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Archive for the ‘J. Irons’ Category

Regia di Francis Lawrence.

Cast: Joel Edgerton, Jeremy Irons, Jennifer Lawrence, il Culo-di-Jennifer-Lawrence. (Che comunque risulta più professionale di molti attori in cui si ha la sventura di imbattersi, per carità).

Battute a parte, in realtà Red Sparrow non è male, pur con qualche pecca qua e là.

Ma andiamo con ordine.

Dominika Egorova è una ballerina del Bolshoi che viene reclutata dai servizi segreti russi per diventare un tipo particolare di agente speciale. Una Sparrow.

Gli Sparrow sono selezionati per la loro bellezza e la seduzione è una delle principali armi di cui devono servirsi. Per questo devono imparare ad usarla e controllarla in modo da rendere il proprio corpo e l’attrazione fisica un vero e proprio strumento di potere.

A reclutare Dominika non è una persona qualunque. E’ suo zio, agente del governo lui stesso. Dominika è in una situazione tale per cui non ha scelta e non può far altro che applicarsi per diventare una Sparrow finché non viene giudicata idonea per la sua prima missione.

Una trama ben congegnata e coerente si costruisce intorno alla figura centralissima di una Jennifer Lawrence che forse aveva un po’ fretta di lasciarsi alle spalle la brutta esperienza di Mother ed è andata sul sicuro tornando dal regista che l’ha lanciata con gli Hungher Games.

Il risultato non è male, ma lei rimane comunque un po’ sottotono rispetto alle aspettative create dall’attrice del Lato Positivo, di American Hustle e di Joy.

Bellissima e attraente nel senso più ampio del termine, rimane comunque un po’ sottosfruttata, complice anche una certa lentezza della prima parte del film che si perde un po’ nell’indugiare sull’aspetto sessuale della formazione di Dominika come agente e così facendo rallenta un po’ il ritmo.

Tolta questa osservazione, per il resto, come dicevo, siamo di fronte ad un buon film, che forse avrebbe potuto essere un filo più corto ma che, alla fine, comunque lascia soddisfatti, con un finale che funziona decisamente bene.

Forse la mia percezione di lentezza è anche dovuta al fatto che mi aspettavo più una cosa tipo Atomica Bionda, con un’agente sexy e super tosta come la Charlize Theron, un sacco di sangue, sparatorie e scazzottate, cose che qui sono invece dosate con parsimonia, prediligendo l’intrigo vero e proprio.

Nel cast anche Charlotte Rampling. Nel ruolo dello zio di Dominika troviamo Matthias Schoenaert, pettinato e abbigliato in modo da sembrare un giovane e già detestabile Putin.

Tratto dal romanzo omonimo di Jason Matthew, ex agente della CIA ora in pensione.

Cinematografo & Imdb.

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La storia di Jesse Owens, il famoso atleta che con la sua partecipazione alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 valse agli Stati Uniti 4 medaglie d’oro e una reputazione più democratica di quanto non meritassero in realtà.

E’ una bella storia, quella di Owens. E’ bella soprattutto perché è vera.

Ma proprio perché è vera è anche piena di note stonate, di zone che rimangono in ombra.

Da un punto di vista strettamente tecnico, quello che propone Hopkins è un buon biopic, lineare e coinvolgente. Senza eccessi di eroismo né eccessive licenze a beneficio della spettacolarizzazione della vicenda.

Leggo un po’ di recensioni in giro e trovo che la maggior parte dei toni sono piuttosto tiepidi, proprio per questa ‘tranquillità’ di approccio, se così si può dire.

Personalmente, in generale, trovo apprezzabile quando, di fronte ad una storia vera, si cerca di limitare la tendenza tipica americana a iperenfatizzare la realizzazione di un sogno/un’impresa/un obiettivo a favore di una ricostruzione più piana dei fatti.

Esagerare con l’eroismo, romanzare troppo, lungi dal valorizzare la vicenda, la danneggia . Magari ha più impatto nell’immediato ma in definitiva tende ad appiattire, ad uniformare tutto nel grande calderone indistinto di una macrocategoria che suona un po’ come Rivalsa all’Americana.

Discorso, questo, che mi sento di fare doppiamente nel caso di Race.

Perché, a ben vedere, l’America non ci fa questa gran figura neanche lei. Si salva solo giusto per esser meno peggio dei nazisti – e ci va pure poco.

