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Archive for the ‘C. Blanchett’ Category

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La storia – vera – dell’inchiesta che nel 2004 fece esplodere una bomba mediatica a ridosso delle elezioni presidenziali che vedevano George W. Bush e John Kerry in corsa per la Casa Bianca.

Mary Mapes, affermata produttrice di CBS news, e in particolare della trasmissione 60 Minuti, celebre per avere, per prima, portato alla luce il caso delle torture di Abu Ghraib (servizio che, tra l’altro, valse a CBS un Peabody Award), imbastisce un’inchiesta su quelle che paiono essere irregolarità nella carriera militare di Bush.

Seguendo un’intricata pista di informatori e documenti più o meno ufficiali, Mary porta alla luce una fitta rete di conoscenze, scambi di favori, giochi di potere. Emergono stati di servizio pieni di lacune e valutazioni mai avvenute. Viene fuori come i figli privilegiati dei potenti abbiano sistematicamente evitato il Vietnam e tra questi Bush, per il quale venne trovato il modo di farlo arrivare alla Guardia Nazionale, con un iter nebuloso e faticosamente ricostruibile.

Mary e il suo team raccolgono materiale e testimonianze scavandosi a fatica un varco nel muro di omertà che protegge tutto ciò che porta alla Casa Bianca.

Ad affiancarla e sostenerla c’è Dan Rather, il celebre anchorman di CBS news, pilastro e immagine simbolo del giornalismo americano.

Mary è forte, preparata, implacabile. Ha anni di esperienza alle sue spalle e la determinazione di ideali che, al pari di Dan, mantiene inalterati.

E la sua è una battaglia eroica, per certi versi. Contro la corruzione di un sistema che è sempre uguale a se stesso che comunque è sostanzialmente inattaccabile.

Un altro buon esempio di film che punta sul puro giornalismo investigativo.

Ricostruzione accurata, ritmo veloce e due attori che riempiono lo schermo come pochi. Dan Rather è un Robert Redford sempre impeccabile e Mary Mapes è una Cate Blanchett che riesce sempre e comunque ad essere immensa.

E se da un lato si può osservare che la sceneggiatura pecca un tantino di leggerezza nella ricostruzione forse un po’ troppo facile del background emotivo di Mary e nell’idealizzazione di una professione che, bene o male, finisce sempre avvolta da un’aura di eroismo, d’altro canto è innegabile la potenza disturbante del messaggio.

E’ amara, questa verità.

E magari gli ideali, a sentirli, potranno pure sembrare stucchevoli, ma c’è una radice profonda di umano orgoglio che li ha generati, prima che diventassero solo parole vuote.

C’è il significato profondo ed essenziale di una libertà che diamo così per scontata da non vedere quando essa viene negata.

La libertà di fare delle domande. L’obbligo morale di dare delle risposte.

Regia di James Vanderbilt – lo sceneggiatore dello Zodiac di Fincher.

Produzione australiana.

Tratto dal libro di Mary Mapes Truth and Duty: The Press, the President and the Privilege of Power.

Cinematografo & Imdb.

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…e si ricordò di avere un blog.

Serata di Golden Globes in quel di Beverly Hills ma ovviamente il mio verbo sui risultati vi arriverà solo domani.

Nel frattempo Carol.

Cinque nomination, tra cui due per miglior attrice sia a Cate Blanchett sia a Rooney Mara. E poi miglior film, miglior regia e miglior colonna sonora, che in effetti è molto bella.

Chi è Carol Aird?

Una donna di classe. Ricca, affermata. Un marito, una figlia, una bellissima casa. Siamo negli anni Cinquanta, a New York. Carol va in giro sulla sua bella macchina, avvolta nella sua pelliccia. Si muove nel mondo come se nulla potesse toccarla.

Carol è affascinante. E’ difficile non notarla.

Carol esige di essere guardata.

Therese Belivet è giovane, sensibile e non sa ancora che direzione dare alla sua vita. Scatta fotografie che accumula sotto il frigorifero senza mostrarle a nessuno, si sente a disagio di fronte ai progetti per il futuro di un fidanzato del quale non è poi così convinta, e lavora come commessa in un centro commerciale.

E’ proprio lì che si imbatte in Carol. Una bambola che non si trova più è un trenino elettrico. Un paio di guanti dimenticati sul bancone e occhi che si incrociano forse un instante di più.

Carol e Therese si incontrano per caso. E sembra farlo apposta, ma mi ritorna in mente la citazione della Winterson che leggevo il mese scorso.

Le cose importanti capitano per caso.

Carol e Therese.

Un pranzo. Un pomeriggio a casa e le note di un pianoforte.

Therese non sa bene cosa stia succedendo ma vi si lascia trasportare senza opporre resistenza.

