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Archive for the ‘E. Hawke’ Category

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Che dire…

Di certo sono in sette.

Definirli addirittura magnifici mi par che sia un tantino eccessivo ma non sono male, ecco.

Remake dell’omonimo film del 1960 di John Sturges, che a sua volta era un tributo – più che un vero e proprio remake – ai Sette Samurai di Akira Kurosawa.

Anche in questo caso, contesto e dettagli della storia cambiano, ma non cambia la dinamica centrale: pistolero-giustiziere assoldato da una piccola comunità di oppressi per vendicarsi dei torti subiti e riprendersi terra e libertà.

Il pistolero-giustiziere recluta a sua volta altri sei compari e insieme fanno il culo ai cattivi. Amen.

Nel caso specifico, il Cattivo con la C maiuscola è Bartholomew Bogue (Peter Sarsgaard), spietato cercatore d’oro che per ottenere la terra che gli interessa non si fa scrupoli a massacrarne gli abitanti. E che pare coltivare queste cattive abitudini da anni, tant’è che il nome non giunge nuovo ai sette pistoleri che si imbarcano nella difesa del villaggio di Rose Creek.

In particolare è proprio il giustiziere Sam Chisolm (Denzel Washington) che sembra avere un conto in sospeso con Bogue.

Anche per quel che riguarda l’approccio tematico, pur con le varianti dovute all’ammodernamento della sensibilità, non ci si allontana poi molto dal vecchio modello, con il prodotto ibrido della mescolanza di utilitarismo – i sette son lì per soldi, non per amore del villaggio – e idealismo – alla fine la causa del villaggio diventa causa comune perché il passato di Bogue e quello di Chisom sono legati.

Antoine Fuqua (già regista, tra le altre cose, di Training Day, sempre con Denzel Washington e Ethan Hawke, e King Arthur) tenta una maggior caratterizzazione psicologica dei personaggi ma non vuole esagerare e stempera il tutto con generose dosi di ironia che conferiscono un tono leggero e divertente, pur senza scadere nella baracconata.

Le scene d’azione sono ben costruite, cosa che si nota in particolare alla fine, dove sono parecchio lunghe.

Molte le citazioni da altri esponenti del western, sia classici che meno classici. A onor del vero va detto che io non sono particolarmente ferrata sul western e, sebbene riuscissi ad individuare le tracce, non sono in grado di identificarne l’esatta provenienza. Per dire, l’entrata in scena di Denzel Washington nel saloon e la rivelazione della sua identità come cacciatore di taglie a me ha ricordato in modo sfacciato l’analoga scena di Django con Christoph Waltz, ma sono anche abbastanza sicura che essa fosse a sua volta una citazione, seppur non sappia bene di cosa. Così come immagino di essermi persa del tutto una serie di riferimenti ai Magnifici Sette del ’60, dal momento che l’ho visto solo una volta e tantissimo tempo fa.

Ad ogni modo, il film funziona e fa il suo onesto mestiere di intrattenere gradevolmente per i 130 minuti che gli sono concessi.

Bello il personaggio di Ethan Hawke, Goodnight Robicheaux, alle prese con i suoi fantasmi, e divertente anche Jack Horne (Vincent D’Onofrio), una sorta di cacciatore-predicatore che elargisce citazioni bibliche nel mezzo delle sparatorie e altre cose così.

Le situazioni non sono il top dell’originalità e l’esito di alcuni dialoghi e di alcune scene è ben più che telefonato, ma, come dicevo, nel complesso il film regge e diverte.

Pare ci sia aria di candidature tra Globes e Oscar. Devo verificare se sia vero o meno, anche se, in ogni caso, parlare di candidature mi sembrerebbe un po’ esagerato.

Introdotto anche un personaggio femminile di cui mi pare non vi fosse traccia precedentemente e che è interpretato da Haley Bennett.

Cinematografo & Imdb.

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Haley Bennett in Metro-Goldwyn-Mayer Pictures and Columbia Pictures' THE MAGNIFICENT SEVEN.

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Sono settimane che ho in mente di concludere la serie di Nightmare ma c’è sempre qualcosa che si frappone fa me e Freddy.