Owens (Stephan James) è solo. Forse non contro tutti, ma è comunque solo. Che sia a casa sua, che sia a Berlino. Che sia in pista all’università o in uno stadio gremito.

Owens è solo con i suoi tempi e la sua velocità.

E ha la forza, l’intelligenza e la costanza di riuscire a rimanere solo.

E la sua solitudine è l’unica cosa che lo fa arrivare fino in fondo. Che gli impedisce di perdersi lungo un percorso costellato di forze opposte che cercano, in un modo o nell’altro, di strumentalizzarlo.

L’unico veramente dalla sua parte è Larry Snyder (Jason Sudeikis), il suo couch. L’unico che riesce ad appoggiarlo e ad accompagnarlo senza altro motivo che la corsa in sé.

Siamo nel ’36. E sì, ci sono i nazisti che cominciano a fare le loro porcate e tutta l’attenzione si concentra lì, su una Berlino che si ripulisce appena, per dare al resto del mondo il pretesto per continuare a far finta di niente ancora un po’ senza sentirsi la coscienza sporca.

Berlino è il problema. La partecipazione o meno dell’America alle Olimpiadi è il punto. Sono in gioco equilibri politici e presunti ideali.

E poco importa l’incoerenza dei negri in un settore separato sui mezzi pubblici. Poco importa se i negri devono aspettare per usare le docce.

Poco importa se devono usare la porta sul retro per entrare in un locale.

Siamo nel ’36, dicevo. Prima di tutte le battaglie per i diritti civili.

E allora, da un lato abbiamo un’America preoccupata di non farsi associare all’abominio delle teorie razziali che si diffondono in Germania, mentre in casa propria non si pone alcun problema sull’integrazione.

E d’altro canto è quella stessa America che a Berlino ci va e porta sul podio un nero con quattro medaglie d’oro.

Lo stesso nero che non riceverà comunque mai alcun riconoscimento ufficiale da parte della Casa Bianca.

E c’è la Germania ormai a un passo dal delirio di fanatismo e orrore accanto alla Germania dell’atleta tedesco che fa il giro d’onore insieme a Jesse e della cineasta che riprende tutto, anche quello che Goebbles vorrebbe non vedere.

Contraddizioni. Tante, profonde e dolorose.

Emergono forti e stridenti e trovo che questo sia un aspetto estremamente apprezzabile del film di Hopkins.

Peccato che in italiano si perda la duplice valenza della parola Race.

Da vedere. Nel cast anche Jeremy Irons e William Hurt.

Cinematografo & Imdb.

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Allora. La mia intenzione sarebbe di non spoilerare. Vediamo se ci riesco. Perché in definitiva questo film mi è piaciuto eh, ma ci ho un paio di cosette sullo stomaco e non so se riesco ad esprimerle senza rivelare punti cruciali di questa complessa e assolutamente imprevedibile trama.

Punto primo.

Ben Affleck è il peggior Batman della storia.

E non è perché a me Ben Affleck non piace in generale. E’ davvero terribile.

Comincio a credere che il caro Ben abbia una certa propensione per rovinare supereroi, visto che già nel 2002 ci aveva regalato il peggior Daredevil della storia. E almeno nel 2002 era un po’ più magro.

Qui, tra il fatto che si è ingrossato in modo imbarazzante – apparentemente l’intenzione sarebbe quella di apparire muscoloso, di fatto il risultato è che sembra il pesce palla di Nemo quando si gonfia per sbaglio – e la nuova Bat-Tuta corazzata per resistere alla forza di Superman, il risultato è che l’agile pipistrello a malapena riesce a muoversi e pencola maldestro qua e là.

E poi, diciamolo, penso sia l’unico che riesce a sembrare un coglione anche mascherato, con quella bocca sempre mezza aperta.

A questo si unisce il fatto che nella prima parte di film la trama è deboluccia.

Come ho già avuto modo di esprimere, Superman non è mai stato tra i miei eroi preferiti. Non mi ha mai esaltato più di tanto. Magari è colpa del mantello rosso, visto che diffido anche di Thor, non so. Sta di fatto che non ho visto quasi nessuno dei film recenti su Superman, e nemmeno L’uomo d’acciaio che è il reboot della saga e il capitolo immediatamente precedente a questo.

