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Archive for ottobre 2014

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asylum-001 Quanto adoro questa serie. Seconda stagione che mi è piaciuta ancora più della prima. Lo schema di base è quello già usato in precedenza, ossia si sceglie un’ambientazione e ci si fanno ruotare intorno tutte le vicende. Se nella prima stagione il topic di partenza era quello della casa stregata/infestata, in questo caso il contesto è un ospedale psichiatrico. Il che, già di per sé amplia parecchio la varietà di canoni horror tra i quali si può andare a spaziare dato che, sostanzialmente, in un manicomio ci può finire chiunque abbia commesso qualunque genere di efferatezza. Ne deriva quindi anche che le citazioni del repertorio di genere sono molto più numerose rispetto alla precedente stagione, nonostante la durata sia più o meno la stessa, con soltanto un episodio in più. Si comincia ai nostri giorni, con una giovane coppia in cerca di posti inquietanti che si intrufola nel vecchio manicomio abbandonato sul quale circolano leggende macabre. Nei primi episodi si alternano le vicissitudini della coppia ai flashback che cominciano a far conoscere il passato dell’istituto di Briarcliff a partire dal 1964, sotto la direzione dell’inflessibile Suor Jude. Man mano che ci si inoltra nell’intreccio del passato, la trama dei due ragazzi viene lasciata momentaneamente da parte per dare spazio ad altri salti temporali, più funzionali alla ricostruzione. Alla fine comunque nessuno viene dimenticato e tutto quello che è stato messo in tavola viene fatto quadrare. Per quel che riguarda i filoni horror coinvolti, abbiamo omaggi per quasi tutte le declinazioni del tema. Esorcismi e possessioni, serial killer psicopatici, medici nazisti folli dediti a torture ed esperimenti e persino un po’ di rapimenti alieni – che sono forse l’unica categoria a risultare un filo scentrata su tutto il resto ma pazienza. Notevolmente aumentato anche il livello di politically incorrect. Un sacco di linguaggio sessuale esplicito, tanto più volutamente provocatorio in quanto l’ambiente è religioso e suore e preti sono figure estremamente perverse. E oltretutto sono associate all’orrendo medico nazista – un insieme di elementi e di sfumature che in un film avrebbe suscitato polemiche a non finire, non foss’altro che per l’eccessiva leggerezza nello sfruttare certi personaggi per meri scopi narrativi. Un po’ di splatter, anche se, dati i presupposti, avrebbe potuto essercene molto di più e non ci sarebbe stato neanche male. Nel cast c’è sempre Jessica Lange, nei panni della terribile Suor Jude, un personaggio estremamente complesso e la cui evoluzione è molto ben sviluppata. E poi Zachary Quinto, che già un po’ inquietante lo è di suo, in questo contesto poi figuriamoci. E ancora Sarah Paulson, Evan Peters, James Cromwell e Joseph Finnes. Inquietante, claustrofobico, ti tiene incollato dal primo all’ultimo episodio. Le più profonde e recondite paure dell’animo umano prendono forma e volto tra le pareti di Briarcliff. Niente viene lasciato in sospeso, niente al caso. Niente incoerenze o buchi nella trama. Ben gestiti sia i personaggi che i passaggi temporali. Bon. Ce lo fatta ad arrivare alla fine senza spoiler? Pare di sì, quindi vado a togliere l’avvertimento dal titolo del post. Che dire ancora? Credo che finirò col rivedermi le prime due stagioni per ingannare l’attesa della la terza, Coven, che al momento sembra essere sparita dai negozi e da Amazon. Nel frattempo, nel mondo reale sta andando in onda la quarta stagione, Freakshow, ma ci vorrà ancora un po’ perché arrivi anche nella mia bolla spazio-temporale. american-horror_story-asylum-jessica-lange tumblr_mdqg1vtLT81qivy0do1_1280-1024x576 ahs-212-01-610x250 lana_shock Ah, sì. Ho adorato la versione di Name Game interpretata da Jessica Lange e modificata con i nomi dei personaggi. Il video non spoilera niente ma arriva comunque a metà della serie. Avviso per coloro a cui non garba vedere neanche un fotogramma in anticipo. Per curiosità, questa invece è l’originale di Shirley Ellis. E già che tanto questo post è diventato chilometrico, aggiungo anche un bel trailer della quarta stagione, per eventuali altri abitatori di bolle prive di tv a pagamento.

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In arrivo il 20 novembre.

Ribadisco le mie perplessità sulla scelta  – ovviamente commerciale – di dividere in due quest’ultimo capitolo. Mi auguro che il livello rimanga quello dei precedenti.

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Nel 1983, Christopher Walken interpreta Johnny Smith, il protagonista de La zona morta, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Johnny Smith è un giovane insegnante di letteratura e, ad un certo punto del film, consiglia ad un suo studente la lettura del Mistero di Sleepy Hollow – orribilmente tradotto nella versione doppiata di allora con Il mistero del recesso addormentato. Dice al ragazzo che lo avrebbe trovato divertente, dal momento che, nel racconto di Washington Irving, un cavaliere senza testa cerca di far fuori un giovane insegnante, Ichabod Crane.

Sedici anni dopo, nel 1999, Christopher Walken si trova a vestire i panni di quello stesso cavaliere senza testa nella versione di Tim Burton del Mistero di Sleepy Hollow e a inseguire il povero Ichabod, interpretato da un terrorizzato Johnny Depp.

Burton si prende non poche libertà rispetto al racconto originale di Irving, mantenendo intatti di fatto solo alcuni nomi e la figura del cavaliere senza testa (del quale però modifica la leggenda), e lo trasforma in un fiaba gotica intrisa di mistero e magia.

Siamo a New York, nel 1799, e il giovane investigatore Ichabod Crane cerca invano di introdurre metodi d’indagine scientifici nelle sommarie pratiche di giustizia delle istituzioni dell’epoca. Viene quindi spedito, con intenti palesemente provocatori e punitivi, a Sleepy Hollow, dove si sono verificati alcuni inspiegabili omicidi.

Ichabod parte con la sua valigetta di strumenti e il suo pensiero razionale e arriva in mezzo a leggende e superstizioni, in un paesino dove tutti i principali rappresentati dell’autorità sembrano fermamente convinti che il responsabile degli omicidi sia un cavaliere senza testa, fantasma di un sanguinario cavaliere dell’Assia morto decapitato, che per qualche motivo si è risvegliato a reclamare teste altrui.

Ricordi che riemergono in forma di sogni. Vendette soprannaturali per complotti anche troppo concreti. E segreti nascosti dappertutto.

Visivamente bellissimo. Cupo, gotico, fiabesco, visionario, in una parola, Burton fin nel più piccolo dettaglio.

Le tinte sono lugubri e pochi colori spiccano, tra i quali, ovviamente il rosso del sangue.

La struttura della fiaba dark si mescola a quella del mistery più classico e viene lasciato spazio anche per la storia d’amore, pur sempre con la dovuta ironia a scongiurare la melensaggine.

Johnny Depp è fenomenale con quell’aria stralunata, assurda e credibile che è il marchio di fabbrica del binomio Burton-Depp e che lo rende inequivocabilmente l’attore più adatto a interpretare i personaggi di questo regista. Non mancano i richiami a Edward mani di forbice, soprattutto per quel che riguarda arnesi e attrezzature – anche se non c’è quel risvolto steampunk che tanto era evidente in Edward.

Cast ricchissimo di nomi. La protagonista femminile è Christina Ricci, che era ancora lontana dalla fase di iperdimagrimento e ben si adattava al ruolo di donna burtoniana con il volto tondo alla Helena Bonham Carter (al tempo non ancora scoperta dal regista).

E poi Miranda Richardson, Michael Gambon, Jeffrey Jones, Richard Griffiths e anche Christopher Lee, in una piccola parte.

Musiche come sempre di Danny Elfman.

Definito spesso horror da molti siti, pur con tutta la buona volontà non riesco a farlo rientrare nel genere. In generale non ci riesco con i film di Burton.

Burton sfrutta molti dei canoni dell’horror, certo, ma nessuno dei suoi film può definirsi tale. Neanche Sweeney Todd, che forse è quello che ci si avvicina maggiormente.

Burton rielabora gli elementi dell’horror, li mescola ad altri canoni, li utilizza in modo diverso, creando quel genere che è solo suo, quanto meno nel cinema contemporaneo. Se proprio bisogna scegliere una definizione, direi che gotico è quella che potrebbe risultare più calzante, pur con le dovute riserve anche in questo caso, dato che il gotico vero e proprio manca totalmente di quell'(auto)ironia che è cifra stilistica di Burton.

Non bastano un fantasma e un po’ di sangue a fare un horror, ecco, la faccenda è un po’ più articolata di così. E trovo che sia una semplificazione scorretta anche nei confronti del genere horror in sé, oltre che del film in questione.

Una finezza che passa quasi inosservata la scena della zucca, omaggio al racconto originale – anche se di natura del tutto simbolica dato che la vicenda si sviluppa in modo completamente diverso.

Cinematografo & Imdb.

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Avevo visto questo film in sala al tempo dell’uscita, nel 2005. E onestamente non saprei dire perché non lo abbia mai più rivisto da allora. Mi ci sono imbattuta un paio di settimane fa su Rai4 e sono rimasta piuttosto perplessa nel realizzare che era solo la mia seconda visione. Considerato che sono una discreta ossessiva delle visioni multiple e che questo film mi era piaciuto parecchio.

