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Archive for ottobre 2014

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asylum-001 Quanto adoro questa serie. Seconda stagione che mi è piaciuta ancora più della prima. Lo schema di base è quello già usato in precedenza, ossia si sceglie un’ambientazione e ci si fanno ruotare intorno tutte le vicende. Se nella prima stagione il topic di partenza era quello della casa stregata/infestata, in questo caso il contesto è un ospedale psichiatrico. Il che, già di per sé amplia parecchio la varietà di canoni horror tra i quali si può andare a spaziare dato che, sostanzialmente, in un manicomio ci può finire chiunque abbia commesso qualunque genere di efferatezza. Ne deriva quindi anche che le citazioni del repertorio di genere sono molto più numerose rispetto alla precedente stagione, nonostante la durata sia più o meno la stessa, con soltanto un episodio in più. Si comincia ai nostri giorni, con una giovane coppia in cerca di posti inquietanti che si intrufola nel vecchio manicomio abbandonato sul quale circolano leggende macabre. Nei primi episodi si alternano le vicissitudini della coppia ai flashback che cominciano a far conoscere il passato dell’istituto di Briarcliff a partire dal 1964, sotto la direzione dell’inflessibile Suor Jude. Man mano che ci si inoltra nell’intreccio del passato, la trama dei due ragazzi viene lasciata momentaneamente da parte per dare spazio ad altri salti temporali, più funzionali alla ricostruzione. Alla fine comunque nessuno viene dimenticato e tutto quello che è stato messo in tavola viene fatto quadrare. Per quel che riguarda i filoni horror coinvolti, abbiamo omaggi per quasi tutte le declinazioni del tema. Esorcismi e possessioni, serial killer psicopatici, medici nazisti folli dediti a torture ed esperimenti e persino un po’ di rapimenti alieni – che sono forse l’unica categoria a risultare un filo scentrata su tutto il resto ma pazienza. Notevolmente aumentato anche il livello di politically incorrect. Un sacco di linguaggio sessuale esplicito, tanto più volutamente provocatorio in quanto l’ambiente è religioso e suore e preti sono figure estremamente perverse. E oltretutto sono associate all’orrendo medico nazista – un insieme di elementi e di sfumature che in un film avrebbe suscitato polemiche a non finire, non foss’altro che per l’eccessiva leggerezza nello sfruttare certi personaggi per meri scopi narrativi. Un po’ di splatter, anche se, dati i presupposti, avrebbe potuto essercene molto di più e non ci sarebbe stato neanche male. Nel cast c’è sempre Jessica Lange, nei panni della terribile Suor Jude, un personaggio estremamente complesso e la cui evoluzione è molto ben sviluppata. E poi Zachary Quinto, che già un po’ inquietante lo è di suo, in questo contesto poi figuriamoci. E ancora Sarah Paulson, Evan Peters, James Cromwell e Joseph Finnes. Inquietante, claustrofobico, ti tiene incollato dal primo all’ultimo episodio. Le più profonde e recondite paure dell’animo umano prendono forma e volto tra le pareti di Briarcliff. Niente viene lasciato in sospeso, niente al caso. Niente incoerenze o buchi nella trama. Ben gestiti sia i personaggi che i passaggi temporali. Bon. Ce lo fatta ad arrivare alla fine senza spoiler? Pare di sì, quindi vado a togliere l’avvertimento dal titolo del post. Che dire ancora? Credo che finirò col rivedermi le prime due stagioni per ingannare l’attesa della la terza, Coven, che al momento sembra essere sparita dai negozi e da Amazon. Nel frattempo, nel mondo reale sta andando in onda la quarta stagione, Freakshow, ma ci vorrà ancora un po’ perché arrivi anche nella mia bolla spazio-temporale. american-horror_story-asylum-jessica-lange tumblr_mdqg1vtLT81qivy0do1_1280-1024x576 ahs-212-01-610x250 lana_shock Ah, sì. Ho adorato la versione di Name Game interpretata da Jessica Lange e modificata con i nomi dei personaggi. Il video non spoilera niente ma arriva comunque a metà della serie. Avviso per coloro a cui non garba vedere neanche un fotogramma in anticipo. Per curiosità, questa invece è l’originale di Shirley Ellis. E già che tanto questo post è diventato chilometrico, aggiungo anche un bel trailer della quarta stagione, per eventuali altri abitatori di bolle prive di tv a pagamento.

