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Archive for the ‘T. Cruise’ Category

L’incredibile e, per certi versi, inquietante storia di Barry Seal, che tra gli anni Settanta e Ottanta, passò dall’essere pilota della TWA ad agente della CIA, trafficante di droga, collaboratore della DEA, trafficante di armi, agente della Casa Bianca. Non credo di aver dimenticato niente.

D’altronde la mobilità sul lavoro è così tipicamente americana…

Denominatore comune a tutti questi ruoli: i soldi. E non solo i soldi. Una quantità esagerata di soldi.

Quando si dice avere i soldi che ti escono da tutte le parti.

Ora, non so esattamente come siano andate le cose. Dovrei recuperare un po’ di articoli e di materiale e con una ricerca veloce non viene fuori niente di sufficientemente approfondito sul vero Barry.

Di certo la regia di Doug Liman (Mr. & Mrs. Smith, The Bourne Identity, Edge of Tomorrow, tanto per dirne alcuni) opta per una presentazione della vicenda piuttosto tendente all’eroico-celebrativo e quindi, immagino, anche piuttosto romanzata.

Ennesimo ruolo tagliato apposta addosso ad un Tom Cruise che va a nozze con il consueto mix di scanzonata spacconeria, action e maschia elaborazione dei dilemmi morali.

Un buon ritmo e una strutturazione per capitoli rendono il film, scorrevole, coinvolgente, divertente e al tempo stesso facilmente seguibile nonostante la trama compia più acrobazie di quante sia normalmente apprezzabile.

Il ritratto di un eroe sbagliato, incarnazione quasi paradossale di quel complesso sistema di (auto)contraddizioni che è la società americana.

I tentativi di ironia e di (cauta) satira politica avrebbero potuto essere un po’ più convincenti ma naufragano miseramente nelle acque profonde dell’ego di Tom che, se da un lato, come dicevo prima, ben si adatta al ruolo, dall’altro lo soffoca forse un po’ recitandosi addosso.

Lo spaccato di un pezzo di storia americana, con i suoi scandali e i suoi sotterfugi.

L’ostentata dimostrazione che in America è davvero tutto possibile.

Che poi questo sia un bene è un altro discorso.

Nel cast anche Domhnall Gleeson.

E anche le guanciotte al botox di Tom Cruise.

Cinematografo & Imdb.

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E dunque mi par di capire che la Universal è in qualche modo un po’ invidiosetta delle cospicue dimensioni dell’universo Marvel (e DC se è per questo, anche se han tardato un po’ a mettersi in pari) e vuole un Universo tutto suo.

Nasce dunque il Dark Universe.

La parola chiave è universo – in caso fosse sfuggito.

Un qualcosa che dovrebbe riunire in una specie di continuity (non lineare) diverse figure romanzesche/fumettose di stampo specificatamente goticheggiante e già reclutate dai vecchi film horror della Universal.

Si capisce? Perché in effetti non è che sia chiarissimo neanche a me.

O meglio. Il fine economico di tutta l’operazione è più che lampante, e vabbé.

Ad essere più nebulosa è la logica con cui personaggi e tematiche sono stati raggruppati e arbitrariamente schiaffati a convivere in un’unica dimensione spazio-temporale che, per quanto ampia, risulta comunque avere confini un tantino forzati.

Per dirne una, cosa diamine ci fa il dottor Jekyll (e anche Mr. Hyde ovviamente) a caccia della Mummia? Bella domanda.

Ma andiamo con ordine.

Io, poiché sono ingenua, pensavo che il film di Kurtzman fosse semplicemente un film su una mummia. Senza pretese di collegamenti e con una discreta pigrizia nella scelta del titolo. Pensavo insomma di trovarmi di fronte ad una mummia genericamente rappresentativa della sua categoria.

Mi sbagliavo.