Anyway, da quel che si intuisce, la storia di questo film prende le mosse dallo scontro finale dell’Uomo d’acciaio che rende Superman una figura controversa mettendo in crisi l’immagine del salvatore univocamente buono.

Entrano in scena concetti come la legittimità del potere e via così.

E fin qui la cosa mi sta anche bene.

Insomma, a tutti i supereroi è successo di venir messi in discussione per la natura inevitabilmente assoluta del loro potere. E a quasi tutti i supereroi è toccata la condanna della massa come in prima battuta è toccata l’adorazione.

E mi sta anche bene tutto il discorso – più o meno fuor di metafora e più o meno simbolico – sul rapporto uomo-dio e su un’umanità che non ha più bisogno di dei. Un’umanità che destituisce e condanna i suoi dei. Un’umanità che vuole vendicarsi della potenza dei suoi dei.

Ok. Tutto questo è molto giusto e anche molto figo, se ben articolato. Rende complessa la figura del supereroe, in particolare di uno come Superman, che non è umano e per il quale il discorso risulta particolarmente calzante.

Quello che non mi torna in tutto ciò, è perché diavolo Bruce Wayne di punto in bianco deve avercela così a morte con il povero Superman.

Ecco, questo non sta proprio in piedi.

Sì, è vero, hanno arbitrariamente piazzato la Wayne Tower a Metropolis (e già lì, vabbè…) e gliel’hanno fatta accidentalmente abbattere da Superman. E ok, rimangono uccise persone che lavoravano per Bruce.

Però no. No e ancora no.

Dai, non basta. Non sta in piedi che per questo Bruce monti su una guerra pseudo-ideologica che, nel migliore dei casi, sa molto più di vendetta personale che di crociata da giustiziere.

Tutta la prima metà del film di fatto non decolla proprio perché non è reso in modo credibile il presupposto dell’antagonismo alla base della storia.

E non basta un Jeremy Irons in versione Alfred a salvare un Batman mal costruito come personaggio e ancora peggio interpretato come di attore.

Posto che comunque l’Alfred-Michael Caine per quel che mi riguarda rimane insuperabile, ma questo è ancora un altro discorso.

Diciamo che tutta la sceneggiatura della prima metà del film è da annoverarsi tra i danni collaterali del combattimento di Superman. E’ stata centrata da qualche esplosione vagante e amen.

Di questa prima parte, l’unica cosa che mi è sinceramente piaciuta e che mi ha reso tollerabile il tutto è Lex Luthor.

Ora, spero che Kevin Spacey non me ne voglia, ma Jesse Eisenberg potrebbe quasi essere il miglior Lex Luthor della storia.

Parentesi del disagio. Ma sono l’unica ad essere turbata dal fatto che il nome di Jesse Eisenberg è praticamente il riassunto di Breaking Bad, grafia a parte? Chiusa la parentesi del disagio.

Sì, ok, io ho sicuramente una propensione per i personaggi squilibrati, ma forse proprio per questo li apprezzo tanto quando sono ben fatti.

Il Lex di Eisenberg è un cattivo-cattivo, cosa che è in tono con il personaggio originale, con però l’aggiunta di un atteggiamento teatrale a metà tra il Jocker di Nolan e Tremotino di Robert Carlyle e che, in definitiva, fa sì che ci guadagni in carisma.

E lo so, che queste aggiunte caratteriali non sono invece in tema con l’originale, ma il risultato mi garba ugualmente.

Anni di trasposizioni Marvel mi hanno educata a giudicare separatamente i personaggi dei fumetti originali e le loro versioni cinematografiche.

Sono due mondi collegati, ovviamente, ma molto diversi per contesto e modi di comunicazione. Non vedo perché per l’universo DC il discorso dovrebbe essere diverso.

Ergo, no, non la vivo come blasfemia il fatto di apprezzare un personaggio filmico distante anche anni luce dal suo originale disegnato. E’ un po’ lo stesso discorso che potrei fare per Wolverine. Eddai, a chi non piace Hugh Jackman che fa Wolverine anche se non c’entra una fava con il fumetto?

*e ricevette una carrettata di ortaggi direttamente sulla tastiera*

Comunque. Vado avanti che sennò qui non arrivo più alla fine.

Tra la prima e la seconda parte c’è un momento di passaggio che dal punto di vista della trama era necessario ma che, per come è stato reso, mi ha fatto storcere il naso anche qui.