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In arrivo il 20 novembre.

Ribadisco le mie perplessità sulla scelta  – ovviamente commerciale – di dividere in due quest’ultimo capitolo. Mi auguro che il livello rimanga quello dei precedenti.

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Nel 1983, Christopher Walken interpreta Johnny Smith, il protagonista de La zona morta, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King. Johnny Smith è un giovane insegnante di letteratura e, ad un certo punto del film, consiglia ad un suo studente la lettura del Mistero di Sleepy Hollow – orribilmente tradotto nella versione doppiata di allora con Il mistero del recesso addormentato. Dice al ragazzo che lo avrebbe trovato divertente, dal momento che, nel racconto di Washington Irving, un cavaliere senza testa cerca di far fuori un giovane insegnante, Ichabod Crane.

Sedici anni dopo, nel 1999, Christopher Walken si trova a vestire i panni di quello stesso cavaliere senza testa nella versione di Tim Burton del Mistero di Sleepy Hollow e a inseguire il povero Ichabod, interpretato da un terrorizzato Johnny Depp.

Burton si prende non poche libertà rispetto al racconto originale di Irving, mantenendo intatti di fatto solo alcuni nomi e la figura del cavaliere senza testa (del quale però modifica la leggenda), e lo trasforma in un fiaba gotica intrisa di mistero e magia.

Siamo a New York, nel 1799, e il giovane investigatore Ichabod Crane cerca invano di introdurre metodi d’indagine scientifici nelle sommarie pratiche di giustizia delle istituzioni dell’epoca. Viene quindi spedito, con intenti palesemente provocatori e punitivi, a Sleepy Hollow, dove si sono verificati alcuni inspiegabili omicidi.

Ichabod parte con la sua valigetta di strumenti e il suo pensiero razionale e arriva in mezzo a leggende e superstizioni, in un paesino dove tutti i principali rappresentati dell’autorità sembrano fermamente convinti che il responsabile degli omicidi sia un cavaliere senza testa, fantasma di un sanguinario cavaliere dell’Assia morto decapitato, che per qualche motivo si è risvegliato a reclamare teste altrui.

Ricordi che riemergono in forma di sogni. Vendette soprannaturali per complotti anche troppo concreti. E segreti nascosti dappertutto.

Visivamente bellissimo. Cupo, gotico, fiabesco, visionario, in una parola, Burton fin nel più piccolo dettaglio.

Le tinte sono lugubri e pochi colori spiccano, tra i quali, ovviamente il rosso del sangue.

La struttura della fiaba dark si mescola a quella del mistery più classico e viene lasciato spazio anche per la storia d’amore, pur sempre con la dovuta ironia a scongiurare la melensaggine.

Johnny Depp è fenomenale con quell’aria stralunata, assurda e credibile che è il marchio di fabbrica del binomio Burton-Depp e che lo rende inequivocabilmente l’attore più adatto a interpretare i personaggi di questo regista. Non mancano i richiami a Edward mani di forbice, soprattutto per quel che riguarda arnesi e attrezzature – anche se non c’è quel risvolto steampunk che tanto era evidente in Edward.

Cast ricchissimo di nomi. La protagonista femminile è Christina Ricci, che era ancora lontana dalla fase di iperdimagrimento e ben si adattava al ruolo di donna burtoniana con il volto tondo alla Helena Bonham Carter (al tempo non ancora scoperta dal regista).

E poi Miranda Richardson, Michael Gambon, Jeffrey Jones, Richard Griffiths e anche Christopher Lee, in una piccola parte.

Musiche come sempre di Danny Elfman.

