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Archive for febbraio 2013

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Gus Van Sant è un regista che amo molto anche per la sua capacità di cambiare continuamente generi e tematiche. Difficilmente si ripete, e il suo stile ben si adatta di volta in volta al nuovo contesto. E’ un regista dall’impronta delicata, non invasiva, capace di raccontare le realtà più diverse in modo coinvolgente ma senza inutili eccessi di pathos.

A quindici anni esatti di distanza da Will Hunting, ritorna a lavorare con Matt Damon per raccontare la storia di due rappresentanti di una grande multinazionale del gas che girano per le campagne povere degli stati centrali degli Stati Uniti per comprare dai contadini, spesso già in difficoltà, la terra da trivellare per installare i pozzi. Vendono il gas come l’unica speranza per il futuro. Vendono il sogno di milioni di dollari. Vendono l’emancipazione dai vincoli economici e dalle necessità. Vendono un futuro che presentano come l’unica possibile alternativa ad un lungo declino.

Steve (Matt Damon) è bravo nel suo lavoro e, quel che è più importante, crede davvero in quello che fa. Viene lui stesso dalla campagna e ha un’esperienza personale a supporto delle sue motivazioni. La sua collega, Sue (Frances McDormand) è forse un po’ meno motivata di lui ma non si fa domande, non si pone troppi problemi. A casa ha un figlio da cui tornare. Quello che fa è solo lavoro.

All’inizio sembra tutto fin troppo facile, l’accoglienza calorosa, gli abitanti della piccola città interessati, quasi entusiasti. Poi gradualmente tutto comincia a scricchiolare. Ci sono i dati diffusi su internet che contrastano con le parole di Steve. Ci sono le voci sui danni irreparabili causati alla terra dalle trivellazioni. C’è un professore che insinua il dubbio nei propri concittadini e un ambientalista che mette in atto una campagna serrata contro questa enorme società.

C’è l’assolutismo con cui inizialmente Steve abbraccia la sua causa che comincia a  vacillare di fronte a realtà e verità che forse per primo aveva scelto di ignorare. Molto bello il modo in cui è reso questo passaggio evolutivo del personaggio, senza troppe parole, senza un vero capovolgimento di quelli che siamo abituati a vedere in molti film americani, ma con un discreto mutare di gesti ed espressioni fino ad un episodio – uno solo – che segna veramente un punto di svolta nella vicenda.

Ottima come sempre Frances McDormand, in un ruolo duro ma molto ricco e anche Matt Damon offre un’interpretazione impeccabile, basata molto su un’espressività discreta e molto impregnata del non-detto.

Accompagnato da una buona dose di polemiche – i petrolieri americani che non volevano farlo uscire, gli arabi che figurano invece nella produzione (Imagenation Abu Dhabi Fz) – se per la tematica può riportare alla mente Erin Brockowich, di fatto si sviluppa in tutt’altra direzione e si limita a ritrarre una situazione ancora ben lontana dal trovare una soluzione.

Non c’è lo schema classico di redenzione-ribellione-vittoria. C’è il divario sempre più evidente tra la realtà che Steve crede di conoscere e quella che invece si trova a dover fronteggiare con sempre meno frecce al suo arco. E c’è la scelta che tutti devono fare, la decisione che alla fine tutti devono prendere.

Da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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A forza di parlarne – visto che parlare di Django, per quanto bene, vuol dire inevitabilmente finire con qualcuno che dice bello-sì-però-i-bastardi… – mi è venuta voglia di rivederlo.

Rinuncio a fare classifiche dei film di Tarantino. Ci provavo un po’ di tempo fa e il risultato è stato un incerto balbettio volto a metterli tutti al primo posto. Prendiamo atto che ogni volta che rivedo un suo film quello diventa il mio preferito fino a nuovo ordine.

Inglourious Basterds è un film al tempo stesso molto tarantiniano e molto insolito per gli standard di QT. A partire dall’ambientazione storica.

