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Archive for the ‘E. Blunt’ Category

Lee ed Evelyn, una giovane coppia, con i loro figli.

Intorno a loro, i resti di un mondo spezzato da qualcosa di improvviso.

In uno scenario distopico post catastrofe in stile Resident Evil la famigliola si muove in mezzo alle rovine in cerca di medicinali e provviste.

Si spostano tutti con estrema cautela e nessuno parla. Comunicano a gesti o a voce bassissima.

I titoli dei giornali abbandonati che volano in giro per le strade urlano a caratteri cubitali che “è il rumore” e che stare in silenzio significa rimanere vivi.

Lee, Evelyn e i ragazzi camminano scalzi lungo un percorso di sabbia, tracciato per attutire il suono dei passi. Vivono in una casa attrezzata di tutto punto, un vero e proprio rifugio, usano foglie per piatti ed evitano qualunque cosa possa fare rumore.

Finché qualcosa va storto.

Diretto e interpretato da John Krasinski, A Quiet Place mi ispirava già molto dal trailer e si è rivelato assolutamente all’altezza delle aspettative. Anzi, mi ha persino un po’ sorpresa.

Ok, l’idea della distopia di partenza non è nuova ma la faccenda del proibire il suono e il rumore è carina e, tutto sommato, anche originale. Anche perché tiene vincolati ad un copione rigidamente essenziale – penso che, per quanto riguarda i dialoghi, abbia lo script più breve dai tempi dei film muti – e costringe ad una gestione insolita sia dei personaggi sia delle loro dinamiche relazionali.

La tensione si crea fin da subito, proprio per la condizione anomala in cui si trovano i personaggi, avvolti da questa coperta di silenzio impenetrabile che contribuisce immediatamente a trasmettere una sensazione di minaccia e di pericolo.

Ma chi c’è davvero in ascolto? Chi è pronto ad uccidere per il minimo rumore?

Un po’ di jumpscare – peraltro giustificato dallo script quasi muto, per cui ogni rumore un po’ più forte finisce con l’essere un jumpscare; e poi il crescendo ossessivo in cui gli eventi precipitano.

Un buon ritmo e un buon coinvolgimento fin da subito, e, nei panni di Evelyn, un’ottima Emily Blunt spaventata e lucida.

Un po’ horror, un po’ fantascienza, una prospettiva che non si allarga mai al resto del mondo ma rimane limitata al microcosmo familiare ed è gestita con estrema intelligenza, tra le vestigia fantasma di un pianeta ormai silenzioso e letale.

Decisamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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Rachel ha un divorzio turbolento alle spalle e un futuro che non vuole prendere forma davanti a sé.

Tutti i giorni prende lo stesso treno da New York e passa davanti alla casa dove abitava prima. La casa in cui ora Tom, il suo ex marito, vive con la sua nuova moglie, Anna, e la sua nuova figlia.

Rachel sa che sono lì. Cerca di non guardare. E intanto guarda intorno, quelli che una volta erano i suoi vicini.

Tra tutti, a colpirla è una ragazza bionda, che vive con il marito e che, da fuori, dalla distanza dei binari, per i fugaci attimi concessi dal passaggio del treno, appare agli occhi di Rachel come tutto ciò che avrebbe voluto essere e che le è stato invece strappato via.

Rachel fantastica sulla vita di questa ragazza. Le dà un nome diverso a seconda della storia che vuole farle vivere. A seconda del suo umore.

In un modo bizzarro e un po’ morboso, Rachel si affeziona a lei. Ne diventa dipendente.

E poi un giorno, sempre da quel treno, sempre per brevi istanti, Rachel vede qualcosa che stravolge tutto.

La ragazza bionda in realtà si chiama Megan. Ha un marito che vorrebbe dei figli che lei non vuole, uno psicologo con il quale sviluppa un legame ambiguo e si sente se stessa solo quando corre.

Megan è anche la babysitter del figlio di Anna e Tom, l’ex marito di Rachel.

Punti di contatto che non si vedono.

Fili sottili che uniscono vite apparentemente scollegate.

Cos’è che ha visto Rachel da quel treno?

Cos’è che si nasconde dietro l’inquietudine di Megan?

E poi Megan sparisce.

E Rachel si trova con un vuoto di ore che non riesce a colmare a causa dei suoi problemi con l’alcool.

Un thriller psicologico dai ritmi lenti e dilatati ma costruito con attenzione ai dettagli e incentrato per buona parte sulla fortissima espressività di Emily Blunt nel ruolo di Rachel.

Un passato che prende forma a poco a poco, come emergendo da una nebbia di menzogne.

Strati di realtà sovrapposti per nascondere un unico nocciolo gelido di verità.

