno dietro l’altro come per spuntare la lista della spesa e che vorrebbero essere dei colpi di scena ma, di fatto, sembrano più un modo per allungare la durata del film – dato che, in definitiva, non sono neanche abbastanza complicati da confondere le idee.

L’ambientazione italiana offre un ennesimo scorcio di come l’Italia venga vista dall’anglosassone medio – anche se fortunatamente, non viene calcata troppo la mano sui soliti cliché.

La versione originale offre il triste (o buffo, a seconda dei momenti e forse anche dell’umore di chi guarda) spettacolo di Hanks e compagnia alle prese con la pronuncia di latino e italiano.

Nei panni di Sienna, una insipida Felicity Jones, che nelle intenzioni dovrebbe ricalcare il personaggio di Audrey Tatou del Codice ma che, di fatto, non ci si avvicina neanche lontanamente. Per la cronaca, sono giunta alla conclusione che Felicity Jones mi sta cordialmente sul culo.

Piccola parte anche per Omar Sy-quello-di-quasi-amici.

Morale: deludente. Un po’ una perdita di tempo.

Cinematografo & Imdb

Tom Hanks and Sidse Babett Knudsen star in Columbia Pictures' "Inferno," also starring Felicity Jones.

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Langdon (Tom Hanks) with Sinskey (Sidse Babett Knudsen) and Harry Sims (Irrfan Khan) in Columbia Pictures' INFERNO.

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In arrivo il 26 ottobre.

Trailer fighissimo, mi aspetto veramente molto.

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In uscita il 26 gennaio 2017.

Un po’ thriller psicologico, un po’ horror, un po’ sicuramente anche qualcos’altro, visto che il regista è Shyamalan.

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Clint Eastwood.

In uscita il 15 dicembre.

In anteprima a novembre al Torino Film Festival.

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La prima fu davvero traumatica. E come tutto ciò che ti cambia per sempre, spaccò la mia vita in due metà: il Prima e il Dopo. Anche questo, al pari di molti altri eventi incredibili che sarebbero accaduti in seguito, aveva a che fare con mio nonno, Abraham Portman.

Chi è Abraham Portman? Un eroe di guerra dalla vita avventurosa e dalle capacità straordinarie, o un vecchio strampalato che non distingue i ricordi dai sogni, la realtà dalla fantasia?

Da bambino, Jacob pende dalle labbra del nonno. Assorbe le sue storie con avidità, aspettando il momento in cui, finalmente, verrà il suo turno.

Però Jacob cresce, e la realtà si fa più ambigua. Come possono essere vere le cose che il nonno gli ha sempre raccontato? Nonno Abraham ama parlare della sua infanzia in un orfanotrofio dai contorni vaghi e fiabeschi. Di compagni di scuola dai tratti quanto meno singolari. Uno di loro era invisibile. Un altro aveva uno sciame di api che gli viveva nella pancia. Un altro ancora era dotato di una forza sovrumana. E non sono frottole. Nonno Abraham ha un mucchio di foto, che ritraggono i suoi amici.

E poi colleziona armi. Era un soldato e un cacciatore, ma non è solo quello il motivo. Ci sono mostri da cui ci si deve difendere. Mostri che possono tornare e che popolano i suoi incubi.

Jacob vuole credergli. Ha bisogno di credergli. Ma la realtà è prepotente, grigia e prevaricante. E non lascia spazio a ciò che non è normale.

Perché il nonno è scampato ai lager dei nazisti (i mostri), che hanno ucciso la sua famiglia, ed è stato accolto in un orfanotrofio britannico insieme ad altri bambini sfuggiti alla guerra ed è comprensibile che la sua memoria distorca quella dimensione tragica e surreale al tempo stesso.

Così Jacob si allontana, e smette di credere alle favole del nonno.

Fino al giorno in cui non succede qualcosa. Qualcosa che straccia a forza il velo che separa i due livelli di realtà e Jacob si ritrova sulle spalle il peso di un’eredità a cui non è preparato ma che non può fare a meno di accettare.

Una volta che il dubbio si insinua, non si può più tornare indietro. Non si può più imparare a fare finta di niente.

Un’ombra nel bosco, che può essere qualcosa ma può anche essere frutto dell’immaginazione. La linea sottile che tiene fuori la follia.

Una data, 3 settembre 1940. Una lettera. Un nome: Miss Peregrine.

Jacob segue la pista di indizi e arriva dall’altra parte della grotta. Arriva dove il nonno ha cercato di condurlo per tutti quegli anni.

Ransom Riggs è un autore di cortometraggi e collezionista di fotografie d’epoca. Proprio a causa di questo suo hobby, si è imbattuto in una serie di fotografie curiose e interessanti e aveva pensato di proporle al suo editore per tirarne fuori un libro illustrato.

Quel libro non si è mai realizzato, in compenso però è nata la trilogia di Miss Peregrine, di cui La casa dei ragazzi speciali è il primo libro.

Come è indicato alla fine, tutte le fotografie contenute nel libro sono autentiche e d’epoca. Solo alcune hanno subito minimi ritocchi per risultare più attinenti alla storia ma per la quasi totalità sono inalterate.

Ho scoperto questi libri in modo del tutto casuale, poco prima anche di accorgermi del film di Tim Burton e mi ha affascinato moltissimo l’idea della storia costruita intorno a queste vecchie foto degli anni Trenta e Quaranta.

Il primo volume è avvincente e si divora in un batter d’occhio.

Sebbene l’idea di fondo – gruppo di ragazzi con poteri vs gente normale – non sia nulla di particolarmente nuovo, riesce a incuriosire e coinvolgere con una serie di spunti originali e con l’introduzione di una variante dei salti temporali che ha potenzialità estremamente interessanti.

Non dico altro perché non voglio anticipare niente – anzi, ora che ho finito il libro trovo che il trailer del film di Burton sia persino un po’ troppo spoileroso.

Resta da vedere se il secondo e il terzo capitolo saranno all’altezza nel gestire la complessa situazione spazio temporale che il primo ha introdotto egregiamente.

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