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Archive for the ‘Ed e Lorraine Warren’ Category

 

Ad un certo punto potrei diventare spoilerosa. Nel caso avviserò in modo chiaramente riconoscibile. Anche se forse in questo caso più che di spoiler si potrebbe parlare di avvertimenti per evitare di andare a impelagarsi in questo film.

Che fregatura colossale.

Lo aspettavo tantissimo ed ero tutto sommato convinta che, trattandosi sempre dell’ambito Conjuring non sarei rimasta delusa.

Ok, gli Annabelle non sono sicuramente al livello dei due Conjuring originari – sono più prevedibili e, in questo senso, più standard rispetto agli elementi canonici coinvolti – però sono comunque dei dignitosissimi horror. Con un trama coerente sia in sé sia in rapporto al quadro generale.

Se Annabelle è un filone di spin-off che ha origine dal primo film, The Nun doveva approfondire le origini della suora demoniaca del secondo – suora che altro non era che il demone Valak in sembianze blasfeme per – così si disse al tempo – minare la fede di Lorraine.

Oltretutto, incidentalmente, in Annabelle Creation – il secondo – viene anche stabilito un collegamento trasversale tra i due spin-off tramite il personaggio di Suor Charlotte.

Detto ciò, The Nun, che pure aveva buone potenzialità – dovute anche solo banalmente al fatto che, visivamente, la suora è proprio ben riuscita – compie un enorme balzo all’indietro in termini di qualità, tanto da non sembrare neanche associabile al filone Conjuirng cui dovrebbe appartenere.

Siamo nel 1952, in Romania. In un’antica abbazia, il suicidio di una suora attira l’attenzione del Vaticano che manda sul posto ad indagare Padre Burke, un prete dalla lunga esperienza in miracoli e simili, e sorella Irene, una giovane novizia in procinto di prendere i voti.

Fin dal loro arrivo, i due capiscono che c’è qualcosa che non va.

Nel paese presso cui sorge l’abbazia, nessuno vuole avere a che fare con quel luogo. I vecchi sputano per scacciare il demonio e nessuno si avvicina. L’unico che può aiutare la ragazza e il prete è un giovane di origine franco-canadese, soprannominato il francese, che si occupa di portare le scorte di cibo al convento. Non a caso, è lui che ha trovato la suora impiccata.

Ora, l’idea di fondo di per sé non ha niente che non va.

C’è il convento che invece di essere luogo di Dio nasconde una forza del male.

Non sarà l’idea dell’anno in quanto a originalità, ma via, ci poteva stare.

Peccato che non ce ne sia una che funziona, intorno a questa idea.

Il panorama complessivo è un tale disastro di elementi sbagliati che non so neanche da che parte cominciare.

Forse dalla sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti – cosa che, peraltro, davvero non mi spiego, visto che è di Gary Dauberman, lo stesso degli Annabelle e del nuovo It.

O magri potrei partire dalla totale, completa, disarmante assenza di qualsiasi tentativo di connotazione dei personaggi, che sono piatti, unidimensionali e sciatti. Troppo persino per dire che incarnano dei cliché.

Padre Burke ha il carisma di un copriteiera scolorito, il francese è poco più che una macchietta. Sorella Irene è interpretata dalla brava e bella Taissa Farmiga che tuttavia, pur mettendocela tutta, da sola non basta a far funzionare qualcosa.

Oppure potremmo parlare di come, dal momento dell’arrivo all’abbazia fino alla fine, si assista ad un ininterrotto susseguirsi di situazioni pretestuose, scollegate tra loro e assolutamente sconclusionate.

Troppo jumpscare – ma di per sé sarebbe anche il meno, non fosse che a volte il jumpscare arriva pure sfasato rispetto a quello che sta succedendo. Del tipo che ogni tanto piantano un botto giusto per risvegliarti, nel caso nel frattempo fossi caduto in coma.

Troppe sequenze notturne semi-oniriche e slegate – non è che solo perché si parla di fantasmi e paranormale allora vale tutto e possiamo far succedere cose a cazzo. Porcamerda.

Corridoi e visioni della suora – che a forza di vederla bene e in dettaglio finisce col far paura quanto il summenzionato copriteiera.

