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Archive for febbraio 2018

Sempre per rimanere in zona Oscar, questo ha tre nominations – miglior attrice protagonista per Margot Robbie, non protagonista per Allison Janney e miglior montaggio – ma con mio grande disappunto arriverà nelle sale il 22 marzo, vale a dire a cerimonia passata.

Direi che sembra interessante e, indipendentemente dagli esiti, lo si vedrà in ogni caso.

 

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Correva l’anno 2003 quando nelle sale cinematografiche (forse due ma forse esagero) statunitensi, faceva il suo ingresso un film indipendente intitolato The Room. Indipendente davvero, sotto ogni singolo aspetto. Regia, sceneggiatura, produzione, distribuzione. Tutto gestito dall’ideatore del soggetto nonché finanziatore di tutta la baracca, tale Tommy Wiseau.

The Room dunque esce in qualche sala – continuiamo a far finta di poter usare il plurale che almeno suona meglio – ci resta per poco e a fatica ma nel giro di pochissimo si guadagna la fama del peggior film mai girato nella storia del cinema.

Il peggior film. Che è talmente brutto che qualcuno che lo vuole vedere davvero si trova sempre e comunque. Così, giusto per curiosità. Che comincia a passare come spettacolo di mezzanotte. Che tra una zoppicata e l’altra passa – come spesso succede – da schifezza a cult nello spazio di un ciak. O magari di due o tre ma il succo non cambia.

E dunque chi è Tommy Wiesau?

Non è ancora del tutto chiaro.

Si dice originario di New Orleans ma ha un accento palesemente europeo, forse dell’est. Ha sempre la stessa età di chi gli chiede quanti anni abbia e, decisamente, non ha problemi di soldi.

Ha una sua visione, per così dire. Un suo personale pianeta su cui il resto dell’umanità non sembra ancora pronto ad atterrare.

A dieci anni di distanza, visto il discreto seguito sotterraneo che questo film strampalato continuava ad avere, l’attore e modello Greg Sestero, coprotagonista di Wiseau in The Room, decise di raccontare ai fan un po’ di retroscena della nascita di questo film in The Disaster Artist: My Life Inside The Room, the Greatest Bad Movie Ever Made.

Ed è su questo libro che James Franco si è basato per la ricostruzione del suo The Disaster Artist.

Passato qualche mese fa al Torino Film Festival, mi ero rassegnata ad averlo perso ma il cinema Reposi – che l’aveva preso in occasione del festival – mi ha fatto la gradita sorpresa di ritirarlo fuori, probabilmente a seguito delle nominations a Globes e Oscar.

E quindi vediamo un James Franco trasformato in Wiesau, che dirige e interpreta la storia tragicomica della genesi di The Room, affiancato dal fratello Dave, nel ruolo di Greg.

Una commedia surreale e squinternata, talmente assurda che sarebbe incredibile, se non esistesse davvero The Room a testimoniare la reale portata della stramberia di Wiseau.

Un outsider per eccellenza. Fuori posto. Fuori dagli schemi. Fuori dal business di Hollywood, di cui però sfrutta i mezzi, il linguaggio e soprattutto i meccanismi.

E allora…chi è davvero Tommy Wiseau?

Un personaggio? Autocreatosi? Quanto consapevolmente non è dato sapere.

O forse è semplicemente così com’è. Casuale e improvvisato.

Divertentissimo, ironico, geniale, The Disaster Artist è davvero una piccola chicca.

James Franco è bravissimo. Sia per la regia ma soprattutto per l’interpretazione di Wiseau – che pure fa un cameo nel film – con la parlata stramba e la gestualità scoordinata. Le scene tra il The Room rigirato per questo film e quello originale sono sovrapponibili in modo impressionante tale è il lavoro che fa Franco su tutta la sua fisicità e che è stato – meritatamente –  premiato con il Globes come miglior attore in un film commedia/musicale.

Bravo anche Dave Franco e buono tutto il resto del cast, nel quale appaiono anche Seth Rogen e Zac Efron.

