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Archive for the ‘34TFF’ Category

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Personal Affairs. Regia di Maha Haj. Israele. Sezione Festa Mobile.

Nazareth. Marito e moglie, già di una certa età, pensionati. Una quotidianità domestica lenta, monotona, stanca e al tempo stesso carica di tutte quelle piccole tensioni sedimentate in anni di incomprensioni, fraintendimenti, o anche solo di abitudine.

Tre figli, due maschi e una femmina, tutti ormai grandi e presi dalle loro esistenze. Uno in Svezia, due a Ramallah.

Piccole storie personali, domestiche, quotidiane che si intrecciano a formare il quadro di una commedia leggera, intelligente, che non dimentica la realtà di conflitto in cui è ambientata, ma che in qualche modo la ridimensiona, mettendo al centro le piccole, singole, normali esistenze.

Un balletto tra limiti e confini, siano essi politici o emotivi.

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La mécanique de l’ombre. Regia di Thomas Kruithof. Belgio. In concorso.

Un ex contabile disoccupato e con problemi di alcolismo alle spalle (François Cluzet) finisce coinvolto nelle attività poco chiare di una società che si occupa di intercettazioni e rimane incastrato in un pericoloso intrigo politico.

Niente e nessuno è più immune dal sospetto. Più il protagonista cerca di uscirne e più le proporzioni del complotto si rivelano enormi e le conseguenze inesorabili.

Un buon thriller fantapolitico dal ritmo sempre più incalzante e dalle atmosfere soffocanti e paranoiche.

Ruolo minore anche per Alba Rohrwacher.

 

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Go Home. Regia di Jihane Chouaib. Francia/Svizzera/Belgio/Libano. Sezione TorinoFilmLab.

Quando Nadia (una bravissima e bellissima Golshifeth Farahani) decide di ritornare in patria, in Libano, nel paese dove ha trascorso la sua infanzia, ad attenderla non trova la terra familiare che ricordava. Trova una casa disabitata e vandalizzata. Trova un paese chiuso e ostile. Trova il fantasma di un ricordo che non coincide con l’immagine mitizzata che porta con sé fin da quando è bambina.

Cos’è successo realmente a suo nonno? Perché il nome della sua famiglia è odiato? Cos’è che tutti sanno ma di cui nessuno vuol parlare?

Nadia si ostina a scavare. Vuole capire. Vuole vendicare, anche se non sa nemmeno lei bene chi ho che cosa. Rivuole la sua terra, la sua casa, i suoi ricordi.

Il tono della narrazione è prevalentemente personale. La dimensione privata, quotidiana. La guerra ‘grande’, la situazione politica sono quasi del tutto assenti ma non per questo manca la dimensione dello scontro. Uno scontro in scala ridotta, tra il paese e la famiglia di Nadia. Tra Nadia e suo padre, che dal Libano è fuggito e non vuole saperne più nulla. Tra Nadia e se stessa, perché ad un certo punto non si può più fidare neanche dei suoi ricordi.

Bello, delicato, coinvolgente riesce a rendere bene la natura universale di certe dinamiche di conflitto, profondamente radicate nella natura umana, indipendentemente dal contesto.

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Wir sind die Flut. Regia di Sebastian Hilger. Germania. In concorso, ha vinto il premio del pubblico.

Un piccolo villaggio sulla costa. Una comunità poco più che rurale. E poi un giorno, senza motivo, la marea si ritira e non risale più. Nello stesso momento, scompaiono tutti i bambini del paese.

Un giovane studente, alle prese con un bizzarro e ambizioso progetto di ricerca, si reca sul luogo per l’ennesimo tentativo di scoprire cosa sia realmente successo.

Non sono sicura di averlo capito ma mi è piaciuto. Di pancia prima ancora che di testa.

Il messaggio del film è chiaro, forse fin troppo esplicitato dai due voiceover all’inizio e alla fine – quasi che il dubbio di rimanere frainteso fosse anche del regista e abbia voluto indirizzare l’interpretazione – ma rimane comunque un senso di vaghezza, di sospensione.

Inquietante, fortemente evocativo. Un po’ mistery, un po’ thriller. Un po’ anche viaggio simbolico di perdita e formazione.

Forse poteva anche osare di più nella risoluzione, ma resta comunque molto coinvolgente nelle atmosfere sospese e nell’attonito sbigottimento di una comunità privata del suo futuro.