Ora, non voglio elargire troppi dettagli, ma il succo è che c’è un momento in cui Superman prende davvero un sacco di legnate. Cosa che di per sé, ripeto, ci sta anche. E’ solo che…boh, immagino sia per effetto del fatto che non ritenevo motivata l’ostilità di Batman nei suoi confronti, ma il risultato è che ho trovato veramente troppo cattiva questa parte. Ero proprio sinceramente dispiaciuta per il povero Superman (sempre Henry Cavill). E dire che non mi sta neanche troppo simpatico. E, per contro, ero mortalmente incazzata con Batman che si confermava un inequivocabile coglione.

Poi qualcuno mi ha ricordato che nessuno dei due è reale.

La seconda parte del film migliora sensibilmente e diventa un bel videogiocone, con tanto di big boss preso di peso dalla grafica del Signore degli Anelli I e Harry Potter I (per effetto di una strana proprietà transitiva tra Gentle Giant Studios e Weta Digital), vale a dire che hanno riciclato lo stesso troll con gli occhi laterali come Vincent Cassel. In più questo qui fa scintille e accumula energia in perfetto stile videogioco. E se lo colpisci nei calcagni si inginocchia preciso sputato come i boss intermedi di Prince of Persia, fateci caso.

Ad ogni modo la parte di scontri più o meno finali è divertente.

Tirano in ballo Wonder Woman – una Gal Gadot che non ho ancora capito se mi garbi o meno nella parte perché di fatto qui fa davvero troppo poco per farsi un’idea.

L’unico dubbio che avevo era sullo scudo perché, è vero che c’è in diverse rappresentazioni, ma mi sono persa da dove salta fuori perché non era parte dell’equipaggiamento originale, se non sbaglio.

Viene aperta la strada agli altri membri DC della Justice League ma per il momento si vede ancora troppo poco per dire che piega vogliano dare alla cosa.

Bon, ho finito. E sono anche riuscita a non rivelare niente di compromettente.

Ah, dimenticavo, c’è Amy Adams che fa Lois e Diane Lane che fa la mamma di Superman ed è tanto bella come sempre.

Se siete puristi del fumetto probabilmente vi irriterà oltremodo. Se, come la sottoscritta, vivete i film-fumetto come una sorta di AU rispetto alla continuity originale, probabile che vi divertirete.

Cinematografo & Imdb.

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No.

Decisamente e categoricamente NO.

Mi dispiace, davvero, dir male di un film di Tornatore ma proprio non posso farci niente.

L’ho talmente odiata, questa Corrispondenza, che l’ho in qualche modo rimossa e mi son pure dimenticata di parlarne.

Lui, Jeremy Irons, è un professore di astrofisica in pensione.

Lei, Olga Kurylenko, è una studentessa di astrofisica.

Lui ha moglie e figli.

Lei, oltre a studiare, lavora come stunt.

Hanno una relazione che, a quanto si capisce, va avanti da parecchio ed è a suo modo consolidata, anche se extraconiugale.

Lui sparisce. Di colpo, senza preavviso.

E l’unica forma di comunicazione restano le e-mail, i messaggi sul telefono, le lettere, sempre nelle stesse buste rosse.

Questo più o meno quello che sarebbe riassumibile senza spoilerare.

Sì, si intuisce che si va a parare dalle parti del tema della comunicazione virtuale, ma, detto così, non rende.

E quindi spoiler.

La realtà è che il film comincia con loro due insieme che si salutano dopo un incontro clandestino e quella, di fatto, sarà l’unica volta in cui li si vedrà davvero insieme.

Perché quel saluto era una sorta di addio.

Perché dopo pochi giorni lei scopre che lui è morto.

Non ci può credere. Ha appena ricevuto un messaggio da lui.

Cerca in giro e tutto conferma la morte di lui.

Però lei continua a ricevere e-mail. Lettere. Messaggi.

Una corrispondenza a senso unico a cui lei non può in alcun modo replicare.

Gradualmente il quadro si chiarisce.

Lui sapeva di dover morire e ha predisposto una programmazione continua di invii di messaggi, e-mail, lettere cartacee e regali. Ha coinvolto diverse altre persone perché preparino i luoghi che fanno parte del percorso indicato nelle sue comunicazioni. Ha predisposto tutto per continuare a vivere accanto alla sua ragazza anche dopo essersene andato.

Ora.