Sinister è stato un po’ un fuori programma.

Nel senso che è ormai cominciato quel periodo dell’anno in cui io mi aggiro con aria torva tra gli scaffali dedicati all’horror della libreria di turno a caccia di film che per qualche motivo ho perso negli anni/mesi precedenti. Parentesi. Seguire la produzione horror al cinema è parecchio più difficile che seguire qualsiasi altro genere. Chiusa parentesi.

Sinister dunque. Perché mi ricordavo di aver già sentito il titolo. E perché era in offerta il cofanetto della Sinister Saga con il primo e il secondo film. Ah, sì, e poi perché c’è Ethan Hawke, che male non fa.

2012, regia di Scott Derrickson, quello di Ultimatum alla Terra (mediocre), nonché sceneggiatore di Devil’s Knot (ottimo), e non alla prima esperienza con l’horror, avendo già diretto L’esorcismo di Emily Rose (molto buono) nel 2005. Suo anche Liberaci dal male (buono) del 2014, prima di Sinister 2 (che devo ancora vedere).

Ellison Oswalt (Ethan Hawke – molto bravo) è uno scrittore di romanzi basati sulla ricostruzione di fatti di cronaca nera, possibilmente irrisolti.

A metà tra il romanziere e il giornalista investigativo, Ellison è in crisi. Di fatto, tra i suoi libri conta un solo vero successo. La fama che era sembrata a portata di mano tarda ad arrivare e con essa i soldi.

A caccia dell’ennesimo caso che possa fargli scrivere il libro definitivo, si trasferisce con la moglie e i due figli in un piccolo paesino, teatro del brutale omicidio, per impiccagione, di una famigliola e della scomparsa di una bambina, figlia delle persone uccise. Un caso al momento ancora irrisolto.

Quello che Ellison evita di dire alla moglie è che l’omicidio è avvenuto proprio nella casa dove si sono stabiliti loro.

Si sistemano. C’è tensione perché si intuisce che non è la prima volta che la vita di tutti loro viene stravolta per seguire l’idea di un nuovo romanzo. Ellison è completamente focalizzato sul suo libro, come se da esso dipendesse la sua stessa vita.

Tra scatoloni da disfare e una casa da riempire, si imbatte in una scatola di filmini casalinghi in Super 8 e si mette a guardarli.

Basta poco per scoprire che dietro a titoli ostentatamente quotidiani e allegri come ‘Barbecue’ e ‘Party in piscina’ si nascondono i filmati di brutali omicidi.

Ogni filmato è una famiglia uccisa.

Ellison è spaventato ma è anche morbosamente attratto. Quello che ha per le mani è tutto materiale che non è arrivato alla polizia. Forse è la sua occasione per scoprire davvero qualcosa di grosso.

Nel frattempo cominciano a succedere cose strane. I terrori notturni del figlio. I filmini che nella notte partono da soli. Una figura che ricorre in tutte le pellicole. Sempre alla fine, quando le persone stanno morendo. Un volto bianco dalle orbite nere.

A metà tra thriller e horror Sinister è un ottimo film.

Spaventa senza cadere nei soliti espedienti del genere e crea tensione su tutti i livelli. Come thriller, per il modo in cui l’indagine è costruita in perfetto stile giornalistico-investigativo, come horror, perché il dubbio di qualcosa che non torna si insinua strisciante nella mente dello spettatore man mano che si impossessa della mente di Ellison.

Buona l’idea di mischiare i due piani ed è molto ben riuscito il modo in cui Derrickson li mantiene in perfetto equilibrio.

Sinister è un horror solo nelle ore notturne, perché quando sorge il sole ci si ritrova sul divano con una mazza da baseball in mano a chiedersi se non si stia diventando matti e non ci si stiano inventando cose assurde.

La parete della realtà oggettiva non vuole cedere nella mente di Ellison e il suo atteggiamento resiste fin quasi alla fine, cosa che aumenta la potenza dello schianto quando la realtà finalmente cede e lascia intravedere la verità.