Presentato come reboot della saga Universal della Mummia – quella con Brendan Fraser di fine anni Novanta che nel frattempo è diventata un media franchise – questa mummia qui dovrebbe essere anche il primo di una lunga (?) serie di film dalle prospettive di ampio respiro. Talmente ampio da partire dall’Egitto per spaziare fino a Van Helsing – che dovrebbe essere il prossimo capitolo – all’Uomo Invisibile, passando per Frankenstein, l’uomo lupo e magari anche il mostro della laguna nera.

Mah. Non so.

Non metto in dubbio che si possano fare cose divertenti ripescando ciascuno di questi personaggi. Solo non vedo tanto l’esigenza di accomunarli per forza in un’unica dimensione.

La psicosi da serialità avanza imperterrita e miete nuove vittime.

L’universo Marvel e l’universo DC esistono. Sono un bacino fisicamente reale cui attingere. Poi si può discutere su quanto sia opportuno o meno andare a spremere proprio tutti i filoni, ma questo è ancora un altro discorso.

Qui il passato comune è imposto a posteriori e già a dirla, la cosa suona male.

Comunque.

Tornando al singolo film, questa nuova Mummia non è malaccio ma non è nemmeno niente di memorabile.

Un inizio e una fine in voiceover per spiegare esattamente antefatto e prossime aperture – affinché nulla affatichi i neuroni del povero spettatore – racchiudono una presentazione di contesto e personaggi piuttosto affrettata per lasciare spazio ad un mischione di inseguimenti e effetti speciali sicuramente non malfatti quanto piuttosto fine a se stessi.

Tom Cruise ovviamente precipita con un aereo e non si fa un cazzo – qui è merito della Mummia che lo ha prescelto ma in Mission Impossible succedeva uguale anche senza Mummia, quindi penso che sia proprio merito di Tom.

Un po’ action, un po’ (molto in verità) Walking Dead – anche se con meno splatter – un po’ di storia antica massacrata e una spolverata di letteratura gotica tradizionale.

Si fa guardare ma anche dimenticare, ecco.

Russel Crowe nei panni di un Jekyll/Hyde piuttosto improbabile, a capo di una società segreta a caccia di mostri, ha senso solo nell’ottica di una continuazione che pure non pare eccessivamente auspicabile.

Tom Cruise è Tom Cruise, quindi è tamarro per definizione.

Annabelle Wallis è carina ma non viene approfondita, come del resto nessuno degli altri personaggi.

La Mummia è Sofia Boutella, che al momento identifico solo come quella che si fa Charlize Theron nel trailer di Atomica Bionda.

Un po’ sprecato il nome di David Koepp per la sceneggiatura.

Se come film a sé stante avrebbe anche potuto reggere, come capostipite risulta davvero troppo debole.

Cinematografo & Imdb.

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Certo che se mi scomodi Paint it Black il trailer deve venire figo per forza.

Comunque. Se guardate attentamente, ad un certo punto si vede di nuovo Tom Cruise appeso ad un aereo. Deve averci preso gusto.

In uscita l’8 giugno.

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I know you, but we’ve never met. I’m with you and I don’t know your name. I know I’m dreaming, but it feels like more than that. It feels like a memory. How can that be? 

Ennesima distopia post-apocalittica a sfondo newyorkese – che ovviamente se la terra viene distrutta a noi ci importa solo di New York, questo si sa – e, ok, non siamo esattamente nel campo dell’originalità.

Tuttavia Oblivion, diretto dal Joseph Kosinski (il regista di Tron Legacy) e tratto dall’omonima graphic novel sua e di Arvid Nelson, non è per niente male.

Vasti scenari di una terra abbandonata e resa inospitale dall’uomo stesso. Scorci di città distrutte – non molti in realtà, ma l’immancabile fiaccola abbattuta c’è (mi chiedo se sia sempre la stessa di altri film). Creature ostili che si sono impossessate del pianeta. Un mondo nuovo, rifugio della razza umana.

Visivamente è davvero molto ben riuscito, ed è valida anche la colonna sonora degli M83 che si adatta bene alla grandiosità delle ambientazioni.