Ci sono diversi livelli.

L’idea è morbosissima ma questo di per sé non sarebbe neanche negativo. L’intenzione sarebbe quella di indagare la natura di una comunicazione spersonalizzata, come è quella dei mezzi digitali, portandola all’estremo in una sorta di amplificazione all’ennesima potenza delle relazioni virtuali.

Le ambientazioni sono curatissime.

La fotografia è ottima e mi ha fatto venire una gran voglia di precipitarmi sul lago d’Orta.

Jeremy Irons è Jeremy Irons quindi non si può dire che non sia bravo. E anche la Olga non è malaccio.

Però niente di tutto questo basta a salvare il film.

E non lo dico solo perché ho odiato il personaggio di Irons.

Un film può avere anche un protagonista detestabile ma essere comunque un buon film, di questo sono più che convinta.

Certo, è un ulteriore aspetto che non ha sicuramente contribuito alla mia buona disposizione d’animo.

Non penso di aver mai voluto tanto uccidere Jeremy Irons.

Non so. Di sicuro c’è anche il fatto che per me il discorso dell’elaborazione di un lutto è un qualcosa di così mostruosamente insormontabile che non riesco neanche a pensare ad un atto di così completa, totale arroganza come quello che compie il personaggio di Irons.

Sai che devi morire e non me lo dici.

Ok. Mi fa incazzare ma è comunque una tua scelta. In qualche modo imparerò a metabolizzarla e rispettarla.

Mi lasci un messaggio post mortem in cui mi dici, guarda cara, non te l’ho detto, mi dispiace ma…blablabla.

Ok. Probabilmente la cosa mi devasta (e, guarda un po’, mi fa anche incazzare) ma va bene. Fa parte della via che hai scelto per andartene.

Però a questo punto vai.

Non lo dico con cattiveria e so che è una cosa facilmente fraintendibile, ma con che diritto mi neghi la possibilità di elaborare la tua perdita continuando a bersagliarmi di messaggi in cui fingi di essere ancora vivo?

Con che diritto ti ritieni così importante da voler tenere legato a te qualcuno anche dopo la tua morte?

Con che diritto pretendi di controllare la vita di una persona, condizionandone gesti e scelte, anche dopo essere scomparso?

Quale malata e distorta concezione di te stesso ti ha fatto credere che questo fosse in qualche modo di conforto per la persona rimasta?

Quanto ego c’è in una cosa del genere?

E tutto questo senza contare che questo illustre ed esimio professore ha passato gli ultimi tre mesi di vita a programmare messaggi per la sua amante, lasciando alla sua famiglia solo la parte sporca della sua malattia.

E anche questo, non lo dico presupponendo un giudizio morale sulle tipologie di relazioni in sé, ma proprio solo a livello umano.

Hai scaricato tutta la tua merda su tutti quelli che ti stavano intorno per garantirti una sorta di sopravvivenza illusoria accanto ad una persona a cui non hai mai neanche chiesto se lo volesse o meno.

Certo, nella tua perversa e maniacale preveggenza hai previsto anche di lasciare una via d’uscita.

Ma, di nuovo, con che diritto mi butti addosso la responsabilità di essere io a tagliarti fuori?

Come puoi pretendere che una persona devastata da un lutto abbia la forza e la lucidità di rifiutare le ultime illusioni sfilacciate di un’esistenza?

Quello di Irons è uno dei personaggi più stupidi, egoisti e crudeli che abbia mai incontrato.

E se anche questo, come dicevo, non basterebbe di per sé a rovinare il film, ci pensa senza dubbio l’insopportabile stucchevolezza che pervade tutto ciò.

Lui è mieloso in modo nauseante.

E come se non bastasse tutto ciò, perché non aggiungerci anche un bel trauma pregresso nel passato di lei? Un bel senso di colpa da rielaborare con l’aiuto del defunto digitale, con tanto di scena clou di pianti e balbettamenti e l’ombra – neanche poi tanto lieve – di un complesso di Edipo che non si sa bene come voglia collocarsi ma si capisce che in qualche modo ci dev’essere.

Pesante, faticoso. Butta via la bravura degli attori, butta via quel che c’era di interessante nel presupposto e butta via anche le aspettative sul nome di Tornatore. Butta via anche le stelle morte.

Un’occasione sprecata. Peccato.

Nulla a che vedere con la bellezza struggente della Migliore Offerta.

