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Archive for the ‘S. Johansson’ Category

E finalmente abbiamo anche il film vero e proprio.

La regia è di Rupert Sanders e cerchiamo di non soffermarci sul fatto che ha all’attivo solo Biancaneve e il cacciatore, preferendo piuttosto pensare che la materia di partenza è talmente ricca che non può, neanche impegnandosi, riuscire a rovinarla del tutto.

Scarlett Johansson, il whitewashing, Michael Pitt e Juliette Binoche.

Polemiche a parte, ha le potenzialità per essere una figata.

In uscita a marzo 2017.

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Non lo so.

Leggo in giro un sacco di critiche entusiaste di questo Ave Cesare e comincia a venirmi il dubbio di essere io a non aver capito qualcosa.

Non che non mi sia piaciuto. E’ solo che mi sento piuttosto tiepida nei confronti di questo film.

Sinceramente mi aspettavo una cosa molto più divertente. Più brillante.

Invece è una cosina carina, simpatica, indubbiamente molto intelligente, ma è come se non partisse mai veramente.

Ripeto, non lo so.

Non voglio parlarne male perché non lo merita.

Forse è anche un po’ colpa del trailer che lo vende come una cosa da scompisciarsi dall’inizio alla fine. Mi aspettavo un bis di Burn After Reading, tanto per dare l’idea.

Qui abbiamo un cast ricchissimo, un’ambientazione curata in ogni singolo dettaglio, un’impostazione che, per certi versi, ricorda quasi Wes Anderson, nella composizione di un quadro coloratissimo e dai tratti spesso paradossali.

Siamo nella Hollywood degli anni Cinquanta. Al centro di tutto c’è Eddie Mannix (Josh Brolin), fixer di uno Studio cinematografico alle prese con ruoli da assegnare, contratti da procurare, capricci delle star da assecondare, stampa e opinione pubblica da accontentare.

La star del momento è Baird Whitlock (George Clooney), che deve interpretare il ruolo di Cesare in Ave Cesare, colosso a tema religioso sulla vita del Cristo – memorabile a questo proposito, la scena della discussione sul Cristo cinematografico con i rappresentanti delle principali religioni convocati negli studios per assicurarsi che il film non urti la sensibilità di nessuno.

Il film si prospetta come un vero e proprio evento, la lavorazione è quasi alla fine quando Baird improvvisamente sparisce.

Un affresco divertente e dissacrante della Hollywood di quegli anni (e forse non solo). Il cinema che parla/ride di se stesso è sempre un tema a rischio cliché ma i fratelli Coen hanno mestiere e si tengono alla larga da situazioni viste e triti intenti moraleggianti mantenendo un tono leggero e scanzonato.

Il cast è un elenco di grossi nomi e, tolti Brolin e Clooney che hanno le due parti principali, ciascuno interpreta ruoli decisamente piccoli, in quello che sembra un collage di personaggi e aneddoti.

C’è Scarlett Johansson, sirena leggiadra in scena e sboccata diva capricciosa a riflettori spenti. Channing Tatum, che sfrutta le sue doti di ballerino. Ralph Fiennes, regista alle prese con un attore che non riesce a mettere insieme una frase. Frances McDormand, chiusa in una fumosa cabina di montaggio. E Tilda Swinton, geniale dei panni di due gemelle entrambe giornaliste, un po’ come a simboleggiare le due facce della stampa che ruota intorno a Hollywood.

Manco a dirlo, ci sono anche i comunisti, che in quegli anni erano lo spauracchio per definizione – e che sembrano andare parecchio di moda nei film 2015-16 visto che, in un modo o nell’altro, è il terzo film in cui saltano fuori.

Pieno di piccoli dettagli pungenti, riferimenti, frecciatine mirate, Ave Cesare è un film sicuramente non banale. Peccato che difetti un po’ nel ritmo. A parità di materiale e di idee, avrebbe potuto essere più brillante.

Cinematografo & Imdb.

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Ma quanto ci piacciono questi Avengers. E dire che mi rammaricavo che in questo secondo capitolo non ci fosse Loki. Ad essere onesta mi è piaciuto anche più del primo.

Sulla saga di Ultron originale del fumetto non sono ferratissima ma a quanto sento in giro da chi ne sa, pare che il tutto sia stato reso in modo più che soddisfacente in termini di fedeltà.

Di certo c’è che alcune scene di combattimento, per impostazione e costruzione, sembrano la trasposizione animata di alcune tavole Marvel e la cosa già di per sé è oltremodo gustosa. Quelle tavole fitte, dense di azioni e particolari in ogni angolo, di quelle che devi stare a spulciartele con una lente di ingrandimento per cogliere davvero tutti i dettagli e i riferimenti.

Il fatto che sia un secondo capitolo offre la possibilità di giocare su tutta una serie di dinamiche interne consolidate tra i vari personaggi che Whedon sfrutta bene, mantenendo il giusto equilibrio. Le battute sono divertenti e in certi momenti si ride anche di gusto, ma non si scade mai nel caricaturale e non si smette mai neanche per un momento di prendere sul serio quel che sta succedendo. Quel tanto che basta di autoironia proprio per evitare il caricaturale, in un senso e nell’altro.

Il tutto con il supporto di un cast ormai definitivamente consolidato nei panni dei vari supereroi. Rischio di rovinarsi la carriera finendo associati irrimediabilmente a un eroe mascherato? Via facile per adagiarsi su guadagni sicuri con relativamente poco sforzo? Forse. Ma forse anche no.

Tolto Chris Evans, che effettivamente è l’unico un po’ incastrato nel ruolo di Capitan America – e che lo è perché, diciamo la verità, non sa fare poi molto altro, con quella sua monoespressione da bellimbusto – gli altri sono tutti attori che nulla tolgono alle loro carriere e alle loro capacità pur avendo acconsentito all’associazione con una figura Marvel. Insomma, speculazione che lascia un po’ il tempo che trova.

New entry in questa allegra combriccola che, manco a dirlo, si trova per l’ennesima volta a salvare il mondo, Paul Bettany, nel ruolo di Jarvis/Visione, cosa che non può che rendermi felice, vista la mia pluriennale adorazione per Jarvis, le cui radici affondano in aneddoti che ho ancora il buon gusto di risparmiare ai più.

Altre new entry sono Aaron Taylor-Johnson e Elizabeth Olsen, nei ruoli dei gemelli superpotenziati, lui Quicksilver, lei Scarlet Witch – per inciso, personaggio fighissimo.

Piccola parte per Thomas Kretschmann nei panni del cattivo della parte iniziale che, tra le altre cose, è stata girata in Italia al Forte di Bard.

Altra curiosità, nella versione originale, la voce di Hulk è quella di Lou Ferrigno, il vero Incredibile Hulk del telefilm.

Effetti speciali spettacolari e abbondanti – non l’ho visto in 3D ma non penso avrebbe poi aggiunto granché; scene d’azione lunghe, articolate, complesse; ritmo velocissimo e trama ben strutturata secondo le logiche di coerenza interna da fumetto – prima o poi dovrò mettermi seriamente a ripassare tutte le varie diramazioni dei crossover Marvel tra Avengers e singoli fumetti.

Divertente. Se piace il genere è assolutamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Che Capitan America non sia mai stato tra i miei supereroi Marvel favoriti è cosa nota ai più.

Al di là dell’istintiva diffidenza che mi ispira, più o meno consciamente, l’incarnazione potenziata del patriottismo americano, ho sempre mal sopportato quel costumino da Superman a stelle e strisce e quello scudo che, in quanto a pacchianeria, è appena un mezzo punto sotto al mantello di Thor.

Ragion per cui, una volta visto il primo film nel 2011 non mi sono sentita particolarmente motivata ad andare a vedere anche il secondo al cinema.

L’ho recuperato la scorsa settimana in dvd, anche perché ha una candidatura agli oscar per gli effetti speciali e siccome sono in piena fase di visioni compulsive pre-cerimonia, non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione di depennare un altro titolo dalla lista dei candidati che mi porto sempre diligentemente appresso (per la serie, le cose che se anche uno non le dice fa lo stesso, aka, prove generali di squilibrio mentale).

Il risultato è stato che, alla fine, non mi è poi dispiaciuto, questo Winter Soldier. Ok, continuo a non strapparmi i capelli dall’entusiasmo però nel complesso non è male.

Da cosa comincio? Dall’elenco dei brontolii per le cose che non mi sono andate a genio o dagli aspetti validi?

Boh, facciamo che parto con le lamentele.

La prima è banale ma non ci posso fare niente. Chris Evans non mi garba proprio. E ho un bel ripetermi che alla fin fine quel suo aspetto da sano ragazzone americano è anche adatto al ruolo, sta di fatto che continua a non piacermi. E comunque il Capitan America della Marvel era sì un bellimbusto palestrato in perfetto stile USA, ma di certo non aveva un’espressione così vacua.

Poi. Nick Fury interpretato da Samuel L. Jackson è figo per il film, però continuo a dire che è un tantino snaturante rispetto al personaggio del fumetto.

Il Winter Soldier. Bucky. Quando ho visto che a interpretarlo era Sebastian Stan ero anche contenta. Peccato che risulti piuttosto sprecato. Fisicamente fedele al personaggio originale, dal punto di vista della caratterizzazione non gli viene praticamente lasciato spazio. Sì, Capitan America lo riconosce e per circa due secondi mostra incredulo disorientamento e afflizione per il compagno perduto ma non si va più in là di così. Viene ripetuto più volte che oddio è Bucky! per far passare il concetto, però, a parte questo, è poco più di un tizio con un braccio di ferro che mena a destra e a manca.

Probabilmente a causa della patologica esigenza dei film Marvel di lasciare aperte e sospese più strade possibili per preparare il terreno per il maggior numero possibile di seguiti, il risultato è stato la totale mancanza della dinamica relazionale tra Steve e Bucky. Si intuisce che probabilmente darà origine a futuri sviluppi, ma non sarebbe stato male sprecare un paio di battute in più anche qui.

Fine delle lamentele.

No.

Aspetta.

Ancora una.

Con quel cavolo di scudo sulla schiena, la sagoma di Capitan America mentre combatte sembra quella di una Tartaruga Ninja.

Adesso ho finito davvero.

Dicevo prima, nel complesso è comunque un buon film. E, a ben vedere, è anche più fedele del primo allo spirito originale del fumetto.

La trama è complessa e ben articolata. Mentre nel primo capitolo avevamo i classici schieramenti buoni/cattivi senza ombre e senza sfumature, qui l’intreccio si fa più sottile. Il nemico è nascosto nel cuore dell’America e non si sa più con certezza di chi ci si possa fidare.

Impostazione da spy story degli anni Settanta – quasi uno 007 in versione supereroe – con la partecipazione di un attore in qualche modo, a sua volta simbolo degli anni Settanta come Robert Redford.

Scene d’azione coinvolgenti e ben costruite – la sequenza del tentativo di attentato a Fury è fighissima.

Ritmo veloce, struttura coerente, solida e senza cali di tensione.

Ben connotati i personaggi della Vedova Nera – sempre Scarlett Johansson, anche se qui un pochino più tirata e decisamente non al massimo della forma – e Falcon – che sì, è parecchio diverso rispetto al fumetto ma resta un gran bel personaggio sotto tutti i punti di vista.

Ben piazzati i numerosissimi riferimenti agli Avengers, al ruolo di Stark e alle sue varie implicazioni.

E bello anche il finale (ovviamente) aperto – anche se, come dicevo prima, è forse costato qualche sacrificio di troppo in termini di approfondimento del povero Winter Soldier.

Per la cronaca, dei candidati per gli effetti speciali mi manca solo I Guardiani della Galassia ma tanto il mio Oscar va subito e senza indugio a Interstellar.

Cinematografo & Imdb.

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Carino. Seppur con dei limiti.

Lucy si trova per una serie di circostanze fortuite coinvolta in un traffico di droga e con un sacchetto di una nuova non meglio identificata sostanza cucito nella pancia. Il sacchetto, guarda un po’, si rompe e lei si trova ad assumere la sostanza in grandi quantità mentre il suo organismo, lungi dal soccombere, reagisce potenziandosi.

Questo, in breve il presupposto del film.

Volendo scendere un po’ più in dettaglio, quello che sperimenta Lucy non è solo un potenziamento chimico ma una sorta di evoluzione iperaccelerata che comporta l’aumento della capacità di sfruttamento del cervello.

Action movie fantascientifico, Lucy è divertente, ben costruito e dal ritmo incalzante.

I limiti cui accennavo prima risiedono nel fatto che ci sono forse un po’ troppi riferimenti a troppe cose che, in un modo o nell’altro ci sono già viste.

Nel complesso è un film piuttosto ambizioso e si vede. E il fatto che si veda di per sé è già un po’ sospetto.

La teoria evolutiva alla base non viene tradita e non viene approfondita eccessivamente, evitando così di metterne in luce le inevitabili incoerenze, però risulta un po’ troppo pontificante sul tema del significato generale dell’esistenza.

Besson punta molto sull’aspetto visivo e, oltre ad una serie di immagini digitali per la parte chimica dell’effetto della sostanza, impiega molte riprese documentaristiche. Le spiegazioni della direzione evolutiva che percorre Lucy sono corredate da immagini che ripercorrono l’evoluzione della vita sulla Terra e della Terra stessa che, per carità, sono molto belle, ma dopo un po’ stufano. Senza contare che viene subito in mente Malick con The Tree of Life.

I riferimenti a Matrix si sprecano, dalle stringhe numeriche che Lucy vede nella realtà, al concetto stesso di visione e interazione con il reale ad un livello superiore; dalla stanza bianca come fosse un programma ancora da definire alle sparatorie con i marmi che saltano (anche se quelle, in effetti, ormai le mettono un po’ dappertutto). Anche il concetto del potenziamento delle capacità cerebrali non è nuovo di per sé. Senza voler scomodare la filmografia storica, basti pensare al recente Limitless che partiva più o meno dallo stesso punto. E la commistione evoluzione organica e tecnologico-informatica richiama il mito uomo-macchina che da Cronenberg arriva al Tagliaerbe (di cui c’è una citazione di proporzioni gigantesche).

Scarlett Johansson sta bene nel ruolo di questa Nikita post upgrade, con lo sguardo stralunato e un po’ stranito di un animale che studia un ambiente nuovo.

Morgan Freeman veste i panni dello studioso, portavoce delle spiegazioni scientifiche ed è, tutto sommato, persino sprecato per una parte che è poco più che una voce fuori campo.

Nell’insieme non è male. Besson sfrutta bene gli elementi che ha anche se non tutti sono così originali come vorrebbe farli sembrare. Buona l’idea del tipo di sostanza che provoca la reazione di potenziamento e della sua natura intrinsecamente legata allo sviluppo umano. Non so se sia già stata usata in precedenza in questi termini però qui risulta ben congegnata.

Cinematografo & Imdb.

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Ok, l’idea non sarà forse tra le più originali, ma di solito apprezzo lo stile di Besson.

Dal 25 settembre. Almeno così pare.

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E’ a suo modo geniale, questo Her. E riporta prepotentemente l’attenzione su Jonze, rimasto un po’ ai margini del panorama cinematografico dai tempi del suo felicissimo esordio con Essere John Malkovich – che adesso, a pensarci, mi è venuta tantissima voglia di rivederlo.

La storia di per sé è semplicissima, e neanche poi così originale. Evoluzione di un’intelligenza artificiale e sviluppo di dinamiche relazionali pari a quelle umane, con le relative conseguenze per le persone coinvolte.

Nel caso specifico, si tratta di un sistema operativo personalizzato e programmato per apprendere, oltre che impostato in base alle presunte caratteristiche psicologiche dell’utente.

Theodore – da poco divorziato, profondamente solo, di mestiere autore di corrispondenza privata – lo installa e gli attribuisce una voce femminile. E, di fatto, non fa poi molto altro. E’ Samantha, da qui in poi, a fare tutto il resto.

Samantha che cresce, così come cresce il suo spazio nella vita di Theodore. Samantha che scopre emozioni, che vorrebbe avere un corpo. Samantha che non può smettere di evolversi, con tutto quello che ne deriva.

Un futuro diverso per pochissimi aspetti dal nostro presente, a far intuire che non è poi così assurdo o ipotetico ma è appena dietro l’angolo. La rappresentazione di quello che si intuisce essere lo step successivo della nostra attuale condizione di semi-dipendenza dagli svariati aggeggi tecnologici che ci trasciniamo appresso quotidianamente.

Alienazione e solitudine sono le parole chiave e sono rappresentate in modo struggente e perfetto da un Joaquin Phoenix che, in pratica, regge da solo tutto il film. La disabilità relazionale ed emotiva di Theodore è totale su tutti i fronti. Le due scene di sesso virtuale – oltre che essere (almeno la prima delle due con la faccenda del gatto morto) per certi versi divertenti – sono estremamente significative anche da questo punto di vista. Perché neanche la distanza data da una situazione virtuale è sufficiente a sanare l’impossibilità di un contatto di qualsiasi tipo.