E piacerà anche a chi Cronenberg lo ama ma con riserva. A quelli che sì Cronenberg è bravo ma a volte esagera. A quelli che Cronenberg ok, però è troppo morboso.

Quello di History of Violence è un Cronenberg stilisticamente impeccabile e innegabilmente garbato nel presentare le sue ossessioni. Che ci sono. Ci sono eccome, anche se forse in veste, questo sì, meno morbosa.

Tratto da Una storia violenta, romanzo a fumetti di John Wagner e Vince Locke, il film racconta la storia di Tom, tranquillo padre di famiglia che un giorno viene coinvolto in una rapina, uccide gli aggressori e diventa una sorta di eroe locale. Il suo volto compare sui giornali e in televisione e, all’improvviso, si fanno vivi alcuni esponenti della malavita che sostengono che lui sia uno del loro ambiente, misteriosamente scomparso anni prima. Qualcuno con cui hanno dei conti in sospeso.

E’ vero? Non è vero?

Tom ha famiglia. Una bella moglie e un figlio. Modi quieti e pacati.

E una notevole prontezza nell’utilizzare un’arma in caso di aggressione.

E’ il problema dell’identità ad essere al centro di questa History of Violence. L’identità di Tom che rimane in sospeso fino all’ultimo in un equilibrio delicatissimo di indizi che spostano di continuo la prospettiva. Tom è chi dice di essere o è un perfetto sconosciuto per le persone che lo amano e vivono accanto a lui tutti i giorni? Tom è un estraneo per la sua famiglia o lo è anche per se stesso?

E poi la violenza. L’altra grande protagonista. Che sembra essere l’unica identità univoca che accomuna ed infetta ogni possibile versione della realtà americana. La violenza che sembra diventare l’unica chiave di lettura possibile della società americana – e, per estensione, occidentale – contemporanea.

L’ossessione per il passato che ritorna, qualunque esso sia.

L’impossibilità della fuga. Dal proprio passato ma soprattutto da se stessi.

Viggo Mortensen interpreta Tom e con lo sguardo sperduto e l’aspetto da onesto lavoratore della middle class conferisce al personaggio la giusta dose di credibilità e ambiguità.

Brava anche Maria Bello. Anche se di solito non amo molto questa attrice, la sua interpretazione dolce, ferita e arrabbiata costituisce un contrappunto perfetto per il ruolo di Mortensen, amplificandone le incoerenze e le ambivalenze. Facendo da cassa di risonanza per il dubbio e l’incertezza che si insinuano e crescono inarrestabili.

Nei panni dei cattivi abbiamo un ottimo Ed Harris, inquietante e glaciale, col volto sfigurato, e William Hurt, con un monologo finale da far venire la pelle d’oca.

Un film complesso, crudele, estremamente stratificato per quel che riguarda i livelli di significato.

Un Cronenberg perfetto, implacabile, chirurgico nel suo non concedere via di scampo a nessuno.

Cinematografo & Imdb.

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Ho aspettato parecchio di mettere le zampe su questo film.

L’avevo perso al cinema ma il trailer mi aveva sempre attirato e oltretutto il dvd continuava a non scendere di prezzo, cosa che, per quanto seccante, ho interpretato come un segno dell’effettiva validità del prodotto.

Se avessi speso cinque secondi a ravanare nella sezione mentale “nozioni sparse apparentemente inutili” che giace con la sua pachidermica mole da qualche parte tra il neurone 1 e il neurone 2, ecco, avrei forse potuto ricordare che anche The Blair Witch Project non cala di prezzo e avrei pertanto potuto azzardare un collegamento che, anche se quasi sicuramente non mi avrebbe salvata, quanto meno mi avrebbe messa in guardia.

E se BWP è una discreta cagata ma ha avuto quanto meno il dubbio merito di inaugurare un sottogenere – cosa che l’ha reso – a suo modo – un piccolo cult, L’altra faccia del diavolo si limita ad essere una grandissima stronzata e basta.

E oltretutto è di quelle che ti fanno proprio incazzare. Quando è finito ho tirato giù un sonoro accidente che ha fatto sobbalzare il gatto dal suo mucchio di copertine.

Forse è anche colpa mia che mi aspettavo troppo. Però, davvero, è indifendibile.

Sarò spoilerosa, io avverto, ma sono anche piuttosto convinta di non poter rovinare ulteriormente questa roba qui.

Ennesimo mockumentary – il parallelismo con BWP era inizialmente casuale ma quanto mai calzante, a pensarci bene – a sfondo esorcistico. Ennesima storia che ci viene rivelata “contro la volontà del Vaticano”. Dal che si capisce che non solo andiamo a tirare in ballo il cattolicesimo ma scomodiamo di nuovo anche Roma.