Sinceramente una cosa che mi ha stupito fin da subito è stata la quasi totale assenza di polemiche sulla scelta di un periodo e di un argomento così delicati. In proporzione sono state sollevate molte più questioni per Django e per la schiavitù che non per il fatto di andare a rovistare tra i nazisti.

Sarà mica forse perché sul discorso nazisti gli Americani si sentono forti della loro consapevolezza di aver fatto la parte dei buoni e la loro coscienza è candida come quella di un pupo, mentre sul discorso schiavitù si sentono un tantino più punti sul vivo? Quella che si dice coda di paglia? Mah, forse non c’entra niente (ma intanto mi ricordo le lagnanze scandalizzate per La vita è bella di Benigni).

Ad ogni modo, IB ha finito con l’essere il film di Tarantino maggiormente premiato dalla critica, con Waltz che si è portato a casa Cannes, il Golden Globe, l’Oscar, insieme al David di Donatello e ad un Nastro d’Argento, battendo persino Pulp Fiction.

E si merita tutto e anche di più.

Siamo in Francia durante la seconda guerra mondiale. Una squadra speciale di soldati ebrei americani agli ordini del tenente Aldo Raine (Brad Pitt) si dedica alla sua missione al di fuori di qualsiasi strategia o politica. Ammazzare tutti coloro che portano una divisa nazista. Semplice, lineare. Per buona misura ci mettiamo anche che ai nazi uccisi viene fatto lo scalpo e a quelli per qualche ragione lasciati in vita viene incisa una svastica sulla fronte. Perché proprio non si può sopportare l’idea che un giorno questi semplicemente si tolgano la divisa e ritornino a condurre una vita normale.

Parallelamente c’è la storia di Shosanna (Mélanie Laurent), giovane ebrea, unica sopravvissuta alla strage della sua famiglia ad opera del colonnello Hans Landa (Christoph Waltz), il Cacciatore di Ebrei, proprietaria, ovviamente sotto mentite spoglie, di un piccolo cinema in cui finisce per venir organizzata la prima di un film di regime, con tanto di presenza di tutti gli alti gerarchi nazisti, tra cui Goebbels, Goring e perfino lo stesso Hitler. L’occasione di vendetta per Shosanna è imperdibile, e lo è anche per Raine e i suoi uomini.

Due piani che si incrociano con lo stesso scopo. Far fuori in un colpo solo tutti i nazisti. Quelli grossi. Quelli che, con la loro morte, possono far finire la guerra.

Geniale in ogni dettaglio, strutturato perfettamente dall’inizio alla fine, IB coordina diversi fili narrativi e fa convergere il tutto in un finale assolutamente memorabile.

Dialoghi estremamente Quentin-style, serrati, divertentissimi. Qualche piccola autocitazione (la conclusione della scena nello scantinato) e soprattutto un perfetto equilibrio: è tutto talmente ben costruito da sembrare effettivamente plausibile, realistico nonostante gli aspetti paradossali.

E poi dei personaggi che sono la fine del mondo. Il tenente Raine – sulla scena del siciliano, sentita in originale, mi sono ribaltata dal ridere – ma soprattutto Landa/Waltz. E’ uno di quei personaggi che non puoi non adorare per quanto sono perfetti nel loro essere assolutamente, totalmente odiosi. CW è di una bravura disarmante. Non interpreta semplicemente il personaggio. Lo ricrea. Non c’è un solo gesto, una sola espressione che non siano in qualche modo personali, vissuti. Non solo l’esecuzione di un copione. Attori così arricchiscono i loro personaggi in modo incomparabile.

E’ davvero un gran film. Vedetelo, anche se non vi piace Tarantino, perché qui veramente supera se stesso. E se l’avete già visto, rivedetelo, perché vi piacerà come la prima volta, se non di più.

Cinematografo & Imdb.