Definito spesso horror da molti siti, pur con tutta la buona volontà non riesco a farlo rientrare nel genere. In generale non ci riesco con i film di Burton.

Burton sfrutta molti dei canoni dell’horror, certo, ma nessuno dei suoi film può definirsi tale. Neanche Sweeney Todd, che forse è quello che ci si avvicina maggiormente.

Burton rielabora gli elementi dell’horror, li mescola ad altri canoni, li utilizza in modo diverso, creando quel genere che è solo suo, quanto meno nel cinema contemporaneo. Se proprio bisogna scegliere una definizione, direi che gotico è quella che potrebbe risultare più calzante, pur con le dovute riserve anche in questo caso, dato che il gotico vero e proprio manca totalmente di quell'(auto)ironia che è cifra stilistica di Burton.

Non bastano un fantasma e un po’ di sangue a fare un horror, ecco, la faccenda è un po’ più articolata di così. E trovo che sia una semplificazione scorretta anche nei confronti del genere horror in sé, oltre che del film in questione.

Una finezza che passa quasi inosservata la scena della zucca, omaggio al racconto originale – anche se di natura del tutto simbolica dato che la vicenda si sviluppa in modo completamente diverso.

Cinematografo & Imdb.

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Avevo visto questo film in sala al tempo dell’uscita, nel 2005. E onestamente non saprei dire perché non lo abbia mai più rivisto da allora. Mi ci sono imbattuta un paio di settimane fa su Rai4 e sono rimasta piuttosto perplessa nel realizzare che era solo la mia seconda visione. Considerato che sono una discreta ossessiva delle visioni multiple e che questo film mi era piaciuto parecchio.

E piacerà anche a chi Cronenberg lo ama ma con riserva. A quelli che sì Cronenberg è bravo ma a volte esagera. A quelli che Cronenberg ok, però è troppo morboso.

Quello di History of Violence è un Cronenberg stilisticamente impeccabile e innegabilmente garbato nel presentare le sue ossessioni. Che ci sono. Ci sono eccome, anche se forse in veste, questo sì, meno morbosa.

Tratto da Una storia violenta, romanzo a fumetti di John Wagner e Vince Locke, il film racconta la storia di Tom, tranquillo padre di famiglia che un giorno viene coinvolto in una rapina, uccide gli aggressori e diventa una sorta di eroe locale. Il suo volto compare sui giornali e in televisione e, all’improvviso, si fanno vivi alcuni esponenti della malavita che sostengono che lui sia uno del loro ambiente, misteriosamente scomparso anni prima. Qualcuno con cui hanno dei conti in sospeso.

E’ vero? Non è vero?

Tom ha famiglia. Una bella moglie e un figlio. Modi quieti e pacati.

E una notevole prontezza nell’utilizzare un’arma in caso di aggressione.

E’ il problema dell’identità ad essere al centro di questa History of Violence. L’identità di Tom che rimane in sospeso fino all’ultimo in un equilibrio delicatissimo di indizi che spostano di continuo la prospettiva. Tom è chi dice di essere o è un perfetto sconosciuto per le persone che lo amano e vivono accanto a lui tutti i giorni? Tom è un estraneo per la sua famiglia o lo è anche per se stesso?

E poi la violenza. L’altra grande protagonista. Che sembra essere l’unica identità univoca che accomuna ed infetta ogni possibile versione della realtà americana. La violenza che sembra diventare l’unica chiave di lettura possibile della società americana – e, per estensione, occidentale – contemporanea.

L’ossessione per il passato che ritorna, qualunque esso sia.

L’impossibilità della fuga. Dal proprio passato ma soprattutto da se stessi.

Viggo Mortensen interpreta Tom e con lo sguardo sperduto e l’aspetto da onesto lavoratore della middle class conferisce al personaggio la giusta dose di credibilità e ambiguità.

Brava anche Maria Bello. Anche se di solito non amo molto questa attrice, la sua interpretazione dolce, ferita e arrabbiata costituisce un contrappunto perfetto per il ruolo di Mortensen, amplificandone le incoerenze e le ambivalenze. Facendo da cassa di risonanza per il dubbio e l’incertezza che si insinuano e crescono inarrestabili.