Nel complesso il film non è male e solo verso la fine risulta un po’ prevedibile la svolta risolutiva.

Tratto dall’omonimo romanzo di Paula Hawkins, continuo a sentir dire che il libro è meglio. Ora, posto che questo genere di considerazioni lascia un po’ il tempo che trova, e premesso anche che non ho letto il libro, l’impressione che ho avuto io da mera spettatrice, è stata quella di un’impronta ancor più femminile di tutta la storia di partenza che il film cerca invece di stemperare.

Non so come altro dirlo, si capisce in molti aspetti che dietro la storia del film c’è una storia costruita volutamente ‘al femminile’, come si usa tanto (odiosamente, lasciatemi aggiungere) dire adesso (manco la femmina fosse una specie a parte). E che il film cerca di concentrarsi più sull’aspetto del thriller in sé. Pur non potendo eliminare del tutto una parte di indagine psicologica che tradisce un’origine un tantino mediocre e con qualche cliché di troppo (piccolo spoiler in arrivo – per dire, ho trovato piuttosto fastidioso che l’unico personaggio femminile a non volere figli debba essere in qualche modo giustificato in questa sua scelta da un trauma ai limiti del melodramma tanto da non essere quasi plausibile – fine del piccolo spoiler).

Poi magari mi sbaglio e il libro è fantastico. Però tale è l’impressione che ho avuto dal film.

Tolto questo, dicevo, il film non è male. Ottima Emily Blunt e valido anche il resto del cast, con Hayley Bennet nel ruolo di Megan, Sarah Ferguson come Anna, Luke Evans, Edgar Ramirez e Justin Theroux per i tre personaggi maschili.

Cinematografo & Imdb.

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Un po’ prequel e un po’ sequel di Biancaneve e il Cacciatore del 2012.

Ovvero, ogni scusa è buona per godersi ancora una po’ di Charlize Theron in versione Regina Cattiva.

Si comincia prima dei fatti di Biancaneve e si racconta di come Ravenna (Charlize Theron), già crudele e usurpatrice grazie al potere dello Specchio, avesse una sorella, Freya (Emily Blunt), mite, non ambiziosa e innamorata.

La principessa, a causa di un crudele tradimento si ritrova però con il cuore irrimediabilmente spezzato e poiché un cuore infranto è il catalizzatore più potente per il manifestarsi di poteri sopiti, Freya scopre di possedere il potere del freddo e del ghiaccio.

Lascia sua sorella e si rifugia a Nord, dove regna su una terra gelida, strappa i figli del suo popolo e li alleva senza amore e senza legami. Un esercito imbattibile e libero dai sentimenti.

Tra questi giovani combattenti ci sono Sara (Jessica Chastain), imbattibile con arco e frecce, e Eric (Chris Hemsworth), futuro Cacciatore.

Sara e Eric ovviamente si innamorano, infrangendo così le leggi della Regina di Ghiaccio e causandone l’ira.

Vengono separati, Eric riesce a fuggire, diventa il Cacciatore ed è in questo lasso di tempo che hanno luogo gli avvenimenti di Biancaneve – che per fortuna viene solo menzionata e ripresa brevemente solo di spalle, dal momento che, evidentemente, anche alla Universal non hanno piacere di ricordare l’infelice scelta di Kirsten Stewart.

Si salta direttamente al dopo, con Ravenna teoricamente sconfitta ma lo Specchio che emana malvagità e crea problemi.

Biancaneve decide di spostare lo Specchio in un posto sicuro ma i soldati cui viene affidato non giungono a destinazione.

Serve di nuovo l’aiuto del Cacciatore. Anche perché nel frattempo Freya ha saputo che lo Specchio è in circolazione e, se se ne impossessasse lei, sarebbe inverno per sempre e dovunque.

Comincia la caccia, saltano fuori nuovi personaggi e, ovviamente, salta fuori di nuovo anche Sara.

Un po’ di malintesi da chiarire e mostri di vario genere da affrontare, fino allo scontro finale che però è su tre fronti perché ovviamente ritorna in gioco anche Ravenna.

A raccontarlo sembra tutto parecchio incasinato ma di fatto il ritmo veloce fa sì che la trama scorra bene e non si perda nelle molteplici deviazioni.

Il livello generale è quello che ci si aspetta. Azione, divertimento, ottimi effetti visivi. Niente di particolarmente originale ma comunque un prodotto di intrattenimento di tutto rispetto e, in ogni caso, la bravura di tutti gli attori compensa ampiamente la mancanza di originalità.

Costumi e trucchi bellissimi, in particolare, ovviamente, quelli di Charlize che è perfetta anche quando perde bave nere e urla imbestialita.