Carol è più consapevole. Il suo matrimonio in realtà è finito. Il futuro prospetta un divorzio e il passato conserva il ricordo della sua relazione con Abby, sua amica da sempre.

Carol sa più o meno dove sta andando a cacciarsi e lo fa in modo molto più consapevole di Therese. Quello che Carol non si aspetta è di spingersi tanto oltre. Di oltrepassare il punto di non ritorno.

Quello che Carol non si aspetta è l’amore. Forte e totale. Che la lega a Therese in modo irreversibile.

Bellissimo. Triste, anche. Mi ha lasciato addosso una sensazione di malinconia che non so neanche bene a cosa imputare.

Cate e Rooney entrambe superbe. Cate è qualcosa di fenomenale nelle sue vesti da diva disillusa e dall’apparenza intoccabile e Rooney è meravigliosa nei suoi sguardi curiosi e penetranti e nell’assoluta purezza con cui vive ogni singolo istante di questa storia.

Se proprio voglio esser noiosa, ho trovato leggermente lento l’inizio ma più ripenso a questo film e più il ricordo di questa sensazione sbiadisce.

Regia di Todd Haynes.

Tratto dall’omonimo romanzo di Patricia Highsmith, che dovrò assolutamente procurarmi.

Just when it can’t get any worse, you run out of cigarettes.

Se dovessi scegliere un solo globo da assegnare non saprei onestamente quale. Sicuramente ridurrei la scelta alle due signore ma sarebbe un’ardua decisione. In certi momenti propenderei persino di più per Rooney anche perché mi ha colpito molto la difficoltà del suo ruolo accanto a quello gigantesco di Cate. E il modo in cui è riuscita a mantenerlo perfettamente equilibrato. Però non so. Cate è Cate.

Poi, per la serie Pronostici&StatisticheAcaso, è pur vero che in termini di previsioni per gli Oscar non so quanto sia probabile che Cate lo vinca di nuovo avendo preso la statuetta solo nel 2014 con Blue Jasmine. E questo potrebbe essere un motivo sia per propendere per la sua premiazione ai Globes sia per il contrario. Dipende se si vedono i Globes come fortemente anticipatori degli Oscar o meno. (Poi c’è il fattore Leonardo di Caprio che manda a farsi fottere qualsiasi ragionamento statistico ma lì si sconfina nel paranormale).

E sì, sto cazzeggiando perché voglio i risultati, ecco.

Cinematografo & Imdb.

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In uscita il 5 novembre. Lo so, il taglio del trailer è forse un filo troppo drammatico ma confidiamo in Julianne Moore (e anche nel resto del cast, che comunque è egregio).

Questo invece arriva l’11 febbraio.

Diretto da Todd Haynes (Velvet Godlmine) e tratto da Patricia Highsmith.

Miglior interpretazione femminile a Rooney Mara a Cannes di quest’anno.

Uscita per il 26 novembre. Remake de La Piscina di Jacques Deray, del ’69. Mi incuriosisce. E non solo perché c’è Tilda Swinton. In concorso a Venezia di quest’anno.

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Niente rivisitazioni, niente rivelazioni di retroscena inaspettati con conseguenti ribaltamenti buoni-cattivi, niente psicologizzazioni appiccicate più o meno opportunamente. Classica fiaba vecchia maniera. In particolare, classica fiaba Disney, che a sua volta deriva dalla versione di Perrault (non da quella dei fratelli Grimm come spesso si crede).

Rispetto alla versione del cartone animato del 1950, viene dato un po’ più di spazio all’antefatto. Si vede l’infanzia felice di Cenerentola, il forte legame con il padre dopo la morte della madre, l’arrivo della matrigna e delle sorellastre a turbare l’equilibrio fino alla notizia della morte del padre. E sì, viene caratterizzato un po’ di più anche il principe, ma per il resto non ci sono differenze sostanziali nella strutturazione della storia.

La regia di Kenneth Branagh, le scenografie di Dante Ferretti e l’interpretazione fenomenale di Cate Blanchett nei panni della matrigna (bellissima e diabolica) rendono questa versione cinematografica della fiaba un piccolo gioiello del suo genere.

Visivamente molto bello, curato e precisissimo senza eccessi o ostentazioni. Effetti speciali limitati al minimo indispensabile – vale a dire ai topini amici di Cenerentola e alla scena della carrozza – e resi in modo estremamente naturale – al di là del fatto che i topolini sono fatti benissimo, io mi sono perdutamente innamorata dei cavalli con le orecchie da topo nell’ultima parte della trasformazione. Sono troppo buffi e sembrano terribilmente veri!