Una caustica e spassosa sbirciata dietro le quinte di Hollywood, per seguire da vicino il processo attraverso cui questa grande macchina dell’intrattenimento sforna uno dei suoi prodotti. E poco importa che sia il peggior film mai fatto. L’importante è che sia stato fatto. E che non sia mediocre. E che in qualche modo se ne parli.

Vale tutto. C’è posto per tutti. Anche per Wiseau.

Nominato agli Oscar per la sceneggiatura non originale.

Molto molto consigliato.

Cinematografo & Imdb.

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Quando ho visto il trailer di questo film sono stata subito abbastanza sicura del fatto che mi sarebbe piaciuto. Onestamente dubito che possano non piacermi Paul Thomas Anderson o Daniel Day-Lewis anche presi singolarmente, insieme poi si va decisamente sul sicuro.

D’altro canto però non sapevo assolutamente cosa aspettarmi. Il trailer suggerisce il legame intenso di quest’uomo con il suo mestiere e la relazione tra i due protagonisti ma, se non è fuorviante, non è neanche lontanamente rappresentativo di ciò che realmente è Il filo nascosto.

Londra, anni Cinquanta. Reynolds Woodcock è un famosissimo sarto. Disegna gli abiti per la famiglia reale e le sue creazioni dettano i parametri della moda britannica dell’alta società.

Affiancato dalla sorella Cyril, gestisce la sua attività con una dedizione totale e conduce un’esistenza fatta di dettagli, di rituali rigidi e parametri in cui non c’è spazio per niente che non sia deciso da lui o sotto il suo controllo.

Quando incontra Alma, tra i due si stabilisce subito un legame ma quelle che all’inizio possono apparire agli occhi della ragazza come le eccentriche bizzarrie di un uomo creativo si rivelano gradualmente essere i tratti di una personalità incredibilmente più complessa.

A poco a poco Alma si trova inglobata nella dimensione di un’esistenza affascinante e distruttiva allo stesso tempo, alla ricerca di una chiave di lettura per rapportarsi con una personalità gigantesca e apparentemente impossibile.

Più di così non dico perché sarebbe un peccato. Perché oltre ad essere realizzato magistralmente, Il filo nascosto è anche uno dei film più originali che abbia visto in questa edizione degli Oscar. E’ nuovo perché è inaspettato. E’ sorprendente nelle strade che sceglie di percorrere e nelle soluzioni che propone.

E poi è un gran film sotto ogni aspetto. Se la bravura di Daniele Day-Lewis è persino cosa ovvia, anche il resto del cast non gli è minimamente inferiore, a partire dalla coprotagonista, Alma, interpretata da Vicky Krieps, fino all’ottima Lesley Manville nei panni della sorella Cyril, un ruolo ambiguo e difficile.

Daniel Day-Lewis, come sempre, è immenso anche quando sta fermo e fissa il vuoto, cosa che peraltro in questo film fa abbastanza spesso, e ancora una volta si dimostra perfetto per un ruolo forte, carismatico, solitario e pieno di contraddizioni.

Sei candidature, tutte molto meritate. Miglior film, regia, attore protagonista Daniel Day-Lewis, attrice non protagonista Lesley Manville, colonna sonora e costumi.

Se sul miglior film non mi sposto dai miei due favoriti (i manifesti e call me), faccio decisamente il tifo per la miglior regia mentre sulle categorie degli attori mi manda in crisi perché vedo Octavia Spencer scacciata dalla vetta della mia classifica a favore di Manville e il buon Daniel passa decisamente davanti a Oldman – che pure continuo a ritenere il favorito dall’Academy. Lascio in stand-by Chalamet perché al momento son parecchio confusa sulle mie assegnazioni.

Un film sui limiti e sui confini che ci si possono imporre. Un’incursione nelle profondità dell’animo umano e nelle stanze anguste della psiche, dei legami, dei sentimenti.

Da vedere assolutamente.