Preghiere perpetue, croci rovesciate, fantasmi che aiutano e fantasmi che remano contro.

Battute di dubbio gusto che dovrebbero stemperare una tensione che non si crea neanche per sbaglio.

Il prete espertissimo che, manco a dirlo, porta il fardello del senso di colpa per un esorcismo non riuscito e che, sempre in virtù della suddetta esperienza, si fa gabbare da qualunque cosa circoli nell’abbazia, anche i sorci.

La povera sorella Irene che vaga come una turista guardandosi intorno con infruttoso stupore.

Il tutto

SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER

per convergere verso un finale che ridefinisce il concetto di imbarazzante, con tanto di reliquia usata a mo’ di gadget di Final Fantasy (e già è fare un complimento) e una bella sputazzata di sangue di Cristo (giuro!) in faccia al demone per scacciarlo, guadagnando così il trofeo Peggior Cacciata di Demone della storia del cinema – e anche della storia dei demoni.

Demone che, peraltro, essendo dotato di forze e poteri sovrumani, non trova niente di meglio che tentare di far fuori Taissa a mani nude, cercando di strozzarla e annegarla.

Mah.

Io non è che sia troppo esigente per gli horror. Tutto sommato sono di bocca buona e mi garbano tranquillamente anche prodotti di serie dalla C in giù. Davvero, mentre per altri film posso essere oltremodo una pigna in culo, sugli horror tendo a fagocitare indulgentemente qualsiasi cosa.

Però qui non va. Non ci siamo.

Non c’è una cosa che funzioni. Dalla simbologia cristiana spicciola a tutti i possibili cliché d’ambito demonologico.

Un’accozzaglia disordinata di stereotipi e situazioni da manuale appena abbozzate senza cura né coesione.

Le uniche cose carine che funzionano sono i collegamenti con i vari Conjuring e con Annabelle.

Una grossa delusione e un’occasione proprio buttata via.

Oltre che una grossa fonte di incazzatura.

Pessimo.

Cinematografo & Imdb.

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Aspettando di riuscire ad andare a vedere The Nun – che esce oggi nelle sale –  mi sono rivista questo secondo capitolo dedicato alla beneamata Annabelle, la bambola posseduta da un’entità demoniaca custodita in una teca del museo dei coniugi Warren.

Se le vicende che compaiono a margine di The Conjuring rientrano ancora tra quelle ispirate a fatti realmente accaduti, per i due film dedicati ad Annabelle, benché sempre appartenenti all’universo di Conjuring e prodotti – anche se non diretti – dall’ottimo James Wan, questa dicitura scompare.

In effetti non so se si sappia da dove arriva la vera Annabelle.

Comunque.

Facciamo ancora un passo indietro rispetto ai fatti raccontati nel primo Annabelle e ci imbattiamo in Samuel Mullins, rinomato fabbricante di bambole. Nella sua casa in mezzo ai campi, Mullins crea modelli unici e ricercati di bambole e conduce una vita serena con sua moglie Esther e la piccola figlioletta Bee.

Come spesso accade in questi casi, è un incidente a spezzare l’armonia e la piccola Bee viene investita da una macchina.

Dodici anni più tardi ritroviamo Samuel nella casa semi deserta, Esther relegata in una camera a seguito – dice Samuel – di un brutto incidente e di una malattia cronica e la casa pulita e preparata per accogliere Suor Charlotte e un gruppo di bambine orfane.

Sono passati tanti anni ormai dalla morte di Bee e ospitare le ragazze sembra ai coniugi Mullins una buona opportunità per ricominciare e per lasciarsi il passato finalmente alle spalle.

Le ragazze hanno tutta la casa per loro. Come da tradizione, c’è però una stanza che deve rimanere chiusa – la vecchia stanza di Bee – e che, guarda un po’, vuole essere aperta.

Janice e Linda, le più piccole del gruppo di Suor Charlotte, sono le prime a venire in contatto con le stranezze di quella stanza. In particolare Janice, la più debole a causa dei segni della polio, viene presa di mira da qualcosa che sembra il fantasma della bambina e comincia a vedere cose strane legate alla bambola che ha trovato rinchiusa nel ripostiglio della stanza.

