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Archive for the ‘I. Allende’ Category

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ma sarà uccisa Venerdì Santo a mezzanotte” lo avvertì Amanda Martìn e l’ispettore capo la prese sul serio, visto che aveva dato prova di saperne più di lui e più di tutti gli agenti della Sezione Omicidi.

Sono una lettrice piuttosto discontinua di Isabel Allende. A parte la famosissima Casa degli Spiriti non ho letto molti altri dei suoi romanzi più celebri mentre mi ero ritrovata per le mani la trilogia per ragazzi uscita un po’ di anni fa e qualche lavoro più marginale, quindi non so se mi sono fatta effettivamente un’idea attendibile del suo stile. In realtà non credo. Sarà il fatto di saltare da un genere all’altro o sarà che qualcosa mi sfugge, ma non riesco ad identificare una voce precisa come invece mi capita per molti altri scrittori.

Non che non mi piaccia. Solo, c’è sempre qualche aspetto che mi spiazza.

Con Il gioco di Ripper parliamo di un thriller ma un thriller dai toni insoliti per molti aspetti. Fin dall’inizio siamo messi a conoscenza di un’anticipazione di quello che succederà – il rapimento di Indiana, la madre di Amanda – ma poi questo dato viene messo da parte praticamente subito. E se, da un lato, l’intento è quello di ricostruire le vicende che hanno condotto a quel punto – cosa non inusuale per il genere – d’altro canto sembra che il filone principale venga quasi messo da parte per creare una grande e variopinta galleria di personaggi e per raccontare le loro storie che si intrecciano, si mescolano o, a volte, si sfiorano appena. E si rimane così catturati in ciascuna di queste storie, si rimane così legati ad ognuno dei personaggi che se non fosse per Amanda che continua a giocare a Ripper – il gioco di ruolo online di investigazione basato sugli omicidi che realmente si stanno verificando a San Francisco – ecco, se non fosse per Amanda e suo nonno Blake che riportano l’attenzione sull’aspetto investigativo, in certi momenti quasi ci si dimenticherebbe del presupposto e del fatto che tutte queste storie, di fatto, servono ad arrivarci.

Sullo sfondo delle strade di San Francisco, prende vita una vicenda complessa e dai risvolti inaspettati, dal ritmo dilatato e dalla struttura impeccabile perché nulla e casuale e anche il dettaglio più insignificante delle singole storie di ciascun personaggio può nascondere un prezioso indizio per venire a capo del mistero. Per certi versi si crea una situazione che ricorda un po’ i vecchi gialli alla Agatha Christie dove tutti gli elementi sono esposti, bisogna solo capire come farli quadrare.

Bello. Consigliato.

Poi. Fuori tema ma non troppo.

Dai ringraziamenti:

Nicolàs Frìas, mio figlio, ha revisionato il testo per correggere i frequenti errori di logica che i miei lettori attribuiscono al realismo magico.

L’ho adorata per questa frase. E’ geniale. Riassume in due parole gli stereotipi grossolanamente attribuiti alla letteratura proveniente dall’America Latina.

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Qualcuno ha detto che le nostre cicatrici sono importanti perchè hanno il potere di ricordarci che il passato è reale.

Maya Vidal è giovane ma di cicatrici ne ha già una bella collezione. Segni del corpo e segni dell’anima. Maya è in fuga da un passato violento, pericoloso, talmente ingombrante che sembra impossibile uscire dalla sua ombra e trova rifugio su un’isola sperduta di un paese, il Cile, che ha il suo stesso problema. Un paese con un passato ancora troppo recente anche solo per riuscire a chiamarlo con il suo nome.

Romanzo di formazione. Elogio del potere salvifico della scrittura – è Maya a raccontare, scrivendo la sua storia e cercando così di fare i conti con essa e recuperare le fila della sua vita. Percorso a ritroso nelle terribili vicissitudini di Maya e percorso a ritroso nel tempo, nella storia della dittatura cilena attraverso la vita di Manuel.

Delicato anche nei momenti più terribili. A tratti anche leggero, divertente. Nonostante la maggior parte delle vicende narrate si svolga negli Stati Uniti è di fatto un libro ambientato in Cile, impregnato del suo spirito e della sua sofferenza.

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