Una versione rielaborata del più classico Boogeyman, una costruzione pulita, con pochissimi effetti speciali, zero splatter e poche cose veramente viste.

Quello che fa paura è quello che non si sa se si è visto davvero. E’ il movimento appena oltre il margine del campo visivo. E’ l’immagine sgranata di qualcosa che è un volto ma forse non lo è.

Un film che ha molti livelli, sia dal punto di vista narrativo, sia per quel che riguarda il significato.

Un orrore che si impossessa del protagonista e dello spettatore in modo subdolo. L’orrore per qualcosa di altro ma anche l’orrore dell’ossessione che si sviluppa intorno a quelle pellicole morbose.

L’orrore del soprannaturale e l’orrore dell’uomo.

Una costruzione tutt’altro che banale e un finale all’altezza, decisamente disturbante, assolutamente agghiacciante.

Cinematografo & Imdb.

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Mpf.

Non lo so.

Personalmente non mi è dispiaciuto, questo Regression, ma mi rendo conto che di pecche ce ne sono e neanche troppo piccole.

Regia di Alejandro Amenàbar, altresì noto come IlregistadiTheOthers. Il che non so se in questo caso gli torna molto utile. Perché tutti quelli che hanno amato The Others si aspettavano il bis.

E visto che il bis non è arrivato, i paragoni e i giudizi sono forse anche più severi, come capita di solito a chi riesca a fare qualcosa di particolarmente riuscito. Da quel momento in poi gli standard si alzano e tutti si aspettano di più. Indietro non si torna. Manco a farlo apposta, sembra un gioco di parole con il titolo del film.

Bruce Kenner è un detective alle prese con un presunto caso di molestie subite da una minorenne da parte di suo padre.

Siamo negli anni Novanta e negli Stati Uniti siamo in pieno boom da satanismo. Sono saltate fuori le sette sataniche e pare che la cronaca non parli d’altro. Pare che, ovunque ci sia qualcosa che non va, si celino satanisti. E’ quasi una psicosi collettiva.

Kenner indaga. La ragazzina è traumatizzata e parla poco. Il padre è messo ancora peggio. Non ricorda. Viene chiamato uno psicologo ad affiancare le indagini ed è lui che introduce la tecnica – anch’essa molto in voga negli anni Novanta – della regressione per tentare di sbloccare ricordi cui non si ha più accesso. E da questi ricordi emergono dettagli profondamente inquietanti.

In breve.

Buona l’idea di ribaltare, per così dire, l’approccio standard alla tematica paranormale (forse è una frase non proprio chiarissima per chi non lo ha ancora visto, ma ha un suo senso).

Buona la scelta di tenere il tutto in equilibrio fino all’ultimo tra horror e thirller investigativo.

E buona la scelta di Etan Hawke – che dopo ventisei anni riesco quasi (quasi eh) a non pensare in versione Todd Anderson – che è pacato ed espressivo.

Tra i difetti invece spicca di sicuro la scelta di Emma Watson. Mettiamoci l’anima in pace, non sa recitare. Ha due espressioni e le usa fuori luogo. Fa la bocca a culo di gallina e non sta ferma un attimo con le sopracciglia (un po’ come Kirsten Dunst ma peggio) – mettiamole del nastro adesivo, please, così la smette di alzarle e abbassarle.

Atra osservazione è che poteva essere un po’ più corto, o almeno più concentrato. Ad un certo punto hai tutto di fronte eppure sai che non può essere tutto lì. Resta solo da capire qual è il tassello che farà saltare per aria tutti i presupposti. E però questo tassello tarda a palesarsi. Non tanto da sciupare del tutto il ritmo del film ma abbastanza da farsi notare.

Nel complesso l’idea aveva più potenzialità rispetto a come è stata sfruttata, però non è neanche da bocciare del tutto.

La faccenda della regressione con le sue implicazioni è interessante. Soprattutto se si pensa che si fa riferimento a fatti di cronaca.

 

Cinematografo & Imdb.