David F. Sandberg – già regista dell’ottimo Lights Out – costruisce un buon prequel per la celebre bambola e mette insieme un horror forse un po’ più canonico rispetto al resto della famiglia Conjuring ma comunque di buon livello.

La linea evolutiva della storia è piuttosto prevedibile e gli espedienti e gli effetti orrorifici non sono originalissimi ma la tensione si crea fin da subito e si salta diverse volte sulla poltrona.

Annabelle continua a far paura. Sia lei che ciò che la infesta continuano ad essere profondamente disturbanti, in particolar modo sullo sfondo della straziante elaborazione del lutto dei coniugi Mullins.

Anthony La Paglia e Miranda Otto sono i Mullins mentre nel ruolo di Linda c’è Lulu Wilson, la bambina inquietante di Ouija – Le origini del male.

La figura di Suor Charlotte serve un po’ da collegamento trasversale con la figura della suora demoniaca di Conjuring 2 e dell’imminente The Nun – anche se l’effetto olografico delle foto è piuttosto pessimo e forse si sarebbe potuto evitare.

Buono il ricongiungimento della trama con il capitolo successivo.

Piccolo cameo di una bambola dalle fattezze della vera Annabelle verso il finale.

Cinematografo & Imdb.

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Non mi è del tutto chiaro dove si collochi questo secondo Annabelle dal momento che la fine del primo pareva ricollegarsi direttamente alla faccenda delle infermiere dove poi sono intervenuti Ed e Lorraine Warren mettendo sotto chiave la bambola.

Ma tant’è, ormai mi pare si sia capito che sono grande fan di tutto ciò che riguarda anche vagamente la coppia di demonologi – che pure qui non compaiono.

In Italia dovrebbe arrivare a maggio.

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Uno dei punti fermi dell’horror e, in particolare, dell’horror da possessione/infestazione è che quando chiedi aiuto e ti rispondono ‘forse ti conviene sentire un prete’ vuol dire che sono cazzi.

Friedkin docet, e sicuramente non è neanche stato il primo. La versione alternativa a quella del prete è quella di consultare una medium o chi per lei ma il succo non cambia di molto. La scienza e le autorità riconosciute gettano la spugna e lasciano che se la sbrighino gli stregoni. Salvo poi ricomparire a cose finite per smentire qualunque cosa metta in dubbio la loro versione, ma questo è un altro discorso ancora.

James Wan – che è ormai ufficialmente uno dei registi horror contemporanei che prediligo – torna con un nuovo caso che vede al centro la coppia di demonologi Ed e Lorraine Warren.

In realtà, a differenza del caso della famiglia Perron ripreso nel primo Conjuring, il caso Enfield, anche noto come il poltergeist di Enfield, viene presentato da Wan in una versione molto riadattata rispetto al quanto riportato dalle fonti di quegli anni. Lo stesso coinvolgimento dei coniugi Warren non fu così centrale (o non ci fu del tutto, dovrei verificare) come invece appare nel film, mentre ad occuparsi direttamente della vicenda fu prevalentemente Maurice Grosse, della Society for Psychical Research.

1977. Enfield è una cittadina a nord di Londra. Peggy Hodgson e i suoi quattro figli, in particolare l’11enne Janet, si trovano al centro di una serie di eventi inspiegabili che tormentano e sconvolgono la loro esistenza.

Wan ripropone la struttura del primo film e, anche qui, apre con i Warren che si occupano di un altro caso, presumibilmente fornendo lo spunto per un successivo spin off. Per il primo Conjuring si era trattato di Annabelle, mentre qui vediamo la coppia impegnata in un sopralluogo nella famigerata casa di Amytiville – caso di cui si occuparono effettivamente – subito dopo la fuga della famiglia Lutz e poco prima dell’esplodere del circo mediatico che travolse la vicenda – qualunque essa fosse.

L’apertura su Amytiville serve anche per introdurre un elemento che fa da filo conduttore e collega le varie esperienze di Lorraine a contatto con la dimensione demoniaca.

Dopo di che si parte con la storia vera e propria.

Lo schema è quello classico. Famiglia non esattamente felice ma unita. Una quotidianità di fatica ed affetto.

