Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘M. Pitt’ Category

E finalmente abbiamo anche il film vero e proprio.

La regia è di Rupert Sanders e cerchiamo di non soffermarci sul fatto che ha all’attivo solo Biancaneve e il cacciatore, preferendo piuttosto pensare che la materia di partenza è talmente ricca che non può, neanche impegnandosi, riuscire a rovinarla del tutto.

Scarlett Johansson, il whitewashing, Michael Pitt e Juliette Binoche.

Polemiche a parte, ha le potenzialità per essere una figata.

In uscita a marzo 2017.

Read Full Post »

Funny Games US POSTER

Ci saranno SPOILER in grandi quantità. Io avviso.

Era un po’ che non lo rivedevo e mi ero quasi dimenticata quanto ami visceralmente questo film. E Haneke per averlo concepito.

E’ uno dei film più plausibilmente crudeli che abbia mai visto. Ed è geniale sotto moltissimi aspetti.

Ok, non ho visto tutto di Haneke e ultimamente sono circondata da persone che mi dicono che dopo Amour lo odierò, ma finora, tutti i suoi film che ho avuto modo di vedere mi sono sempre piaciuti. Questo poi, come dicevo, lo adoro proprio.

Lo so che viene prima la versione austriaca del 1997, ma io ho visto prima questo qui e sono più legata alla versione US per diversi motivi. E poi sono proprio solo l’ambientazione e il cast ad essere diversi perché tutto il resto è identico fino all’ultima battuta o al più piccolo battito di ciglia.

Motivi per fare una cosa del genere? Forse più di uno e forse neanche così scontati. Marketing? Certo. Soldi? Ancora più certo – anche se in modo molto relativo perché non è che Haneke faccia esattamente i miliardi di dollari al botteghino negli States. Eccesso di ego? Ma ovviamente sì, non facciamoci mancare niente.

Ma anche un sottinteso. In un’epoca in cui – per pigrizia o mancanza di stimoli – il remake va talmente di moda da rischiare di prendere addirittura il sopravvento sull’idea originale, prima che qualcuno si faccia venire in mente di fare soldi con il rifacimento di un suo film, Haneke gioca d’anticipo e se lo rifà da solo. E prende anche bene per il culo il meccanismo per cui pare che ad aver valore per la critica siano solo i prodotti sfornati da Hollywood. L’esigenza distorta dei remake specificatamente americani anche nel caso di grandi capolavori di altre nazionalità. Per la serie, se non è made in USA nessuno se ne accorge. E, non pago di ciò, aggiunge l’ultima ciliegina sulla torta della sua polemica e non si sbatte a cambiare niente del film precedente, se non, come dicevo, il contesto. Prende il pacchetto e lo sposta in blocco in America. Fine dei giochi. Già questo è banalmente geniale.

La trama di per sé non è niente di particolarmente nuovo. Villa isolata. Famiglia presa in ostaggio da psicopatici. Niente di che.

Il punto, come sempre, è il modo in cui questo niente-di-che viene interpretato.

Quello che Haneke crea con i due ragazzi non è un antagonista tradizionale. Un cattivo da combattere o dal quale fuggire, ma del quale si hanno chiare le intenzioni. No. Paul (Michael Pitt) e Peter (Brady Corbet) sono l’incarnazione dell’assoluta, totale, lucida mancanza di motivazione.

Perché state facendo questo? chiede ad un certo punto il povero George (Tim Roth), già malconcio dall’inizio.

Perché no? risponde con quieta logica Paul.

E di fatto, nessuno ha una risposta valida a questo.

Spettacolare la plausibilità. Che detta così sembra una cosa che lascia un po’ il tempo che trova ma che è invece un aspetto che noto tantissimo tutte le volte. Ogni singola dinamica relazionale, ogni situazione, ogni particolare, tutto è costruito in modo che tu ti stai chiedendo ma perché non fanno questo o quest’altro per scappare/salvarsi? ma poi ti rendi conto che o non avrebbero potuto agire diversamente o, anche se l’avessero fatto, i due ragazzi avrebbero a loro volta adeguato il proprio comportamento bloccando qualsiasi sviluppo alternativo. Sempre per il fatto che il modello cinematografico imperante è quello americano, siamo abituati ad adottare, per le storie sullo schermo, anche quelle di ambientazione quotidiana, dei parametri di plausibilità più o meno sfalsati. Percepiamo come normale che qualcuno reagisca prontamente ad un’aggressione, che chiunque sappia fare a botte, maneggiare un’arma, improvvisarsi abile nella fuga.