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"Regression" Day 19 Photo: Jan Thijs 2014

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Non sapevo che Ethan Hawke scrivesse prima di imbattermi in questo libro nel catalogo di Minimum Fax. E non nascondo che la mia prima reazione è stata di perplessità. Non so bene come spiegarlo. Una sorta di istintiva diffidenza probabilmente legata ai molti tentativi che saltano fuori di tanto in tanto di sfruttare la propria fama in un ambito per combinare qualcosa anche su altri fronti.

Riflessioni oziose, in ogni caso.

Ethan Hawke – prego, notare che sto correggendo il nome ogni volta che lo scrivo perché mi viene istintivamente Ethan Hunt, e son cose che dan da pensare – comunque, dicevo, Ethan Hawke è uno scrittore maledettamente bravo. Bravo in modo quasi irritante. In senso positivo, ovviamente.

Jimmy e Christy. Una relazione scombinata come ce ne sono tante. Un punto di stallo che può essere di svolta o di rottura.

A riassumerla, la trama di questo Mercoledì delle ceneri può sembrare anche banale. Una storia raccontata milioni di volte. Gli stessi argomenti, gli stessi cliché. E invece si rivela una sorpresa.

Jimmy e Christy non sono personaggi sopra le righe. Non sono eroi. Sono persone. Alle prese con le loro contraddizioni e con il monumentale compito di imparare a convivere con se stessi prima che tra di loro.

Quasi sempre riuscivo a godermi le persone solo da lontano. Apprezzare gli altri era facile, finché non me li trovavo troppo vicini […]

La bravura di Hawke sta nel riuscire a dire quello che prima o poi tutti provano o hanno provato senza farlo sembrare banale e ritrito. Ci si riconosce, in Jimmy e Christy, si finisce col sentirli affini, per un motivo o per l’altro.

Bravissimo anche nel rendere l’alternanza di punti di vista. Una continua altalena di prospettiva dall’uno all’altra in cui le voci di entrambi sono chiare, definite, reali. Non si sente mai la voce dell’autore dietro il pensiero dei due protagonisti. Si sentono solo loro.

Mercoledì delle ceneri è la storia di una relazione ma non è una storia d’amore. Non è sentimentale eppure sviscera e mette a nudo in modo quasi brutale la verità dei sentimenti, nel senso più ampio del termine. Una verità che non è luminosa e cangiante ma ha il color tortora smorto delle moquette dei motel. Ci sono un uomo e una donna ma non c’è maschile contrapposto al femminile. C’è un miscuglio caotico e struggente, attraversato da lampi di folgorante chiarezza. E’ il caos del Mardi Gras per le strade di New Orleans e la quiete dolorante del Mercoledì delle Ceneri.

Bellissimo. Devo procurarmi altri suoi libri.

Ma nell’oscurità di quella stanza di motel mi resi conto che, sposato o no, nessuno avrebbe mai potuto conoscermi del tutto: la parte più vera di me sarebbe rimasta sempre isolata e sola.

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Siamo nel 2002 e Richard Linklater comincia le riprese di un non meglio identificato progetto che prende il nome di Twelve Year Project.

Durante i dodici anni successivi, il regista raduna una volta all’anno la stessa troupe per girare alcune scene.

Un budget ridottissimo e un totale di meno di quaranta giorni di riprese per una lavorazione che si è conclusa nell’ottobre del 2013 ed è durata dodici anni.

Il risultato è Boyhood.

Orso d’argento a Berlino 2014.

Golden Globe 2015 per miglior film drammatico, miglior regia e miglior attrice non protagonista.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, regia, attore e attrice non protagonisti e sceneggiatura originale.

 

Sì, alla fine sono riuscita ad andarlo a vedere, con molti ringraziamenti al cinema Massimo di Torino per averlo rimesso in programmazione anche se è già stato nelle sale per mesi.

E sono davvero contenta di averlo visto.

A sentire l’aneddoto che racconta la sua genesi, Boyhood avrebbe potuto sì incuriosire, ma anche suscitare un po’ di diffidenza e il sospetto di una certa tendenza a voler essere sperimentali a tutti i costi.