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Gli Oscar 2013:

Miglior film

Argo, regia di Ben Affleck

Miglior regia

Ang Lee – Vita di Pi (Life of Pi)

Miglior attore protagonista

Daniel Day-Lewis – Lincoln

Miglior attrice protagonista

Jennifer Lawrence – Il lato positivo – Silver Linings Playbook (Silver Linings Playbook)

Miglior attore non protagonista

Christoph Waltz – Django Unchained

Migliore attrice non protagonista

Anne Hathaway – Les Misérables

Migliore sceneggiatura originale

Quentin Tarantino – Django Unchained

Migliore sceneggiatura non originale

Chris Terrio – Argo

Miglior film straniero

Amour, regia di Michael Haneke (Austria)

Miglior film d’animazione

Ribelle – The Brave (Brave), regia di Mark Andrews e Brenda Chapman

Migliore fotografia

Claudio Miranda – Vita di Pi (Life of Pi)

Miglior design (scenografia)

Rick Carter e Jim Erickson – Lincoln

Miglior montaggio

William Goldenberg – Argo

Migliore colonna sonora

Mychael Danna – Vita di Pi (Life of Pi)

Migliore canzone

Skyfall, musica e parole di Adele Adkins e Paul Epworth – Skyfall

Migliori effetti speciali

Bill Westenhofer, Guillaume Rocheron, Erik-Jan De Boer e Donald R. Elliott – Vita di Pi (Life of Pi)

Miglior sonoro

Les Misérables – Andy Nelson, Mark Paterson e Simon Hayes

Miglior montaggio sonoro

Skyfall – Per Hallberg e Karen Baker Landers

Zero Dark Thirty – Paul N.J. Ottosson

Migliori costumi

Anna Karenina – Jacqueline Durran

Miglior trucco e acconciatura

Les Misérables – Lisa Westcott e Julie Dartnell

Miglior documentario

Searching for Sugar Man

Miglior cortometraggio documentario

Inocente – Sean Fine e Andrea Nix Fine

Miglior cortometraggio

Curfew – Shawn Christensen

Miglior cortometraggio d’animazione

Paperman – John Kahrs

Allora.

Argo è uno dei pochi che non ho visto e, al di là del fatto che un po’ la cosa mi scoccia, da quello che so non dev’essere male, per carità – se vogliamo tralasciare il fatto che Ben Affleck ha l’espressività di un insaccato –, ma è di sicuro il genere di giocattolone su misura per gli Americani che non si smentiscono e non ci provano neanche a schiodarsi dai loro cliché.

Stesso dicasi per l’oscar di Daniel Day-Lewis. Non si può dire che sia immeritato ma è così terribilmente ovvio. Ieri notte ero giunta alla conclusione che il mio vincitore avrebbe dovuto essere Joaquin Phoenix appena in tempo per farmi smentire.

Poi c’è il mistero Ang Lee. Non è possibile. Ora, io voglio tanto bene ad Ang Lee e poi ha fatto Brokeback Mountain e di questo gli venga reso eterno merito. Ma. Resta il fatto che Vita di Pi non meritava un bel niente. Queste quattro statuette sono una più fuori posto dell’altra. Regia? Niente di anche solo minimamente sopra le righe. Colonna sonora? Non mi ricordo che mi abbia incuriosita neanche un po’. Fotografia? Ma se è tutto digitale. Effetti speciali? Ma se saccheggia Avatar senza pudore. No, questo mi ha fatto proprio incazzare. E oltretutto davvero, mentre per gli altri due film la dinamica è abbastanza chiara, questo proprio non me lo spiego.

Amour. Non l’ho visto, ma amo molto Haneke e sono contenta.

Anche Jennifer Lawrence non l’ho vista e devo rimediare quanto prima.