E poi i colpi nella notte. E Janet che si sveglia in giro per casa. E qualcuno che parla, ma forse è lei che parla nel sonno, ma forse anche no.

Letti che tremano e oggetti che si spostano. E le cose che vanno peggiorando ad un ritmo vertiginoso, tanto che Peggy non sa più a chi rivolgersi.

Rapporti di polizia, giornalisti, studiosi. La notizia delle stranezze di Enfield si diffonde e comincia a scatenarsi il balletto di informazioni e disinformazioni tipico di questo genere di situazioni.

Ed e Lorraine, nella versione di Wan, vengono coinvolti dapprima come semplici spettatori, poi in modo sempre più diretto e determinante.

L’adattamento di Wan sfrutta bene e appieno l’intero repertorio di elementi tipici dei film di questo genere, con espedienti che, volenti o meno, sono spesso citazioni dai più illustri predecessori da Poltergeist in poi. E, soprattutto, integra alla perfezione la storia costruita ora con i vari elementi documentati dei fatti realmente accaduti nel ’77 – indipendentemente dall’interpretazione che si scelga poi di darvi – cosa che, ovviamente, serve a rendere il tutto incredibilmente realistico e convincente.

Tensione che cresce e coinvolge. Indizi che conducono su piste sbagliate e il terrore che striscia e si impossessa di tutti, spettatori per primi.

Riuscitissime tutte le figure sovrannaturali. Prima fra tutte ovviamente la suora, che sembra realmente uscita da un incubo, ma anche il Crooked Man – una sorta di mix tra Nightmare Before Christmas, l’uomo dei gelati di Legion e qualche figura tipica delle fiabe anglosassoni (anche su questo punto dovrei approfondire).

Ottimi Patrick Wilson e Vera Farmiga, nella loro bellissima versione dei coniugi Warren.

Perfetto sotto tutti i punti di vista, The Conjuring 2 è assolutamente all’altezza delle aspettative.

Decisamente spero che il filone continui, con spin-off e/o nuovi capitoli.

Cinematografo & Imdb.

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Sono riuscita ad andare a vedere Annabelle ad uno spettacolo delle 17.50 e per qualcosa come dieci minuti ho nutrito la rosea speranza di avere la sala del cinema tutta per me.

Un bel film horror da sola in sala. Sarebbe stata una figata totale.

Poi, purtroppo, le mie speranze e il mio stato di quiete sono stati spazzati via e la triste realtà ha fatto irruzione in sala nella forma di tre esemplari di adolescenti – due femmine e un maschio – che hanno immancabilmente cominciato a squittire, commentare, ridere e fare tutte quelle cose idiote che molti adolescenti (e anche tamarri di età più avanzata) fanno quando vanno a vedere un horror al cinema. Per fortuna un ringhio e qualche improperio sono stati sufficienti a far abbassare i toni – anche se non a eliminare del tutto l’impellente necessità di comunicare tra loro – preferibilmente durante le scene più silenziose.

Sì, ok, io mal sopporto i ragazzini a prescindere e sì, ho tutte le carte in regola per diventare una vecchia brontolona ma, porca troia, quelli che parlano al cinema li sterminerei con un lanciafiamme.

*si ricompone e ostenta un sorriso innocente*

Ciò detto, il film mi è comunque garbato.

Aneddoto introduttivo in The Conjuring, volto a presentare l’attività di Ed e Lorraine Warren, la storia di Annabelle si guadagna un capitolo tutto per sé e si va a scoprire com’è che la bambola è diventata uno degli oggetti più pericolosi conservati nel Museo della New England Society for Psychic Research, quanto meno stando ai racconti di Ed e Lorraine.
Mia e John sono una coppia di giovani sposi in attesa del loro primo figlio. Mia colleziona bambole antiche e John le regala una grande bambola vintage vestita di bianco che Mia colloca in posizione d’onore nella futura camera della bimba.
E qui mi sembra doveroso fare una precisazione. Io sono terrorizzata dalle bambole. Maledette o meno. Soprattutto quelle di una volta. Non mi sono mai piaciute, neanche da piccola, non me ne metterei mai una in casa neanche se fosse di inestimabile valore. Le trovo inquietanti oltre ogni immaginazione. Questo per dire che, probabilmente, io ho cominciato ad avere l’ansia in anticipo sullo spettatore medio del film.