Da piccola sono cresciuta con le fiabe Disney e se il risvolto del Principe Azzurro non ha mai fatto granché presa sul mio immaginario, tutto il filone degli amici animaletti ricordo che mi piaceva da matti. Se avessi visto allora questi topicavalli penso che sarei pesantemente andata in fissa per averne uno.

Bella anche Helena Bonham-Carter nel ruolo della Fata Madrina.

Cenerentola è interpretata da Lily James che no avevo mai visto altrove ma che sta bene nella parte perché è carina senza voler essere esageratamente superbella e riesce a reggere il personaggio in equilibrio, mantenendone i tratti giustamente romantici senza diventare stucchevole.

Un film garbato e divertente.

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E figuriamoci se non arrivava anche lei. La cosa non sorprende.

Però c’è da dire che qui la regia è di Kenneth Branagh, il che fa ben sperare. E poi è vero che c’è Cate Blanchett che fa la matrigna ma non pare ci siano particolari intenti riabilitativi, quanto meno a vedere il trailer. Anche perché rendermi affascinante la matrigna di Cenerentola la vedo dura.

In arrivo a marzo.

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Il giudizio generale si può tranquillamente riassumere in: mpf.

Non che sia un film brutto. Solo non è niente di che. E’ carino, è curiosa la storia, loro sono tutti molto bravi ma niente di più. Non che mi aspettassi chissà cosa, sia chiaro, solo che, nel complesso, l’ho trovato un po’ inutile. E anche un po’ sprecata la regia di George Clooney.

In effetti, sulla carta, la storia – basata su fatti realmente accaduti – suona interessante. E’ una di quelle vicende rimaste relativamente ai margini della narrazione storica perché soffocate dall’enormità delle vicende belliche vere e proprie. Una di quelle storie collaterali, ma non per questo poco importanti.

Siamo poco dopo lo sbarco in Normandia e un gruppo di esperti d’arte, guidato dall’ufficiale americano Frank Stokes parte per un’improbabile caccia al tesoro per recuperare l’immenso patrimonio di opere d’arte trafugato dai nazisti in tutta Europa. Una corsa contro il tempo, perché Hitler, ormai alle strette, ha dato ordine di distruggere tutto quello che rischia di andare perduto, perché i Russi che riescono a mettere le mani su parte di quel bottino non hanno nessuna intenzione di restituirlo ai legittimi proprietari e perché nello stesso esercito americano, fondamentalmente non frega niente a nessuno della missione di questi Monuments Men, come loro stessi si sono ribattezzati.

Il materiale di partenza, quindi, come dicevo, non è male. Poteva venire fuori anche una cosa interessante.

Solo che il risultato è un po’ un flop. Il film non decolla mai veramente. Chiaramente Clooney non ha voluto insistere su scene di guerra vere e proprie e le poche che ci sono risultano incredibilmente goffe. Si capisce che l’intenzione sarebbe quella di un bilanciamento tra la simpatia cameratesca dei membri della squadra e il pathos di alcuni momenti particolarmente significativi che servono a ricondurre il tutto alle dimensioni effettive dell’orrore della seconda guerra mondiale, ma i due piani non si amalgamano molto bene, con l’effetto di rendere il tutto un po’ slegato. Le dinamiche tra di loro sono ragionevolmente divertenti, anche se è impossibile non notare che i siparietti Clooney-Damon portano sfacciatamente il marchio Ocean,  forse persino un po’ troppo. I momenti di maggior tensione emotiva – la perdita di alcuni compagni, il ritrovamento dei denti d’oro degli ebrei – sono forse un po’ troppo affrettati, con effetto controproducente per un reale coinvolgimento.

Il filone principale della storia si svolge in modo forse eccessivamente lineare, senza particolari picchi.

Ripeto, non è che sia uscita dal cinema scontenta di averlo visto, e neanche particolarmente delusa, solo molto indifferente.

Nel cast c’è anche Cate Blanchett, in una parte relativamente minore, e questo è comunque un bene.

Bill Murray invecchia veramente male mentre Matt Damon pare che ormai si sia ibernato e non cambia più dai tempi di Bourne.

E il fatto che io sia qui a disquisire dello stato di conservazione del cast suggerisce che non c’è poi molto altro da dire.

Un film da tempo perso.

Non saprei neanche dire se sia il caso di parlare di occasione sprecata, per quel che riguarda il soggetto. Forse nelle mani di un regista meno posato – e più visceralmente americano – di Clooney avrebbe potuto venir fuori l’ennesima vicenda super eroica, enfatizzata e amplificata, ma non so se sarebbe stato poi meglio.

Cinematografo & Imdb.

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Miglior film

  • 12 anni schiavo (12 Years a Slave), regia di Steve McQueen
  • American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle), regia di David O. Russell
  • Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips), regia di Paul Greengrass
  • Dallas Buyers Club, regia di Jean-Marc Vallée
  • Gravity, regia di Alfonso Cuarón
  • Lei (Her), regia di Spike Jonze
  • Nebraska, regia di Alexander Payne
  • Philomena, regia di Stephen Frears
  • The Wolf of Wall Street, regia di Martin Scorsese

Miglior regia

  • Alfonso Cuarón – Gravity
  • Steve McQueen – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Alexander Payne – Nebraska
  • David O. Russell – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Martin Scorsese – The Wolf of Wall Street

Miglior attore protagonista

  • Matthew McConaughey – Dallas Buyers Club
  • Christian Bale – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Bruce Dern – Nebraska
  • Leonardo DiCaprio – The Wolf of Wall Street
  • Chiwetel Ejiofor – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)

Miglior attrice protagonista

  • Cate Blanchett – Blue Jasmine
  • Amy Adams – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Sandra Bullock – Gravity
  • Judi Dench – Philomena
  • Meryl Streep – I segreti di Osage County (August: Osage County)

Miglior attore non protagonista

  • Jared Leto – Dallas Buyers Club
  • Barkhad Abdi – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Bradley Cooper – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Michael Fassbender – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Jonah Hill – The Wolf of Wall Street

Migliore attrice non protagonista

  • Lupita Nyong’o – 12 anni schiavo (12 Years a Slave)
  • Sally Hawkins – Blue Jasmine
  • Jennifer Lawrence – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Julia Roberts – I segreti di Osage County (August: Osage County)
  • June Squibb – Nebraska

Migliore sceneggiatura originale

  • Spike Jonze – Lei (Her)
  • David O. Russell e Eric Warren Singer – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Woody Allen – Blue Jasmine
  • Craig Borten e Melisa Wallack – Dallas Buyers Club
  • Bob Nelson – Nebraska

Migliore sceneggiatura non originale

  • John Ridley – 12 anni schiavo
  • Richard Linklater, Julie Delpy e Ethan Hawke – Before Midnight
  • Billy Ray – Captain Phillips – Attacco in mare aperto
  • Steve Coogan e Jeff Pope – Philomena
  • Terence Winter – The Wolf of Wall Street

Miglior film straniero

  • La grande bellezza, regia di Paolo Sorrentino (Italia)
  • Alabama Monroe – Una storia d’amore (The Broken Circle Breakdown), regia di Felix Van Groeningen (Belgio)
  • Il sospetto (Jagten), regia di Thomas Vinterberg (Danimarca)
  • The Missing Picture, regia di Rithy Panh (Cambogia)
  • Omar, regia di Hany Abu-Assad (Palestina)

Miglior film d’animazione

  • Frozen – Il regno di ghiaccio (Frozen), regia di Chris Buck e Jennifer Lee
  • I Croods (The Croods), regia di Kirk De Micco e Chris Sanders
  • Cattivissimo me 2 (Despicable Me 2), regia di Pierre Coffin e Chris Renaud
  • Ernest & Celestine, regia di Stéphane Aubier, Vincent Patar e Benjamin Renner
  • Si alza il vento (Kaze tachinu), regia di Hayao Miyazaki

Migliore fotografia

  • Emmanuel Lubezki – Gravity
  • Philippe Le Sourd – The Grandmaster
  • Bruno Delbonnel – A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)
  • Phedon Papamichael – Nebraska
  • Roger Deakins – Prisoners

Miglior scenografia

  • Catherine Martin e Beverley Dunn – Il grande Gatsby (The great Gatsby)
  • Judy Becker e Heather Loeffler – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Andy Nicholson, Rosie Goodwin e Joanne Woollard – Gravity
  • K.K. Barrett e Gene Serdena – Lei (Her)
  • Adam Stockhausen e Alice Baker – 12 anni schiavo (12 years a slave)

Miglior montaggio

  • Alfonso Cuarón e Mark Sanger – Gravity
  • Jay Cassidy, Crispin Struthers e Alan Baumgarten – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • Christopher Rouse – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • John Mac McMurphy e Martin Pensa – Dallas Buyers Club
  • Joe Walker – 12 anni schiavo (12 years a slave)

Migliore colonna sonora

  • Steven Price – Gravity
  • Win Butler e Owen Pallett – Lei (Her)
  • Alexandre Desplat – Philomena
  • Thomas Newman – Saving Mr. Banks
  • John Williams – Storia di una ladra di libri (The Book Thief)

Migliore canzone

  • Let it Go, musica e parole di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez – Frozen – Il regno di ghiaccio
  • Happy, musica e parole di Pharrell Williams – Cattivissimo me 2 (Despicable Me 2)
  • The Moon Song, musica e parole di Karen O e Spike Jonze – Lei (Her)
  • Ordinary Love, musica e parole di Paul Hewson, David Evans, Adam Clayton, Larry Mullen e Paul Hewson – Mandela: Long Walk to Freedom

Migliori effetti speciali

  • Tim Webber, Chris Lawrence, Dave Shirk e Neil Corbould – Gravity
  • Joe Letteri, Eric Saindon, David Clayton e Eric Reynolds – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Roger Guyett, Patrick Tubach, Ben Grossmann e Burt Dalton – Into Darkness – Star Trek
  • Christopher Townsend, Guy Williams, Erik Nash e Dan Sudick – Iron Man 3
  • Tim Alexander, Gary Brozenich, Edson Williams e John Frazier – The Lone Ranger

Miglior sonoro

  • Skip Lievsay, Niv Adiri, Christopher Benstead e Chris Munro – Gravity
  • Chris Burdon, Mark Taylor, Mike Prestwood Smith e Chris Munro – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Skip Lievsay, Greg Orloff e Peter F. Kurland – A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis)
  • Christopher Boyes, Michael Hedges, Michael Semanick e Tony Johnson – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Andy Koyama, Beau Borders e David Brownlow – Lone Survivor

Miglior montaggio sonoro

  • Glenn Freemantle – Gravity
  • Steve Boeddeker e Richard Hymns – All Is Lost
  • Oliver Tarney – Captain Phillips – Attacco in mare aperto (Captain Phillips)
  • Brent Burge – Lo Hobbit – La desolazione di Smaug
  • Wylie Stateman – Lone Survivor

Migliori costumi

  • Catherine Martin – Il grande Gatsby (The great Gatsby)
  • Michael Wilkinson – American Hustle – L’apparenza inganna (American Hustle)
  • William Chang Suk Ping – The Grandmaster
  • Michael O’Connor – The Invisible Woman
  • Patricia Norris – 12 anni schiavo (12 years a Slave)

Miglior trucco e acconciatura

  • Adruitha Lee e Robin Mathews – Dallas Buyers Club
  • Stephen Prouty – Jackass Presents: Bad Grandpa
  • Joel Harlow e Gloria Pasqua-Casny – The Lone Ranger

 Miglior documentario

  • 20 Feet from Stardom, regia di Morgan Neville
  • The Act of Killing, regia di Joshua Oppenheimer e Signe Byrge Sørensen
  • Cutie and the Boxer, regia di Zachary Heinzerling e Lydia Dean Pilcher
  • Dirty Wars, regia di Richard Rowley e Jeremy Scahill
  • The Square, regia di Jehane Noujaim e Karim Amer

Miglior cortometraggio documentario

  • The Lady in Number 6: Music Saved My Life, regia di Malcolm Clarke e Nicholas Reed
  • CaveDigger, regia di Jeffrey Karoff
  • Facing Fear, regia di Jason Cohen
  • Karama Has No Walls, regia di Sara Ishaq
  • Prison Terminal: The Last Days of Private Jack Hall, regia di Edgar Barens

Miglior cortometraggio

  • Helium, regia di Anders Walter e Kim Magnusson
  • Aquel No Era Yo (That Wasn’t Me), regia di Esteban Crespo
  • Avant Que De Tout Perdre (Just Before Losing Everything), regia di Xavier Legrand e Alexandre Gavras
  • Pitääkö Mun Kaikki Hoitaa? (Do I Have to Take Care of Everything?), regia di Selma Vilhunen e Kirsikka Saari
  • The Voorman Problem, regia di Mark Gill e Baldwin Li

Miglior cortometraggio d’animazione

  • Mr. Hublot, regia di Laurent Witz e Alexandre Espigares
  • Feral, regia di Daniel Sousa e Dan Golden
  • Possessions, regia di Shuhei Morita
  • Room on the Broom, regia di Max Lang e Jan Lachauer
  • Tutti in scena! (Get a Horse!), regia di Lauren MacMullan e Dorothy McKim

Che dire, sono mediamente soddisfatta. E il mediamente deriva dal fatto che con ben 7 statuette Gravity risulta il film più premiato di questa edizione. E se ancora posso passare sopra le nomination tecniche, miglior regia a Cuaròn per quella roba lì proprio non mi va giù. Di sicuro scala rapidamente la mia personale classifica dei film più immeritatamente premiati della storia degli Oscar.

Anyway. Ci sono invece molti altri motivi di grande giubilo.

Primo fra tutti, le due assegnazioni per Dallas Buyers. Sono spudoratamente felice che abbiano dato le statuette a quei due. Perché i loro personaggi (soprattutto Rayon) sono meravigliosi e perché quello è sicuramente uno dei migliori film dell’anno e, se fosse stato per me, gli avrei dato anche qualcos’altro. L’unico neo della faccenda è l’enorme delusione per Di Caprio che, dal canto suo, si avvia a diventare l’attore con il maggior numero di candidature a vuoto della storia di Hoollywood. Scherzi a parte, come avevo probabilmente già espresso, con tutti i film bellissimi che Di Caprio ha fatto – prevalentemente con Scorsese ma non solo – probabilmente Wolf of Wall Street era il meno adatto a portargli il riconoscimento. Soprattutto vista la concorrenza. Resta il fatto che mi dispiace. Mi è dispiaciuto il suo sorriso rigido. L’abbraccio di McConaughey. Lo sguardo di Scorsese. E anche un po’ la mia dash di tumblr invasa da gif che prendono per il culo Leo, ma vabbè.

Altra grande soddisfazione per Cate Blanchett. Premio meritatissimo.

Sono anche contenta per il fatto che 12 anni schiavo è stato premiato ma senza eccessi, senza lasciarsi trascinare dall’emotività della storia vera e dell’ingiustizia storica. Lupita Nyong’o è stata bellissima e commovente nel ritirare il suo premio. E a questo punto ci sarebbe da aprire una lunga parentesi sull’argomento premiazioni&commozione perché di anno in anno devo purtroppo constatare che la mia emotività non mi permette di assistere dignitosamente ad una qualsivoglia premiazione: appena qualcuno comincia a ringraziare io scoppio in singhiozzi. In effetti è anche piuttosto seccante. Va da sé che i discorsi di Jared e Matthew mi hanno ammazzata. Che poi. C’entrerà poco, ma vogliamo spendere due secondi ad ammirare la mamma di Jared? Io la trovo meravigliosa. E sì, sono consapevole del fatto che in questo momento potrei sembrare una comunissima fan dei 30 seconds ma no, abbiate fiducia, è l’emozione del momento, ora mi ripiglio.

Fortuna che poi è arrivato Sorrentino a stemperare un po’ il pathos delle assegnazioni. Non che non sia contenta per il suo premio eh, solo che la sua acceptance è stata un filino imbarazzante, con la lista dei ringraziamenti snocciolata a memoria alla velocità della luce (ok, a parte McConaughey parlavano tutti piuttosto in fretta ed erano tutti parecchio nervosi, è vero) e con una pronuncia dei tenchiù che faceva venire i brividi. Stasera mi deciderò finalmente anche a vederla questa Grande Bellezza.

Grande insoddisfatto risulta American Hustle, ma, in proporzione, mi aveva stupito di più l’elevato numero di nominations. Avrebbero potuto dargli almeno miglior regia. O avrebbero potuto darlo anche a Nebraska. O anche al nipote di Ellen DeGeneres, per quel che mi riguarda, qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di Gravity.

Sono anche molto contenta per i due premi a Baz Luhrman per il suo Gatsby.

Nel complesso è stata una bella edizione. Red carpet forse non dei più sfarzosi ma interessante. Impagabile Jennifer Lawrence che si è di nuovo quasi stesa appena messo piede sul carpet e che – subito intervistata sull’accaduto – ha liquidato la cosa dicendo che almeno stavolta era intonata al pavimento, visto il suo bellissimo abito rosso. Io la adoro.

Laura Dern ha accompagnato il papà.

Ad un certo punto è spuntata fuori Goldie Hawn e io ho istintivamente pensato di informarmi su come stesse Bing, ma questi son problemi miei.

Ho sinceramente sghignazzato per la faccenda delle pizze da asporto prima della cerimonia vera e propria e ho provato moti di sincero affetto per l’entusiasmo di Ellen – selfie da collezione compresa.

Basta, mi fermo sennò tra un po’ mi ritrovo a squittire su quanto era bello il vestito di Charlize (ma quanto era bello?!?). Ok, sì vado.

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Amo Woody Allen, questo è noto a tutti. E tendo a volergli bene anche quando mi delude e quando tira fuori quelle che effettivamente sono un po’ delle cagate, come Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni e, in parte, To Rome With Love – che se pure non mi era dispiaciuto al tempo, ripensandoci ha parecchio che non va.

Tuttavia, negli ultimi anni mi ero un po’ rassegnata all’idea che difficilmente avrebbe più proposto qualcosa di davvero nuovo. Certo, dell’ultimo periodo fanno parte Midnight in Paris e Basta che funzioni che sono dei gioiellini, però non hanno una reale carica innovativa. Non so come spiegarlo, ma è come se fossero solo l’eco dell’effettiva potenza creativa di Allen.

Blue Jasmine mi ha stesa.

Ne avevo sentito parlare bene, e tuttora è quasi impossibile capire cosa sta uscendo in sala, talmente sono tutti ossessionati dallo sperticarsi in lodi per Jasmine, ma sinceramente non mi aspettavo un lavoro simile.

E’ Allen, è riconoscibilissimo, ma, allo stesso tempo, riesce a staccarsi dai suoi consueti ménage relazionali per mettere in scena una vicenda indefinibile, costruita talmente bene che non te ne accorgi, non la senti veramente arrivare.

Jasmine, ricca e sofisticata newyorkese, viene lasciata in bancarotta dal marito e si trasferisce a casa della sorella a San Francisco per cercare di mettere ordine nella sua vita. Questa è la trama breve.

La trama lunga è Jasmine che, piombando nella vita di sua sorella, finisce con l’intromettersi nella relazione di quest’ultima con il suo compagno, Chili (Bobby Cannavale); sono i continui flash back che forniscono scorci sempre più dettagliati del passato di Jasmine; sono gli sproloqui di Jasmine sempre sbronza o sotto psicofarmaci; sono i pezzi di conversazioni non concluse, le allusioni, il dubbio che viene insinuato. Due sorelle adottate, una diversa dall’altra che di più non si potrebbe pensare. Le città – che per Allen non si può prescindere dalle città che sceglie – nell’ennesimo confronto Est Coast – West Coast, New York vs. San Francisco.

Cate Blanchett nel ruolo di Jasmine è qualcosa di spettacolare. Jasmine è un personaggio totalizzante. E’ più che protagonista del film. Ne è il fulcro, il metro di giudizio, il fattore di equilibrio. Tutto ruota intorno a lei. E’ un personaggio difficile da inquadrare fin da subito perché non è che ti stia proprio simpatica già nella prima scena, ma è comunque un personaggio per il quale si sviluppa una forte empatia. E’ un capolavoro di passiva-aggressiva e di un’altra decina di patologie psichiche sempre tanto care al buon vecchio Woody.

Alec Baldwin molto adatto al ruolo del marito di Jasmine, ricco, spaccone, con quella spocchia da soldi sempre pronta ad essere sbattuta in faccia a tutti.

Ginger, la sorella di Jasmine, è interpretata da un’ottima Sally Hawkins che, per modi di gesticolare e parlare, sembra voglia incarnare uno di quei personaggi che fino a qualche anno fa avrebbe interpretato Allen stesso.

Da vedere assolutamente. Non so se assegnerei addirittura la statuetta a Cate ma di sicuro la sua interpretazione esige almeno la candidatura.

Cinematografo & Imdb.

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Com’è curioso tenere un diario: le cose che vi si tacciono sono più importanti di quelle che vi si annotano.”

Questo è quello che dice Simone De Beauvoir in Una donna spezzata e ho sempre pensato che fosse una grande verità.

Per quanto ci sforziamo di essre sinceri, siamo noi stessi le persone a cui raccontiamo il maggior numero di palle.

E un diario, per quanto cominciato con le migliori intenzioni, finisce quasi inevitabilmente per trasformarsi nel luogo dell’insincerità per eccellenza, lasciando piuttosto spazio all’immagine che vorremmo avere di noi stessi a discapito di quello che realmente siamo.

Sheba Hart è una giovane e bella insegnante di arte che comincia a lavorare in un liceo alla periferia di Londra. Sposata con un suo ex professore universitario, due figli, una bella villa nella parte ricca della città.

Barbara Covett è un’attempata signora ormai prossima alla pensione che insegna nello stesso liceo. Sola, se non si conta la gatta. Piccolo appartamento in periferia. E i suoi diari.

Fin dall’inizio la voce narrante è quella di Barbara. Ma non esattamente la sua. Quella del suo diario. Tutta la vicenda è filtrata da quello che lei racconta e annota sulle pagine. Tutto è visto attraverso la sua percezione della realtà

E fin dall’inizio è evidente che c’è qualcosa che non torna. Uno sfasamento, una spaccatura tra quello che si vede e quello che si ascolta.

In tono con la risentita dichiarazione di solitudine con cui il monologo si apre, la voce di Barbara è dura, cinica, ostentatamente distaccata e indifferente. Pare che annoti per amor di cronaca, per passare il tempo, ma gradualmente emerge una sorta di progetto, di schema, al quale lei sta adattando la realtà degli avvenimenti, distorcendoli.

In particolar modo amplifica e fraintende (anche se forse non è neanche esatto come termine) le dinamiche relazionali tra lei Sheba, trasformando un’amicizia cordiale e poco più che formale nelle premesse di una relazione sentimentale.