La sensibilità di Theodore, il suo amore, quello che vorrebbe esprimere o trasmettere, tutto finisce in qualche modo sprecato, perché confluisce unicamente nelle lettere – personali e bellissime – che scrive per conto di gente che lo paga per questo.

E poi c’è Samantha.

E il confine, sempre più sottile, sempre meno identificabile, tra ciò che è reale e ciò che non lo è. La nozione stessa di realtà che vacilla.

Altro aspetto che ho particolarmente apprezzato è il fatto che la relazione vissuta da Theodore non viene presentata come un caso unico o anomalo ma come una condizione comune a molti utenti di questo Sistema Operativo e viene percepita dal contesto sociale semplicemente come una delle tante opzioni relazionali. Una cosa relativamente normale, insomma.

Bello anche il personaggio di Amy (Amy Adams), che fa in un certo senso da contrappunto femminile alle vicende di Theodore, mentre all’opposto c’è Catherine, l’ex moglie, una sempre bellissima Roney Mara ancorata saldamente ad una realtà fisica che pure non è sempre in grado di gestire.

Poetico, delicato, romantico senza mai essere stucchevole o eccessivamente sentimentale. Perfettamente equilibrato, lascia una sensazione di profonda nostalgia.

Da vedere assolutamente.

Unica osservazione, tanto per cambiare, per il doppiaggio. La voce di Samantha è di Scarlett Johansson e io sinceramente mi aspettavo la voce della Scarlett di Match Point o di Vicky Cristina, vale a dire di Ilaria Stagni, che ok, forse non sarà il massimo ma è comunque piuttosto azzeccata, soprattutto per parti che richiedano un certo quantitativo di sensualità. Qui le hanno appioppato Micaela Ramazzotti che, complessivamente, risulta abbastanza terribile. A parte le doppie a caso dovute all’immancabile accendo romano, credo che fondamentalmente non abbia chiara la differenza tra essere sexy ed essere oca. All’ennesima risata sfiatata o parlata strascicata in cui si mangia la metà delle parole io l’avrei disinstallata senza indugio.

Motivo per cui, se il personaggio di Theodore risulta estremamente coinvolgente, Samantha non suscita molta empatia.

Dovrò recuperarlo in originale quanto prima.

Cinematografo & Imdb.

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C’è qualcosa di paradossale nel fatto che la mia (mia come quella di molti altri estimatori) enorme ammirazione per un regista come Woody Allen sia sicuramente in gran parte legata alla sua intrinseca natura americana-newyorkese mentre lui da quasi dieci anni a questa parte (dal 2005 per l’esattezza) non fa che ambientare i suoi film in Europa. E così mi trovo ad ammirare ambientazioni e contesti che, a rigore, dovrebbero essere più miei che suoi, proprio per come lui li rappresenta e li restituisce. Un’europea che ha bisogno degli occhi di un americano per guardare in casa propria? Vista così è forse un po’ troppo drastica ma è anche un fatto che la Spagna, la Francia, l’Inghilterra (lascio volutamente fuori l’Italia che purtroppo meriterebbe un discorso a parte non immune dall’elemento caricaturale sicuramente più ingombrante che per gli altri paesi) rappresentate da registi autoctoni risultano diverse da quelle di Allen. E questo anche solo volendosi limitare ad un piano meramente percettivo/emozionale, prescindendo dal problema dell’attendibilità della rappresentazione. In parole povere. Sicuramente la Spagna di Almodovar è più vera di quella di Allen, ma non per questo la seconda è sgradevole.

Nelle versioni di Woody Allen dei paesi europei c’è sempre bene o male la prospettiva del turista, con tutto quello che essa comporta. I luoghi comuni – sia per quel che riguarda le abitudini sia per la scelta delle location stesse che finiscono sempre con l’essere quelle più canonicamente famose – qualche grossolanità, forse anche una discreta dose di ingenuità. Il che di per sé implica che quello che si sta guardando può essere uno spot dal sapore esotico giusto per un altro newyorkese, mentre ad occhi europei risulta inevitabilmente un po’ artefatto, magari anche un po’ banale.

Ciò non toglie che le ambientazioni europee di Allen abbiano un loro fascino.

Vuoi perché diventano il teatro delle sue storie e inevitabilmente vengono contaminate dalla sua impronta newyorkese, vuoi perché esteticamente sono impeccabili come una scenografia teatrale, o magari per il fatto che l’ambientazione diventa essa stessa personaggio, in ogni caso il risultato è un mix sicuramente molto definito ed identificabile come un vero e proprio filone nella produzione di questo regista.

