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Archive for the ‘A. Lyne’ Category

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Ho preso un caffè che anziché svegliarmi mi ha fatto venire un sonno indecente, ho un principio di emicrania che pare abbia tutte le intenzioni di svilupparsi e sono in quel momento di limbo in cui devo decidere se per le prossime ore voglio essere rincoglionita per il male o per gli effetti collaterali dell’antidolorifico. Son cose.

Ergo. Vediamo di buttar giù qualche riga di senso compiuto prima di diventare del tutto inutilizzabile.

Stavo spulciando un po’ di critiche su questa Lolita di Adrian Lyne (1997) e la prima cosa che salta all’occhio è che pare sia impossibile parlarne senza paragonarla a quella di Kubrick del ’62. Sostanzialmente l’opinione comune è un coro di “orrore! orrore! quella di Kubrick era infinitamente meglio!”

Ora. Io ho letto Nabokov ma la Lolita del ’62 è uno dei pochissimi film di Kubrick che non ho mai visto perché, non ho un buon rapporto con quel libro. Sono profondamente convinta che sia un capolavoro assoluto, ma al tempo stesso non ho mai potuto sopportare nessuno dei personaggi. Humbert, Lolita, Charlotte mi stanno tutti soavemente sul culo. Non ho mai provato un filo di empatia per niente e per nessuno in quella storia. Motivo per cui ho sempre relegato il film di Kubrick tra quelle cose che “prima-o-poi-vedrò-perché-vanno-viste-ma-adesso-proprio-non-mi-va”.

Ed è anche il motivo per cui faccio fatica a parlarne.

L’altra sera sono incappata nella rassegna del cinema erotico su Cielo e diciamo che la presenza di Jeremy Irons è stata determinante nella mia decisione di vedere il film nonostante il vago senso di colpa per il fatto di guardare Lyne prima di Kubrick andando così contro al più elementare buonsenso cinefilo.

Lyne che, con tutti i suoi difetti e i suoi cliché, ha, di fatto, rappresentato e incarnato nei suoi film l’anima soft-erotica degli anni Ottanta. 9 settimane e mezzo, Attrazione Fatale, Proposta Indecente. Che piacciano o meno sono ormai dei cult di quegli anni. (Lyne che è anche il regista di Flashdance, ma questo è un dato che tendo a rimuovere perché è davvero troppo stonato).

E in quest’ottica pare persino ovvio il fatto che la tentazione di rifare Lolita sia stata troppo forte per resistervi. Lolita che è La Storia Scabrosa per antonomasia.

Altra considerazione è che il fare paragoni, se da un lato è fisiologico nel caso di più versioni della stessa trasposizione o comunque di remake, d’altro canto lascia un po’ il tempo che trova proprio perché abbiamo Kubrick dall’altra parte. Perché, siamo onesti, Kubrick è una presenza ingombrante e totalizzante. Un mostro sacro. Un intoccabile. Avrebbe potuto mettercisi anche Scorsese – per dirne uno – a rifare Lolita ma comunque la versione di Stanley sarebbe stata migliore. Sarebbe stata – come di fatto è considerata – l’unica degna di esistere. In sostanza, Kubrick non si tocca e se lo si fa sono inevitabilmente critiche.

Ciò detto, a me questo film non è dispiaciuto per niente.

Per quel che riguarda la trama è molto fedele – il libro l’ho letto veramente molti anni fa ma dai controlli che ho fatto non si è perso né modificato nulla nel passaggio allo schermo.

Gli interpreti sono tutti molto bravi. Melanie Griffith veste bene gli odiosissimi panni di quella stupida di Charlotte Haze (io ho avvertito che non mi piacciono i personaggi eh), mentre Humbert è Jeremy Irons. E qui, devo dire che sono di parte per io adoro Irons ed è probabilmente questo il motivo per cui non ho detestato profondamente Humbert per tutto il film. Ad ogni modo, cercando di dare un giudizio più tecnico, l’interpretazione di Humbert è valida ma forse un po’ più emozionale di quanto non sia la voce narrante nel libro e, in certa misura, fa sorgere il dubbio che si tratti di una concessione ad un intento vagamente moraleggiante di questa interpretazione di Lolita. Un Humbert più umano e più emotivo può apparire anche come vittima del suo trauma, vittima della sua passione, vittima del suo senso di colpa, mentre l’Humbert di Nabokov è tutt’al più preda di rimpianti ma non di rimorsi.

Non c’è morale nel testo di Nabokov e proprio per questo non c’è tentativo di (auto)giustificazione. C’è solo la storia. Cruda. Dolorosa. E questo è uno dei motivi per cui quel libro è un capolavoro al di là di ogni discussione.

Lolita è interpretata dall’allora esordiente Dominique Swain. Brava, adeguatamente bella e disturbante anche se forse in certi punti vengono esasperate eccessivamente le movenze infantili.