Nei panni dei cattivi abbiamo un ottimo Ed Harris, inquietante e glaciale, col volto sfigurato, e William Hurt, con un monologo finale da far venire la pelle d’oca.

Un film complesso, crudele, estremamente stratificato per quel che riguarda i livelli di significato.

Un Cronenberg perfetto, implacabile, chirurgico nel suo non concedere via di scampo a nessuno.

Cinematografo & Imdb.

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Ho aspettato parecchio di mettere le zampe su questo film.

L’avevo perso al cinema ma il trailer mi aveva sempre attirato e oltretutto il dvd continuava a non scendere di prezzo, cosa che, per quanto seccante, ho interpretato come un segno dell’effettiva validità del prodotto.

Se avessi speso cinque secondi a ravanare nella sezione mentale “nozioni sparse apparentemente inutili” che giace con la sua pachidermica mole da qualche parte tra il neurone 1 e il neurone 2, ecco, avrei forse potuto ricordare che anche The Blair Witch Project non cala di prezzo e avrei pertanto potuto azzardare un collegamento che, anche se quasi sicuramente non mi avrebbe salvata, quanto meno mi avrebbe messa in guardia.

E se BWP è una discreta cagata ma ha avuto quanto meno il dubbio merito di inaugurare un sottogenere – cosa che l’ha reso – a suo modo – un piccolo cult, L’altra faccia del diavolo si limita ad essere una grandissima stronzata e basta.

E oltretutto è di quelle che ti fanno proprio incazzare. Quando è finito ho tirato giù un sonoro accidente che ha fatto sobbalzare il gatto dal suo mucchio di copertine.

Forse è anche colpa mia che mi aspettavo troppo. Però, davvero, è indifendibile.

Sarò spoilerosa, io avverto, ma sono anche piuttosto convinta di non poter rovinare ulteriormente questa roba qui.

Ennesimo mockumentary – il parallelismo con BWP era inizialmente casuale ma quanto mai calzante, a pensarci bene – a sfondo esorcistico. Ennesima storia che ci viene rivelata “contro la volontà del Vaticano”. Dal che si capisce che non solo andiamo a tirare in ballo il cattolicesimo ma scomodiamo di nuovo anche Roma.

Poi sarà che ero reduce da poco dal Rito, ma già questa ambientazione di nuovo romana/vaticana mi ha fatto storcere il naso.

Come anche mi ha mal disposto fin da subito il discorso del finto documentario. Dal trailer si capiva che ci sarebbero stati dei filmati-testimonianza ma non pensavo che tutto il film fosse fatto con questa tecnica.

Isabella Rossi decide di indagare sulle sorti di sua madre, Maria Rossi, che vent’anni prima, nel 1989, si dichiarò colpevole di triplice omicidio.

Le vittime erano tre religiosi e l’omicidio avvenne durante un esorcismo praticato su di lei.

Condannata, dichiarata inferma di mente e, tramite un iter burocratico di dubbia plausibilità, reclamata in qualche modo dal Vaticano che l’ha fatta trasferire a Roma – probabilmente perché le vittime erano preti cattolici, certo, non fa una piega – e l’ha seppellita in un ipotetico manicomio criminale vaticano, il Centrino. E vabbè.

Isabella recluta un volenteroso cameramen che le stia appresso durante tutte le sue indagini, parte per Roma, entra ed esce dalle sedi vaticane come se nulla fosse, curiosa tra i corsi per esorcisti – che, anche qui come nel Rito,  vengono rappresentati come dei seminari di approfondimento sull’inglese commerciale – e conosce due sacerdoti che operano borderline, un po’ autorizzati un po’ no. Nel frattempo va a trovare sua madre che, non si sa bene perché, prima sembra stra-sorvegliata e poi nessuno si cura di quel che le succede. E vabbè anche qui.