Una notte la coppia viene aggredita da Annabelle Higgins e dal suo compagno, affiliati di una non meglio identificata setta satanica. I due hanno prima ucciso i genitori di lei, nella casa accanto, e poi sono arrivati da Mia e John.

L’aggressione viene sventata e i due uccisi ma Annabelle ha fatto in tempo a prendere in braccio la bambola di Mia che rimane bagnata del suo sangue.

Dopo di che la faccenda si sviluppa secondo i canoni del genere. Rumori nella notte, oggetti che si spostano, la percezione di qualcosa che non va. Mia non vuole più avere in casa la bambola che le ricorda la brutta esperienza e John la butta via.

Un ulteriore incidente li convince a cambiare casa per lasciarsi definitivamente alle spalle i brutti ricordi e la coppia, con la figlioletta appena nata, Lia, abbandona la villetta per trasferirsi in un appartamento.

Peccato che tra tutto il caos del trasloco, da uno scatolone salti fuori la vecchia bambola.

Ma non l’avevi buttata via? Sì. Vabbè, pazienza si saranno confuse le cose, ormai la teniamo.

E siamo punto e a capo.

Moltissime le citazioni. In particolare da Rosemary’s Baby – la casa, l’appartamento e in particolare il salotto con il divano di velluto verde, la libreria, lo scantinato e in generale il taglio delle inquadrature richiamano in modo sottile ma comunque riconoscibile il film di Polanski e la stessa Mia, nei suoi capelli biondi e in certi atteggiamenti ricorda Mia Farrow (la stessa coincidenza di nomi è singolarmente adatta).

E qualche riferimento anche all’Esorcista, non foss’altro che per il risvolto cattolico della faccenda e le apparizioni del demonio che ricordano i volti luminosi nelle zone buie del film di Friedkin (versione integrale, quella televisiva è abbastanza massacrata sotto questo aspetto).

In generale, va detto che The Conjuring era indubbiamente più complesso e più articolato, sia dal punto di vista della trama che per quel che riguarda i personaggi, con i carismatici Ed e Lorraine.

Annabelle è sicuramente più semplice, più canonico e il cast anonimo corrisponde ad un insieme di personaggi tutto sommato abbastanza standard. Ok, sì, Mia (Annabelle Wallis – sì, l’attrice si chiama come il soggetto del film che interpreta, sempre per le singolari corrispondenze di nomi) e John (Ward Horton) sono particolarmente esemplificativi della bellezza e della bontà minacciate dal male, così biondi, puliti e bravi, ma non sono mai particolarmente sopra le righe. L’unico nome che spicca nel cast è quello di Alfre Woodard nei panni della libraia Evelyn, la cui storia però avrebbe forse meritato un po’ più di approfondimento.

In ogni caso il film è buono. Quasi nessun effetto speciale impiegato e ampio utilizzo di luci, suoni e inquadrature a scopo di spaventare. E se qualche improvviso tonfo è magari un po’ gratuito, per la maggior parte gli elementi sono utilizzati senza esagerare e senza risultare fine a se stessi.

La scena dell’ascensore nello scantinato è fatta benissimo, una delle meglio riuscite di tutto il film.

Un po’ di inquadrature fisse magari con azione al margine del campo visivo (il principio poi adottato e amplificato dal filone dei filmati domestici alla Paranormal Activity), anche se, per quel che mi riguarda, le più spaventose rimangono quelle fisse e basta sulla bambola.

Insomma, la tensione si crea, si zompa sulla poltrona e si esce debitamente guardinghi dalla sala.

Annabelle è volutamente inquietante, brutta e cattiva fin dall’inizio. E’ la stessa usata per The Conjuring – così come alcuni frammenti dell’aneddoto già raccontato nel precedente film e la ricostruzione del museo di Ed e Lorraine con la teca dedicata alla bambola.

In realtà, la vera Annabelle è completamente diversa. E’ una bambolona di pezza col volto disegnato e stilizzato, magari vecchia ma sicuramente non vintage.