Vicky Cristina Barcelona (2008). Neanche a farlo apposta è proprio un esempio calzante dell’identificazione ambiente-personaggio, con la città spagnola terza protagonista insieme alle due ragazze già a partire dal titolo.

Sicuramente uno dei migliori dell’ultimo decennio dopo Match Point – che a mio avviso resta l’ultimo vero capolavoro di Allen – Vicky Cristina risulta anche un po’ diverso rispetto ai soliti schemi relazionali che ricorrono nelle commedie di WA. Prima di tutto perché il nucleo di partenza non è costituito da coppie. E’ vero, Vicky (Rebecca Hall) è fidanzata e sta per sposarsi, ma il futuro marito non ha una vera identità come personaggio in sé, quanto piuttosto rappresenta l’incarnazione della razionalità e del buon senso (noiosi e castranti) di Vicky. Ricorre la contrapposizione – quella sì, canonica del regista – tra un’emotività gestita e controllata – e quindi fondamentalmente non tale, fasulla – e una passionalità contorta e inevitabilmente autodistruttiva (fosse tutto così perfettamente incasellato ed etichettabile come nel mondo della psicologia American Style…), incarnata da Cristina (Scarlett Johansson).

E poi c’è il personaggio di Juan Antonio (Javier Bardem), che funge da catalizzatore, da terreno di prova sul quale Vicky e Cristina si trovano a scoprire se sono davvero quelle che credono di essere. Anche Juan Antonio, artista e seduttore, una figura forse un po’ stereotipata per certi versi, ma talmente ben riuscita da far apparire sexy persino Javier Bardem – di cui tutto si può dire ma non che sia un bell’uomo – anche Juan Antonio, dicevo, è un personaggio singolo. E’ vero, entra in scena la sua ex moglie, Maria Elena (Penelope Cruz), ma non secondo le dinamiche di coppia consolidate. Penso sia il primo film di Woody Allen nel quale invece di una doppia coppia abbiamo un trio.

Tutta la parte centrale della relazione a tre fra Cristina, Juan Antonio e Maria Elena è divertentissima. Merito senza dubbio più che di una Scarlett Johansson brava ma non particolarmente sopra le righe, di una Penelope Cruz davvero fantastica. Non a caso per questa parte si è anche presa un meritatissimo Oscar come miglior attrice non protagonista. Anche Bardem è particolarmente azzeccato per il ruolo ma Penelope è di una bravura che lascia in adorazione. Unita alla sua bellezza che non è solo estetica ma profondamente espressiva. Per dirla in breve non è solo gnocca, è proprio bella. Che son due cose diverse.

Spassoso, coinvolgente, ben costruito, Vicky Cristina Barcelona mescola evidenti e riconoscibilissimi tratti del WA classico – la voce fuori campo ne è un esempio – con un’originalità forse un po’ insolita. E’ un film talmente ben equilibrato in ogni sua parte da essere davvero in uno stato di grazia.

Decisamente tra i miei preferiti di Allen. Sia per quel che riguarda gli ultimi anni, sia in assoluto.

Cinematografo & Imdb.

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Weekend piuttosto pigro e decisamente meno produttivo di quanto avrei sperato, con il carico di recensioni arretrate praticamente invariato, una quantità di bozze che comincia a diventare imbarazzante e una long-shot bloccata da così tanto tempo da essere ormai ufficialmente una fonte di ansia.

Ma. A mia discolpa posso dire che ho almeno provveduto a colmare una lacuna cinematografica che di recente mi ha causato più di uno sguardo ricco di sfumature tra l’incredulità, la compassione e la disapprovazione.

No, non avevo mai visto Lost in Translation.  Ci sono diverse ragioni e nessuna ragione in particolare. Di sicuro un certo ruolo lo ha avuto, tanto per cambiare, quell’orrendo sottotitolo (L’amore tradotto?! – ma siete cretini?!) che gli è stato appioppato nella versione italiana e che, fin da quando era uscito, ha fatto sì che lo archiviassi mentalmente sotto la categoria “commedia melensa”.

Ovviamente, nulla di più lontano dal vero.

Non è una commedia. E non è un film d’amore.

E’ un film in cui i sentimenti hanno un ruolo determinante, certo. Ma non è un film sentimentale. Il che già di per sè non è cosa da poco.