Qui, tutti questi presupposti vengono meticolosamente smontati per lasciare il posto a persone spaventate, più o meno lucide ma comunque impacciate, impreparate, come è logico che sia, ad affrontare una simile aggressione.

Quando, verso la metà, Paul e Peter li lasciano soli, istintivamente viene da gridare a George ed Anna (Naomi Watts) di sbrigarsi. Viene da chiedersi perché, in quei primi due minuti che scorrono, non siano già riusciti ad uscire e chiamare i soccorsi. E l’unica risposta è che nessuna persona vera ci sarebbe riuscita. Anna ci mette già il suo tempo a liberarsi mani e piedi. E poi fa quello che chiunque farebbe, torna in soggiorno a vedere come sta suo marito. E George è quello che si spezza prima. E rimane lì, dolorante e in stato di shock. Non può muoversi per il dolore di gamba e braccio rotti ma anche perché completamente traumatizzato dall’aver visto il figlio ammazzato davanti ai suoi occhi. Ed è vero che forse stanno perdendo tempo ma è altrettanto vero che chiunque, al posto di Anna, avrebbe perso quei trenta secondi per fiondarsi istintivamente accanto a lui.

E lo stesso ragionamento si può fare per un sacco di altri dettagli dell’azione. Il coraggio di reazione che Anna, George e anche il bambino, dimostrano è il massimo di coraggio che si possa pretendere da una normale famiglia alto-borghese.

Grande impiego di espedienti metateatrali. Grande non tanto come quantità, quanto piuttosto per la qualità di tali espedienti. Non è solo lo sguardo di Michael Pitt dritto in camera – che succederà sì e no tre volte in tutto il film. Sono le battute che si riferiscono alla necessità di fare quello che si sta facendo per esigenze di copione. Per soddisfare chi sta guardando. Per intrattenere. Perché si vuole una trama e un finale. E’ il gioco nel gioco. I funny games con cui i due ragazzi torturano le loro vittime e il gioco perverso a cui anche lo spettatore si presta, rimanendo a guardarli e rendendosi così complice.

E’ il discorso sulla barca, sulla relatività di ciò che si può considerare reale. Lo stai vedendo, quindi è reale. E’ una cazzata? Non è detto.

E poi c’è la scena che è un po’ il punto cult di tutto il film, che è quella del telecomando. Quando Anna riesce ad afferrare il fucile e a far secco Peter, regalando l’unico momento di sollievo allo spettatore – che a quel punto del film sta agonizzando ed è ridotto peggio degli ostaggi – Paul salta su e si mette a cercare il telecomando, con il quale riavvolge la scena. La manda indietro, perché possa svolgersi nel modo corretto e lui possa bloccare il tentativo di Anna, che fallisce miseramente.

La sospensione della narrazione viene frantumata. Se gli ammiccamenti di Paul accennavano a un passaggio da una parte all’altra dello schermo, qui crolla ogni residuo di separazione tra i due piani. E, oltretutto, è l’ennesima geniale frecciatina di Haneke che sta dicendo: se fossimo davvero in un film americano succederebbe questo e Anna riuscirebbe a sparare. Ma siamo nella realtà. Non ci sperate.

Cast ottimo, tutti bravissimi. Michael Pitt riesce a risultare odioso a livelli inimmaginabili.

Bella la colonna sonora alternata tra classica e metal.

I due cattivi sono vestiti di bianco, chiaramente in omaggio ad Arancia Meccanica.

Alcune scene dalla costruzione memorabile. La tv accesa, con il volume che continua a raccontare una gara automobilistica allo scenario immobile della povera famiglia distrutta.

La pallina da golf che spunta dall’ingresso e lo sguardo di Tim Roth.

Cinematografo & Imdb.

20090930194639!Funny_Games_US

5YxHBsNYmp9gsffgC5f4G6Qgo1_500

funny-games-3

funny

Read Full Post »

Non sono mai stata una grande amante di Bertolucci. Ho apprezzato diversi suoi film e ne riconosco l’indubbia bravura ma raramente mi sono trovata entusiasta. Con due eccezioni: Ultimo Tango a Parigi e The Dreamers. Sono perdutamente innamorata di questi due film.