Ed è sempre attraverso il vetro opaco di un presunto e mal interpretato rapporto di coppia che emergono anche i tratti della relazione pericolosa – questa fin troppo reale –  di Sheba con un suo studente, ancora minorenne.

Mi è sempre piaciuto tantissimo il modo in cui si incrociano le due storie. Perchè di fatto non hanno niente in comune, se non la volontà di Barbara di renderle in qualche modo correlate.

La volontà di Barbara, che deforma la realtà piegandola a quello che vorrebbe vedere e che agisce di conseguenza, in base a parametri che di fatto esistono solo nella sua mente.

Barbara è sicuramente il personaggio migliore del film. Non mi piace. Non è fatta per piacere. E riesce a distruggere anche quel poco di empatia che si potrebbe provare nei suoi confronti. Però è costruita magistralmente.

E’ un capolavoro di doppiezza a livelli sempre più profondi e radicati e questo la rende inevitabilmente crudele. Crede a quello che si racconta? Crede alle dinamiche relazionali che solo lei vede? Sì, indubbiamente sì. E trascrive su infiniti diari quello che crede di vivere per averne continua conferma. Per convincere e confortare prima di tutto se stessa.

Fa pena, Barbara, chiusa in una solitudine che si è costruita con le sue stesse mani e che, di fatto, difende più di quanto le piaccia ammettere; arroccata nella sua parte di perenne incompresa. E’ piena di rancore verso tutti quelli che la circondano e che lei presumibilmente incolpa di qualche non meglio identificato torto subito. Probabilmente anche del suo isolamento. E’ ostile verso chiunque provi ad essere gentile con lei.

Farebbe pena, Barbara, se non fosse una tale stronza manipolatrice.

Non ha mai accettato la sua omosessualità e ha sempre cercato di viverla senza dichiararla apertamente neanche con se stessa. Si indigna, piena di cattiveria, verso chi, come la sorella, senza malizia o pregiudizio alcuno, provi invece ad alludervi esplicitamente. Vuole strappare relazioni dove non ci sono, elargire sentimenti dall’alto della sua superiorità. Il suo concetto di amore si sovrappone pericolosamente a quello di dominio.

Frutto di un’educazione repressiva e di condizionamenti ai quali non ha saputo ribellarsi? Viene fatto un solo rapido accenno alla sua giovinezza ma non se ne trae abbastanza per capire. E se anche qualcosa potesse intravedersi come spiegazione, non sarbbe comunque una giustificazione.

Judi Dench è fantastica nel ruolo. Le espressioni smarrite, nelle quali si intravede forse una ragazzina incapace di accettare quello che desidera, il bisogno disperato di affetto a tutti i costi, di qualcuno da amare. E poi la crudeltà, il gelo, l’ossessione insana.

Barbara, a conti fatti, è una figura profondamente triste. Ma non di quella tristezza che ti muove a compassione. Un esserino patetico, di fronte al quale non si può fare altro che scuotere la testa.

Un esserino patetico e senza speranza.

Anche Cate Blachett nei panni di Sheba è meravigliosa, al di là delle ovvie considerazioni estetiche. Fragile e fondamentalmente impreparata a tutto, Sheba non intuisce quello che sta succedendo con Barbara ma non capisce neanche fino in fondo quello che sta vivendo nella sua improbabile infatuazione per Steven, il suo allievo quindicenne.

Se lo si guarda dall’esterno, il personaggio di Sheba potrebbe forse essere un insieme fin troppo prevedibile di pillole di psicologia a buon mercato. Sostanzialmente immatura, con una madre che ammazzerebbe l’autostima a chiunque, un padre-modello ormai scomparso e un marito che, guarda caso, potrebbe essere suo padre, sembra abbia bisogno di recuperare qualcosa che ha perso, anche se non sa bene cosa e dove e sbaglia con l’ingenuità di un’adolescente.

La realtà è che però, nonostante i possibili luoghi fin troppo comuni, Sheba è vera e credibile. Va a lei tutta l’empatia che non si riesce a dare a Barbara.

Bill Nighy nei panni del marito, ed è sempre un piacere.

Andrew Simpson nei panni del quindicenne sedotto (?) che all’epoca delle riprese di anni ne aveva 16 contro i 36 di Cate – e, ora ridete pure finché volete, ma io non posso fare a meno di pensare tutte le volte a che botta di culo ha avuto quel ragazzino ad ottenere quella parte.

Colonna sonora di Philip Glass per la quale il film ha avuto nel 2007 una nomination agli Oscar insieme a quelle per miglior attrice protagonista e non protagonista e sceneggiatura non originale. Regia di Richard Eyre, tratto dal romanzo La donna dello scandalo di Zoë Heller, che prima o poi mi recupererò.

Da vedere e rivedere tantissime volte.

Cinematografo & Imdb.

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