Girato interamente a Tokio, il film vede la grande metropoli giapponese con le sue luci, i suoi videogiochi, la sua enormità di palazzi, gente, locali e attività fare da sfondo e da contrasto all’emotività inquieta e solitaria dei due protagonisti.

Bob (Bill Murray), attore ormai in declino, due figli e una vita matrimoniale non esattamente idilliaca, reclutato per la – pur remunerativa ma di sicuro non soddisfacente – pubblicità di un whisky; Charlotte (Scarlett Johansson), neolaureata al seguito del marito fotografo, indaffaratissimo e del tutto assente, alle prese con le incertezze riguardo al proprio futuro e il dubbio – sempre più insistente – di non avere la più pallida idea di chi sia realmente la persona che ha sposato. Entrambi fondamentalmente soli, spaesati, catapultati dove non vorrebbero essere, in un posto che, lungi dal rappresentare una fuga diventa un ulteriore amplificatore della loro sensazione di estraneità nei confronti del mondo e della loro stessa esistenza.

Why do you have to point out how stupid everyone is all the time? 

Si conoscono per caso al grande bar dell’albergo dove entrambi si rifugiano per sfuggire all’insonnia, alla solitudine e a tutto il resto. Comincia tra loro un’amicizia fondata prima di tutto sul reciproco riconoscimento del loro essere entrambi fuori posto e poi sulla complicità che, di conseguenza, si instaura con la condivisione di uno stato d’animo profondo ed essenzialmente non esternabile. Si instaura un legame che ha come chiave il loro sentirsi (ed essere) fondamentalmente incompresi e l’impossibilità/incapacità di comunicare (altro aspetto, questo, ad essere ulteriormente sottolineato e rappresentato dall’ambientazione giapponese).

You’re probably just having a mid-life crisis. Did you buy a Porsche yet? 

E poi c’è questa scena della camera da letto che da sola vale tutto il film. Nello spazio anche piuttosto ristretto di un dialogo e di un letto matrimoniale si concentra una tale quantità di verità espresse in un modo talmente semplice, talmente essenziale da risultare quasi disarmante. Tutto il pathos e l’enfasi del mondo non avrebbero potuto raggiungere lo stesso livello di empatia che questa scena riesce a suscitare.

I guess every girl goes through a photography phase. You know, horses… taking pictures of your feet. 

Ecco, dopo questa, oltre ad essermi strozzata con la tisana allo zenzero devo aver pensato qualcosa del tipo ok, finisco di vedere il film poi vado a nascondermi. E’ la sensazione spiazzante e in qualche modo imbarazzante di quando ti trovi a guardare un parte di te stesso dall’esterno. Di quando un pezzo della tua vita ti viene ributtato addosso a tradimento. E’ ritrovare qualcosa in un posto dove mai più ti saresti aspettato che saltasse fuori.

Lost in Translation è un film di rara delicatezza; interamente e dichiaratamente impregnato di introspezione, riesce tuttavia ad evitarne le insidie e i risvolti claustrofobici, scegliendo di gestire quello che è un nucleo centrale fondamentalmente drammatico attraverso le forme di un’ironia disillusa e divertita che alleggerisce moltissimo l’atmosfera – regalando anche dei momenti estremamente spassosi, come le prove delle riprese per la pubblicità del whisky – e al tempo stesso cattura ancora di più sul piano emotivo.

Sia Murray che la Johansson sono perfetti. In particolare Murray riesce ad essere veramente – anche dal punto di vista delle espressioni – un capolavoro di cinica e consapevole ironia. E per una volta non ho niente da ridire neanche sul doppiaggio perchè la scelta di Oreste Rizzini (la voce storica di Michael Douglas, per intenderci) è effettivamente calzante per il personaggio.

In definitiva, sì, era un film che decisamente andava visto.

In realtà la mia lacuna si estendeva praticamente a tutta Sofia Coppola, della quale avevo visto solo Marie Antoniette – e del quale adesso mi è venuta voglia di parlare per cui aspettatevi un post a breve. Il che significa che adesso (visto che una volta che entro, per così dire, in contatto con un autore devo assolutamente mettermi in pari con tutto quello che ha fatto fino a quel momento) mi mancano ancora Il giardino delle vergini suicide e Somewhere – che tra l’altro è stato il Leone d’Oro di Venezia 2010.

Cinematografo & Imdb.

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