Isabella segue i due sacerdoti nel loro lavoro per vedere in che cosa consiste un esorcismo. Un po’ di repertorio del genere unito alla telecamera manuale fa sì che il risultato sia una specie di Paranormal Activity in versione esorcistica.

Scopo del gioco è arrivare a dimostrare la possessione della madre al tempo del crimine commesso e, soprattutto, la possessione attuale, dato che da allora nessuno si è più curato di accertare il suo stato.

Avanti e indietro da questo benedetto Centrino muniti di telecamera senza che nessuno dica niente. Un po’ di originalissime discussioni bene vs. male. Un po’ di profondissima evoluzione dei personaggi, cameramen compreso, del tipo no-non-è-possibile-oddio-guarda-che-fa-quella-è-tutto-veeero!!

Di fatto bene ci sono solo quelle quattro o cinque scene che hanno usato per il trailer, che rimane la parte migliore del film. La tipa che si disarticola, la madre pazza con i tagli a forma di croce e poco più. Del passato non si ricostruisce nulla. Quel poco di retroscena che viene accennato non viene assolutamente sviluppato e, di fatto, non si scopre niente. Il ritmo è troppo lento, costellato di tempi morti tra una tappa e l’altra dell’indagine. Appena si crea un po’ di tensione, viene subito smontata da qualche discussione a tavolino del tipo dobbiamo-non-dobbiamo. La trama ha dei buchi tali da rovinare quelle poche buone idee che potevano esserci alla base.

Introducono il trucchetto del transfer, con l’entità maligna che si sposta da una persona all’altra, e, proprio mentre avevo appena finito di pensare che massì, dai, questa cosa se la usano bene è anche carina, cosa succede? Finisce il film con una scena degna di tutti i Paranormal Activity messi insieme. Un bel finale-non-finale nella tradizione dei mockumentary. Che se già è una cosa discutibile di per sé, qui arriva proprio con il tempismo di un colpo d’accetta.

Per la serie, abbiamo finito il budget, staccate la corrente. Che se almeno prima ti sei divertito/impaurito lo tolleri anche, se invece sei lì che aspetti ancora di cominciare a coinvolgerti ti fa proprio girare i coglioni. C’è stato un attimo in cui ho pensato che quello che stavano facendo aveva veramente poco senso e non avrebbero potuto risolvere la situazione, ma non volevo pensare che si azzardassero a farlo davvero. A chiuderlo davvero così.

Cast di sconosciuti e, se devo essere sincera, la protagonista mi è pure antipatica, con quei suoi modi tranquilli e fuori luogo.

Il regista è William Brent Bell, che magari i seguaci di Notte Horror ricordano per Stay Alive, il teen-horror con Elizabeth Bathory che saltava fuori da un videogioco e dava la caccia a tutti i partecipanti. E che senza dubbio era meglio di questo qui.

Pessimo su tutta la linea.

Cinematografo & Imdb.

Bonnie Morgan plays Rosa in THE DEVIL INSIDE, from Insurge Pictures.

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Introduzione

Il processo alle streghe del Lancashire è il più famoso dei processi per stregoneria avvenuti in Inghilterra. Le accusate furono condotte al castello di Lancaster nell’aprile del 1612 e giustiziate dopo le assise di agosto.

La Prigione del Pozzo può essere visitata e il castello è aperto al pubblico.

E’ il primo processo per stregoneria documentato nei dettagli. Thomas Pott, un avvocato, ne fece il resoconto in The Wonderfull Discoverie of Witches in the Countie of Lancashire. Può essere letta come la cronaca puntuale di un testimone oculare, pur essendo pesantemente inficiata dalle opinioni i Potts sull’argomento. Potts era fedele a Giacomo I, il solerte re protestante, autore di un’opera Daemonology, che darà il tono e l’atmosfera a un secolo ossessionato dalla stregoneria e dalle eresie di ogni genere, comprese quelle legate alla vecchia fede cattolica.

Stregoneria e papato, papato e stregoneria: è alla stregoneria e al papato che, secondo la teoria di Potts, il diciassettesimo secolo attribuiva ogni atto sovversivo e diabolico.

