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Archive for the ‘1991’ Category

That’s me in the corner

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……

*guarda in giro con sguardo vacuo in cerca di ispirazione*

*guarda il gatto con aria interrogativa*

*il gatto miagola il suo miagolio da ‘nonsonostatoio’ e, per buona misura, butta giù il mouse con una zampata*

…no, ecco, è che ormai mi ero incaponita che questa sera dovevo ricominciare, ma la realtà è che non ho niente di pronto e quasi non mi ricordo neanche più come funziona WordPress. Sono pessima, lo so.

Che poi di cose di cui parlare ce ne sarebbero a pacchi.

Di film e di libri.

Del fatto che, tra le altre cose, mi sono finalmente decisa ad imbarcarmi nell’Ombra dello scorpione di King, versione integrale, e lo sto adorando, al punto da mollare momentaneamente tutte le altre dieci cose che stavo leggendo contemporaneamente. Sto anche discretamente odiando la Bompiani per la scelta di un carattere 8 che ha fatto emergere problemi di vista che non sapevo di avere. E ok, già così son 930 pagine e mi rendo conto che bisogna ridurre i costi di stampa, però anche accanirsi così sul povero lettore non è una bella cosa.

E poi c’è il festival di Venezia, che è cominciato il 2 e finirà il 12 e del quale finora ho colto solo stralci. Tra i buoni propositi della settimana c’è quello di mettermi in pari con il programma e cominciare e a sproloquiare con cognizione di causa su partecipanti e probabili vincitori. Per il momento continuo ad imbattermi nella foto di Redmeyne-Danish Girl e a provare immotivati moti di affetto nei suoi confronti.

E un sacco di cose che mi vengono in mente a caso.

Patti Smith a Collegno e Mark Knopfler a Barolo.

Il remake di Poltergeisit e il reboot di Terminator e come avessi per entrambi aspettative diametralmente opposte a quello che poi si sono rivelati.

Tutti i film che devono ricominciare a uscire dopo il letargo estivo e Ant Man che pensavo fosse un po’ una cagata e invece non mi è dispiaciuto per nulla.

E tanto horror. Perché c’è poco da fare, per me l’estate è la stagione dei film horror e ne ingurgito quantità considerevoli.

E le cose che boh. In questi due mesi, al grido di ‘colmiamo lacune a caso’, mi sono decisa a fare due cose: attaccare seriamente la bibliografia di Oliver Sacks e la filmografia di Wes Craven – no, non avevo mai visto tutti i Nightmare, c’è un quasi-motivo ma mi ci dilungherò in seguito, adesso non è questo il punto. La scorsa settimana sono morti sia Oliver Sacks sia Wes Craven. Porca troia. Son cose.

E poi mi sa che ho perso un po’ il filo.

E’ stata una pausa lunga. Anche se non da tutto, perché non è mai possibile. Cose su cui riflettere, prospettive da cambiare e decisioni da prendere. In realtà non è cambiato niente e niente è stato veramente deciso ma i mesi sono passati lo stesso e io sono di nuovo qua.

Il mio pc ha deciso di prendersi un virus a settimana, così, probabilmente per dimostrarmi quanto gli sono mancata.

Devo cambiare lo sfondo del desktop – attualmente è un primo piano in bianco e nero degli occhi di Bowie in Labyrinth con tanto di palla di cristallo – frega qualcosa a qualcuno? no? bé, rimane il fatto che devo cambiare sfondo del desktop e non so cosa metterci – il che per me è sintomo di estremo disorientamento.

Devo riprendere una vaga abitudine ad esprimermi in modo organico e devo capire se Windows 10 è bene o è male perché finora ho continuato a rimandare la cosa a tempi in cui avessi di nuovo voglia di avere a che fare con l’esaurimento che mi provocano gli aggiornamenti – qualsiasi tipo di aggiornamento mi sfinisce, suppongo che la cosa abbia anche un nome clinico.

Sto quasi finendo Breaking Bad, ho messo le zampe su Kingdom Hospital, sto amando moltissimo Sons of Anarchy e Walking Dead e se riesco a ricordarmi dell’esistenza della televisione anche se non collegata ad un lettore dvd, stasera su Rai4 vorrei provare a vedere la prima puntata di Penny Dreadful – il fatto che ci sia Eva Green non ha per nulla influito nel destarsi del mio interesse.

Bon, vado che sto pericolosamente virando in zona liste&elenchi.

Prossimamente seguiranno post di senso compiuto.

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Metallica-Through-the-Never-Main-drop

Figata!

A dispetto di quello che vorrebbe far credere il trailer e anche a dispetto degli ambigui trafiletti riassuntivi, Through the Never non è un vero e proprio film e non ha una trama.