Trama ben costruita su un’idea, come dicevo, magari non originalissima ma sicuramente interessante. Se proprio vogliamo essere pignoli, avrebbe forse potuto essere sfruttata un po’ meglio sotto certi aspetti, dal momento che, in fin dei conti, abbiamo solo un colpo di scena grosso che coglie di sorpresa mentre gli altri punti di svolta o rivelazione sono in qualche modo annunciati dalla logica consequenzialità degli eventi quindi non sorprendono mai del tutto.

Molte le citazioni di illustri predecessori del genere fantascientifico, da 2001 Odissea nello spazio a Matrix, senza che però appaiano troppo invasive o forzate.

Il cast è fondamentalmente Tom Cruise che, come al solito, risulta adatto a questi ruoli sostanzialmente un po’ tamarri dell’eroe-ma-non-troppo. E che, come al solito, fa il suo mestiere senza spiccare particolarmente – e va benissimo così. C’è Morgan Freeman, in un ruolo importante ma di breve durata.

E c’è anche la mia amata Zoë Bell, anche se la sua è solo una rapidissima apparizione sul finale.

Insomma, un buon film di stampo fantascientifico semi-tradizionale. Non è di quelli che mi fanno uscire esaltata dal cinema ma si è dimostrato comunque all’altezza delle aspettative.

Cinematografo & Imdb.

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Tom Cruise…Tom Cruise è…Tom Cruise…

perfetto, già inchiodata alla prima riga, quando si dice chi ben comincia…

Tom Cruise è un attore…

uh, ma dai? Davvero? Mai sentito…

Uff, è che non so bene come parlare di Tom Cruise.

non si nota per niente, vai tranquilla

Tu piuttosto, qualche intervento più costruttivo?

io? e che vuoi da me? io sono solo la voce fuori campo

Appunto. In genere la voce fuori campo serve proprio a tappare i buchi e a togliere dall’imbarazzo i protagonisti con qualche osservazione intelligente.

————

vabbè, ho capito.

Tom Cruise. Chi era costui.

Cazzate a parte, è un attore che ha fatto moltissimi bei film, alcuni davvero dei grandi film, ma che non è mai riuscito a fare quel salto necessario per diventare lui stesso un grande attore.

Nel 1986, con già sette film alle spalle, raggiunge la notorietà con Top Gun, che, a prescindere da quanto possa piacere, ha comunque costituito una tappa generazionale; nel 1988 interpreta un ruolo complesso in Rain Man, accanto ad un Dustin Hoffman che però comprensibilmente domina la scena; negli anni Novanta la sua filmografia comprende titoli come Nato il quattro di luglio (1989), Codice d’onore (1992) con Jack Nicholson e Demi Moore, Cuori Ribelli di Ron Howard (!) (sempre 1992), Il socio (1993), Intervista col vampiro (1994), Jerry Maguire (1996), Mission Impossible (Brian De Palma, 1996), Eyes Wide Shut (Kubrick, 1999) e Magnolia (ancora 1999 per Paul Thomas Anderson). Passando poi per il discusso – e secondo me tutt’altro che brutto – Vanilla Sky (2001) e per Minority Report (2002) per arrivare a L’ultimo samurai (2003) che è stato percepito come la sua ultima possibilità di vincere un oscar (sfiorato con i due film del ’99) e che invece – pur essendo anche in questo caso un buon film – lo ha visto in un’interpretazione un po’ sottotono e sicuramente non da premio. Dal 2004 ad oggi ha lavorato a qualcosa come altri quattordici film tra i quali, oltre a quelli del filone di Mission Impossible, La guerra dei mondi (2005), Leoni per agnelli (2007), Operazione Valchiria (2009) e Rock of Ages (2012).