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Marie et les Naufragés, Regia di Sébastien Betbeder. Francia. Sezione Festa Mobile.

All’uscita da un locale, Siméon, trent’anni o giù di lì, trova un portafoglio smarrito. Ne rintraccia la proprietaria, Marie e nel tentativo di restituirglielo si imbatte nell’ex fidanzato di lei, un’aspirante scrittore geloso e paranoico. Rintraccia anche Marie, ne rimane affascinato e si mette in testa di rivederla.

Per una serie di circostanze fortuite, si ritroverà su un’isoletta della Bretagna, insieme al coinquilino sonnambulo, Oscar, allo scrittore paranoico e ad un artista che tenta di reinventarsi con la musica elettronica.

Una commedia adorabile, di quelle che solo i francesi.

Surreale e sinceramente divertente, regala momenti di autentico spasso.

La figura di Oscar, in particolare, fa morire dalla risate.

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Kazarken. Regia di Güldem Durmaz. Belgio/Francia. Sezione TFFDoc.

Denis Lavant incarna la figura mitologica del centauro Chirone e guida simbolicamente la regista in un viaggio tra il reale e l’onirico alla scoperta delle sua terra d’origine, la Turchia.

Devo dire che è quello che mi è piaciuto di meno di tutta questa edizione.

Nonostante la presenza di alcuni spunti interessanti – la valle interamente sommersa da una diga, con tutte le sue rovine e la sua storia o cose così – risulta nel complesso pretenzioso ed egoriferito.

La regista vuole troppo ostentatamente far leva sulle sue origini turche, ammantandosi di un esotismo che è prevalentemente snobistico.

L’ho trovato lento, faticoso, troppo ricercatamente intellettualistico.

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Vetar/Wind. Regia di Tamara Drakulic. Serbia. Tra i film in concorso.

La lunga, lenta e solitaria vacanza di Mina, che deve accontentarsi di stare con suo padre e di trascinare le sue giornate lungo le spiagge semideserte di un piccolo angolo di Montenegro. Gradualmente prende forma l’amicizia con un ragazzo che fa surf da quelle parti e – forse – anche con la sua fidanzata.

Capricci adolescenziali, segreti che coinvolgono un po’ tutti, indipendentemente dall’età.

Non mi è dispiaciuto ma non mi ha neppure entusiasmata. Ha un taglio più documentaristico che narrativo e di certo questo contribuisce a dare risalto all’ambientazione che, attraverso l’ottima fotografia, diventa quasi vera protagonista.

Siamo alla foce del fiume Bojana, al confine tra Albania e Montenegro, una zona naturalistica protetta, in particolare per quanto riguarda l’avifauna, e caratterizzata da lunghe spiagge sabbiose e paesaggi di suggestiva bellezza.

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The Arbalest. Regia di Adam Pinney. USA. Sezione After Hours.

Foster Kalt è un solitario ed eccentrico milionario che ha raggiunto fama e denaro con l’invenzione di un giocattolo, una sorta di cubo di Rubik, e che ad un certo punto ha semplicemente smesso di parlare. Di raccontare la sua storia, di rispondere alle domande dei giornalisti e così via. Fino a quando non decide di rompere questo voto del silenzio e di rivelare una volta per tutte com’è andata realmente.

Una via di mezzo tra thriller e commedia pulp, costruito in modo impeccabile, quasi maniacale nell’ambientazione meravigliosamente anni Settanta e nella caratterizzazione dei personaggi, fitta di richiami ma non eccessivamente ammiccante.

Divertente e originale nel complesso. Peccato solo un difetto, neanche troppo piccolo. E cioè che la trama non è all’altezza di una costruzione così curata. La risoluzione lascia un senso di incompiuto e quel retrogusto fastidioso di un’occasione un po’ sprecata che la scusa del surreale non basta a mitigare.

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Apprentice. Regia di Junfeng Boo. Singapore. Sezione TorinoFilmLab.

Aiman è un giovane agente di polizia penitenziaria – o quello che è il suo equivalente in Malesia. Viene trasferito in un carcere di massima sicurezza, dove si trova a conoscere il boia che molti anni prima giustiziò suo padre per omicidio.

Aiman non usa il cognome del padre, nasconde il suo passato, vorrebbe liberarsene e impiega tutte le sue energie per dimostrare – a se stesso forse più che agli altri – che la sua vita non segue le orme lasciate da suo padre.

Per una serie di circostanze più o meno fortuite, il ragazzo diventa l’assistente e l’apprendista dell’anziano boia e la situazione si complica fino all’estremo, inevitabile momento in cui non è più possibile evitare di scegliere.

Un tema cupo e delicato trattato con enorme sensibilità ed equilibrio, senza eccesso di dramma. Un film asciutto. Essenziale. E per questo estremamente efficace nel veicolare la complessità del tormento interiore che Aiman deve affrontare.

La ricerca di un’identità libera dall’ombra di un passato che continua a tentare di soffocare il presente. Il pensiero angosciante, in sottofondo, di non avere realmente scelta perché si può essere qualcosa o il suo contrario, ma il legame di fondo non si spezza. L’interrogativo latente su quanto sia o meno lecito, affascinante, terribile, folle il potere di togliere una vita.

Un taglio rapido e pulito e un’impostazione forse più europea che orientale.

Assolutamente degno di nota.

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I figli della notte. Regia di Andrea De Sica, nipote di Vittorio, figlio di Manuel, per capirci. Italia. In concorso, non ha ricevuto né premi né menzioni.

Un collegio per ragazzi ricchi e disagiati, sperduto fra le montagne, al riparo – almeno ufficialmente – da tentazioni e distrazioni.

Un posto per riallacciare i fili delle vite troppo presto incasinate dei figli di famiglie troppo ricche e troppo impegnate per occuparsene.

Una sorta di isola fuori dal mondo per tentare di riparare ai danni causati dal vuoto di genitori peggio che inesistenti.

Giulio ed Edoardo. Un’amicizia esclusiva, che può essere al tempo stesso salvezza e condanna. Una casa misteriosa nel bosco e un intero piano del collegio chiuso e inutilizzato.

De Sica giovane promette bene. Forse è vero che alcune caratteristiche saltano una generazione. Se si è disposti a passare sopra alcune ingenuità quali le citazioni forse un po’ troppo palesi dalle fonti illustri – L’attimo fuggente, Shining, Suspiria, La grande fuga, per dirne alcune – e magari un po’ troppo timore nell’approfondire alcune dinamiche tra i personaggi, abbiamo un buon film, che regge bene e coinvolge, tra atmosfere inquietanti (ma decisamente non horror, anche se al lancio pubblicitario è piaciuto tanto insistere su questa cosa) e claustrofobiche.

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The Polar Boy. Regia di Anu Aun. Estonia. Sezione TorinoFilmLab.

Mattias sta per finire il liceo. Aspirante fotografo, spera di venire accettato all’Accademia delle Arti di Berlino. Mentre è in giro con la sua macchina fotografica vintage, si imbatte in Hanna e quello che è un incontro casuale diventa il catalizzatore di una serie di eventi che sconvolgono radicalmente la sua esistenza. Hanna è bella, folle, disinibita. E affetta da disturbo bipolare.

Mattias ne è catturato e finisce nei guai per lei. Oltrepassa quello che sembra un punto di non ritorno per poi, di nuovo, rimettere tutto in discussione.

Una sorta di storia di formazione, in equilibrio tra normalità e follia, dove i confini sono labili e le definizioni sempre più vuote di fronte alla realtà concreta dell’articolato legame che si sviluppa tra i due ragazzi. Una storia delicata, mai eccessiva, mai tragica, nemmeno nel dramma. Viene resa l’enorme complessità della situazione emotiva in modo assolutamente umano, vero, plausibile.

Bello. Non so se arriverà mai in distribuzione ma vale la pena recuperarlo. Forse il più bello che abbia visto in questa edizione del TFF.

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Erase Everything I Said About Love. Regia di Guillermina Pico. Argentina. Sezione TFFDOC.

Una serie di lampi, immagini, impressioni scandite dal voiceover che imposta, a intervalli, una lieve linea guida.

Bellezza che si fa appena in tempo a cogliere e poi sfugge, cambia, scompare per sempre.

Bellezza che è un sentiero da seguire, come una scia di indizi, verso qualcosa che non conosciamo.

Interessante e leggero.

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Non sono sicura di come parlare di questo film.

Riguarda un caso di cronaca e quindi lo svolgimento dei fatti è di pubblico dominio. Ma. E’ pur vero che io non sapevo nulla della vicenda in questione e questo ha sicuramente influenzato il modo in cui ho guardato il film.

In definitiva, è probabile che parlerò in modo esplicito della vicenda. Se questo sia da considerarsi spoiler o meno, non mi è del tutto chiaro, ad ogni modo, vi ho resi partecipi di questo dubbio amletico, ergo, decidete voi se proseguire o fermarvi.

Regia di Antonio Campos.

Tra i film in concorso in questa 34a edizione del TFF.

La vera storia di Christine Chubbuck.

Siamo in Florida, a metà degli anni Settanta. Christine ha 29 anni e sembra avviata verso una promettente carriera giornalistica presso un’emittente locale.

Christine è una bella ragazza dai lunghi capelli neri e dai modi sbrigativi e decisi. Fin da subito si vede la sua dedizione a ciò che fa e ci va un po’ per capire che l’ostentata sicurezza è una facciata dietro la quale si nasconde una situazione estremamente complessa.

Christine è spigliata e determinata. E’ sempre impegnata e oltre al lavoro si dedica al volontariato in ospedale, facendo spettacoli di marionette per i bambini.

Però. Christine vive con sua madre, e ha paura di andare da un dottore.

E poi c’è qualcosa. Qualcosa di non detto che aleggia nelle conversazioni con la madre. Qualcosa che è rabbia, risentimento, paura.

Un trasferimento alle spalle perché è successo qualcosa. Qualcosa che, sia lei che la madre, temono possa ripetersi.

Christine è dura e fragile.

E poi ci sono le cose che non vanno come dovrebbero andare. I suoi servizi che non piacciono al direttore dell’emittente.

Un collega per cui Christine ha un interesse ma con il quale non sa interagire, come non sa interagire quasi con nessuno, se non a livello superficiale.

Una promozione che non arriva e la sempre più crescente tendenza sensazionalistica dei media che impongono servizi ad effetto, notizie cruente, continui shock per i telespettatori.

Quello che conta – quello che porta soldi – è la cruda realtà, in living colors, direttamente dalla strada nelle case.

Christine si sgretola.

Assistiamo ad un processo di disintegrazione della sua persona fino al crollo definitivo e totale.

Fino a quando

“In keeping with Channel 40’s policy of bringing you the latest in ‘blood and guts’, and in living color, you are going to see another first—attempted suicide.”

Il 15 luglio del 1974, Christine Chubbock si toglie la vita, sparandosi in testa in diretta tv.

Campos dirige un film di perfetto equilibrio e di estrema delicatezza.

Entra gradualmente nella vita di Christine e coglie in pieno la dolorosa umanità della sua condizione.

Christine è prigioniera e vittima di se stessa. Ha bisogno di un aiuto che non è mai arrivato e che non è mai riuscita a chiedere.

E’ una creatura sperduta nell’abisso di un’esistenza che non sa gestire.

E’ sola e terrorizzata.

Nei panni di Christine è una fenomenale Rebecca Hall, in quella che è senza dubbio la sua interpretazione più notevole e che ha meritatamente ricevuto il premio come migliore attrice.

E già che si parla di premi, sabato sera c’è stata la cerimonia di premiazione del Festival e QUI potete trovare l’elenco di tutti i vincitori.

Cinematografo & Imdb.

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Quest’anno non sono riuscita a inserire nel mio programma del TFF neanche un horror, motivo per cui il Weekly Horror va in pausa per un po’, altrimenti finisco di smaltire i titoli del festival dopo Natale.

Ad essere onesti, quest’anno è già stato un miracolo riuscire a metterlo insieme, il mio programma del TFF, ma questo è un altro discorso e non necessariamente interessante.

Dunque.

Free State of Jones.

Regia di Gary Ross e un bel ruolo eroico per Matthew McConaughey.

Diciamo che è il tributo del festival al mainstream, per quanto non ami mai molto usare questa parola, per lo meno non seriamente.

Ma tant’è.

Sì, c’è anche Sully di Eastwood che fa il filmone di richiamo, ma Eastwood, a ragione o a torto che sia, mantiene comunque un tono un po’ più snob.

Free State of Jones decisamente no. E sicuramente in buona parte per colpa del buon Matthew – tralascerò di narrare del branco di quasi-cinquantenni infoiate esaltate che a momenti mi calpestano per entrare in sala, probabilmente convinte di trovare Matthew in carne e ossa a tener loro il posto.

Anyway.

Storia vera di Newton Knight, contadino della contea di Jones, nel Mississippi, che durante la Guerra Civile disertò dall’esercito e si ribellò al governo dei confederati, rifiutando di combattere per una causa non sua e opponendosi allo sfruttamento da parte dei ricchi padroni delle piantagioni di cotone.

A guerra finita e ancora dopo l’abolizione della schiavitù, Newt non smise mai di lottare e fu dalla parte degli schiavi liberati, animato da principi, al tempo, rivoluzionari quanto semplici. Perché un uomo possiede di diritto ciò che ha ottenuto dalla terra col proprio lavoro. Perché un uomo è un uomo, e non c’è bisogno di altre distinzioni.

Si unì inoltre con Rebecca, una ex schiava, quando di unioni miste non era lecito neanche parlare. Ebbero un figlio e, a distanza di più di ottant’anni, il suo discendente si troverà ancora a dover lottare nella democraticissima America a causa del sangue negro che gli scorre nelle vene.

Gary Ross dirige un film impeccabile, ben calibrato sotto ogni aspetto, per un totale di 139 minuti che filano lisci senza appesantire.

McConaughey è fenomenale, immenso con il suo accento del sud strettissimo e la sua presenza che riempie sempre totalmente la scena in un ruolo che sarebbe anche da oscar se non fosse troppo normale considerarlo da oscar e che offusca un tantino tutto il resto del pur meritevole cast.

Resta il fatto che a) decisamente non era un film adatto a questo festival e b) è sempre la solita salsa di patriottismo americano e grandi valori umani e civili.

Per carità, magari al momento l’America ha anche bisogno di ripassarseli un po’ i suoi presunti valori, e sì, il personaggio di Knight è effettivamente interessante e poco conosciuto, però annega nell’impostazione di quello che è ormai un formato standard per questo genere di argomento.

E su questo genere di argomento devo dire che, pur non riuscendo a trovare degli effettivi difetti, ho visto film più coinvolgenti.

Oltretutto è rientrato al festival proprio per il rotto della cuffia, visto che il 1 dicembre arriva già nelle sale.

Cinematografo & Imdb.

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Matthew McConaughey and Bill Tangradi star in FREE STATE OF JONES

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Moses (Mahershala Ali) wearing the slave collar in the maroon camp

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Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino di quest’anno.

Regia di Mia Hansen-Løve.

Nathalie è una professoressa di filosofia e scrittrice che si dedica con passione al suo compito. La sua vita intellettuale è ricca e piena. Tra le varie cose, collabora anche con un suo ex studente a progetti di pubblicazioni. Ha un marito, anch’egli professore, con cui ha condiviso 25 anni della sua vita e due figli ormai grandi e pronti a prendere la loro strada.

L’avenir si apre sul quadro di una donna realizzata e stabile, con l’unico cruccio di una madre anziana e un po’ difficile.

E poi, lentamente ma inesorabilmente, le cose cominciano a cambiare.

Prima sono solo dettagli. I responsabili del marketing della sua casa editrice vogliono stravolgere la veste grafica della sua collana per motivi di vendite.

E le copie omaggio dei suoi libri non sono più omaggio.

E i picchetti di scioperi davanti a scuola le impediscono di insegnare.

Un susseguirsi di piccoli problemi che si ingigantiscono, piccole stanchezze che si accumulano, dapprima solo sul fronte professionale.

Poi lo sgretolamento intacca anche il lato personale.

E il marito di Nathalie le confessa di avere un’altra e di aver deciso di andarsene a vivere da lei.

E la madre peggiora, al punto da non poter più stare da sola. Fino al punto di non ritorno.

I figli ormai stanno per conto loro.

La casa editrice la molla definitivamente.

Senza più né la madre, né il marito, Nathalie sperimenta una condizione spiazzante che è al tempo stesso di vuoto e di libertà – come lei stessa ha la lucidità di riconoscere.

Si ritrova insieme alla gatta Pandora – la gatta di sua madre, cui lei è pure allegrica – a casa del suo ex studente, circondata da ragazzi animati da idee profondamente radicali.

Nathalie deve dimenticare tutto. Rimettere tutto in discussione.

E’ arrivata quasi all’apice della sua vita solo per vederla disfarsi pezzo per pezzo e ora deve trovare il modo di tenere insieme i brandelli di una se stessa che a tratti sembra quasi non appartenerle.

Nel ruolo di Nathalie, una meravigliosa Isabelle Huppert, con la sua espressività essenziale e intensissima.

Sezione TFF – Festa Mobile.

Resta da capire perché nel mini riassunto di presentazione siano partiti dal finale, ma pazienza.

Cinematografo & Imdb.

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