Cinematografo & Imdb.

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Altro post cumulativo dal TFF, questa volta davvero l’ultimo.

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High-Rise. Regia di Ben Wheatley. Gran Bretagna.

Tratto da Condominium (1975) di J.G. Ballard.

Io ho un non-rapporto conflittuale con Ballard. Non ho mai letto nulla di suo. Ho visto solo la trasposizione di Crash di Cronenberg e l’ho odiata. Mi sono documentata sul romanzo e l’ho comprato ma non ho ancora avuto il coraggio di leggerlo. Non so, ho una specie di blocco.

Per aggirare la cosa ho comprato Il condominio perché la trama mi attirava moltissimo ma poi non ho ancora letto neanche quello.

Di nuovo. Non so. E’ un autore che mi attira e mi inquieta allo stesso tempo. Probabile anche che questo tipo di reazione fosse nelle sue intenzioni. Cioè, non nei miei confronti in particolare, ecco.

Ad ogni modo, non potevo fare a meno di vedere questo film. Anche solo per il cast. Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, Luke Evans.

Distopico. A partire dagli anni Settanta, quindi un ipotetico futuro come potevano immaginarselo da quella prospettiva, quindi un futuro molto anni Settanta. Un giovane rampante trova alloggio in un lussuoso condominio. Una struttura all’avanguardia e autosufficiente. Fornita di tutto il necessario per creare un microcosmo a sé stante. E una vera e propria società che si sviluppa verticalmente, con ogni piano che corrisponde ad un livello gerarchico. Una scala sociale in senso letterale. E un enigmatico architetto in cima.

Tutto molto interessante, surreale e grottesco. Non so dire quanto fedele negli avvenimenti ma mi par di intuire che lo sia abbastanza nell’approccio.

Non male ma secondo me, data l’idea di partenza e il cast, poteva venire un po’ meglio. A tratti è un po’ dispersivo. Visivamente accattivante ma in certi momenti si arena un po’. Comunque da vedere. Ovviamente in Italia non arriva. Mi sto esprimendo come un navigatore satellitare.

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Brooklyn. Regia di John Crowley (Boy A), tratto dal romanzo omonimo di Colm Tòibìn, sceneggiato da Nick Hornby.

Eillis abbandona l’Irlanda, un piccolo paesino e l’assenza di prospettive, in cerca di un futuro migliore in America. Il dolore dello sradicamento e della solitudine lasciano gradualmente il posto ad una nuova sicurezza e alla nascita di nuovi affetti e nuovi legami fin quando un lutto improvviso richiama la ragazza nel paese natale. Un paese che improvvisamente sembra volerle offrire tutto quello che prima le aveva negato.

Una storia di radici e di un’identità divisa in due. Una storia di emigrazione, di solitudine ma anche una storia delicatamente umana. Niente toni melodrammatici, niente enfasi eroiche. Realtà che si scontrano e scelte che non lasciano spazio a compromessi.

Gradevole e garbato. A tratti anche sinceramente spassoso – la figura della padrona della pensione è riuscitissima.

Molto brava Saoirse Ronan nel ruolo della protagonista che, peraltro, ha ricevuto anche la nomination ai Globes 2016 come miglior attrice in un film drammatico.

In Italia arriva il 4 febbraio.

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The Day of the Triffids. (1962). In italiano uscì come L’invasione dei mostri verdi (il vizietto della storpiatura dei titoli è vecchio). Regia di Steve Sekely. Tratto dall’omonimo romanzo di John Wyndham, del 1951.

Poche cose eguagliano la soddisfazione di un vecchio film di fantascienza visto al cinema alle 9 del mattino.

Come al solito avrei voluto inserirmi più classici in programma ma alla fine son riuscita a farcene stare soltanto due.

L’umanità assiste affascinata ad una pioggia di meteoriti. Il giorno dopo, tutti sono diventati ciechi, tranne coloro che, per qualche ragione, la notte precedente non avevano guardato il cielo. Parallelamente, si assiste ad un improvviso e abnorme sviluppo dei trifidi, piante carnivore e in grado di spostarsi sul terreno.

Al centro della vicenda, un gruppo di sopravvissuti, ciascuno proveniente da una storia diversa, che fronteggerà la catastrofe in cerca di una soluzione.

Un classico della fantascienza di serie B.