Lolita è una “ninfetta”, il che presuppone un delicato equilibrio tra inconsapevolezza e consapevolezza di sé e del proprio effetto, unito ad una abbondante dose di crudeltà prettamente infantile.

Per quel che riguarda l’aspetto propriamente erotico della faccenda, il film è tutt’altro che scandaloso. E’ esteticamente allusivo ma indulge prevalentemente su una sensualità superficiale. Un paio di scene forse un po’ più dirette e qualche ammiccamento fin troppo facile come Lolita che mangia la banana, ma per il resto non c’è nulla di particolarmente erotico se non il sottinteso stesso del film. E, ad essere sincera, non trovo che questo sia un difetto. La vicenda di Lolita non ha bisogno di chissà quale grado di esplicitazione perché è già totalmente erotica e disturbante in sé.

Poi, vabbé, Lyne non ha resistito a voler far pronunciare apertamente la parola “incesto” a Lolita, il che, anche in questo caso, sa di concessione volutamente mascherata da provocazione, ma la cosa non viene forzata oltre.

Se invece parliamo di morbosità di tutta la faccenda, sì, probabilmente qui se ne trova più che nel testo ma immagino sia legato inevitabilmente alla maggior carica emozionale di Humbert. Il suo tormento qui sta prevalentemente nel non riuscire ad opporsi a qualcosa che sa essere sbagliato mentre per l’Humbert del libro a pesare di più è la preoccupazione di trascinare la storia con Lo il più a lungo possibile. Cercare di congelarla, di fermare il tempo. Anche l’Humbert-Irons ci prova, ma, per certi versi, è meno lucido.

Non so, ripeto, probabilmente mi attirerò un fitto lancio di ortaggi da parte degli estimatori di Kubrick ma trovo che questa Lolita di Lyne abbia una sua dignità indipendentemente dal fatto che, altrettanto probabilmente, è plausibile che il livello del precedente film sia nettamente superiore.

Ah sì, dimenticavo, musiche di Morricone.

E comunque, niente, adesso mi toccherà guardarmi anche la versione del ’62 così poi posso lanciarmi anch’io nei confronti.

Cinematografo & Imdb.

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Riflessioni sparse del giovedì.

Lavorare in un ambiente (quasi) esclusivamente femminile provoca inevitabilmente misoginia. E’ fisiologico.

Apparentemente slegati ma intimamente connessi a questo fenomeno: i clichè.

Odiati, evitati come la peste, incarnazione di tutto ciò che è male. Ma se esistono, purtroppo, un motivo c’è quasi sempre.

Non che questo mi induca a rivalutarli, semplicemente serve a focalizzare meglio che cosa detestare.

E sempre per rimanere in tema di donne e cliché, l’altra sera mi sono imbattuta in questo.

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Unfaithful (2002). Titolo sapientemente arricchito nella versione italiana con L’amore infedele. Grazie, davvero, se ne sentiva il bisogno.

Io giuro che non avevo intenzione di vederlo. Poi, un po’ per il fatto che il televisore in cucina, per qualche ragione che tuttora mi sfugge, prende pochi canali del digitale, un po’ perchè lo stavano dando su Iris che in genere ha un livello decoroso, mi sono ritrovata a guardarlo fino alla fine.

La storia è standard che più standard di così si muore. Coppia di mezz’età, famiglia perfetta con tanto di figlio, cane e casa strafiga nei dintorni di New York. Lei (Diane Lane – che è comunque sempre bella, questo va pur detto) incontra per caso un affascinante (?) giovane intellettuale (??) che le scatena la passione repressa che evidentemente nella dorata normalità del suo matrimonio latitava.

Sfilata di cliché – appunto – sulla donna che diventa preda di un’attrazione incontrollabile mista a sensi di colpa e che, in quanto innamorata, si rincoglionisce al punto di non riuscire neanche più a gestire un’acqua che bolle. E neanche il marito (Richard Gere – sempre brutto, anche questo va pur detto) ne esce tanto meglio. Tra indizi discreti quanto un’insegna al neon e goffi tentativi di non vedere la realtà.

Date le premesse, bisogna almeno concedere che l’evoluzione finale fa un tentativo – per quanto inutile – di elevarsi un po’ – ma proprio pochino – al di sopra della melma di ovvietà in cui sguazza.

C’è però un elemento che ha reso non del tutto vana questa visione. La filmografia del regista, Adrian Lyne (cito solo i principali):

Flashdance (1983)

9 settimane e ½ (1986)

Attrazione fatale (1987)

Proposta indecente (1993)

Prima considerazione. Ma il regista di Flashdance è lo stesso di 9 settimane e ½?!? E oltretutto. Com’è possibile che non l’abbia mai saputo?!? Son cose che fanno riflettere.

Seconda considerazione. Non ha per niente la fissa della donna travolta da passione ingestibile. Assolutamente no, anzi, è un argomento che gli sta pure un po’ sul culo.

In definitiva, il film potete perdervelo tranquillamente; io, in ogni caso vi metto lo stesso i link.

Cinematografo e Imdb.

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