La realtà è che questo film di quasi tre ore è leggero, gradevole, divertente e commovente. E’ uno strano esperimento che però è riuscito alla perfezione, pur non essendo di per sé un film perfetto.

La vita di Mason dai sei ai diciotto anni. La sua storia e quella della sua famiglia. La madre single e il papà che compare solo ogni tanto, solo per fare cose divertenti. I trasferimenti. Cambi di scuola, cambi di amici. Le relazioni sbagliate della madre, famiglie che vanno e vengono, che si assemblano e si disfano. Fatica, traguardi e un tempo che scorre comunque, che si mangia ricordi, case, esperienze per proporne comunque sempre di nuove, di diverse.

Gli attori sono sempre gli stessi, e li si vede crescere e invecchiare man mano che questi dodici anni passano. Ovviamente i cambiamenti più significativi sono nei ragazzi, in Mason in particolare, che da bambino di sei anni diventa un giovane uomo diplomato e pronto per andare al college.

Ci si affeziona, a questi personaggi. Il fatto che lo scorrere del tempo sui loro corpi sia reale, rende in qualche modo reale anche la loro vita. Ci si dimentica che quella non è una vera famiglia e quelle non sono vere vite. Si entra nella loro quotidianità e l’effetto di coinvolgimento è immediato.

Una quotidianità, peraltro, che non reca traccia degli stereotipi rappresentativi che tendono spesso a caratterizzare la famiglia americana secondo Hollywood. Una quotidianità morbida e non scenografica, dai toni in sordina sia per i momenti belli che per quelli brutti. Niente eccessi, in nessun senso. Non c’è l’idealizzata esaltazione di un successo né la drammatica disperazione per un momento tragico o difficile. C’è la concreta realtà di come è plausibile che vadano effettivamente le cose.

Non c’è il sogno americano e non c’è la sua condanna. Ci sono solo persone.

E poi c’è il mondo intono che cambia. Il susseguirsi di conflitti e presidenti. La tecnologia che si evolve, i videogiochi che cambiano, l’avvento della bolla di internet e dei social.

Boyhood è al tempo stesso una storia umanissima, che suscita fin da subito profonda empatia, e uno spaccato estremamente rappresentativo di una fetta di storia americana (e non solo), il tutto senza che alcun intento sia palesemente rintracciabile, senza ombra alcuna di pedanteria, in un perfetto e discreto equilibrio degli elementi coinvolti.

Mason è interpretato da Ellar Coltrane, mentre nei panni dei genitori ci sono gli ottimi Ethan Hawke e Particia Arquette.

Molto contenta dei Globe e delle nominations. Non so se gli assegnerei anche gli oscar, ma rimane un film da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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…aka cose che poi uno è contento di tornare a dormire in un bilocale.

Sto cercando di rientrare nello stato d’animo adatto a parlare di questo film ma per dovere di cronaca va detto che sono piuttosto distratta dal ritorno dei Placebo live ieri in Corea e sto esasperando il Tubo, tumblr e qualunque altra cosa mi capiti a tiro in cerca di foto/video/cose.

Ma scusa, allora perché non fai un post sul ritorno dei Placebo e basta?

Uh, guarda chi si sente. Ma non eri in vacanza?

Sono tornata giusto in tempo direi, visto il calo vertiginoso del livello qua sopra.

Sono commossa da tanta gentilezza.

E quindi?

Quindi parlo del film sennò non la smetti più.

In un’America di un futuro non troppo lontano (2022), la disoccupazione è pressoché ridotta a zero, l’economia prospera e la criminalità è sporadica. Il miracolo della società perfetta è stato compiuto dai Nuovi Padri Fondatori con l’introduzione di un rituale molto semplice, lo Sfogo annuale (Purge in originale). Per una notte all’anno tutto è permesso. Qualsiasi reato. Omicidio compreso. Tutto è legale. Niente polizia, niente autorità. Niente ospedali.

Questo il presupposto – di per sé forse non originalissimo, quanto meno a livello concettuale, ma dalle ottime potenzialità.

L’ambientazione specifica.