Una carriera effettivamente degna di nota, sia da un punto di vista meramente quantitativo, ma soprattutto per l’elevata concentrazione di film di successo. Riguardo i titoli che ho elencato e, davvero, sono tutti film che hanno raggiunto una discreta – quando non ampia – notorietà e nei quali ha avuto consistenti possibilità di spiccare. Tuttavia la realtà è che sì, è un discreto attore, ma nella maggior parte dei casi è forse un po’ troppo uguale a se stesso. Caratteristica che lo rende particolarmente adatto ad un certo tipo di ruoli – che possibilmente abbiano anche una qualche componente tamarra che gli viene sempre particolarmente bene (io l’ho adorato davvero solo in Intervista col vampiro ma effettivamente, a pensarci bene, Lestat un po’ tamarro lo era pure lui).

Fresco di 2013, Jack Reacher si inserisce nel filone dei vari Mission Impossible.

Jack Reacher, ex ufficiale della polizia militare degli Stati Uniti, vive per scelta al di fuori del sistema ed è pertanto introvabile a meno che non sia lui a farsi vivo. Questa sorta di giustiziere solitario è il protagonista di tutti i romanzi di Lee Child, compreso La scelta decisiva, alla base del film (e che anche in questo caso non ho letto).

Un cecchino che ammazza cinque civili. Un ex militare arrestato. Un caso che sembra ovvio ma che presenta sempre più falle con l’avanzare delle indagini.

Un buon film d’azione, con alcuni momenti divertenti, senza eccessi spettacolari o inutili e con una trama che regge e convince fino alla fine. Valido anche il resto del cast, con una Rosamund Pike sempre più brava (e bella), Robert Duvall che ovviamente non ha bisogno di essere definito e persino Werner Herzog nei panni del cattivo.

Cinematografo & Imdb.

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Deliri del lunedì.

Quando qualcuno dice headbanging e la prima parola che ti viene in mente è cervicale

Antefatto

Sera. Interno di un locale, seduta ad un tavolo in amabile conversazione con un’amica.

Io: …no, perchè alla fine penso di avere più problemi con l’autorità di quanto mi piaccia ammettere…

Il mattino dopo

Interno. Bagno. Sottofondo: Buongiorno Doctor Feelgood – Virgin Radio

Sono più in ritardo del solito ma non sembro esserne particolarmente turbata. Anzi. Incurante dell’ora continuo ad indulgere in inconcludenti pratiche che comportano l’impiego di un mascara viola nuovo di zecca (donatomi dall’amica della sera precedente).

Radio: …e l’argomento di oggi è…Puntuali vs Ritardatari…

Io: mi volto indispettita verso la radio con l’espressione più tamarra che riesco a riesumare del tipo bècheccazzovuoi?

Radio: …gli psicologi sostengono che i ritardatari cronici sono generalmente persone con un ego particolarmente ingombrante e che hanno problemi a rapportarsi con l’autorità. […] …e sì, insomma, il ritardo cronico è una manifestazione del senso di soffocamento provocato dall’autorità…

Io: ——————-

Com’era già?

Talvolta la vita rigurgita coincidenze che nessun autore di narrativa oserebbe copiare.

Ecco, sì, proprio quella roba lì.

Ho intenzione di parlare anche di qualcosa? Sì, direi di sì, visto che c’è un’ingombrante locandina che troneggia sopra tutto ciò.

Eyes Wide Shut, Kubrick, 1999.

L’ultimo film di Kubrick. C’è qualcosa che si possa dire che non sia già stato detto? Quasi sicuramente no. Penso che sia stato il film più criticato e controverso di questo regista e penso che lo sia stato in buona parte proprio perchè è stato l’ultimo. Finalmente tutti si sono sentiti liberi di sbizzarrirsi senza il timore che una replica da parte di Kubrick stesso infliggesse loro una colossale figura di merda.

E quindi via libera ai cliché che si sono costruiti. Leggende sulla rottura Cruise/Kidman ad alimentare l’aura di maledettismo che avvolgeva l’’idea di lavorare con Kubrick già dai tempi di Shining e dell’esaurimento nervoso di Shelley Duvall. Voci più o meno fondate sulla versione finale: fedele o meno alle direttive del regista? Esperimento pseudo-erotico dalle incerte aspirazioni voyeuristiche. Evidenti segni di declino. E insomma, chi più ne ha più ne metta.