Cinematografo & Imdb.

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La meraviglia di questo secondo singolo, anticipazione del nuovo album, Violence, in uscita il 9 marzo.

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Da quel che mi par di capire, gli appassionati di horror tendono mediamente di più rispetto agli appassionati di altri generi, a sguazzare nelle produzioni di infima bassa categoria e ad autoinfliggersi le peggiori cagate.

Un po’ di anni fa andava di moda giustificare questa cosa con il ragionamento che con l’horror vai sempre sul sicuro perché se è fatto bene ti caghi sotto se è fatto male ti diverti perché poche cose fanno ridere come gli horror che non riescono a farsi prendere sul serio.

E per carità, in molti casi è anche vero.

Poi magari si può stare a disquisire del fatto che forse è il genere che si presta particolarmente al proliferare di roba di basso livello perché di fatto è un genere che arriva dal basso per il basso, per così dire, per quanto poi sia stato nobilitato.

Com’è come non è, sta di fatto che io non faccio eccezione e che tendo a guardare qualsiasi cosa abbia un vago sentore orrorifico, beccandomi di conseguenza anche delle discrete fregature.

Una di queste è proprio questo filmettino qui, che, diciamolo subito, mi ha attirata per la locandina che, diciamo subito pure questo, è poi risultata essere l’unica cosa salvabile di tutto il film.

2016, Stati Uniti. Regista sconosciuto e attori ancor più sconosciuti. Budget inesistente, ma, ad essere onesti, niente di tutto ciò rappresenterebbe di per sé un problema. Ci sono in giro un sacco di produzioni indipendenti che tirano fuori delle cosette valide.

Il vero problema è che questo Anomaly ridefinisce il significato del termine imbarazzante e svela nella parola nuovi orizzonti semantici.

Vista da una certa prospettiva, Anomaly fa effettivamente orrore.

Nel senso che è orrendo.

La salsa è sempre la stessa. Famiglia che si trasferisce in casa nuova infestata da presenze maligne.

Se all’inizio – tipo per il primo quarto d’ora – mi sono convinta di provare anche una certa simpatia per questi protagonisti sciatti e fuori dagli schemi hollywoodiani, ho dovuto decisamente arrendermi dopo le prime scene thrilling.

Recitazione praticamente inesistente. Sceneggiatura che a tratti sfora nel demenziale. Scopiazzature penosamente evidenti da The Conjuring (e anche da altri esponenti del genere ma il povero Conjuring è il più saccheggiato). Personaggi di una stupidità disarmante – con una speciale menzione per il prete e il poliziotto. E, come se non bastasse, pure una casa di merda come ambientazione.

Terrificante davvero.

Un paio di jumpscare, riprese rallentate (rallentate!) e, ciliegina sulla torta, un bell’esorcismo – che non si nega a nessuno, suvvia – che riesce a riunire in poche sequenze tre delle peggiori interpretazioni che abbia avuto la sventura di vedere su schermo.

Che poi, da un lato, mi dispiace anche un po’ parlarne così male perché è talmente imbarazzante che si prova persino un po’ di pena per tutte le persone coinvolte. Perché non riesce neanche ad essere brutto abbastanza per far ridere.

Decisamente da evitare.

Imdb.

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Pubblicato per la prima volta nel 1987 dalla Dark Horse Comics, Casi Violenti è una graphic novel scritta da Neil Gaiman e opera d’esordio del disegnatore Dave McKean.

Prima di diverse collaborazioni tra i due autori, quest’opera divenne quasi subito un caso editoriale per l’immediato – e forse anche inaspettato – successo.

Attraverso un turbine di illustrazioni realizzate con un mix di tecniche diverse – acquarello, pennino, fotografie rielaborate e non solo – prende vita la storia raccontata dal protagonista.

Un ricordo d’infanzia. Con tutte le connotazioni che questo comporta. Un ricordo che assume i tratti sfumati della favola o quelle proporzioni mitizzate così assolutamente plausibili agli occhi di un bambino.