Famiglie ricche, un quartiere altolocato. Gente che ha abbastanza soldi per non aver bisogno di sfogarsi e per difendersi. Gente che si permette di appoggiare con magnanima condiscendenza la misura adottata dal sistema perché può seguire la notte dello Sfogo su un maxischermo, dietro saracinesche blindate che proteggono le proprie ville.

James Sandin (Ethan Hawke), addirittura, i sistemi di difesa li progetta e li vende. E’ il numero uno nel suo campo, motivo per cui la sua casa è anche tra le più grandi del quartiere. La sua è la classica famiglia americana modello. Bella moglie, una figlia adolescente e problematica, un figlio più piccolo incarnazione del piccolo genio nerd. Tutto perfetto. Tutto pulito. Tutto sicuro.

Finché una serie di eventi imprevisti e (forse) imprevedibili non danno il via ad un crollo a catena di tutte le presunte certezze.

Lo Sfogo non è più solo in tv.

L’evento scatenante è un’iniziativa del ragazzino che apre momentaneamente le barriere della casa per dare rifugio ad uno sconosciuto che chiede aiuto perché inseguito da un branco di giovani assassini in cerca di purificazione. Il branco rivuole la sua preda. Scopre dove si è nascosta e comincia l’assedio della casa.

Se a livello di sceneggiatura alcune cose avrebbero potuto essere migliorate o quanto meno più curate – ci sono un paio di cadute un po’ grossolane sulla faccenda della corrente staccata (ma porca miseria in America hanno generatori per qualsiasi cosa!) e sui movimenti degli aggressori all’interno della casa – dal punto di vista delle dinamiche comportamentali dei personaggi il risultato è davvero eccellente.

Viene reso benissimo il senso di disorientamento provocato dalla situazione in persone che probabilmente in vita loro non hanno mai affrontato niente di più spaventoso di una multa per divieto di sosta. Persone che hanno vissuto in un mondo ovattato, in un certo senso fuori dalla realtà e che di colpo si trovano catapultate in qualcosa che pensavano di aver correttamente inquadrato nei loro schemi mentali ma che nella realtà reale è tutta un’altra storia.

Ci sono certezze che crollano e priorità sballate.

Si assiste a crollo graduale, progressivo e parallelo delle certezze della famiglia Sendin come delle difese della loro casa.

Ci sono comportamenti sbagliati, goffi, irrazionali. C’è la cattiveria immediata legata al puro istinto di sopravvivenza a scapito di tutto e di tutti.

C’è il basso più basso dell’essere umano che viene fuori, anche dove poi si affaccia la possibilità di un atto di coscienza. Di una scelta consapevole oltre l’istinto.

Data una certa situazione, messi in determinate condizioni, gli esseri umani, tutti, indistintamente, tirano fuori la Bestia che è in loro. La scelta viene dopo. Se viene. E comunque resta il momento in cui la Bestia è uscita. E il fatto che si dovrà convivere con il ricordo di quel momento. Con la consapevolezza di essere stati in grado di fare ciò di cui non ci si sarebbe mai ritenuti capaci.

In questo La notte del giudizio è fatto veramente bene.

Poi ci sono anche tutta una serie di aspetti più standard che comunque sono ben gestiti. E’ vero che il gruppo di ragazzi ricchi in cerca di Sfogo ricorda tantissimo i drughi di Arancia Meccanica ma non escluderei che la cosa sia esplicitamente cercata. E comunque le maschere che indossano sono parecchio inquietanti.

Le dinamiche di intrusione in casa e le sequenze di caccia al buio sono discretamente adrenaliniche e un paio di accidenti come si deve me li sono presa.

Enorme quantità di riferimenti alle idiosincrasie e alle turbe sociopatiche tipicamente americane – l’America è effettivamente l’unico posto dove una cosa del genere risulti se non possibile quanto meno plausibile. Le contraddizioni, la fondamentale ipocrisia di fondo di un sistema portato fino ai suoi paradossali estremi.

Da vedere. Avevo qualche timore in quanto ennesimo film low-budget con aspirazione ad essere un cult, ma merita davvero.

Regia di James DeMonaco.

Cinematografo & Imdb.

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