In effetti, a vedere le foto del vero museo e della teca (che pare venga benedetta due volte al mese dal momento che la bambola – sempre stando alla versione Warren – è custodita ma è ancora attiva), non sembrerebbe per nulla una bambola dell’orrore. Non farebbe paura neanche a me con le mie paturnie, quindi capisco che la modifica a scopo scenico fosse d’obbligo.

Morale, sono rimasta soddisfatta e son contenta di averlo visto, anche se rimango della mia opinione che il vero orrore siano gli adolescenti al cinema.

Cinematografo & Imdb.

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La vera Annabelle con Lorraine Warren.

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La teca di Annabelle al N.E.S.P.R. e Lorraine ed Ed Warren.

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Questo è un esperimento.

Non il fatto di parlare del film in sé. La faccenda del Weekly Horror del titolo.

L’intenzione sarebbe quella di propinare proporre tutte le settimane un bell’horror movie più o meno classico e di categoria variabile dall’A alla Z, che è un po’ come dire da Shining a Bordello di sangue, tanto per capirci.

Una sorta di rubrica dedicata. La mia personale Notte Horror e così via.

Il condizionale di prima è dovuto al fatto che so perfettamente di non essere affidabile, ergo, se vedo che la cosa non mi viene come voglio è possibile che naufraghi.

Il giovedì. Perché il giovedì? Boh. Volevo dire qualcosa di molto arguto sulla scelta del giorno ma la realtà è che questa settimana non ho ancora avuto tempo di mettermi su questo post ed è arrivato giovedì.

 

Il messaggero, titolo originale The Haunting in Connecticut, è un film del 2009, collocabile all’interno dell’ampio filone delle case infestate.

La casa è da sempre uno dei topoi dell’horror nella doppia accezione di “luogo” geografico e di “luogo” narrativo, dove si verifica spesso l’improvviso passaggio dalla dimensione del “familiare” a quella dello “strano” (l’unheimlich, il non-familiare studiato da Otto Rank). La csa è il luogo dove più comunemente può introdursi il “perturbante”, sia che venga rappresentato dal “soprannaturale” (abitazioni infestate da presunti o veri spettri, come in Suspence di Jack Clayton, 1961 e in The Others di Alejandro Amenàbar, 2001), sia che la stessa abitazione, con il suo aspetto misterioso e inquietante, susciti incubi terrificanti (la villa barocca nei pressi di Toledo dove la protagonista “vede” una catena di eventi macabri in Lisa e il diavolo di Mario Bava), sia infine che si configuri come proiezione di una mente fortemente alterata (le crepe sui muri e i rumori minacciosi che rendono stregata la casa agli occhi della schizofrenica Carol in Repulsion di Roman Polanski, 1965).

Angelo Moscariello, Horror, Electa – Accademia dell’Immagine, 2008

Siamo a fine anni Ottanta e la famiglia Campbell deve trasferirsi per poter essere più vicina all’ospedale dove Matt, il figlio maggiore, si sta sottoponendo a radioterapia contro il cancro.

Trovano una casa grande e vecchia e ad un prezzo insolitamente conveniente.

Le stranezze cominciano quasi subito e il primo ad accorgersene è proprio Matt. Non ne parla con nessuno, in fin dei conti era stato avvertito che le allucinazioni avrebbero potuto comparire come effetto collaterale della terapia. Principalmente, a tormentarlo sono delle visioni che si fanno sempre più frequenti ed invasive fino ad alterare sensibilmente il suo comportamento. I familiari se ne accorgono, incolpano di tutto la malattia ma tra le pareti domestiche le tensioni aumentano e riaffiorano anche i problemi di alcool del padre.

Nel frattempo cominciano a emergere frammenti della storia della casa. Non si sa come, si apre la porta di una stanza rimasta fino ad allora misteriosamente chiusa e trovano una sala piena di strumenti chirurgici atti all’imbalsamazione dei cadaveri.

Le visioni di Matt peggiorano. Tra le altre cose vede corpi ricoperti da scritte incise sulla pelle.