Per Anne Hathaway sono strafelice. Tra parentesi. E’ ormai una realtà incontrovertibile che non sono in grado di assistere alle premiazioni. Mi metto a piangere come un’idiota per qualsiasi cosa. Va da sè che sulla premiazione di Anne Hathaway mi sono ridotta ad un mucchietto singhiozzante. Chiusa parentesi. Bella, brava. Meritatissimo.

Altra grande gioia Christoph Waltz. Non me lo aspettavo ma anche questa è una statuetta azzeccatissima. E per la cronaca mi son commossa pure alla sua premiazione.

Per Tarantino, manco a dirlo, ho fatto i salti di gioia.

Su The Brave ritorniamo al discorso dell’ovvietà. Non importa se è effettivamente carino, era comunque scontato che vincesse lui. Non c’era una reale competizione.

Ultima cosa, mi spiace che alla fine Re della Terra Selvaggia sia rimasto escluso da tutto. Per la serie, ok abbiamo fatto gli anticonformisti a candidare il film di una produzione indipendente, ma poi non esageriamo, cosa volete, che venga pure premiato?

Ah, ancora una cosa, poi basta, davvero. Mi spiace un po’ che Le Miserables non abbia preso qualcosetta in più.

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Tecnicamente è già lunedì ma dal momento che son le due di notte non riesco ancora a dire nulla sulla cerimonia degli Oscar che si sta svolgendo in questo momento – per ora ho solo qualche scorcio di red carpet con Quevenzhane Wallis vestita di blu e accompagnata da un cane di peluche, ma niente di più. Se riesco, seguirà aggiornamento durante la giornata, altrimenti domani resoconto completo dei vincitori.

Gambit. Come già anticipavo qualche settimana fa, remake dell’omonimo film del 1966, diretto da Michael Hoffman e sceneggiato dai fratelli Coen.

Londra. Un curatore di mostre (Colin Firth) dalle ottime capacità e dal grande amore per l’arte, vessato e umiliato dal suo datore di lavoro ricco, arrogante e spocchioso (Alan Rickman). Una cowgirl spennatrice di polli (Cameron Diaz). Un Maggiore in pensione dedito alla pittura. Una roulotte. Claude Monet e i suoi Pagliai. Un altro curatore di mostre dall’atteggiamento eccentrico (Stanley Tucci). Ah, già, dimenticavo. Un leone e qualche giapponese.

A questi ingredienti si aggiunga la summenzionata sceneggiatura dei fratelli Coen.

Si mescoli il tutto con una buona dose di umorismo se non proprio inglese quanto meno molto British-style e si ottiene una commedia gradevole e simpatica, dall’impostazione molto classica e dai tratti a volte persino un po’ retrò.

Basata fondamentalmente sullo schema della truffa da organizzare e mettere in atto, apre in diversi momenti alla commedia degli equivoci – la scena dell’albergo è spassosissima – con qualche ammiccamento all’aspetto sentimentale – senza però, per fortuna, indulgervi eccessivamente.

Colin Firth si dimostra ancora una volta attore estremamente adattabile alle parti più diverse, divertente e molto credibile nel ruolo, con quella sua espressione di chi non ha ancora capito bene dove si trova.

Cameron Diaz fa la matta ed è bella – forse persino un po’ troppo per il suo personaggio, ma non facciamo i pignoli – e brava.

Alan Rickman è assolutamente impagabile. I ruoli antipatici gli riescono sempre che è una meraviglia, con il suo repertorio di  espressioni più significative di qualsiasi copione.

E c’è anche Stanley Tucci, nei panni di un personaggio che si intuisce essere simpatico ma che in verità è discretamente massacrato da un doppiaggio eccessivamente caricaturale.

E’ un film divertente e leggero, senza grosse pretese ma con uno stile delicato, una trama che funziona e una struttura ben costruita.

I fratelli Coen si intuiscono nell’impostazione, anche se la loro impronta non è così dichiarata, non essendo loro alla regia.