Carini i personaggi dei nani. Anzi no. Più che carini sono piuttosto irritanti, ma è divertente il fatto che siano parecchio sboccati, il che costituisce una nota insolita per un tipo di film a target tipicamente disneyano.

La Regina di Ghiaccio è visivamente molto bella e Emily Blunt è anche molto adatta alla parte. Avrebbero potuto sfruttare un po’ di più il personaggio e creare qualche effetto un po’ più scenografico anche per il suo potere.

E niente, se piace il genere, non è male.

Di fatto è in tono con il precedente capitolo con l’eliminazione del principale difetto che era Kirsten Stewart.

Cinematografo & Imdb.

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Oddio ma ti sembra il caso?

Frances! A cosa devo il dubbio piacere della tua ricomparsa?

Senti, io provo a farmi i fatti miei e a lasciarti esprimere ma, seriamente, non puoi continuare a guardare cagate del genere…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

Oltretutto sapendo che sarà l’ennesima cosa fatta con lo stampino, molto bella da vedere ma probabilmente vuota…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

E come se non bastasse c’è pure quel bellimbusto di Thor in versione bruna…

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

Ok, ci rinuncio, torno nella mia scatola. Quando esce?

Ci sono Charlize Theron e Jessica Chastain.

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Di Denis Villeneuve avevo visto solo Prisoners nel 2013 e mi era piaciuto parecchio. Ora vedo che nella sua filmografia è segnato Blade Runner 2 per il 2016 e la cosa mette seriamente a repentaglio la mia stima per lui, ma per il momento preferisco far finta di niente.

In realtà Sicario sono andata a vederlo un po’ alla cieca e anche il fatto che fosse di Villeneuve l’ho scoperto poi dopo (era l’unica cosa con un cast interessante che passassero all’Ariston di Sanremo, per dirla tutta). Mi aspettavo azione, spionaggio, esplosioni e un po’ di classica action all’americana. Insomma, intrattenimento senza eccessivo impegno.

E invece no. E’ stata un po’ una sorpresa, perché Sicario è un film sottile, complesso, raffinato nella sua costruzione. E’ un film cattivo che coinvolge lo spettatore in un’atmosfera di incertezza prima ancora che di tensione.

Kate Macer (una bravissima Emily Blunt) è un’agente dell’FBI con una buona esperienza sul campo. Viene selezionata per entrare a far parte di un gruppo speciale impegnato nella lotta ai cartelli della droga al (e oltre il) confine tra Stati Uniti e Messico.

Kate non è obbligata. Sa che è una sua scelta. Ma è reduce da un’operazione che è costata la vita ad alcuni membri della sua squadra ed è disposta a tutto pur di arrivare alla fonte di quella serie interminabile di omicidi per i quali nessuno sembra pagare.

Kate ha degli ideali. Ha un protocollo da seguire e ha ben chiara la distinzione tra bene e male.

Non le viene detto che cosa farà. Non le spiegano in che cosa sarà coinvolta. Vuole fermare il cartello? Sì. Allora dovrà seguire gli ordini di Alejandro (Benicio Del Toro), una sorta di consulente esterno dal ruolo nebuloso che collabora con la task force governativa gestita da Matt (Josh Brolin). Matt e Alejandro non rispondono mai davvero alle sue domande. L’unica cosa certa che le dicono è che dovrà imparare mettere in discussione tutto quello che dava per certo. E che non dovrà sempre fidarsi di quello che vedrà.

Kate si trova nel mezzo di una guerra in cui non capisce più i ruoli di nessuno. Cerca spiegazioni e trova giustificazioni. Finisce incastrata in un meccanismo di equilibri più forti di lei che non riesce e ricondurre ai suo schemi morali.

Scenari di profondo degrado. Violenza cruda e impietosa.

A Villeneuve non piacciono i confini. Ha in odio le etichette. Come già in Prisoners passa un colpo di spugna sui ruoli, sui concetti di buoni e cattivi, di ragione e di torto. Nessuno è quello che sembra e le motivazioni che muovono il tutto non sono quelle che dovrebbero.

E allora cosa rimane?

Ottimo tutto il cast. Benicio Del Toro e Emily Blunt in particolare danno vita a due personaggi estremamente intensi.

Cinematografo & Imdb.

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Time travel has not yet been invented. But thirty years from now, it will have been. 

I viaggi nel tempo sono un campo minato. Anche partendo dalle idee migliori, c’è sempre il rischio di finire incastrati nel classico paradosso che vanifica qualsiasi logica di trama.