In ospedale Matt incontra il reverendo Popescu e parla con lui di quello che gli sta succedendo. Popescu gli crede e gli spiega che coloro che si trovano a metà strada tra la vita e la morte sono più percettivi e per questo maggiormente soggetti a questo tipo di fenomeni.

La struttura del film è lineare, chiara e coerente. Gli espedienti utilizzati sono tutti funzionali alla costruzione della storia e le visioni quadrano perfettamente con la risoluzione finale. Gli elementi orrorifici impiegati non sono fine a se stessi ma necessari alla storia. L’orrore stesso è misurato. Non c’è splatter, neanche nelle scene macabre, non ci sono immagini volte scioccare né ci sono tonfi improvvisi della colonna sonora per farti prendere un colpo. Quello de ll messaggero è un orrore cauto e strisciante che con ritmo costante coinvolge nella storia e crea empatia con la condizione emotiva del protagonista.

Non è di quegli horror che ti terrorizzano ma che hanno un effetto inquietante. Disturbante, per l’esattezza.

E’ molto forte la percezione del ribaltamento del ruolo della casa da rifugio confortante a luogo ostile. Ostilità che si manifesta, oltre che con l’aspetto paranormale, tramite il deterioramento dei rapporti interpersonali tra i membri della famiglia. E’ l’influsso negativo della casa a trascinare i suoi abitanti in una descensio potenzialmente distruttiva o sono il dolore e il malessere delle persone e riflettersi nella casa? A fungere in qualche modo da catalizzatore? E, se questa è un’interpretazione banalmente simbolica e poco più che superficiale, è pur vero che la scena del padre che torna ubriaco di notte, dopo che Sara e i ragazzi hanno già vissuto una parte di incubo, risulta altrettanto spaventosa delle precedenti scene soprannaturali.

Nel cast il ruolo di Sara Campbell è interpretato da Virginia Madsen che io associo irrimediabilmente alla sorella stronza di Haunting – Presenze anche se l’ho vista in diverse altre occasioni.

All’epoca dell’uscita, il lancio puntò molto sul fatto che il film fosse tratto da una storia vera. Che novità eh? Da sei-sette anni a questa parte sembra che non si possa fare un horror senza spacciarlo per vero. Non che non capiti anche con altri generi ma per gli horror, e in particolar modo per quelli in ambito spiriti-possessioni etc., etc., sembra una vera e propria epidemia.

Da un lato suppongo che sia più facile reperire storie su cui basarsi perché sono tendenzialmente meno verificabili. D’altro canto trovo che questa cosa non aggiunga poi molto all’effetto del film e quindi mi sembra un gioco un po’ inutile anche da un punto di vista meramente commerciale.

Ad ogni modo, alla base di questo film ci sono le vicende vissute dalla famiglia Reed nel 1980. Gli elementi verificabili, per quel che riguarda il contesto, sono di fatto rappresentati fedelmente nel film. La casa di Southington nel Connecticut in cui si trasferirono era effettivamente appartenuta ad un’impresa di pompe funebri e nel seminterrato venne ritrovata l’attrezzatura mortuaria.

A seguito delle visioni e delle stranezze riportate dalla famiglia, la casa venne esaminata da Ed e Lorraine Warren, i demonologi che si occuparono, tra gli altri, anche del famoso caso di possessione da cui è stato tratto il film The Conjuring-L’evocazione.

Dopo aver visto il film, Lorraine disse che la realtà dei fatti era stata “molto, ma molto più spaventosa di qualsiasi film si possa realizzare” e che il film è ispirato molto liberamente a quanto accadde. Sempre stando alle dichiarazioni di Lorraine, la casa sarebbe stata definitivamente ripulita da qualsiasi presenza con un esorcismo svoltosi nel 1988.

Cinematografo & Imdb.

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Bello, bello e ancora bello. Di sicuro il miglior horror dell’anno e, per quel che mi riguarda, il migliore visto in sala da parecchio tempo.

Anche in questo caso non è che ci si trovi di fronte a chissà quale trovata originale. Siamo sempre nel filone del “tratto da una storia vera” che, anche se ormai è quasi d’obbligo sulle locandine degli horror, evidentemente garantisce la sua percentuale fissa di incassi perché continua ad essere usato indipendentemente dalla consistenza o meno di prove a supporto.