Ho letto critiche che lo definiscono per certi versi superiore all’originale perchè più ironico e più dinamico. Sarei curiosa di recuperarmelo.

Cinematografo & Imdb.

E in attesa dei risultati, qualche sbirciata sul red carpet.

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Allora, lo so che mettere una citazione dai Mumford come titolo per un video di Sigur Ròs è chiara manifestazione di disturbo dissociativo, ma, giuro che ha più senso di quel che sembra.

La mia collezione concerti 2013 si arricchisce ulteriormente del biglietto per Sigur Ròs a Ferrara il 26 luglio (oltrettutto insieme alla mia gemella di blog!! *parte lo squittio tipico del fan in modalità condivisione* :D) e la mia impazienza anche in questo caso si fa sempre più evidente. Motivo per cui vado spulciando youtube a caccia di video dello show di Milano dell’altra sera.

E poi, visto che li ho tirati in causa, come non metterci anche loro? Tanto più che sono pure il British Group dei Brit Awards 2013.

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Nonostante le ottime critiche che avevo letto in merito e nonostante mi incuriosisse parecchio, sono andata vedere questo film con il timore latente che si rivelasse una delusione, per il semplice fatto che, quando si parla di bambini protagonisti, spesso si rischia di cadere se non nello stereotipo, quanto meno nello stucchevole.

Timore assolutamente infondato. Anzi. Oltre ad essermi piaciuto molto, questo film mi ha anche sorpresa. Un po’ forse perchè non mi ero documentata abbastanza, un po’ perchè dal trailer mi ero fatta un’idea diversa, sta di fatto che non me lo aspettavo.

Siamo nel Sud della Louisiana, in una zona paludosa, la Grande Vasca, che rischia di essere sommersa dall’acqua ad ogni alluvione o uragano, oltre che a causa dell’innalzamento del mare per lo scioglimento dei ghiacci. In questa zona, situata proprio nel cuore dell’America ma al tempo stesso completamente fuori dal mondo, vivono un padre e una figlia, insieme alla loro gente.

Nelle loro baracche, conducono una vita semplice ben oltre i limiti della povertà, cacciano, pescano e seguono il tempo di un ritmo sfasato rispetto al resto del mondo, dal quale sono tenuti lontani e guardati con sospetto.

Il padre, Wink, ha un unico scopo, preparare la piccola Hushpuppy a cavarsela da sola per quando lui non ci sarà più (la mamma se ne è già andata).

Un po’ favola, un po’ metafora, un po’ viaggio di formazione, un po’ celebrazione di tutti coloro che scelgono di vivere fuori dai confini tracciati dalla società, il film di Zeitlin ha il grande pregio di mantenere dall’inizio alla fine un equilibrio perfetto tra i vari elementi in gioco. Tra il fantastico delle Bestie preistoriche e la realtà cruda dell’uragano. Tra la spensieratezza e la drammaticità di tutta la situazione.

I tratti a volte surreali dell’ambientazione e le incursioni del mito fanno da contrappunto e da bilanciamento ad una tristezza in agguato dietro l’angolo, impedendole di prendere il sopravvento. Non è un film drammatico, nè tanto meno melodrammatico. E non è neanche un film sentimentale nel senso classico (e negativo) del termine.

Tratto dalla pièce teatrale Juicy and Delicious di Lucy Alibar, Beasts of Southern Wild (che chissà perchè in italiano si è perso le bestie) è un film insolito – e già questa non è una cosa da poco – delicato e coinvolgente.

Grande merito ai due protagonisti, Dwight Henry (Wink) e la piccola Quvenzhané Wallis (Hushpuppy), bravi, belli, perfetti dall’inizio alla fine.