Bellissimo. Anche nell’ingenuità e al tempo stesso nella lungimiranza del modo di rendere la dimensione distopica di un mondo privato della vista.

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Westworld. (1973). Primo esperimento di regia per Michael Crichton. In Italia uscì col titolo Il mondo dei robot.

Bellissimo. Un altro grande classico del genere.

La vacanza del futuro è arrivata. Siamo nel futuristico anno 2000 e Delos è un gigantesco parco a tema che offre ai suoi clienti emozioni al di là di ogni immaginazione. Si può scegliere tra la ricostruzione di tre periodi storici, il Medioevo, l’antica Roma e il vecchio West. Ognuno di questi mondi è popolato da robot di sembianze umane programmati per assecondare lo sfogo di qualsiasi fantasia degli ospiti, di qualunque natura essa sia. I robot possono anche essere uccisi, le pistole che vengono date in dotazione sono vere e i robot sono fatti per sanguinare e reagire come esseri umani.

Peter (Richard Benjamin) e John (James Brolin – che è il papà di Josh, come ho realizzato dopo aver passato mezz’ora a rimuginare sul fatto che i conti dell’età di Josh Brolin non mi tornavano se era già in questo film) scelgono Westworld.

Ad un certo punto, però, qualcosa comincia ad andare storto. Capita qualche incidente. Le macchine sembrano non funzionare bene. Gradualmente si capisce che le macchine non rispondono più e non fanno più ciò per cui erano state programmate.

Memorabile Yul Brynner nel ruolo del pistolero robot che da la caccia ai due protagonisti.

Pare che per il 2016 sia prevista una serie tv ispirata a questo film. Il titolo sarà sempre Westworld  nel cast ci sono anche Ed Harris e Anthony Hopkins.

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Ho preso un caffè che anziché svegliarmi mi ha fatto venire un sonno indecente, ho un principio di emicrania che pare abbia tutte le intenzioni di svilupparsi e sono in quel momento di limbo in cui devo decidere se per le prossime ore voglio essere rincoglionita per il male o per gli effetti collaterali dell’antidolorifico. Son cose.

Ergo. Vediamo di buttar giù qualche riga di senso compiuto prima di diventare del tutto inutilizzabile.

Stavo spulciando un po’ di critiche su questa Lolita di Adrian Lyne (1997) e la prima cosa che salta all’occhio è che pare sia impossibile parlarne senza paragonarla a quella di Kubrick del ’62. Sostanzialmente l’opinione comune è un coro di “orrore! orrore! quella di Kubrick era infinitamente meglio!”

Ora. Io ho letto Nabokov ma la Lolita del ’62 è uno dei pochissimi film di Kubrick che non ho mai visto perché, non ho un buon rapporto con quel libro. Sono profondamente convinta che sia un capolavoro assoluto, ma al tempo stesso non ho mai potuto sopportare nessuno dei personaggi. Humbert, Lolita, Charlotte mi stanno tutti soavemente sul culo. Non ho mai provato un filo di empatia per niente e per nessuno in quella storia. Motivo per cui ho sempre relegato il film di Kubrick tra quelle cose che “prima-o-poi-vedrò-perché-vanno-viste-ma-adesso-proprio-non-mi-va”.

Ed è anche il motivo per cui faccio fatica a parlarne.

L’altra sera sono incappata nella rassegna del cinema erotico su Cielo e diciamo che la presenza di Jeremy Irons è stata determinante nella mia decisione di vedere il film nonostante il vago senso di colpa per il fatto di guardare Lyne prima di Kubrick andando così contro al più elementare buonsenso cinefilo.

Lyne che, con tutti i suoi difetti e i suoi cliché, ha, di fatto, rappresentato e incarnato nei suoi film l’anima soft-erotica degli anni Ottanta. 9 settimane e mezzo, Attrazione Fatale, Proposta Indecente. Che piacciano o meno sono ormai dei cult di quegli anni. (Lyne che è anche il regista di Flashdance, ma questo è un dato che tendo a rimuovere perché è davvero troppo stonato).

E in quest’ottica pare persino ovvio il fatto che la tentazione di rifare Lolita sia stata troppo forte per resistervi. Lolita che è La Storia Scabrosa per antonomasia.

