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Archive for the ‘G. Close’ Category

Joe e Joan Castleman. Una coppia perfetta. Una di quelle coppie d’altri tempi, affiatate da una vita.

Lui, affermato scrittore in lista per il premio Nobel. Lei, moglie devota e madre amorevole.

E poi il Nobel arriva davvero.

E quello che dovrebbe essere il coronamento del lavoro di una vita diventa la classica goccia che fa traboccare il vaso della sopportazione di Joan.

Joan che è tutto quello che il copione della sua vita prevede che sia.

Joan che è il perfetto staff di supporto per Joe, con le pillole pronte, le parole di sostegno e l’attenzione che non gli rimangano briciole sulla barba.

Joan che si ricorda i nomi dei personaggi dei libri di Joe anche meglio di lui.

Joan che tollera le scappatelle di Joe.

Si potrebbe dire che tutti i matrimoni sono una forma di compromesso, più o meno bilanciato per le parti a seconda dei casi. Ma per Joan lo squilibrio della situazione è diventato insostenibile e si trova di colpo a dover fare i conti con ciò che ha accettato e sopportato da sola per una vita intera.

Un contratto a senso unico. Una spirale discendente cui non è stata in grado di sottrarsi.

Regia di Björn Runge per un film ben calibrato ma amarissimo su quanto i rapporti possano diventare delle vere e proprie trappole.

La storia di un inganno lungo una vita intera.

E, se da un lato si può trovare la pecca di una certa forzatura in alcuni aspetti della vicenda, il tutto viene compensato dalla fenomenale interpretazione di una Glenn Close di cui si sentiva la mancanza in un ruolo così complesso, sottile e tormentato.

Golden Globe come miglior attrice in un film drammatico e nomination come miglior attrice protagonista agli Oscar.

Lui è Jonathan Pryce, come sempre ottimo, e abbiamo anche Christian Slater nel ruolo di un giornalista che, complice anche la montatura degli occhiali, sembrava Daniel Molloy (quello di Intervista col Vampiro) 20 anni (24 per l’esattezza) dopo. Particina anche per Max Irons nei panni del figlio della coppia e con la voce – un po’ sprecata in verità – di Christian Iansante.

Cinematografo & Imdb.

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Tratto – mi par di capire abbastanza fedelmente – da E’ un problema di Agatha Christie, uno dei romanzi della scrittrice non appartenenti alle serie di Miss Murple o Poirot, Mistero a Crooked House – in originale solo Crooked House e grazie alle traduzioni italiane che come sempre ci conducono per mano come idioti – dicevo, Mistero a Crooked House è un bel mistery classico e senza fronzoli.

Siamo alla fine degli anni Cinquanta in Inghilterra.

Il noto miliardario greco Aristide Leonides muore in casa propria, per un errato scambio delle fiale delle iniezioni.

Nella grande tenuta dei Leonides vivono in molti. La sorella della prima moglie di Aristide, Lady Edith (Glenn Close), i figli di Aristide con le loro rispettive mogli e figli, il precettore per l’istruzione privata dei ragazzi, la tata per la più piccola tra i nipoti e la nuova giovane moglie di Aristide.

La nipote Sophia, non è convita che si sia trattato di un incidente. Pensa che qualcuno abbia ucciso il nonno e che quel qualcuno sia ancora in casa.

Si rivolge a Charles Hayward (Max Irons), giovane investigatore privato con il quale aveva precedentemente intrecciato una relazione poi naufragata.

Charles è titubante nell’accettare l’incarico ma il nome dei Leonides è garanzia di visibilità e la sua carriera investigativa non sta esattamente decollando. E poi non sembra essere del tutto immune al fascino di Sophia.

Entra quindi nell’intricato microcosmo della famiglia Leonides e la regia misurata di Gilles Paquet-Brenner – unitamente al contributo sempre valido di Julian Fellowes alla sceneggiatura – mette in scena in modo preciso e impeccabile tutto il balletto rituale della presentazione dei personaggi.

Le conoscenze formali, la sfilata dei ruoli e la progressiva caduta delle maschere. Il graduale allargarsi del quadro man mano che i dettagli aumentano e vanno ad arricchire gli scenari possibili.

Il tutto in perfetto stile noir, senza strafare, senza ammiccare ai meccanismi fin troppo inflazionati del thriller più contemporaneo.

Un buon ritmo e un cast altrettanto valido. Oltre all’ovviamente ottima Glenn Close, troviamo Dana Scully Gillian Anderson nel ruolo di una nuora svampita, Christina Hendricks nei panni della nuova moglie, Julian Sands, figlio insoddisfatto e Terence Stamp, ispettore di Scotland Yard.

Cinematografo & Imdb.

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– Now, yes or no? It’s up to you, of course. I will merely confine myself to remarking that a “no” will be regarded as a declaration of war. A single word is all that’s required.

– All right. War.

Questo è un altro di quei film che mi causano rimembranze.

Il che vuol dire che, probabilmente, è in arrivo qualche (sicuramente) inopportuna carrettata di cazzi miei.

Perché è un altro di quei film irrimediabilmente legati ad un periodo preciso della mia vita.

Perché è un altro di quei film che ho visto un numero imbarazzante di volte e che potrei recitare a memoria.

Perché per un po’ di anni, quando non cercavo di trasformarmi in Lestat, cercavo di diventare Valmont.