L’infanzia del protagonista – un protagonista peraltro incredibilmente somigliante allo stesso Gaiman – dalla Portsmouth degli anni Sessanta sfuma gradatamente nel pieno della malavita di una Chicago degli anni Venti tratteggiata attraverso le parole di un dottore che sostiene di essere stato l’osteopata di Al Capone.

E dunque cos’è realmente accaduto? I ricordi del vecchio dottore sono attendibili o sono le esagerazioni di una persona un po’ in là con gli anni? Oppure quelli raccontati dall’osteopata sono fatti tutto sommato normali ma ingigantiti dalla memoria impressionabile di un ragazzino?

I ricordi sono a volte vaghi e a volte non affidabili, come ci tiene a precisare lo stesso narratore, che si sforza il più possibile di attenersi alla realtà di quello che ha vissuto.

Quale che sia la verità, comunque siano andate le cose, a prendere forma è la storia misteriosa e avvincente di un personaggio ambiguo e accattivante che si muove attraverso un ambiente uscito direttamente dai più classici film di gangster.

Una storia dai tratti marcatamente noir, impregnata di quell’inquietudine tipica dell’infanzia ma anche del fumo denso di sigarette in locali malfamati, dell’odore di alcool illegale e del fragore assordante di feste sontuose e colpi d’arma da fuoco.

Sapevo che l’ uomo calvo era pericoloso.
Le cose pericolose è meglio guardarle da dietro i divani, o da sotto le coperte: posti da cui tu puoi vederli, se vuoi, ma loro non possono vedere te.

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De Andrè è per me un argomento estremamente delicato. Che affonda le radici nella mia infanzia remota e definisce i toni di alcuni dei miei primi ricordi. Che tocca corde ipersensibili e risiede in una dimensione di emozione profonda e purissima.

La qual cosa spiega anche perché sono tipo due ore che giro intorno a questo post senza aver ancora realmente deciso di scriverlo.

Perché non so bene come mettere in ordine le parole e vorrei evitare di rovesciare qui sopra uno sproloquio inconcludente di impressioni scoordinate.

E dunque proviamo ad andare con ordine e ripercorriamo i fatti.

Ho visto il trailer di questo film al cinema e le prime impressioni – più o meno contemporanee – sono state: 1) figata! fanno un film su De Andrè; 2) mmmh…ma ci hanno messo Marinelli? 3) cazzo non possono aver fatto parlare De Andrè in romanesco!

Ad onor del vero va detto che il primo trailer era in versione corta. Già la visione di un trailer più lungo ha un po’ ridimensionato la questione dell’accento, ma su questa cosa torniamo dopo.

Poi.

Le perplessità iniziali unite alla mia ben nota diffidenza per le produzioni italiche hanno fatto sì che non sia andata a vedere questo film al cinema.

Poi.

Lo han passato sulla Rai.

E che vuoi fare? Proprio snobbarlo? Sia mai.

Coerentemente con lo spirito degli anni ripercorsi, visto che le due sere in questione non ero in casa, ho programmato il mio fido videoregistratore e ora dispongo di una copia unica di questo film diviso su due videocassette.

Ma sto cazzeggiando per non arrivare al punto, lo so.

Il film.

No. Ancora un paio di considerazioni collaterali poi giuro che ci arrivo.

1) ci sta ampiamente che lo abbia registrato perché vederlo con la pubblicità e spezzato in due mi avrebbe fatto diventare idrofoba e 2) ci sta anche ampiamente che l’abbia visto a casa perché sulla seconda parte ho pianto in modo spudorato e difficilmente giustificabile in pubblico.

E arriviamo al film.

Ho iniziato a guardarlo come se stessi maneggiando un animaletto che potenzialmente avrebbe potuto staccarmi due dita a morsi da un momento all’altro. Cauta, timorosa e speranzosa insieme.