Dell’Ultimo Tango parlerò quando riuscirò finalmente a recuperarne una versione decente in dvd.

The Dreamers. 2003.

Avverto che parlerò ampiamente del finale – anche se non penso che possa rappresentare un problema per chi non l’ha visto dal momento che non è un thriller e l’assassino non è il maggiordomo.

Innanzi tutto non è un film sul Sessantotto. Indipendentemente da tutto quello che hanno detto critiche e recensioni. Tutto il lancio è ruotato intorno alla dicotomia rivoluzione per le strade/rivoluzione a letto, come se quello che vivono i tre protagonisti fosse una sorta di risposta al contesto sociale. Mio modesto parere è che non c’è niente di più riduttivo, sbagliato, avvilente di questa prospettiva.

La trama pura e semplice. Siamo nella primavera del Sessantotto a Parigi. Matthew è un giovane californiano che ha la fortuna di frequentare l’università in Europa anziché andare a farsi ammazzare in Vietnam. Appassionato (malato) di cinema, forse un po’ ingenuamente travolto dal fascino dell’ambiente culturale francese, nel mezzo delle prime contestazioni a seguito della cacciata – da parte del governo – di Henri Langlois dalla Cinémathèque française si imbatte in Theo e Isabelle. Fratello e sorella (gemelli), carismatici e affascinanti, provenienti dall’alta borghesia colta, che coinvolgono Matthew nel loro particolare rapporto. Lo invitano a trasferirsi da loro, tanto i genitori vanno via, e comincia una sorta di gioco a tre fatto fondamentalmente di sesso, cinema e (soprattutto) dosi enormi di autoillusione anche se in forme diverse. Un gioco che ovviamente non può durare a lungo per l’estrema fragilità degli equilibri che richiede e che vira sempre di più verso l’autodistruzione.

Il Sessantotto c’è ma è più che altro una cornice. La rivoluzione ha anche un ruolo, alla fine, ma non quello che le si è voluto attribuire.

Il fulcro di The Dreamers è fondamentalmente Isabelle e la relazione incestuosa in cui è coinvolta con suo fratello Theo. Relazione che tutto è fuorché atto di spregiudicata ribellione o provocatoria dichiarazione di libertà.

Isabelle è vittima della relazione con Theo al quale è morbosamente attaccata, dal quale è praticamente dipendente in tutto e per tutto in quanto rappresenta per lei l’unica via di fuga, l’unica salvezza da quella che si intuisce essere la relazione con il padre. La relazione tra Theo e Isa è la conseguenza di un abuso da parte del padre. Questa cosa non è mai esplicitata ma ci sono almeno due punti chiave in cui il dubbio viene insinuato in modo più che prepotente: l’inquadratura della mano del padre sul fianco di Isa quando lei si avvicina per presentargli Matthew. Non c’è nessun’altra motivazione che giustifichi la telecamera ferma su quella mano. E’ la sensazione – che prova Matthew stesso anche se non sa perché – di qualcosa che non va. Qualcosa di sbagliato. Quella mano e il modo in cui Isa avverte suo padre che non sono soli. Altra scena chiave da questo punto di vista è verso la fine, quando i genitori rientrano e trovano i tre nudi nella tenda in soggiorno. Lo sguardo del padre non è uno sguardo paterno. Il dolore che si dipinge sul suo volto è quello di un amante tradito. E’ gelosia quella che prova vedendo Isa tra Matthew e Theo. E’ la sensazione bruciante della sconfitta, oltretutto subita per mano di suo figlio, con il quale è in aperto conflitto.

Le implicazioni che sia aprono con questa prospettiva sono complesse e drammatiche.

Isabelle rappresenta il terreno di scontro simbolico e (soprattutto) fisico tra padre e figlio. E’ il campo di una battaglia generazionale persa in partenza dal momento che l’unico modo che Theo trova per affermarsi ed esternare il profondo disprezzo che prova per il padre è quello di sostituirsi a lui.

Con queste premesse possiamo tornare a parlare di rivoluzione.

Se The Dreamers è un film sulla rivoluzione lo è nella misura in cui ne rappresenta il fallimento, la vuota sostituzione di uno slogan con un altro, il vuoto accanimento su questioni di principio. Con esiti peraltro distruttivi per chi in questa rivoluzione si trova coinvolto suo malgrado.