Sì, per la prima metà in effetti sembra che la voglia avere, con il povero Dane DeHaan tirato via a forza dal concerto appena iniziato per andare a recuperare qualcosa di fondamentale per la band.

Si alternano lunghe parti di concerto a brevissimi spezzoni di quello che succede al ragazzo, finché, da un certo punto in poi, viene dichiaratamente abbandonata qualsiasi pretesa di trama in senso stretto per lasciare spazio ad una specie di storia che ha più in comune con i video musicali che non con i film.

Di fatto, Through the Never è un lungo video musicale articolato su più brani.

Dane, uscito dallo stadio e munito di una tanica di benzina per andare in soccorso al furgone dello staff rimasto a secco, si trova a vagare per le vie di una città deserta e surreale, circondato dagli schermi pubblicitari che riflettono – non trasmettono, riflettono – quello che intanto sta succedendo sul palco.

E sul palco succede tutto quello che deve secondo la migliore tradizione del genere, con fiamme, croci, sparatorie, bare, soldati e scontri.

Palco fighissimo, tra l’altro, aperto a 360 gradi con Hetfield e soci che girano in continuazione da tutte le parti.

Si instaura un parallelismo, dapprima appena accennato, poi sempre più evidente, tra quello che succede nei video proiettati in scena e quello che succede all’esterno.

Dane vede tracce di sangue. Gente che scappa.

Di colpo si trova nel bel mezzo di uno scontro tra polizia in tenuta anti-sommossa e non meglio identificati manifestanti incappucciati o mascherati.

Fin qui la situazione ha del surreale – non foss’altro per il fatto che non c’è interazione vera e propria tra nessuno ma solo musica – ma il salto definitivo lo fa con la comparsa di un misterioso cavaliere dal volto coperto da una maschera antigas e armato di una mazza con cui colpisce apparentemente senza un vero criterio e di una corda con cui impicca, sempre in base allo stesso principio.

La figura del cavaliere è volutamente una delle cose più inquietanti di tutto lo scenario e, ovviamente, Dane – suppongo che anche il personaggio avesse un nome ma mi ricordo quello dell’attore – finisce per farsi inseguire.

Ci sono un paio di momenti in cui il filo della trama avrebbe potuto essere ripreso ma sono gli stessi momenti in cui si vede che, evidentemente, non gliene fregava un benemerito a nessuno di far quadrare la trama.

La borsa di pelle. La tanica di benzina.

La setlist procede.

Si vira decisamente sul visionario.

Culmine su Nothing Else Matters – bella anche se mai quanto la versione in studio – e Enter Sandman – che a mio avviso è una canzone del cazzo, ma ha una intro che ne giustifica l’esistenza.

I momenti che ci devono essere. Tutti che cantano e le mani di Hetfield sul cuore. I sorrisi di Ulrich e di Hammett.

Sono invecchiati, è vero. Ma neanche poi così tanto.

Tutta l’iconografia che fa da contorno ha ormai forse un che di superato, di già visto magari una volta di troppo, ma non importa. Sono loro e loro possono continuare a farlo perché loro erano lì all’inizio. Loro erano l’inizio, per molti versi. E se forse ora alcune cose sono solo più estetica per nostalgici di un genere che ha perso parecchio della sua portata di rottura, di certo, a rimanere sono le parole. E tutto quello che si portano dietro.

Sono invecchiati, è vero. Ma se la stanno cavando bene.

Ulrich ha avuto il buonsenso di far sparire i capelli lunghi già da un po’ e Hetfield – con tutto il bene che gli voglio – si è sbarazzato di quei baffoni inguardabili. Poi vabbè, causa trailer prima dello spettacolo, sono giunta alla conclusione che Robert Trujillo e Machete sono la stessa persona, ma devo ancora trovare la prova definitiva.

Sono invecchiati, è vero.

Poi però vedi e senti le mani di Hammett sulla chitarra e cosa gli vuoi dire?

Vedetelo. E’ una tamarrata, ed è assolutamente inutile. Però è una figata.

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t2

Mi è sempre piaciuto tantissimo questo film. Più ancora del primo, anche se lo so che non si dovrebbe dire. Immagino che la cosa sia dovuta in parte al fatto che nell’84 ero ancora troppo piccola per apprezzare il genere mentre i primi anni Novanta erano il periodo perfetto per esaltarmi per questo tipo di cose. Non so neanche più quante volte l’ho visto ma è un altro di quelli che so a memoria.

Sempre James Cameron alla regia, sempre il binomio Schwarzy-Hamilton, con l’aggiunta di Robert Patrick e della sua espressione inquietante e di Edward Furlong – che al tempo mi piaceva pure perché era “già grande” – che esordisce in modo notevole in un ruolo importante, anche se il resto della sua carriera non è poi decollato come sembrava promettere.