Tutti i cospiratori della Congiura delle Polveri, che risale al 1605, fuggirono nel Lancashire. E il Lancashire rimase il baluardo della fede cattolica per tutto il diciassettesimo secolo.

La mia narrazione segue gli eventi storici dei processi alle streghe situandoli nel contesto religioso che li ha resi possibili, con il corollario di doverose supposizioni e invenzioni. Non sappiamo se Shakespeare abbia veramente fatto il precettore a Hoghton Hall, per quanto ci siano testimonianze credibili al riguardo. La cronologia dei drammi citati è corretta, così come l’uso che Shakespeare fa del religioso, del soprannaturale e del macabro.

I luoghi sono reali – Read Hall, Rough Lee, Malkin Tower, Newchurch in Pendle, Whalley Abbey. I personaggi sono realmente esistiti, nonostante mi sia presa qualche libertà con le loro motivazioni e il loro modo di agire. La mia Alice Nutter non è l’Alice Nutter della Storia, benché il motivo per cui questa gentildonna fu processata per stregoneria, insieme a canaglie come Demdike e la Chattox, sia tuttora avvolto nel mistero.

La storia di Alice Nutter e di Elizabeth Southern è frutto della mia invenzione e non ha alcuna base reale; tuttavia, mi fa piacere che possa essere in qualche modo ricollegata al dottor John Lee, alle città di Manchester e di Londra, nonché a Shakespeare stesso.

E Pendle Hill è ancora l’enigma di sempre, anche se Malkin Tower non esiste più da molto tempo.

Jeanette Winterson
giugno 2012

Di norma il romanzo storico – o comunque di ambientazione storica – non è quel che si dice my cup of tea. Non al livello della fantascienza, ma diciamo che non me lo vado a cercare più di tanto.

I libri di Jeanette Winterson, anche in questo caso, rappresentano un mondo a parte.

Ho amato ogni pagina di questo romanzo. Ogni riga, ogni parola.

Ho odiato e amato quel secolo sprofondato nel buio e al tempo stesso intriso di magia e mistero.

Ho sofferto con Alice, pianto per lei ed Elizabeth.

Ho provato orrore per i ricordi di Christopher Southworth e mi sono quasi sentita male in fondo al Pozzo.

Ho creduto ai poteri in atto a Malkin Tower e ho aspettato che la testa parlasse.

Ho sentito le torture e ho sentito il richiamo di Pendle Hill.

Ho aspettato il Cancello del Crepuscolo per varcarne la soglia.

Sentì un frullo d’ali. Tese il braccio. Era il suo falcone. Le graffiò il braccio dove non era coperto dal guanto, ma lei non se ne curò, perché lo amava e sapeva che l’amore lascia una ferita che lascia una cicatrice.

Ho ascoltato la voce di Shakespeare.

Ho galoppato nella notte avvolta nel color magenta.

Ho ascoltato le sentenze e provato pena per l’abiezione di giudici e condannati.

Ho creduto a ciò che è stato inventato e ho rifiutato di credere alla Storia.

Ho sofferto e mi sono innamorata.

L’amore è potente come la morte.

Il Cancello del Crepuscolo è doloroso e bellissimo come tutti i libri di Jeanette.

Credo che noi siamo mondi compressi in forma umana.

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E conta solo entrarci dopo avere fatto qualcosa di importante. Dopo avere ferito il mondo, lasciando il segno. In fondo, la Storia è nient’altro che una grande, profonda cicatrice.

Sto vagando a caso per il web e sto cominciando a innervosirmi. Perché vado a caso e non concludo niente. Perché quando è così poi si finisce per prendere coscienza di cose sulle quali non ci sarebbe poi da soffermarsi più di tanto. Tipo che sono in fissa per le foto di camere da letto di Tumblr. Non di camere da letto in generale. Quelle di Tumblr. Che è diverso. Tumblr riesce a creare delle sottocategorie di genere che vivono solo al suo interno. Ci sono le foto di tazze e le foto di tazze di Tumblr. E così via. Che poi, cosa c’è da andare in fissa per una di queste cose? Niente. Solo che sto vagando a caso. Appunto.

E sto vagando a caso perché? Perché non riesco a concludere altro. E poi, perché no?

E già che vado a caso, perché non farmi un giro anche sotto l’ombrello blue di Debbie?

Che io poi l’ho cercato senza alcuna premeditazione, ma c’è davvero.

Ora. Magari sono io che vivo nella mia bolla e finisco con l’ignorare ciò che per gli altri è ovvio, però non pensavo che esistesse davvero. O magari sarà che, vista la mia natura notoriamente socievole, i siti di chat li ho sempre evitati come la peste e non sono minimamente aggiornata sul settore – per dire, sono ferma ad ICQ che andava di moda negli anni Novanta e ignoro se si usi ancora o meno.

Under Debbie’s Blue Umbrella è un vero sito di chat. Ed è esattamente come viene descritto nel libro.

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Che poi non so neanche perché indulgo in queste stucchevoli manifestazioni di giubilo. Probabilmente in America è arcinoto. O – cosa ancora più probabile visto il rapporto dello zio Steve con il web – è addirittura vecchio.

Però chissà se gli accessi sono aumentati dopo l’uscita del libro?

Chissà se qualcuno si è già preso uno dei nickname usati nella storia?

Chissà se il sito e i suoi utenti apprezzano questa pubblicità?

Mi riservo di indagare.

*indossa figurativamente il cappello da Detective Hodges*

Mi è piaciuto proprio tanto, questo Mr. Mercedes.

Primo approccio di King con quello che viene definito hard-boiled e che, di fatto è un sottogenere del giallo. Stando alla dichiarazione dello stesso autore qualche tempo fa su Twitter, dovrebbe essere il primo di una trilogia, anche se, suppongo che si usi il termine di trilogia in senso piuttosto ampio. Mi immagino più che altro tre libri accomunati dall’appartenenza allo stesso genere, magari con lo stesso impianto logico deduttivo, e non tanto una serie vera e propria.

Staremo a vedere.

In ogni caso, l’esperimento gli è riuscito egregiamente (e avevamo dei dubbi?)

Mr. Mercedes è il nome affibbiato da stampa e polizia ad un misterioso assassino che una mattina ha lanciato la sua auto – una Mercedes appunto – sulla folla in coda per la Fiera del Lavoro in una cittadina della provincia americana, mietendo vittime e poi dandosi alla fuga.

Mr. Mercedes non è mai stato catturato.

Ad un anno di distanza, il Detective in pensione William Hodges riceve una lettera che pare sia proprio di Mr. Mercedes.

Questo è quanto si può dire senza spoilerare elementi essenziali.

Se leggete la quarta di copertina dell’edizione italiana, non prendetela per buona a cento per cento perché non lo è. Dice una cosa che è proprio sbagliata e, onestamente, non capisco come possa essersi verificata una svista così grossolana. Per carità, meglio un’inesattezza che uno spoiler, però…

Mentre d’altra parte non è una gaffe, come invece pensavo, il disegno sul retro di copertina, in quanto si capisce quasi da subito, data l’impostazione della narrazione.

Un bel giallo incalzante, con i particolari da mettere insieme e da far quadrare. Un puzzle complicato visto da diverse angolazioni, finché la visuale si unifica e il quadro si chiarisce.

Un cattivo classico alla King che, nonostante la differenza di genere, ricorda molti dei suoi bad guys storici.

E una parte finale da togliere il fiato, con un ritmo che non ti molla finché non sei arrivato in fondo.

E poi ci sono le solite autocitazioni che King sparpaglia qua e là e che mi fanno sempre morire dal ridere, oltre che inorgoglirmi in modo del tutto privo di senso. C’è anche un riferimento – confermo che non è uno spoiler, non faccio questo genere di scherzi macabri – a Judas Coyne, protagonista della Scatola a forma di cuore del figlio Joe Hill. Ma che dolcezza – sempre per le stucchevoli manifestazioni di giubilo di cui sopra.

