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Archive for the ‘Boyhood’ Category

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Siamo nel 2002 e Richard Linklater comincia le riprese di un non meglio identificato progetto che prende il nome di Twelve Year Project.

Durante i dodici anni successivi, il regista raduna una volta all’anno la stessa troupe per girare alcune scene.

Un budget ridottissimo e un totale di meno di quaranta giorni di riprese per una lavorazione che si è conclusa nell’ottobre del 2013 ed è durata dodici anni.

Il risultato è Boyhood.

Orso d’argento a Berlino 2014.

Golden Globe 2015 per miglior film drammatico, miglior regia e miglior attrice non protagonista.

Sei candidature agli Oscar, tra cui miglior film, regia, attore e attrice non protagonisti e sceneggiatura originale.

 

Sì, alla fine sono riuscita ad andarlo a vedere, con molti ringraziamenti al cinema Massimo di Torino per averlo rimesso in programmazione anche se è già stato nelle sale per mesi.

E sono davvero contenta di averlo visto.

A sentire l’aneddoto che racconta la sua genesi, Boyhood avrebbe potuto sì incuriosire, ma anche suscitare un po’ di diffidenza e il sospetto di una certa tendenza a voler essere sperimentali a tutti i costi.

La realtà è che questo film di quasi tre ore è leggero, gradevole, divertente e commovente. E’ uno strano esperimento che però è riuscito alla perfezione, pur non essendo di per sé un film perfetto.

La vita di Mason dai sei ai diciotto anni. La sua storia e quella della sua famiglia. La madre single e il papà che compare solo ogni tanto, solo per fare cose divertenti. I trasferimenti. Cambi di scuola, cambi di amici. Le relazioni sbagliate della madre, famiglie che vanno e vengono, che si assemblano e si disfano. Fatica, traguardi e un tempo che scorre comunque, che si mangia ricordi, case, esperienze per proporne comunque sempre di nuove, di diverse.

Gli attori sono sempre gli stessi, e li si vede crescere e invecchiare man mano che questi dodici anni passano. Ovviamente i cambiamenti più significativi sono nei ragazzi, in Mason in particolare, che da bambino di sei anni diventa un giovane uomo diplomato e pronto per andare al college.

Ci si affeziona, a questi personaggi. Il fatto che lo scorrere del tempo sui loro corpi sia reale, rende in qualche modo reale anche la loro vita. Ci si dimentica che quella non è una vera famiglia e quelle non sono vere vite. Si entra nella loro quotidianità e l’effetto di coinvolgimento è immediato.

Una quotidianità, peraltro, che non reca traccia degli stereotipi rappresentativi che tendono spesso a caratterizzare la famiglia americana secondo Hollywood. Una quotidianità morbida e non scenografica, dai toni in sordina sia per i momenti belli che per quelli brutti. Niente eccessi, in nessun senso. Non c’è l’idealizzata esaltazione di un successo né la drammatica disperazione per un momento tragico o difficile. C’è la concreta realtà di come è plausibile che vadano effettivamente le cose.

Non c’è il sogno americano e non c’è la sua condanna. Ci sono solo persone.

E poi c’è il mondo intono che cambia. Il susseguirsi di conflitti e presidenti. La tecnologia che si evolve, i videogiochi che cambiano, l’avvento della bolla di internet e dei social.

Boyhood è al tempo stesso una storia umanissima, che suscita fin da subito profonda empatia, e uno spaccato estremamente rappresentativo di una fetta di storia americana (e non solo), il tutto senza che alcun intento sia palesemente rintracciabile, senza ombra alcuna di pedanteria, in un perfetto e discreto equilibrio degli elementi coinvolti.

Mason è interpretato da Ellar Coltrane, mentre nei panni dei genitori ci sono gli ottimi Ethan Hawke e Particia Arquette.

Molto contenta dei Globe e delle nominations. Non so se gli assegnerei anche gli oscar, ma rimane un film da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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