Per i primi venti minuti la mia rigidità ha perdurato. Sentivo troppo accento romano, sentivo troppa recitazione italiana media, vedevo un po’ troppi facili cliché – per dire, la conversazione col prete dopo lezione non mi è piaciuta perché l’ho trovata troppo banalmente didascalica.

Il film apre nell’agosto del 1979, quando Fabrizio De Andrè e Dori Ghezzi vengono rapiti nella loro casa in Sardegna. Da qui parte un lungo flashback che ripercorre la vita di Fabrizio a partire dall’infanzia.

Ecco, ho trovato un po’ farraginosa questa prima parte di lui ragazzino. Poi quando è arrivato realmente in scena Marinelli le cose sono cambiate. Si è sbloccato qualcosa e ho iniziato a entrare realmente nel film.

Perché sì, è vero, si sente l’accento romano che emerge a tratti e spesso è latente ma Marinelli fa un lavoro talmente buono sulla ricostruzione della persona e del personaggio di De Andrè che tutto il resto passa in secondo piano. Tutti i difetti, tutte le irregolarità di scorrimento – ogni tanto qualche zoppicata qua e là c’è – tutte le interpretazioni magari non perfette, ecco, tutto scompare all’ombra di un Marinelli che riesce davvero a far rivivere la persona di Fabrizio De Andrè. Nella gestualità, negli sguardi, nelle infinite sigarette, nell’alcool che scorre a fiumi.

Ci sono alcuni momenti in cui la somiglianza è impressionante. E non è una questione di vestiti e trucco.

Marinelli si è messo in gioco in un modo che mi ha sorpresa e mi ha fatto rimangiare molti giudizi espressi in passato. Si è buttato completamente in una parte difficile per molte ragioni, non ultima il peso gigantesco che la figura del cantautore ha nel panorama musicale italiano del secondo Novecento e la severità di giudizio di coloro che hanno amato e seguito il suo lavoro negli anni.

Sì, la dizione non è pulita ma la cosa diventa un dettaglio piuttosto insignificante. E a prevalere è la scelta – intelligente – di privilegiare la fedeltà alla sostanza della persona di De Andrè piuttosto che perdersi nel tentare di riprodurre dettagli tutto sommato superficiali, cadendo nel rischio di una scimmiottatura caricaturale.

Idem dicasi per le canzoni. Se le canzoni utilizzate come colonna sonora sono ovviamente quelle originali, i brani eseguiti dal vivo sono realmente cantati da Marinelli che, in questo frangente specifico, perde qualsiasi traccia di accento e regala un’interpretazione viva, rispettosa e assolutamente notevole dei brani di Fabrizio.

Bella la ricostruzione dell’Italia di quegli anni, scandita dagli eventi a metà tra il pubblico e il privato che hanno toccato la vita del cantautore. L’amicizia con Luigi Tenco e la sua morte a Sanremo nel 1967. I diritti della Canzone di Marinella per l’interpretazione di Mina. Le contestazioni ai concerti e le parole di Fabrizio prese in prestito dalla rivolta del Maggio ’68.

E la costante commistione di vita vissuta – privata e non – e creazione artistica, com’è giusto che sia e come è sempre stato per De Andrè, essere umano prima che musicista. E la paura di cantare dal vivo, che lo ha tenuto lontano dai palchi fino al 1975 per più di dieci anni dal suo esordio.

Buono anche il resto del cast, seppur con qualche riserva – non ho amato molto Valentina Bellé nel ruolo di Dori Ghezzi, per dirne una.

Decisamente degno di nota Gianluca Gobbi nei panni di Paolo Villaggio – amico di Faber fin dall’infanzia – che offre un’ottima interpretazione di un ruolo perfettamente calibrato, divertente ma senza mai rubare la scena al protagonista né scadere nel macchiettistico.

Bello anche il ruolo di Ennio Fantastichini, nei panni del padre di Fabrizio.

Un film che è stato per me prima una sorpresa inaspettata e poi un vero e proprio colpo di fulmine.

Cinematografo & Imdb.

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