E c’è il rapporto di King con le nuove tecnologie che emerge tantissimo nell’impostazione del personaggio di Hodges e che in più di un punto mi ha strappato un sorriso.

E se tu riguarderai a lungo in un abisso, ha scritto Nietzsche, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.

Nota random di fine post.

King usa questa citazione di Nietzsche presa da Al di là del bene e del male.

Mi sono imbattuta nella stessa citazione, esattamente tre giorni prima di leggerla nel libro, guardando American Horror Story – Asylum.

Quante probabilità c’erano?

E ancora.

Ad un certo punto nel libro si cita il modo di dire che “a volte un sigaro è solo un sigaro”.

Due giorni dopo mi imbatto nella stessa espressione in Annabelle.

Anche qui. Quante probabilità?

Poi c’è la cosa di Judas Coyne, che, guarda caso, avevo appena letto il mese scorso.

Morale?

Niente, che morale ci deve essere. E’ solo che ultimamente sono bersagliata da coincidenze/risonanze/corrispondenze/chiamatele-un-po’-come-vi-pare di questo tipo.

C’è chi potrebbe dire che sono segnali.

Di cosa?

Del fatto che sono sulla strada giusta.

Per dove?

E io che ne so.

[Ormai parlo proprio da sola, non aspetto neanche che arrivi la Voce. Preoccupiamoci].

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E sì, in effetti I’m a little bit disappointed.

E delusa, anche.

Ora, io non rivedo Il talento di Mr. Ripley da un bel po’ di tempo, però ne conservo un ottimo ricordo.

Ergo, quando ho visto il trailer di un altro film tratto dalla Highsmith non ho dubitato neanche per un secondo che mi sarei imbattuta in un buon thriller vecchia maniera.

La realtà è che questo I due volti di gennaio non è un brutto film ma non è neanche niente di eccezionale.

Bella l’ambientazione, la ricostruzione di epoca e atmosfere – siamo all’inizio degli anni Sessanta, prevalentemente in Grecia.

Bravi gli attori, il trio Viggo Mortensen, Kirsten Dunst – che, va pur detto, continua a migliorare invecchiando – e Oscar Isaac, che reggono un ménage dagli equilibri precari e dai sottintesi ambigui.

Però.

Però il problema fondamentale è una certa piattezza. Il non detto rimane tale mentre i retroscena non si rivelano altro che quello che sembrano.

Mancano colpi di scena. Mancano ribaltamenti di prospettiva. Manca una luce diversa che riveli motivazioni altre da quelle apparenti.

Non è che sia noioso, è solo che ti aspetti per tutto il tempo che le cose siano un po’ più complesse di quelle che sembrano.

Anche i tre personaggi, per quanto ben interpretati, avrebbero potuto essere approfonditi un po’ di più.

Uno per tutti, l’ambivalenza del rapporto di Rydal e Chester, basata sostanzialmente sul fantasma della figura paterna di Rydal che aleggia sul comportamento e sull’identità del ragazzo, avrebbe dovuto portare a qualche sviluppo in più, mentre si limita a un accenno di situazione edipica che si conclude troppo presto, prima che possa effettivamente prendere forma.

Non ho letto il romanzo della Highsmith, quindi non so dire se la sceneggiatura abbia in qualche modo snaturato il materiale di partenza.

Posso ipotizzare tutt’al più che possa esserci magari un discorso di epoca a giustificare il diverso impatto di certe situazioni. Il libro è del 1964 e forse la situazione relazionale che si crea tra i tre era destinata ad essere percepita in modo più morboso di quanto non si possa rendere adesso. Ma, ripeto, si tratta solo di una mia ipotesi. Vedrò di procurarmi il testo, sebbene non sia esattamente in cima alla lista dei titoli di questa autrice che vorrei leggere.

Il regista è Hossein Amini, prima d’ora solo sceneggiatore.

Cinematografo & Imdb.

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