Ho rivisto questo film diverse volte. Mi è piaciuto fin da subito ma l’ho capito solo in un secondo momento. Adesso è uno di quei film che amo moltissimo e che continua a stupirmi ogni volta.

Certo, non è perfetto. Non è il capolavoro cinematografico che sono Arancia Meccanica o Shining. Per esempio, un grosso difetto – non da poco peraltro – è la scelta di Tom Cruise. Motivata dal fatto che Cruise era davvero il marito della Kidman – dal momento che era essenziale che la coppia protagonista fosse anche una coppia reale – e, se vogliamo, anche comprensibilmente giustificata dato che lei compensa e ripaga ampiamente per le mancanze di lui, ma comunque una scelta infelice. Cruise decisamente non è adatto alla parte. Il suo era un ruolo che richiedeva tutt’altra raffinatezza e anche tutt’altra presenza scenica. In Cruise c’è sempre quel sottofondo grezzo alla Top Gun che rischia di venir fuori persino sotto la direzione rigida di un regista come Kubrick.

Resta il fatto che i due protagonisti insieme funzionano e con loro anche tutto il film.

Parola d’ordine: Fidelio. La parola per entrare alla misteriosa festa mascherata. La parola chiave per leggere tutto il film. Fondamentalmente Kubrick inscena un tormentato balletto in onore della Fedeltà. Dei suoi lati positivi e di quelli più oscuri. Dell’amore che la reclama e del tormento che essa infligge a chi pure la desidera. E’ una celebrazione dello sconfinato potere della mente.

Teoricamente ispirato al racconto di Schnitzler, Traumnovelle, di fatto del testo non conserva quasi nulla se non lo spunto – peraltro molto vago – del concetto del “doppio sogno”, e della deviazione onirica/mentale come fuga dalla realtà effettiva. Non che questo sia una novità, dal momento che ogni volta che Kubrick si è ispirato ad un libro, del nucleo originario è sempre rimasto ben poco che non fosse trasfigurato dalla sua lente.

Da un punto di vista squisitamente psicologico EWS è al tempo stesso crudele e impeccabile. Alcuni dialoghi sono di un realismo disarmante nella loro imperfezione, nelle loro falle di logica così plausibili e istintive – primo fra tutti quello in camera da letto con la confessione di lei.

La camera da letto stessa, è di fatto, anche se non lo è fisicamente, il luogo dove si svolge tutta la vicenda.

E poi potrei andare avanti dilungandomi sulla bellezza e sulla bravura di Nicole Kidman, sulla bellezza di tutta l’ambientazione – a partire dalla casa della coppia fino alle camminate per le strade notturne – su quel senso di retrò che il film trasmetteva anche quando era appena uscito e che riesce ad arricchire la storia di una dimensione atemporale.

E poi ci sono quelle battute finali che sono a dir poco geniali.

Alice Harford: I do love you and you know there is something very important we need to do as soon as possible. 
Dr. Bill Harford: What’s that? 
Alice Harford: Fuck. 

Cinematografo & Imdb.

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No, questo non c’entra niente con il post.

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Sono nata negli anni Ottanta per cui non posso dire di averli propriamente vissuti; a maggior ragione sono sempre più convinta che debba esserci qualcosa di genetico a determinare l’insana fascinazione che nutro verso quel periodo.

Rock of Ages è ambientato nel 1987. E’ divertente e ha una buona colonna sonora anche se, visto lo sconfinato repertorio della musica di quegli anni, forse il regista Adam Shankman avrebbe potuto osare anche un po’ di più, magari con qualche pezzo lento in meno e qualche grande classico in più.

La trama riprende volutamente i cliché dei film di quegli anni, con i miti liberatori e salvifici della musica, del Rock, di Hollywood. E ovviamente con l’immancabile storia d’amore.