Altra considerazione è che il fare paragoni, se da un lato è fisiologico nel caso di più versioni della stessa trasposizione o comunque di remake, d’altro canto lascia un po’ il tempo che trova proprio perché abbiamo Kubrick dall’altra parte. Perché, siamo onesti, Kubrick è una presenza ingombrante e totalizzante. Un mostro sacro. Un intoccabile. Avrebbe potuto mettercisi anche Scorsese – per dirne uno – a rifare Lolita ma comunque la versione di Stanley sarebbe stata migliore. Sarebbe stata – come di fatto è considerata – l’unica degna di esistere. In sostanza, Kubrick non si tocca e se lo si fa sono inevitabilmente critiche.

Ciò detto, a me questo film non è dispiaciuto per niente.

Per quel che riguarda la trama è molto fedele – il libro l’ho letto veramente molti anni fa ma dai controlli che ho fatto non si è perso né modificato nulla nel passaggio allo schermo.

Gli interpreti sono tutti molto bravi. Melanie Griffith veste bene gli odiosissimi panni di quella stupida di Charlotte Haze (io ho avvertito che non mi piacciono i personaggi eh), mentre Humbert è Jeremy Irons. E qui, devo dire che sono di parte per io adoro Irons ed è probabilmente questo il motivo per cui non ho detestato profondamente Humbert per tutto il film. Ad ogni modo, cercando di dare un giudizio più tecnico, l’interpretazione di Humbert è valida ma forse un po’ più emozionale di quanto non sia la voce narrante nel libro e, in certa misura, fa sorgere il dubbio che si tratti di una concessione ad un intento vagamente moraleggiante di questa interpretazione di Lolita. Un Humbert più umano e più emotivo può apparire anche come vittima del suo trauma, vittima della sua passione, vittima del suo senso di colpa, mentre l’Humbert di Nabokov è tutt’al più preda di rimpianti ma non di rimorsi.

Non c’è morale nel testo di Nabokov e proprio per questo non c’è tentativo di (auto)giustificazione. C’è solo la storia. Cruda. Dolorosa. E questo è uno dei motivi per cui quel libro è un capolavoro al di là di ogni discussione.

Lolita è interpretata dall’allora esordiente Dominique Swain. Brava, adeguatamente bella e disturbante anche se forse in certi punti vengono esasperate eccessivamente le movenze infantili.

Lolita è una “ninfetta”, il che presuppone un delicato equilibrio tra inconsapevolezza e consapevolezza di sé e del proprio effetto, unito ad una abbondante dose di crudeltà prettamente infantile.

Per quel che riguarda l’aspetto propriamente erotico della faccenda, il film è tutt’altro che scandaloso. E’ esteticamente allusivo ma indulge prevalentemente su una sensualità superficiale. Un paio di scene forse un po’ più dirette e qualche ammiccamento fin troppo facile come Lolita che mangia la banana, ma per il resto non c’è nulla di particolarmente erotico se non il sottinteso stesso del film. E, ad essere sincera, non trovo che questo sia un difetto. La vicenda di Lolita non ha bisogno di chissà quale grado di esplicitazione perché è già totalmente erotica e disturbante in sé.

Poi, vabbé, Lyne non ha resistito a voler far pronunciare apertamente la parola “incesto” a Lolita, il che, anche in questo caso, sa di concessione volutamente mascherata da provocazione, ma la cosa non viene forzata oltre.

Se invece parliamo di morbosità di tutta la faccenda, sì, probabilmente qui se ne trova più che nel testo ma immagino sia legato inevitabilmente alla maggior carica emozionale di Humbert. Il suo tormento qui sta prevalentemente nel non riuscire ad opporsi a qualcosa che sa essere sbagliato mentre per l’Humbert del libro a pesare di più è la preoccupazione di trascinare la storia con Lo il più a lungo possibile. Cercare di congelarla, di fermare il tempo. Anche l’Humbert-Irons ci prova, ma, per certi versi, è meno lucido.

Non so, ripeto, probabilmente mi attirerò un fitto lancio di ortaggi da parte degli estimatori di Kubrick ma trovo che questa Lolita di Lyne abbia una sua dignità indipendentemente dal fatto che, altrettanto probabilmente, è plausibile che il livello del precedente film sia nettamente superiore.

Ah sì, dimenticavo, musiche di Morricone.

E comunque, niente, adesso mi toccherà guardarmi anche la versione del ’62 così poi posso lanciarmi anch’io nei confronti.

Cinematografo & Imdb.

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