Siamo nel filone demoni-possessioni-case-infestate che purtroppo, va detto, ultimamente è davvero iperinflazionato – ho perso il conto dei film a tema esorcistico che sono usciti solo negli ultimi due anni.

Però siamo sempre lì, la materia prima di un genere può anche essere limitata ma dipende da come viene rielaborata e in questo caso han fatto un gran bel lavoro.

Sul fronte storia-vera, la base è sufficientemente intrigante perché sono andati a ripescare un altro caso della coppia Ed e Lorraine Warren, i famosi investigatori dell’occulto e demonologi coinvolti nel caso di Amityville (da cui il film Amityville Horror) e in diversi altri casi finiti sulle pagine di cronaca proprio per la natura ambigua e mai del tutto chiarita degli avvenimenti.

Anche nel caso de L’Evocazione, alla base c’è un caso di cronaca dai risvolti non del tutto limpidi e, ovviamente, il film sposa la versione della ricostruzione fornita dai coniugi Warren. Però lo fa bene, in modo fine, senza entrare in contraddizione con quella che è la realtà accertata di alcuni avvenimenti e ricreando il contesto nel modo più fedele possibile. Il che conferisce alla storia un’aura di plausibilità, quasi di normalità, che la rende estremamente efficace dal punto di vista emotivo/orrorifico.

Anche i personaggi di Ed e Lorraine sono connotati e rappresentati in modo molto delicato. Non so bene come spiegarlo, ma indipendentemente dal loro ruolo di medium nella faccenda o dai loro presunti poteri, a prevalere, nel modo in cui sono interpretati qui, è il loro aspetto umano. Il loro ruolo di persone che, in primo luogo stanno cercando di aiutare la famiglia che si è rivolta a loro, con quelli che credono essere i mezzi a loro disposizione.

Viene anche ricostruito molto fedelmente il loro museo dell’occulto, realmente esistente.

Ecco, quello che voglio dire è che non è importante che si creda o no in quello che fanno, ma di fatto loro lo fanno davvero e il regista in questo caso ha cercato di attenersi il più possibile alla realtà di quella che è la loro prassi, con un risultato che appare molto più credibile e molto più spaventoso di tanti tentativi magari più iperbolici.

Il regista è James Wan, lo stesso di Insidious, di cui parlavo non molto tempo fa, e se quello, pur essendo ben fatto, si lasciava scappare qualche occasione, questo fa centro in pieno negli obiettivi del genere.

La famiglia Perron si trasferisce in una nuova casa nel Rhode Island ma fin da subito viene tormentata da strani fenomeni.

Pochi effetti speciali, niente splatter, poco macabro in genere. Tensione. Espedienti forse addirittura classici ma efficaci. La paura del buio che avevi da bambino e che non ti sei mai del tutto tolto di dosso, anche se non sta bene dirlo. La paura di quello che si nasconde sotto il letto, o in fondo alle scale della cantina. I rumori di notte che possono essere uno scricchiolio di assestamento ma possono anche essere dei passi. Uno spiffero, che però forse è un respiro.

La scena dell’esorcismo vero e proprio è forse quella in cui si fa più sentire la sensazione di aver già visto tutto quello che c’è da vedere sull’argomento, ma dura relativamente poco e non spezza il crescendo in vista del finale.

Poi c’è anche una buona dose di fantasmi prettamente americani, nel senso che qui viene tirata in ballo addirittura Salem, ma avrebbe potuto essere anche un’altra cosa e la storia non ne avrebbe risentito. Ecco, sulla documentazione correlata al passato della casa e del territorio non sono così preparata da poter dire con certezza quali sono elementi storici, quali leggendari ma comunque parte del flolklore e quali inventati appositamente per il film ma, a naso, non ho rilevato grossi strafalcioni neanche qui.

Nel cast abbiamo Lily Taylor nei panni della signora Perron mentre i coniugi Warren sono interpretati da Patrick Wilson e da Vera Farmiga che io adoro spudoratamente e che ha incontrato la vera Lorraine, oggi ottantaseienne, durante la lavorazione del film.

Cinematografo & Imdb.

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