Allo stesso modo in cui, nella scena finale, quando la rue est entrée dans la chambre, e i tre scendono finalmente in strada, diventa palese l’inutilità della rivoluzione nel momento in cui Isa, senza quasi esitare, abbandona Matthew e sceglie Theo. Non c’è nessuna rivoluzione che possa salvare lei. Non cambierà mai niente.

Il personaggio di Isabelle è di una complessità e di una delicatezza struggenti. E’ commovente come Marlon Brando che si rannicchia in posizione fetale alla fine dell’Ultimo Tango. E’ un capolavoro. Tutta la sua sicurezza, le sue pose un po’ eccentriche e dominanti, non sono altro che una maschera, un gioco, un modo come un altro per non pensare, per non guardarsi allo specchio. Per nascondere e tenere a freno il terrore. Terrore che i genitori (leggi il padre) possano scoprire di lei e Theo. Terrore che con Theo possa non essere per sempre, perché lei non ha mai conosciuto altro modo di vivere. Non è mai uscita con un ragazzo. Non ha mai fatto niente senza il permesso di Theo.

In tutto ciò il ruolo di Matthew non è subito definito. Fin dall’inizio c’è la sensazione che non sia del tutto chiaro il perché Theo e Isa lo vogliano coinvolgere. Anche perché ci sono diversi punti in cui all’impulsivo e ingenuo trasporto di Matthew, Theo risponde con una controllata freddezza che fa trapelare una sorta di sopportazione. La funzione di Matthew si chiarisce con la penitenza sull’indovinello di Scarface. La relazione  tra Theo e Isa ha comunque un limite fisico. L’unico modo che Theo ha per fare l’amore con lei – ancora vergine – è quello essere lui a scegliere chi, come e quando. E di essere presente.

La scena in cui Matthew e Isabelle fanno l’amore sul pavimento della cucina (e soprattutto il modo in cui ci si arriva) mentre Theo un po’ controlla e un po’ prepara le uova per tutti, è una delle più esplicite di tutto il film ed è costruita – come tutto il resto del film – in modo impeccabile. The Dreamers non è esattamente un film erotico ma ha molte scene erotiche, e tuttavia non ci sono neanche dieci secondi in cui queste scene siano disturbanti, volgari o inadatte.

Bertolucci è riuscito a creare una dimensione di perfetto equilibrio di bellezza, erotismo, decadenza e dolore. A partire dall’ambientazione. La casa in cui si svolge quasi tutta la storia è un capolavoro, con la sua antichità, il suo lusso decadente e i suoi corridoi labirintici.

I tre protagonisti. La scelta non avrebbe potuto essere più azzeccata. Al di là del mio sconfinato amore per Eva Green, sulla quale non posso che enumerare una sfilza di aggettivi terminanti in -issima,  anche Micheal Pitt e Louis Garrel sono molto adatti al ruolo sia come recitazione sia fisicamente, in un contesto in cui la fisicità è protagonista essa stessa (restano le mie preoccupazioni su come abbiano potuto non beccarsi una bronchite dal momento che sono nudi e fumano per tutto il film).

E poi. The Dreamers è anche una lunga dichiarazione d’amore per il cinema.

E’ zeppo di citazioni verbali e visive di grandi film che hanno fatto la storia del cinema. Theo e Isabelle coinvolgono Matthew anche in un gioco di indovinelli che consistono nel mimare scene di film e riconoscerli. Le scene riprodotte dai ragazzi sono alternate con quelle originali dei film di volta in volta menzionati. Fantastica l’idea di battere il record di Bande à part di Godard attraversando di corsa il Louvre. Una delle scene più belle di tutto il film.

Lo so, ho già scritto un poema, ma aggiungo ancora l’elenco dei film citati perchè merita.

Il corridoio della paura 1966, Sam Fuller

Fino all’ultimo respiro 1959, Jean-Lu Godard

La regina Cristina 1933, Rouben Mamoulian

Il cameraman 1929, Buster Keaton

Luci della città 1931, Charlie Chaplin

Cappello a cilindro 1935, Mark Sandrich

Bande à part 1964, Jean-Luc Godard

Freaks 1932, Tod Browning

Venere bionda 1932, Josef von Sternberg

Scarface 193, Howard Hawks e Richard Rosson

Gangster cerca moglie 1956, Frank Tashlin

Mouchette 1966, Robert Bresson

Cinematografo & Imdb.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: