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Archive for the ‘M. Freeman’ Category

Trasposizione cinematografica dell’omonima pièce teatrale di Andy Nyman e Jeremy Dyson, che sono anche i registi.

Nyman veste anche i panni del protagonista, affiancato da Martin Freeman.

A vederlo così sembra avere dei buoni spunti. Bisogna vedere se se la giocano bene o se ne fanno solo un pretesto per riproporre i soliti cliché.

Nelle sale dal 19 aprile.

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Sarà che, ormai, di questa trilogia dello Hobbit mi ero ufficialmente stufata.

Sarà che non mi aspettavo niente di più e niente di meno rispetto ai due capitoli precedenti.

Sarà che ero preparata a due ore di virtuosismi tecnico-visivi e zero emozioni.

Sarà che sono andata a vederlo proprio solo per amor di completezza.

Non so. Sta di fatto che mi son seduta di fronte a questa Battaglia delle cinque armate con una disposizione d’animo se non proprio ostile quanto meno cupa.

Ed invece è andata a finire che proprio quest’ultimo capitolo è stato quello che mi è piaciuto di più.

Forse perché c’era la battagliona finale e, si sa, la battaglia alla Jackson fa sempre la sua porca figura (anche se, sostanzialmente, ormai si è già visto tutto quello che doveva farci vedere).

O forse, davvero, ero talmente sprofondata nel mio loop negativo che è bastato un po’ di coinvolgimento nell’azione a risollevare il mio interesse.

Che poi, chiariamo: questo qui è un “mi è piaciuto” sempre molto relativo e da prendersi con le dovute riserve. Nel senso che rispetto alla freddezza totale che mi avevano lasciato addosso gli altri due – il secondo in particolare, perché sul primo mi ero ancora fatta trascinare un po’ dall’entusiasmo residuo del Signore degli Anelli e dalla speranza che fosse effettivamente replicabile – questo qui mi ha divertita di più.

E’ più lineare. Cazzeggia di meno. Le scene d’azione sono più mirate, meno fine a se stesse, non troppo allungate arbitrariamente.

Visivamente e tecnicamente è quasi superfluo dire che è come al solito tutto perfetto. E’ sempre, irrimediabilmente, metri e metri al di sopra degli standard degli effetti speciali, anche quelli di alto livello. Non l’ho visto in 3D ma, tutto sommato, il 3D avrebbe avuto senso solo nel primo quarto d’ora, con la scena del drago, perché tra i colori accesi delle fiamme e le riprese aeree ci andava effettivamente a nozze. Per il resto non avrebbe aggiunto un granché.

La trama rimane ragionevolmente fedele anche se con le consuete deviazioni e aggiunte, alcune delle quali proprio continuo a non digerirle.

Legolas non doveva esserci (tanto meno ingrassato com’è).

La storia tra l’elfa-che-Tolkien-non-ha-mai-creato Tauriel e Kili è letteralmente imbarazzante, non c’è altro modo di definirla. E, oltretutto, ha pure l’effetto di far apparire il povero Legolas-che-non-dovrebbe-essere-lì quanto meno come uno sfigato.

Le impostazioni che vengono date ai personaggi mirano palesemente a ricalcare le tipologie del Signore degli Anelli. Luke Evans nei panni di Bard è molto ben riuscito ma si vede lontano un miglio che Jackson cerca un nuovo Aragorn. E il personaggio di Alfrid – che onestamente non ricordo dal libro – è una fastidiosa macchietta che vorrebbe essere una via di mezzo tra Vermilinguo e Gollum e che poteva benissimo venirci risparmiata.

Nell’insieme, ad ogni modo, si guarda tranquillamente. Ho persino versato una lacrimuccia per Thorin. E son cose.

Ah sì. Dimenticavo. Il combattimento di Gandalf, Galadriel, Saruman e Elrond contro Sauron, al di là dell’attinenza letteraria, è comunque una di quelle scene che valgono il film, insieme al quarto d’ora iniziale di Smaug.  

Cinematografo & Imdb.

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THE HOBBIT: THE BATTLE OF FIVE ARMIES

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Carino. Seppur con dei limiti.

Lucy si trova per una serie di circostanze fortuite coinvolta in un traffico di droga e con un sacchetto di una nuova non meglio identificata sostanza cucito nella pancia. Il sacchetto, guarda un po’, si rompe e lei si trova ad assumere la sostanza in grandi quantità mentre il suo organismo, lungi dal soccombere, reagisce potenziandosi.

Questo, in breve il presupposto del film.

Volendo scendere un po’ più in dettaglio, quello che sperimenta Lucy non è solo un potenziamento chimico ma una sorta di evoluzione iperaccelerata che comporta l’aumento della capacità di sfruttamento del cervello.

Action movie fantascientifico, Lucy è divertente, ben costruito e dal ritmo incalzante.

I limiti cui accennavo prima risiedono nel fatto che ci sono forse un po’ troppi riferimenti a troppe cose che, in un modo o nell’altro ci sono già viste.

Nel complesso è un film piuttosto ambizioso e si vede. E il fatto che si veda di per sé è già un po’ sospetto.

La teoria evolutiva alla base non viene tradita e non viene approfondita eccessivamente, evitando così di metterne in luce le inevitabili incoerenze, però risulta un po’ troppo pontificante sul tema del significato generale dell’esistenza.

Besson punta molto sull’aspetto visivo e, oltre ad una serie di immagini digitali per la parte chimica dell’effetto della sostanza, impiega molte riprese documentaristiche. Le spiegazioni della direzione evolutiva che percorre Lucy sono corredate da immagini che ripercorrono l’evoluzione della vita sulla Terra e della Terra stessa che, per carità, sono molto belle, ma dopo un po’ stufano. Senza contare che viene subito in mente Malick con The Tree of Life.

I riferimenti a Matrix si sprecano, dalle stringhe numeriche che Lucy vede nella realtà, al concetto stesso di visione e interazione con il reale ad un livello superiore; dalla stanza bianca come fosse un programma ancora da definire alle sparatorie con i marmi che saltano (anche se quelle, in effetti, ormai le mettono un po’ dappertutto). Anche il concetto del potenziamento delle capacità cerebrali non è nuovo di per sé. Senza voler scomodare la filmografia storica, basti pensare al recente Limitless che partiva più o meno dallo stesso punto. E la commistione evoluzione organica e tecnologico-informatica richiama il mito uomo-macchina che da Cronenberg arriva al Tagliaerbe (di cui c’è una citazione di proporzioni gigantesche).

Scarlett Johansson sta bene nel ruolo di questa Nikita post upgrade, con lo sguardo stralunato e un po’ stranito di un animale che studia un ambiente nuovo.

Morgan Freeman veste i panni dello studioso, portavoce delle spiegazioni scientifiche ed è, tutto sommato, persino sprecato per una parte che è poco più che una voce fuori campo.

Nell’insieme non è male. Besson sfrutta bene gli elementi che ha anche se non tutti sono così originali come vorrebbe farli sembrare. Buona l’idea del tipo di sostanza che provoca la reazione di potenziamento e della sua natura intrinsecamente legata allo sviluppo umano. Non so se sia già stata usata in precedenza in questi termini però qui risulta ben congegnata.

Cinematografo & Imdb.

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Io e la programmazione dei post. Due universi incompatibili. Sembra che lo faccia apposta per darmi sui nervi da sola. Appena metto giù una scaletta – coerentemente con le mie tendenze listomani – mi viene in mente che assolutamente devo parlare di qualcos’altro.

La realtà è anche che ho un sacco di film e libri arretrati sui quali ho esigenza di esprimermi e rischio di perdermi dei pezzi.

Ergo, quale modo migliore per fare un po’ d’ordine che non continuare a cazzeggiare parlando d’altro?

Oh, Voce. Non ti si sentiva da prima di partire…

Devo dedurre che ti sono mancata?

Io non ho detto niente di vagamente assimilabile a questo concetto.

Noto con piacere che il tuo carattere amabile non è migliorato neanche oltreoceano.

Che vuoi mai, faccio il possibile per non deluderti.

Senti, ma cosa ci fai sveglia a quest’ora?

Sto ancora smaltendo il fuso orario. Così posso darti il mio parere anche sui post che scrivi alle tre di notte. Contenta?

Che culo. E nel caso specifico?

Non so ancora di cosa vuoi parlare…

Perché la locandina non si capisce?

Sì, ecco, adesso puoi anche liquidarmi dicendo di andarmi a vedere il film per conto mio e il post è bell’e concluso…

Uh ma che noiosa. Allora, se stai zitta un attimo ti dico.

Probabilmente non sarò né la prima né l’ultima a dirlo ma, per certi versi, Trascendence sembra la versione maschile di Her. Almeno ad un livello superficiale.

L’Intelligenza Artificiale. L’ultima frontiera della ricerca tecnologica e informatica. L’ultima barriera da abbattere.

Will ed Evelyn Caster sono due brillanti ricercatori, una coppia perfetta, affiatata nella vita e nel lavoro. Will, in particolare, è uno dei massimi esponenti nel suo campo. Un genio. La sua teoria sull’eventuale sviluppo di una vera intelligenza artificiale presuppone il passaggio ad un livello altro, infinitamente superiore alla totalità di tutto l’intelletto umano. Un qualcosa che trascenderebbe, appunto, il concetto stesso di intelligenza umana.

Per la sua posizione di spicco, Will si trova nel mirino di un’organizzazione terroristica antitecnologica che, nel tentativo di eliminarlo, gli fornisce invece l’occasione ideale per sperimentare in prima persona un livello successivo di sviluppo del suo programma. Di colpo si trova di fronte a quella trascendenza che finora aveva soltanto teorizzato.

Evelyn lo accompagna e lo segue. Ostinatamente. Disperatamente.

Sorda ai dubbi – legittimi – che Max, amico e collega, cerca di farle prendere in considerazione. Cieca di fronte alle conseguenze, sempre più evidenti.

Non posso dire molto altro sulla trama senza cascare in qualche spoiler quindi mi fermo qui.

Il contrasto è quello classico tra uomo e macchina, dove l’uomo impiega tutte le sue energie per infondere nella macchina quanta più umanità possibile, cercando di riprodurre emozioni e coscienza, oltre che mera logica, finché non perde il controllo della propria creatura.

Il collegamento con Her c’è per quanto riguarda il rapporto morboso che Evelyn sviluppa con la versione virtuale di Will. Gli scorci di distorta quotidianità domestica tra i due.

Per il resto, la trama è costruita discretamente, senza eccessive pretese e il ritmo forse non è troppo incalzante ma procede senza intoppi.

Cast decisamente un po’ sovradimensionato rispetto al materiale. Johnny Depp (che per fortuna ha avuto il buon senso di dimagrire un po’ rispetto a Tourist) nei panni di Will, e poi Paul Bettany (Max), Morgan Freeman, Cillian Murphy e Rebecca Hall (che non sono sicura che mi piaccia ma pazienza).

Bella la scena iniziale, senza elettricità, con portatili e cellulari ormai ridotti ad inutili pezzi di plastica. Io avrei insistito anche un po’ di più sulle connotazioni distopiche.

Forse un po’ stucchevole la parte relativa al legame tra Will ed Evelyn e forse anche un po’ troppo affrettato il finale, anche se non manca di coerenza.

Niente di particolarmente eclatante ma si guarda comunque volentieri.

Cinematografo & Imdb.

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TRANSCENDENCE

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Non so bene da che parte prenderla, questa desolazione di Smaug.

Non lo so perché mi è piaciuto e non mi è piaciuto allo stesso tempo. Perché ci sono troppi aspetti contrastanti. Perché, davvero, forse Jackson nella foga di metterci tutto ha finito col metterci troppo.

Che nel libro de Lo Hobbit non ci fosse materiale sufficiente per tre film – e oltre tutto tre film da quasi tre ore l’uno – era chiaro fin dall’inizio. Così come il fatto che la nuova trilogia fosse – se proprio non vogliamo usare il termine di operazione commerciale – un inevitabile prodotto della scia di entusiasmo lasciata dal Signore degli Anelli. E tuttavia, con il primo capitolo ci si lasciava coinvolgere dalla speranza che, tutto sommato, potesse decollare, avesse un’effettiva ragione di esistere. Con il primo Hobbit si aveva la sensazione di tornare a casa, tornare in posti familiari, di cui si sentiva la mancanza. E questo, unito alla realizzazione, come sempre grandiosa, faceva un po’ dimenticare gli inevitabili scogli di trama destinati ad emergere.

Con questo secondo capitolo cominciano a farsi sentire gli effetti collaterali dell’eccessiva lunghezza.

Si passa dalla fedeltà maniacale al testo – che aveva connotato il capitolo precedente – alla divagazione per testi tolkeniani paralleli al fine di arricchire la trama, cercare altro materiale, arrivare alla fine di queste tre ore, insomma.

E se questa poteva essere un’operazione discutibile ma ancora accettabile da un punto di vista meramente filologico, quello che invece disturba parecchio è l’introduzione di elementi nuovi di cui assolutamente non si sentiva la necessità.

Viene riesumato Legolas – fondamentalmente in osservanza della terza legge di Hollywood in base alla quale un film senza un figo non avrà mai un vero successo – contentino per la fanbase improvvisata del film e ignara delle origini cartacee, e probabilmente anche per il povero (si fa per dire) Orlando, che non ha poi lavorato granché dopo la Terra di Mezzo.

Non contento di ciò, Jackson introduce anche un’elfa assolutamente inventata di sana pianta – variazione femminile della terza legge di cui sopra – palesemente aspirante-clone di Arwen – come personaggio – e, come se non bastasse, coinvolta in un doppio flirt con Legolas e con il più carino dei nani – risaliamo così alla seconda legge di Hollywood, un film senza una storia d’amore non va da nessuna parte.

E se pure sono contenta di rivedere in giro Evangeline Lilly, superstite di Lost e sempre bellissima, la porcata di trama, in questo caso, la maldigerisco proprio.

Poi, per carità, non si può proprio dire che sia un brutto film, sia chiaro.

E’ divertente, è spettacolare, è tecnicamente impeccabile sotto tutti i punti di vista – compreso un 3D molto ben sfruttato. Solo che non coinvolge neanche lontanamente come Il Signore degli Anelli.

Lo guardi, dici wow, passi oltre. Non ti resta dentro.

I combattimenti sono troppo lunghi. Non sono noiosi, ma sono obiettivamente troppo lunghi, perfetti esercizi di stile. Divagazioni di uno che, comunque sia, ha mestiere, anche quando cazzeggia, ma pur sempre quello, divagazioni per dilatare il tempo.

Meraviglioso Smaug. Quel drago è veramente un capolavoro. Così come tutta la sequenza finale è una delle meglio costruite del film.

E se, nella versione italiana, il nuovo doppiaggio di Gandalf con la voce di Gigi Proietti mi disturba abbastanza perché ho troppo presente la persona del doppiatore, la voce di Luca Ward per Smaug è meravigliosamente calzante.

Morale. Andate a vederlo perché comunque merita.

Però Il Signore degli Anelli era decisamente un altro pianeta. Aveva un altro valore.

Il Signore degli Anelli ha di fatto ricreato i canoni del fantasy in ambito cinematografico. Lo Hobbit è una variazione sul tema.

Cinematografo & Imdb.

Lo Hobbit - La Desolazione di Smaug

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I know you, but we’ve never met. I’m with you and I don’t know your name. I know I’m dreaming, but it feels like more than that. It feels like a memory. How can that be? 

Ennesima distopia post-apocalittica a sfondo newyorkese – che ovviamente se la terra viene distrutta a noi ci importa solo di New York, questo si sa – e, ok, non siamo esattamente nel campo dell’originalità.

Tuttavia Oblivion, diretto dal Joseph Kosinski (il regista di Tron Legacy) e tratto dall’omonima graphic novel sua e di Arvid Nelson, non è per niente male.

Vasti scenari di una terra abbandonata e resa inospitale dall’uomo stesso. Scorci di città distrutte – non molti in realtà, ma l’immancabile fiaccola abbattuta c’è (mi chiedo se sia sempre la stessa di altri film). Creature ostili che si sono impossessate del pianeta. Un mondo nuovo, rifugio della razza umana.

Visivamente è davvero molto ben riuscito, ed è valida anche la colonna sonora degli M83 che si adatta bene alla grandiosità delle ambientazioni.

Trama ben costruita su un’idea, come dicevo, magari non originalissima ma sicuramente interessante. Se proprio vogliamo essere pignoli, avrebbe forse potuto essere sfruttata un po’ meglio sotto certi aspetti, dal momento che, in fin dei conti, abbiamo solo un colpo di scena grosso che coglie di sorpresa mentre gli altri punti di svolta o rivelazione sono in qualche modo annunciati dalla logica consequenzialità degli eventi quindi non sorprendono mai del tutto.

Molte le citazioni di illustri predecessori del genere fantascientifico, da 2001 Odissea nello spazio a Matrix, senza che però appaiano troppo invasive o forzate.

Il cast è fondamentalmente Tom Cruise che, come al solito, risulta adatto a questi ruoli sostanzialmente un po’ tamarri dell’eroe-ma-non-troppo. E che, come al solito, fa il suo mestiere senza spiccare particolarmente – e va benissimo così. C’è Morgan Freeman, in un ruolo importante ma di breve durata.

E c’è anche la mia amata Zoë Bell, anche se la sua è solo una rapidissima apparizione sul finale.

Insomma, un buon film di stampo fantascientifico semi-tradizionale. Non è di quelli che mi fanno uscire esaltata dal cinema ma si è dimostrato comunque all’altezza delle aspettative.

Cinematografo & Imdb.

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Allora. Lo so che mettersi a fare il film de Lo Hobbit, il che fondamentalmente vuol dire il prequel del Signore degli Anelli, e per di più suddividerlo in tre (tre!?) capitoli puzza di operazione commerciale quanto un cumulo di carcasse di orchi lasciate al sole. Ma. Marketing o no, Peter Jackson lo fa talmente bene che le dinamiche in sottofondo non hanno granché importanza.

Devo dire che il libro di Tolkien l’ho letto davvero molti anni fa e mi rendo conto che al momento non sono in grado di portare avanti un giudizio legato alla trasposizione dal testo allo schermo. Posso solo parlare del film e ne dico un gran bene.

E’ esattamente quello che mi aspettavo. Un trionfo della potenza visiva di Jackson per un universo che nessuno dopo di lui riuscirà mai a rappresentare in modo così perfetto e completo, dal punto di vista della sua costruzione fisica ma, soprattutto, dal punto di vista dello spirito che esso incarna.

Se, da un lato, è pur vero che il Signore degli Anelli ha ammazzato il fantasy nel senso che ormai, chiunque sia venuto dopo nel genere non può astenersi dal fare i conti con il debito che –volente o nolente – si trova ad avere nei confronti del film tolkeniano, è anche vero che è stata una morte ampiamente onorevole perché P. J. è stato il primo a sfruttare davvero tutte le potenzialità di questo genere in termini di avventura, di trama, ma soprattutto di ambientazioni.

Se già nella precedente trilogia scenografie, immagini e fotografie erano spettacolari, qui il regista si sbizzarrisce con tutto quello che evidentemente non aveva potuto inserire nel SdA. Battaglie ancora più epiche, scontri tra creature antichissime, fughe rocambolesche.

In più ci aggiunge anche il 3D che, se è vero che di solito non arricchisce particolarmente il film, è comunque fatto davvero bene e bastano anche solo due o tre scene (gli artigli dell’aquila che sollevano il corpo di Thorin e l’occhio del drago) perchè senta di aver speso bene i soldi del sovrapprezzo del biglietto.

Sulla trama, come dicevo, a parte i punti salienti, come il ritrovamento dell’anello e alcuni altri, non saprei dire con esattezza dove P.J. ha aggiunto qualcosa, e come.

Anche il cast, come sempre, molto valido con M. Freeman nei panni di un Bilbo Baggins davvero ben riuscito, tra ironia e coraggio e R. Armitage nel ruolo di Thorin – finalmente un nano privo di quel sottofondo sempre un po’ ridicolizzante e caricaturale. E poi l’ottimo Ian McKellen – anche se non ho apprezzato particolarmente il cambio di doppiatore.

Decisamente da vedere.

Cinematografo & Imdb.

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