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Archive for the ‘A. Erbetta’ Category

all’inizio dell’autunno, Jean-Paul Sartre teneva in Giappone – a Tokio per la precisione – la prima di una serie di celebri conferenze poi pubblicate, nel 1972, all’interno dell’ottavo volume di Situations, in cui egli, lanciato in una appassionata «difesa dell’intellettuale», mostra, per così dire, la legalità culturale, morale e sociale di una definizione con cui rispondere alla domanda che porta il titolo stesso di quella prima conferenza: qu’est-ce qu’un intellectuel? Donde la risposta, come al solito provocatoria e tutta intrisa della tradizione «pedagogica» del suo maestro, Émile August Chartier detto Alain, e dello «spirito di negazione» che quella tradizione implicava: «L’intellettuale – dirà dunque Sartre con intenzionalità decisamente polemica – è qualcuno che s’immischia in ciò che non lo riguarda», in contrasto, così, con qualsiasi «tecnico del sapere pratico», sin a diventare – egli – l’unico vero testimone di una società lacerata. Una società nella quale, in quanto «uomo che prende coscienza dell’opposizione» tra ricerca della verità e ideologia dominante, a lui tocca una situazione di solitudine destinata a diventare, fino al «martirio», impegno radicale: farsi alla fine «custode dei fini fondamentali».

Certo: in quell’occasione Sartre, con fare sicuramente provocatorio, rivendicava quel che era stata la passione assoluta che ne aveva pervaso la vita fin dai tempi della giovinezza: l’idea che la scrittura, per uno scrittore vero, rappresentasse in fin dei conti tutto il suo destino, tanto che, ne La force de l’âge, cosi aveva detto di lui Simone de Beauvoir: «L’opera d’arte, l’opera letteraria, era per lui un fine assoluto; essa portava in sé la sua ragion d’essere, quella del suo creatore, e forse anche – questo non lo diceva, ma sospettavo lo pensasse fermamente – quella dell’intero universo». Salvo il fatto che lì, in quella difesa dell’intellettuale engagé che tante polemiche meschine ha suscitato, oggi come allora, Sartre poneva più in generale un problema tipicamente fenomenologico che non valeva tanto – o soltanto – a certificare lo statuto critico del «letterato», quanto semmai a decifrare il senso storico ed esistenziale di un lavoro capace di reagire al disincanto del mondo. Il problema, cioè, di sfuggire, ciascuno, dall’angustia specialistica di qualsiasi mera descrizione di quello stesso mondo, per tentare la strada di una sua interpretazione di senso capace di strapparlo dal mutismo di una fatticità senza orizzonti. Un progetto in cui risuona l’evidente richiamo di Husserl che, alle prese trent’anni prima con la «crisi delle scienze europee», ci aveva ricordato – e Sartre ne aveva registrato da subito la portata epocale – come «le mere scienze di fatti producano meri uomini di fatto», e come, sotto questo profilo, «nella miseria della nostra vita […] questa scienza non ha niente da dirci», in quanto «essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo»; vale a dire – concludeva Husserl – «i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana».

Il corpo spesso – Esperienze letterarie e vissuti formativi – a cura di Antonio Erbetta, 2001

Introduzione di Antonio Erbetta

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che parlare e scrivere di giovinezza. Eppure, allo stesso momento, niente di più difficile. Niente di più facile, forse, se la giovinezza la si cerca nel supermarket della felicità e della bellezza a buon mercato, affidandoci noi al luogo comune di un’età spensierata per antonomasia: lì, infatti, il problema della sua interpretazione cederebbe il passo alla descrizione di un mito – il mito del giovanilismo – che in fondo appartiene a ciascuno di noi, vincolati, come di fatto siamo, al desiderio di un’eternità che il suo appagamento lo può anche trovare, allora, nell’evasione a ritroso delle proprie fantasticherie.

Ma quando quello stesso fantasticare, tutto raccolto in prossimità di una giovinezza svanita, ci dice di un uomo che soffre, magari affannandosi allegramente alla ricerca di una silhouette d’accatto, in quell’istante ci si apre davanti agli occhi una realtà assai più problematica e inquietante. La realtà di una giovinezza pronta a tendere l’agguato di una domanda impertinente che di nient’altro ci chiede ragione, in fondo, se non della fedeltà di cui nella nostra vita siamo stati capaci.

E’ in quel momento, dunque, che essa diventa l’argomento più difficile, se non il più scabroso, che ci tocchi di prendere in considerazione, se non altro perchè anche la giovinezza è prima di tutto un’esperienza vissuta che – come insegna la fenomenologia – non può diventare automaticamente oggetto di interpretazione se non portandosi dietro tutta la corposità esistenziale di chi la interpreta, pena la sterile saccenteria di un sapere anonimo, tanto più inutile quanto più pedagogicamente edulcorato e disciolto nella segreta tentazione edificante che da sempre insidia la vita dell’educatore non abituato a sorvegliare, in primo luogo, la sua stessa vita.