Poi sarà che ero reduce da poco dal Rito, ma già questa ambientazione di nuovo romana/vaticana mi ha fatto storcere il naso.

Come anche mi ha mal disposto fin da subito il discorso del finto documentario. Dal trailer si capiva che ci sarebbero stati dei filmati-testimonianza ma non pensavo che tutto il film fosse fatto con questa tecnica.

Isabella Rossi decide di indagare sulle sorti di sua madre, Maria Rossi, che vent’anni prima, nel 1989, si dichiarò colpevole di triplice omicidio.

Le vittime erano tre religiosi e l’omicidio avvenne durante un esorcismo praticato su di lei.

Condannata, dichiarata inferma di mente e, tramite un iter burocratico di dubbia plausibilità, reclamata in qualche modo dal Vaticano che l’ha fatta trasferire a Roma – probabilmente perché le vittime erano preti cattolici, certo, non fa una piega – e l’ha seppellita in un ipotetico manicomio criminale vaticano, il Centrino. E vabbè.

Isabella recluta un volenteroso cameramen che le stia appresso durante tutte le sue indagini, parte per Roma, entra ed esce dalle sedi vaticane come se nulla fosse, curiosa tra i corsi per esorcisti – che, anche qui come nel Rito,  vengono rappresentati come dei seminari di approfondimento sull’inglese commerciale – e conosce due sacerdoti che operano borderline, un po’ autorizzati un po’ no. Nel frattempo va a trovare sua madre che, non si sa bene perché, prima sembra stra-sorvegliata e poi nessuno si cura di quel che le succede. E vabbè anche qui.

Isabella segue i due sacerdoti nel loro lavoro per vedere in che cosa consiste un esorcismo. Un po’ di repertorio del genere unito alla telecamera manuale fa sì che il risultato sia una specie di Paranormal Activity in versione esorcistica.

Scopo del gioco è arrivare a dimostrare la possessione della madre al tempo del crimine commesso e, soprattutto, la possessione attuale, dato che da allora nessuno si è più curato di accertare il suo stato.

Avanti e indietro da questo benedetto Centrino muniti di telecamera senza che nessuno dica niente. Un po’ di originalissime discussioni bene vs. male. Un po’ di profondissima evoluzione dei personaggi, cameramen compreso, del tipo no-non-è-possibile-oddio-guarda-che-fa-quella-è-tutto-veeero!!

Di fatto bene ci sono solo quelle quattro o cinque scene che hanno usato per il trailer, che rimane la parte migliore del film. La tipa che si disarticola, la madre pazza con i tagli a forma di croce e poco più. Del passato non si ricostruisce nulla. Quel poco di retroscena che viene accennato non viene assolutamente sviluppato e, di fatto, non si scopre niente. Il ritmo è troppo lento, costellato di tempi morti tra una tappa e l’altra dell’indagine. Appena si crea un po’ di tensione, viene subito smontata da qualche discussione a tavolino del tipo dobbiamo-non-dobbiamo. La trama ha dei buchi tali da rovinare quelle poche buone idee che potevano esserci alla base.

Introducono il trucchetto del transfer, con l’entità maligna che si sposta da una persona all’altra, e, proprio mentre avevo appena finito di pensare che massì, dai, questa cosa se la usano bene è anche carina, cosa succede? Finisce il film con una scena degna di tutti i Paranormal Activity messi insieme. Un bel finale-non-finale nella tradizione dei mockumentary. Che se già è una cosa discutibile di per sé, qui arriva proprio con il tempismo di un colpo d’accetta.

Per la serie, abbiamo finito il budget, staccate la corrente. Che se almeno prima ti sei divertito/impaurito lo tolleri anche, se invece sei lì che aspetti ancora di cominciare a coinvolgerti ti fa proprio girare i coglioni. C’è stato un attimo in cui ho pensato che quello che stavano facendo aveva veramente poco senso e non avrebbero potuto risolvere la situazione, ma non volevo pensare che si azzardassero a farlo davvero. A chiuderlo davvero così.

Cast di sconosciuti e, se devo essere sincera, la protagonista mi è pure antipatica, con quei suoi modi tranquilli e fuori luogo.

Il regista è William Brent Bell, che magari i seguaci di Notte Horror ricordano per Stay Alive, il teen-horror con Elizabeth Bathory che saltava fuori da un videogioco e dava la caccia a tutti i partecipanti. E che senza dubbio era meglio di questo qui.

Pessimo su tutta la linea.

Cinematografo & Imdb.

Bonnie Morgan plays Rosa in THE DEVIL INSIDE, from Insurge Pictures.

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