Se forse ritengo un po’ eccessiva la candidatura di Wallis a miglior attrice protagonista non è per qualche pecca nella sua interpretazione ma semplicemente perchè mi sembra un po’ prematura. Resta il fatto che Quvenzhanè – sei anni all’epoca delle riprese – lascia senza parole. E’ veramente difficile non affezionarsi alla sua energia, alla sua espressione seria, al suo essere più grande della sua età, forse più grande persino di suo papà. Non ha niente dei soliti connotati dei protagonisti bambini. Piccola cacciatrice, uomo di casa, concentrato di forza e di vita, Hushpuppy è un personaggio estremamente interessante e QW riesce davvero bene a incarnarne tutte le sfumature.

Da vedere.

The whole universe depends on everything fitting together just right. If one piece busts, even the smallest piece… the entire universe will get busted.

Cinematografo & Imdb.

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Moneyball

Fatte le dovute proporzioni, suppongo che il baseball per gli americani sia l’equivalente del calcio in Italia/Europa. Non c’è ragazzino americano che sia cresciuto senza aver acchiappato qualche tiro con un guantone un po’ come da noi non ce n’è uno che non abbia mai dato quattro calci a un pallone. Resta il fatto che, sarà pure la vecchia storia dell’erba del vicino, ma di film sul baseball (o sul football americano se è per questo) ne ho visti una discreta quantità mentre è fuor di dubbio che non resisterei cinque minuti di fronte ad un qualsivoglia film di argomento calcistico. E’ anche vero che – per fortuna –  non mi risulta ce ne siano poi molti.

Moneyball in realtà è carino ma non è niente di particolarmente notevole. Senza infamia e senza lode, trae sicuramente vantaggio dalla presenza di due attori come Brad Pitt e Philip Seymour-Hoffman.

Decisamente esagerate le sei candidature agli Oscar nel 2012 tra cui miglior film – forse si sentivano in colpa per non aver premiato Miller per Truman Capote? – miglior attore protagonista Brad Pitt – con tutte le parti che ha fatto sicuramente questa non è poi così rilevante – e non protagonista Jonah Hill – forse un incoraggiamento a non fare più i film semi-demenziale di cui pullula il suo curriculum?

Resta comunque un film gradevole perchè è curiosa la storia che viene raccontata. Una vicenda personale apparentemente insignificante che è andata ad intrecciarsi con la storia di uno degli sport nazionali d’America.

Tratto dal libro di Michael Lewis, ripercorre la carriera di Billy Beane, giocatore mancato, General Manager degli Oakland Athletics che, nel 2002, per cercare di risollevare le sorti della sua squadra cambia radicalmente metodo sia nella scelta dei giocatori sia nell’attribuzione loro dei ruoli in campo. Cercando di districarsi in un mondo di atleti strapagati e inarrivabili, Billy si avvale dell’aiuto di un giovane economista – il classico nerd a cui nessuno dà retta – che gli propone l’impiego di una teoria basata su numeri e formule e che rivoluziona alla base i principi per la formazione delle squadre.

Ci sono un po’ tutte le situazioni del caso, i contrasti, l’ostilità che Billy incontra da parte di coloro che hanno effettivamente più esperienza di lui, la sfiducia, il conflitto con se stesso e con i fantasmi del suo passato. Si apre uno spaccato su quello che è il dietro le quinte di quel complicato meccanismo gestionale e burocratico che manda avanti i grandi sport.

E poi c’è il salto. Gli Oakland che cominciano a vincere. La proposta da Boston (parliamo di Red Sox). La possibilità di concretizzazione di quella parte di sogno americano che è la realizzazione personale. Il successo. Indipendentemente da come poi vada a finire.

Il metodo adottato da Billy si dimostra vincente. Si diffonde. Cambia per sempre le regole del management del baseball.

Apprezzabile il fatto che il regista abbia evitato tutta una serie di cliché da situazione sportiva pre o post partita e abbia invece dato più spazio all’aspetto umano e conflittuale della vicenda senza tuttavia cedere alla tentazione di scenografici picchi emotivi di esaltazione o disperazione.

Cinematografo & Imdb.

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