In questo senso, dunque, una “pedagogia della giovinezza” è, prima di ogni altra cosa, un esame di coscienza che certamente le sue ragioni le cerca – a muovere da un incipit autobiografico che vive nell’acclarata metodologia fenomenologica del “raccontarsi” – anche nel rigore metodologico della descrizione empirica di un’età della vita sociologicamente e psicologicamente esperibile e normativamente rappresentabile, salvo avvertire come la sua interpretazione, almeno quella orientata verso l’operatività educativa, non possa tuttavia che affidarsi a una più radicale percezione esistenziale della sua natura.

Vale a dire alla radice della nostra moralità come condizione di senso della nostra esistenza, sempre che in essa si cerchi, giustappunto, quel che non ci può dare il supermarket, ma che troppo spesso vien difficile trovare anche nel mondo dell’educazione intenzionale: ciò che in altre parole ci dice del nostro destino di uomini in formazione, consapevoli del fatto che nell’educazione ne va di noi solo quando si riconosca che noi tutti siamo un gesto carico di responsabilità, e non la facile intenzione di un’anima bella che la vita, con cinico e spietato realismo, s’incaricherà di smentire ad ogni piè sospinto.

Sicché, se l’educazione, altrimenti pensabile come l’esperienza vissuta dell’uomo in quanto cultura, non potrà mai essere una forma astratta da inseguire come si insegue un traguardo lontano dal nostro punto di partenza, quanto piuttosto come quel riprendersi senza sosta – che è assieme un vivere appassionato e un progettarsi scaltrito – nel flusso dinamico e concreto della propria esistenza, anche la giovinezza non potrà mai più lasciarsi rappresentare, allora, né come il luogo comune da cui evadere per inseguire una irraggiungibile maturità, né come il mito entro cui ripararsi dalle ferite della storia. E neppure come l’oggetto disincarnato e gelido, nella sua cadavericità, di un’operazione anatomica che, vivisezionandola con il bisturi della scomposizione analitica, ce la mostri, sbrindellata e inerte, al microscopio della legalità scientifica.

Di qui l’idea che il tempo della giovinezza non possa farsi pensare, dunque, se non come esemplare situazione pedagogica. Una situazione che il suo paradigma formale lo trova piuttosto nell’autenticità esistenziale, vale a dire in ciò che, connotando la vita del giovane nei termini di una tentazione d’assoluto – poter essere e diventare tutto quel che si vuole, senza mai prendere la decisione di essere qualcosa piuttosto che nulla – lo fa  vivere nella tragica scoperta della moralità. Una moralità dalle mani sporche, per usare l’immagine cara all’esistenzialista, in cui ciascuno realizza il proprio progetto formandosi, facendosi, impegnandosi, sbagliando, senz’alcuno stereotipo di formatività che lo liberi dalla responsabilità della scelta e della decisione. Eppure sapendo, quell’uomo, di bersi, nello stesso momento, la sua libertà, e dunque sperimentando in chiave decisamente pedagogica il dolore che l’educazione porta con sè.

Qualcosa, tutto questo, che smentendo la convenzionalità di un’immagine superficiale e bislacca, chiede a ogni educatore che si rispetti, e qualunque sia il suo campo d’azione formativa, di saper vedere nella giovinezza il momento decisivo della vita, quello in cui appunto ne va di noi nell’istante in cui lo si riconosca come il luogo nel quale ciascuno, in fondo, decide di diventare quel che egli è piuttosto che quello che il mondo – con sottile e levigata illibertà – gli chiede di essere.

Antonio Erbetta, Il tempo della giovinezza. Situazione pedagogica e autenticità esistenziale, La nuova Italia, 2001

 

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«Non v’è dubbio, infatti, che se “personne ne viendra nous souhaiter le bienvenu aux portes de la nuit”, ciò accade in quanto ci viene sempre chiesto, alla resa dei conti, un impegno che non tradisca il nostro Beruf  e che, quindi, non evapori nell’estetismo sfinito di una estenuante agonia. Sino al punto, tale impegno, di opporsi al “principio satanico della sofferenza” per afferrare la propria infinita aurora nel disvelarsi della morte come sua profonda possibilità di vita. E se è vero che i dolori non si dimenticano perchè occupano a dismisura la coscienza, è anche vero che – nella chiave formativa di una significativa “pedagogia della morte” – l’unica chance che ci è data per non precipitare nell’inferno del niente è quella di riprendere sempre le fila apparentemente interrotte della nostra riflessione».

A. Erbetta, Educazione ed esistenza, Torino, Il Segnalibro, 1998, pp. 61-62.

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