Three billion human lives ended on August 29th, 1997. The survivors of the nuclear fire called the war Judgment Day. They lived only to face a new nightmare: the war against the machines. The computer which controlled the machines, Skynet, sent two Terminators back through time. Their mission: to destroy the leader of the human resistance, John Connor, my son. The first Terminator was programmed to strike at me in the year 1984, before John was born. It failed. The second was set to strike at John himself when he was still a child. As before, the resistance was able to send a lone warrior, a protector for John. It was just a question of which one of them would reach him first.

Gli avvenimenti dell’84 sono conclusi e debitamente insabbiati. Sarah Connor è rinchiusa in un ospedale psichiatrico e suo figlio, John, è in affido presso un’altra famiglia.

Visivamente spettacolare all’epoca – Oscar, tra gli altri, per i migliori effetti speciali visivi – resta tuttora incredibilmente ben fatto, anche allo sguardo ormai smaliziato dal digitale e dal 3D. Il T1000 è obiettivamente fighissimo e ci sono alcune scene che non riesco a immaginare migliorabili, tipo quella della testa aperta a metà o, in generale, tutte quelle dove si vede la massa di metallo liquido. Si nota forse un po’ di stacco dal contesto, una leggera sovrapposizione, ma era veramente avanti per quegli anni.

Ecco, appunto, gli anni. Ci sono gli anni Ottanta che saltano fuori da tutte le parti. L’icona rock e un po’ metallara che sta alla base di tutto il contesto, le moto, la musica, i vestiti di pelle, gli atteggiamenti spacconi, una certa fascinazione per le armi e la violenza in generale.

C’è anche una discreta ironia che dà origine ad alcuni momenti spassosi e ormai famosissimi – John che cerca di insegnare al Terminator a parlare come le persone normali – Hasta la vista, baby – o che cerca di convincerlo che non può andare in giro ad ammazzare tutti.

John Connor: Jesus, you were gonna kill that guy.

The Terminator: Of course; I’m a terminator.

John Connor: You just can’t go around killing people.

The Terminator: Why?

John Connor: What do you mean why? ‘Cause you can’t.

The Terminator: Why?

John Connor: Because you just can’t, OK? Trust me on this.

La trama regge bene. Continuo ad avere solo qualche dubbio sull’età di Sarah quando ha avuto il figlio ma confido che presto risolverò il dilemma. Azione ben strutturata, senza vuoti, funzionale alla storia.

Questa versione di Sarah Connor poi è fantastica. E’ stato il mio personaggio preferito fin dalla prima inquadratura sulla sua spalla mentre fa le trazioni nella cella – per la cronaca, da allora ho sempre voluto farle anch’io ma non sono ancora riuscita ad andare oltre a due. Anche qui troviamo molti anni Ottanta, in questa immagine della donna dura a tutti i costi che però non riesce a trattenere la tirata femminista sugli uomini che sanno solo creare armi ma non sanno niente di come si crea una vita. Però è un personaggio veramente cazzuto. Come dice John di sua madre, è sempre pronta a tutto, niente la sconvolge e niente la distoglie dal suo obiettivo. Ok, sì , la scena in cui si fa cucire fa forse un tantino troppo Rambo, ma va bene, io continuo ad amarla tantissimo.

E poi potrei andare avanti ancora un bel po’, perché ci sono veramente molte scene o battute che sono entrate a far parte dei riferimenti fissi per un certo filone di film. E’ vero che l’idea originale era quella del primo Terminator, ma questo – oltre ad essere uno dei numeri due meglio riusciti di quegli anni e non solo – è arrivato in un periodo particolarmente ricettivo per questo genere ed è rimasto inevitabilmente molto più impresso nell’immaginario. E’ con questo che la figura del Terminator è diventata definitivamente rappresentativa dei film d’azione degli anni Ottanta/Novanta, allo stesso modo in cui il caro vecchio Arnold è rimasto da allora sempre e comunque Terminator – e mi risparmio le battute sull’opportunità di utilizzare la citazione del titolo come slogan in campagna elettorale.

Per la cronaca. Due anni fa sono stata a visitare gli Universal Studios a Los Angeles e c’era anche una parte consistente dedicata a Terminator. E’ vero che in parte era solo una grande attrazione a tema, però il bello è che anche le attrazioni per turisti lì sono fatte con materiali e tecniche utilizzati realmente nei film e con la partecipazione di attori professionisti – nel caso specifico c’era anche una parte girata apposta con Linda Hamilton e Edward Furlong. E i robot che ti sparavano addosso erano dannatamente uguali a quelli del film.

Ho anche la foto di rito sulla moto di Schwarzy della quale sono molto orgogliosa – anche se evidentemente non abbastanza da metterla qua sopra. Ok, fine del momento delle rimembranze.

Cinematografo & Imdb.

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