I due protagonisti, Diego Boneta e Julianne Hough, sono molto bravi ma a sorprendere di più sono sicuramente Tom Cruise e Alec Baldwin che si dimostrano degli ottimi cantanti (di Catherine Zeta-Jones già si sapeva dopo Chicago). Cruise in particolare è fantastico in questo ruolo, esagerato e molto autoironico, di rockstar decadente.

C’è anche Paul Giamatti (La versione di Barney) nei panni del viscido manager che cerca di convertire il giovane rockettaro alla moda delle boyband spacciandole per il futuro della musica negli anni Novanta (giuro che sono morta dal ridere in questa parte).

 Questa la colonna sonora del film:

  • “Paradise City”
    Performed by Tom Cruise
  • “Sister Christian / Just Like Paradise / Nothin’ But a Good Time”
    Written by Kelly Keagy (Sister Christian)
    Written by David Lee Roth and Brett Tuggle (Just Like Paradise)
    Music by Bobby Dall, C.C. Deville (as Bruce Anthony Johannessen), Bret Michaels and Rikki Rockett (Nothin’ But a Good Time)
    Lyrics by Rikki Rockett, Bobby Dall, C.C. Deville (as Bruce Anthony Johannessen) and Bret Michaels (Nothin’ But a Good Time)
    Performed by Julianne Hough, Diego Boneta, Russell Brand and Alec Baldwin
  • “Juke Box Hero / I Love Rock ‘n’ Roll”
    Written by Joan Jett (I Love Rock ‘n’ Roll)
    Performed by Diego Boneta, Alec Baldwin, Russell Brand and Julianne Hough.
  • “Hit Me With Your Best Shot”
    Performed by Catherine Zeta-Jones
  • “Waiting for a Girl Like You”
    Written by Mick Jones
    Performed by Diego Boneta and Julianne Hough
  • “More Than Words / Heaven”
    Performed by Julianne Hough and Diego Boneta
  • “Wanted Dead or Alive”
    Written by Jon Bon Jovi and Richie Sambora
    Performed by Tom Cruiseand Julianne Hough
  • “I Want to Know What Love Is”
    Written by Mick Jones
    Performed by Tom Cruise and Malin Akerman
  • “I Wanna Rock”
    Written by Dee Snider
    Performed by Diego Boneta
  • “Pour Some Sugar On Me”
    Performed by Tom Cruise
  • “Harden My Heart”
    Written by Marv Ross
    Performed by Julianne Hough and Mary J. Blige
  • “Shadows of the Night”
    Written by D.L. Byron
    Performed by Julianne Hough and Mary J. Blige
  • “Here I Go Again”
    Written by David Coverdale and Bernie Marsden
    Performed by Diego Boneta, Paul Giamatti, Julianne Hough, Mary J. Blige and Tom Cruise
  • “I Can’t Fight This Feeling”
    Written by Kevin Cronin
    Performed by Alec Baldwin and Russell Brand
  • “Any Way You Want It”
    Written by Neal Schon, Steve Perry
    Performed by Mary J. Blige, Constantine Maroulisand Julianne Hough
  • “Undercover Love”
    Performed by Diego Boneta
  • “Every Rose Has Its Thorn”
    Written by Bobby Dall, Bruce Anthony Johannesson, Rikki Rockett and Brett Michael
    Performed by Julianne Hough, Diego Boneta, Mary J. Blige and Tom Cruise
  • “Rock You Like A Hurricane”
    Performed by Julianne Hough and Tom Cruise
  • “We Built This City / We’re Not Gonna Take It!”
    Performed by Russell Brand and Catherine Zeta-Jones
  • “Don’t Stop Belevin'”
    Written by Neal Schon, Steve Perry and Jonathan Cain
    Performed by Diego Boneta, Julianne Hough, Mary J. Blige, Tom Cruise, Alec Baldwin, Catherine Zeta-Jones and Russell Brand

Qui e qui i soliti link per le altre info.

 

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