Non la Marchesa, no, no. Che è meravigliosa, forte, perfetta. Ma è pur sempre una donna ed è un tale cliché puntare ad un personaggio femminile, se sei già femmina tu. A meno che il personaggio in questione non sia Lady Oscar, ma qui si finisce col divagare troppo.

It’s beyond my control.

Perché è uno di quei rari casi in cui amo più il film del libro – per quanto il romanzo sia geniale.

Perché è fisicamente impossibile non essere attratti dalla perfetta, affascinante, superiore crudeltà dei due protagonisti. E sì, dovrebbe sfiorarmi il dubbio che l’insana fascinazione verso un certo tipo di personaggi possa essere un mio problema. Ma anche no.

You’ll find the shame is like the pain, you only feel it once.

Le relazioni pericolose ha fatto epoca per due volte.

Nel 1782, quando de Laclos pubblica il suo romanzo epistolare e le torbide vicende dei due dissoluti seduttori della nobiltà settecentesca, il Visconte di Valmont e la Marchesa de Merteuil, diventano un capolavoro assoluto della letteratura francese.

Nel 1988, quando Stephen Frears lo porta sullo schermo attraverso la magistrale sceneggiatura di Christopher Hampton e, con un cast spettacolare e un raro stato di grazia a calibrare perfettamente ogni elemento, riesce a imporre un film in costume e apparentemente fuori tempo e a renderlo un cult che costituisce quasi un genere a sé stante.

I salotti del Settecento. La nobiltà vuota e annoiata. La patina affascinante e immancabilmente snaturata di quell’epoca che, parlando di alta società (anche perché altrimenti la precisazione avrebbe poco senso), non tiene mai conto del fatto che il Settecento rappresentò uno dei maggiori picchi in negativo per quanto riguarda le condizioni igieniche: erano sporchi, sì, e tutto quel belletto e quegli abiti in cui si bardavano non giovavano certo alle condizioni d’insieme. Ma non importa. Perché ancora adesso guardo quel film e dico cazzo, quanto avrei voluto vivere lì.

I rituali di una società schiava di se stessa e della sua immagine. Le avvisaglie di una decadenza imminente, dietro i grandi fasti.

La trasgressione. Cercata con metodo; tanto più estrema quanto più rigida era la morale dominante. Ma anche il dubbio che si insinua al di sotto di tutta questa messa in scena. Il dubbio che, appunto, non si tratti d’altro che di questo: una bella recita in cui tutti sanno tutto ma tutti fanno finta di niente. Tutti stanno al gioco.

E alla fine di questo si tratta, fondamentalmente.

Un gioco tra due menti brillanti e annoiate. Frustrate dalla vacuità dell’ambiente in cui si muovono. Immature e geniali allo stesso tempo.

Un gioco il cui premio è il piacere, certo, ma ancora più che il piacere carnale è quello della conquista. E’ il potere. E’ la trasgressione impunita.

Un gioco perfetto e crudele di due menti che si ritengono – e per molti versi sono – superiori alla mediocrità che li circonda. Mediocrità che include anche tutto ciò che implica dei sentimenti.

Vanity and happiness are incompatible.

La Marchesa de Merteuil e il Visconte di Valmont, Glenn Close e il miglior John Malkovich che abbia mai calpestato le scene. Una coppia perfetta sotto tutti i punti di vista. Come personaggi e come interpreti. Nessuno dei due è canonicamente bello ma entrambe le interpretazioni incarnano ogni sfumatura della parola fascino.

In mezzo a loro, le pedine del loro gioco, gli ostacoli che si creano da soli, gli obiettivi che si propongono di raggiungere. Perché semplicemente stare insieme non sarebbe all’altezza delle loro pretese.

Il loro ego esige continue prove di supremazia. Il loro ego esige potere sull’altro, prima ancora che l’altro stesso.

When one woman strikes at the heart of another she seldom misses, and the wound is invariably fatal.

Queste pedine inconsapevoli sono Madame de Tourvel – una Michelle Pfeiffer che, come gli altri due, è perfetta sotto ogni aspetto – Cecìl de Volanges – Uma Thurman appena diciottenne – e il Cavaliere Danceny – un Keanu Reeves non molto più vecchio.

When I came out into society I was 15. I already knew that the role I was condemned to, namely to keep quiet and do what I was told, gave me the perfect opportunity to listen and observe. Not to what people told me, which naturally was of no interest, but to whatever it was they were trying to hide. I practiced detachment. I learned how to look cheerful while under the table I stuck a fork into the back of my hand. I became a virtuoso of deceit. It wasn’t pleasure I was afer, it was knowledge. I consulted the strictest moralists to learn how to appear, philosophers to find out what to think, and novelists to see what I could get away with, and in the end, I distilled everything to one wonderfully simple principle: win or die.

Tre oscar vinti: miglior sceneggiatura non originale, miglior scenografia e migliori costumi.

Candidatura a miglior attrice protagonista per Glenn Close – che però aveva lo svantaggio di essersi portata a casa la statuetta già l’anno prima con Attrazione Fatale – e a miglior attrice non protagonista per Michelle Pfeiffer.

Candidato anche come miglior film, anche se poi quello era l’anno di Rain Man e c’è stato ben poco da fare.

Well, I had no choice, did I? I’m a woman. Women are obliged to be far more skillful than men. You can ruin our reputation and our life with a few well-chosen words. So, of course, I had to invent, not only myself, but ways of escape no one has every thought of before. And I’ve succeeded because I’ve always known I was born to dominate your sex and avenge my own.

Cinematografo & Imdb.

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