Perché il problema del viaggio nel tempo non è tanto renderlo inattaccabile da un punto di vista della linearità – quello non è possibile a prescindere perchè il paradosso è parte integrante del concetto del viaggio nel tempo. Quello che è realmente difficile, se si vuol giocare avanti e indietro nel tempo, è trovare un modo sufficientemente plausibile di aggirare il paradosso. Necessità che si fa ancora più impellente se, come nel caso di Looper, non c’è in gioco solo uno spostamento temporale in momenti diversi, ma anche una coesistenza e un’interazione tra diverse versioni dello stesso personaggio.

Sembra una cazzata, ma gestire questo genere di elementi narrativi è tutt’altro che banale.

Uno dei motivi principali per cui ho apprezzato Looper è proprio che sfrutta bene l’idea di base degli assassini nel presente di vittime del futuro, utilizza ampiamente il presupposto dello spostamento temporale, ma si ferma in tempo per evitare di degenerare in teorie e spiegazioni che, per forza, finirebbero con il fare acqua da tutte le parti.

I don’t want to talk about time travel because if we start talking about it then we’re going to be here all day talking about it, making diagrams with straws. Dice saggiamente il Joe del futuro al suo eccessivamente curioso se stesso del passato/presente.

Evita di strafare, insomma, e per questo gli si può anche perdonare qualche imperfezione o qualche dubbio che alla fine ti viene comunque.

Nei panni del protagonista c’è Joseph Gordon-Levitt che rende bene in questi ruoli freddi e concentrati, d’azione ma non eccessivamente aggressivi.

E poi c’è Bruce Willis che anche se lo metti a stare fermo ci sta che è una meraviglia, e c’è Emily Blunt che mi piace sempre di più ad ogni film.

Non voglio anticipare nulla a chi non l’ha visto ma due ultime considerazioni per chi sa di cosa sto parlando. L’idea delle parti del corpo nella scena del loop di Seth è veramente cattivissima e geniale. E ho trovato anche molto buono, a livello di struttura, il fatto di introdurre all’inizio, in modo quasi casuale, un elemento che invece avrà un ruolo piuttosto determinante.

Un film ben fatto, che non avanza troppe pretese e forse proprio per questo risulta ancora più convincente.

This time travel crap, just fries your brain like a egg…

Cinematografo & Imdb.

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Un po’ The Box, e un po’ quella che immagino possa diventare una lista lunghissima di altri film, se non analoghi, quanto meno accomunabili per trama e principio di base.

Il succo è: siamo controllati da qualcuno che manovra il nostro destino e le nostre scelte. Finché non lo sappiamo va tutto bene ma nel momento in cui sbirciamo accidentalmente dietro le quinte inevitabilmente vogliamo opporci, cambiare le cose, non rassegnarci a quello che è già stato deciso.

David Norris (Matt Damon) è un giovane politico ambizioso e promettente che incappa in un inaspettato ostacolo nella sua carriera (un scandalo in prima pagina) e lo supera grazie alla fortuita ispirazione fornitagli (con tanto di bacio) da una sconosciuta incontrata per caso nel bagno degli uomini.

A distanza di anni incontra di nuovo questa sconosciuta, Elise (Emily Blunt). Ma da questo punto in poi niente sembra più funzionare. C’è qualcuno che si oppone, che non vuole che loro stiano insieme. Qualcuno che doveva fargli rovesciare addosso il caffè per evitare che si rincontrassero e che invece si è addormentato.

Chi ci sia dietro, in realtà, viene rivelato abbastanza presto, già nella prima metà del film, per poi lasciare spazio ad un alternarsi di inseguimenti, fughe, lasciarsi e ritrovarsi, accettare il proprio destino o opporvisi, dilatato nello spazio di diversi anni.

C’è una cosa di cui sono sempre più convinta, ossia che se un buon regista si mette a fare lo sceneggiatore non è detto che il risultato sia valido, mentre se un buon sceneggiatore decide di mettersi dietro la macchina da presa, magari non farà chissà che di originale ma garantisce, in ogni caso, una soglia minima piuttosto alta di buona riuscita, in quanto la struttura portante sarà comunque solida.

E’ un po’ il caso di questo film. George Nolfi (sceneggiatore di Ocean’s Twelve, The Bourne Ultimatum, Timeline) forse non sarà molto personale nell’impostazione della vicenda, ma riesce a mantenere un buon ritmo, soprattutto in relazione alla gestione di salti temporali molto ampi.

Bella l’idea delle porte comunicanti su diversi livelli, resa anche visivamente molto bene.

I guardiani del destino è tratto da un racconto di Philip K. Dick, The Adjustement Team, del 1954.

Devo dirlo che il titolo originale del film (The Adjustement Boureau) era dieci volte meglio? Che era più adatto e più coerente con questa versione burocratica, para-amministrativa, stile servizi segreti dei burattinai dell’umanità? Devo dirlo?

Cinematografo & Imdb.

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